Nel gotico vittoriano nessuno è davvero al sicuro. Nemmeno chi non ha fatto nulla.
La bambina aveva trovato il medaglione nel giardino, sotto le radici del grande tiglio che nessuno potava da anni. Era d’argento, con un’incisione che non riusciva a leggere, e dentro c’era il ritratto di una donna dai capelli scuri che la guardava con un’espressione che non era né gentile né crudele. Era qualcos’altro, qualcosa per cui la bambina non aveva ancora le parole. Lo portò in casa. Lo mostrò alla governante. La governante impallidì e disse di buttarlo via immediatamente.
La bambina non lo buttò via.
Il contagio come struttura narrativa
Una delle ossessioni centrali della narrativa gotica vittoriana è il contagio: l’idea che il contatto con qualcosa di sbagliato lasci una traccia, che la vicinanza al Male abbia conseguenze anche su chi non ha cercato quell’incontro, non lo ha voluto, non lo ha causato. Lucy Westenra non ha fatto niente per meritare quello che le capita in Dracula: è semplicemente nel posto sbagliato, con la persona sbagliata, in un momento in cui la protezione che il mondo ordinario dovrebbe garantirle cede senza preavviso.
Questa struttura del contagio innocente non è una scusa narrativa per far soffrire i personaggi positivi. È una dichiarazione filosofica precisa: il Male non si limita a colpire chi lo cerca. Si espande, si trasmette, occupa spazio che non gli apparteneva. E questa espansione è tanto più terrificante quanto più la vittima è chiaramente estranea alla sua origine.
Il gotico usa l’innocenza non come scudo ma come bersaglio preferenziale. Perché l’innocente che viene toccato dal Male porta con sé la prova più inquietante: che non c’è distanza sufficiente, che non c’è comportamento abbastanza corretto, che non c’è precauzione abbastanza rigorosa da garantire l’immunità.
La bambina e il medaglione
Gli oggetti nel gotico trasmettono. Non nel senso metaforico in cui si dice che un libro trasmette emozioni o una fotografia trasmette un ricordo: nel senso narrativo letterale, quello in cui toccare qualcosa cambia chi lo tocca, in cui portare con sé un oggetto carico di una storia sbagliata è già una forma di partecipazione a quella storia.
La bambina che trova il medaglione sotto le radici del tiglio non ha cercato niente. Stava giocando in giardino, come fanno le bambine. Ma l’oggetto era lì, e lei lo ha trovato, e quel trovare è già un inizio.
Il gotico non crede nell’innocenza come categoria stabile. Crede nell’innocenza come stato temporaneo, vulnerabile, esposto. La bambina è innocente fino al momento in cui porta il medaglione in casa. Da quel momento, qualcosa è cambiato, anche se lei non lo sa ancora, anche se non ne ha colpa, anche se avrebbe fatto la stessa cosa qualunque bambina al suo posto.
Blackwood lo ha capito nel corso degli anni: nelle case dove indaga, le vittime collaterali, quelle che non avevano niente a che fare con l’origine del Male, sono spesso le più difficili da proteggere. Perché nessuno stava guardando nella loro direzione. Perché sembravano al sicuro per definizione.
L’eredità e il suo peso
Il gotico vittoriano è ossessionato dalle eredità: non solo quelle economiche, ma quelle morali, genetiche, spirituali. I peccati dei padri scendono sui figli, le colpe delle generazioni precedenti gravano su quelle successive, il sangue porta con sé qualcosa che non si sceglie e non si può restituire.
Questa struttura dell’eredità non è fatalismo puro. È la narrazione di come le conseguenze delle azioni umane si dispiegano nel tempo molto oltre il momento dell’azione stessa, e colpiscono persone che non erano presenti, non erano responsabili, non avevano nessun modo di difendersi da qualcosa che non sapevano di dover temere.
La casa di Cwm Gwaed porta su di sé il peso di quello che vi è accaduto nel 1321. Secoli dopo, chi vi arriva porta sulle spalle un fardello che non ha scelto e non conosce ancora. Non è giusto, nel senso ordinario del termine. Ma il gotico non promette giustizia: promette coerenza, il tipo di coerenza oscura in cui le cause producono effetti proporzionali anche attraverso il tempo, anche attraverso le generazioni, anche attraverso l’innocenza di chi non c’era.
Scrivere l’innocente in pericolo
Per chi costruisce narrativa gotica, il personaggio innocente in pericolo è uno degli strumenti più potenti disponibili, e uno dei più pericolosi da maneggiare. Potente perché attiva immediatamente la risposta protettiva del lettore: si vuole che quella persona sopravviva, si soffre quando viene toccata dal Male, si tifa per la sua salvezza con un’intensità che i personaggi più consapevoli del pericolo non sempre riescono a generare.
Pericoloso perché l’innocenza usata in modo meccanico diventa manipolazione sentimentale: il bambino in pericolo, l’animale minacciato, la vittima completamente priva di agency narrativa che serve solo a mostrare quanto sia cattivo il cattivo. Quella non è narrativa gotica. È propaganda emotiva.
Il personaggio innocente che funziona nel gotico è quello che ha una sua consistenza al di là della minaccia che subisce. La bambina che trova il medaglione non è solo una vittima in attesa. È curiosa, è disobbediente nel modo in cui sono disobbedienti i bambini che non capiscono ancora perché certe cose fanno paura agli adulti. Quella disobbedienza è la sua caratteristica più umana, e anche quella che la mette in pericolo.
Il Male nel gotico non colpisce a caso. Colpisce attraverso le crepe della natura umana: la curiosità, la generosità mal riposta, la fiducia in quello che sembra familiare. Anche l’innocenza ha le sue crepe. E il gotico le trova tutte, prima o poi.
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