Il paradosso di Gein e la nostra incapacità di riconoscere il pericolo
Bernice Worden sparì il 16 novembre 1957. Sua figlia trovò il negozio di ferramenta vuoto, il registratore di cassa aperto, una traccia di sangue sul pavimento che portava verso la porta sul retro. L’ultimo cliente annotato nello scontrino era Edward Gein. Frank Worden, il figlio di Bernice, disse agli agenti che Gein era stato nel negozio quella mattina. Lo conoscevano tutti. Era il tipo tranquillo che viveva fuori dal paese.
Nessuno aveva pensato di tenerlo d’occhio.
Il problema del riconoscimento
La mente umana è costruita per riconoscere il pericolo attraverso segnali visibili: comportamento aggressivo, aspetto minaccioso, storia di violenza documentata, appartenenza a gruppi percepiti come pericolosi. È un sistema che funziona per una parte significativa delle minacce che gli esseri umani hanno affrontato nel corso della loro storia evolutiva.
Ma è un sistema cieco a una categoria specifica di pericolo: quello che non produce segnali riconoscibili, che abita la normalità senza incrinature visibili, che separa con precisione chirurgica il comportamento pubblico da quello privato.
Gein era invisibile al sistema di riconoscimento della comunità di Plainfield non perché fosse straordinariamente abile nel simulare: era invisibile perché la comunità stava guardando nella direzione sbagliata. Cercava segnali che Gein non produceva. Quello che produceva, la chiusura, l’isolamento, la dipendenza dalla madre morta, la difficoltà nelle relazioni sociali ordinarie, erano segnali che in quel contesto culturale e temporale venivano letti semplicemente come eccentricità. Cose da paese. Roba da lasciare stare.
La normalità come schermo
Quello che i criminologi chiamano la maschera della normalità non è necessariamente una costruzione deliberata. Nel caso di Gein, non c’era un piano consapevole di inganno: c’era semplicemente la coesistenza, dentro la stessa persona, di comportamenti ordinari e di qualcosa di radicalmente diverso che non aveva mai avuto bisogno di mostrarsi perché non aveva mai incontrato uno sguardo abbastanza vicino e abbastanza persistente da vederlo.
La maschera di Gein era la sua vera faccia in pubblico. Non recitava la normalità: era normale in pubblico, con la stessa naturalezza con cui era qualcos’altro in privato. Quella capacità di compartimentazione, che la psicologia forense considera uno dei tratti più significativi di certi profili criminali, non richiede intelligenza superiore o abilità di dissimulazione particolari. Richiede isolamento: abbastanza distanza tra il mondo privato e quello pubblico da non dover mai gestire la contraddizione tra i due.
Plainfield fornì quell’isolamento con generosità.
Quello che i vicini ricordano
Nei mesi successivi all’arresto, i giornalisti che intervistarono gli abitanti di Plainfield raccolsero una collezione di ricordi che avrebbero dovuto essere inquietanti ma che, nel contesto in cui erano stati vissuti, non lo erano sembrati affatto.
Gein che offriva selvaggina ai vicini senza che nessuno avesse mai sentito spari dalla sua proprietà. Gein che parlava spesso di sua madre al presente, anni dopo la sua morte, senza che nessuno avesse trovato strano quel lutto che non si risolveva mai. Gein che aveva smesso di coltivare i campi dopo la morte di Augusta e viveva, inspiegabilmente, senza un reddito visibile.
Ognuno di questi elementi, preso singolarmente, aveva una spiegazione plausibile. La caccia di frodo era comune nella zona. Il lutto prolungato era umano. I piccoli lavoretti che faceva per i vicini potevano giustificare una sopravvivenza frugale. Il sistema cognitivo della comunità prendeva ogni elemento separatamente e lo inseriva nella categoria più innocua disponibile, invece di sommarlo agli altri e chiedersi cosa producesse quella somma.
Il pattern che nessuno vide
La criminologia moderna ha sviluppato strumenti di analisi comportamentale che cercano di correggere esattamente questo difetto: la tendenza a valutare i segnali isolatamente invece di cercare il pattern che producono insieme. L’analisi del comportamento di Gein attraverso quegli strumenti retrospettivi produce un profilo che, visto nel suo insieme, avrebbe dovuto attirare attenzione molto prima del novembre 1957.
Ma quegli strumenti non esistevano nel Wisconsin rurale degli anni Cinquanta. E anche dove esistono oggi, il loro utilizzo richiede che qualcuno li attivi, che qualcuno decida che c’è qualcosa che vale la pena esaminare più da vicino.
Quella decisione richiede di andare contro l’inerzia del senso comune, contro la tendenza naturale a lasciare le persone nella categoria in cui le abbiamo già inserite, contro il costo sociale di trattare un vicino innocuo come un potenziale pericolo.
Quello che Plainfield insegna ancora
Il caso Gein non è una storia su un mostro eccezionale che nessuno avrebbe potuto identificare. È una storia su un sistema di riconoscimento del pericolo che aveva un punto cieco strutturale, e su una comunità che non aveva né gli strumenti né la motivazione per correggere quel punto cieco.
Quella storia non è invecchiata. I sistemi di riconoscimento sono migliorati, gli strumenti di analisi comportamentale si sono affinati, la consapevolezza pubblica su certi profili è cresciuta. Ma il punto cieco strutturale, quella tendenza a cercare il pericolo nei margini invece che nel centro, nell’estraneo invece che nel familiare, in chi disturba invece che in chi non disturba mai, non è stato corretto del tutto.
Non può essere corretto del tutto. Fa parte del modo in cui le comunità funzionano, del costo della fiducia che permette la vita sociale ordinaria.
Il prezzo di quella fiducia, a Plainfield, lo pagò Bernice Worden il 16 novembre 1957. E lo pagò, in modi diversi e meno visibili, ogni persona che aveva incrociato Gein al negozio, al cimitero, per strada, e aveva pensato: è strano, ma non fa male a nessuno.
Alcune frasi non si dimenticano. Anche quando si vorrebbe.
🌐 Sito ufficiale: http://www.claudiobertolotti83.net
📸 Instagram: @autoreclaudiobertolotti – @archivio_blackwood
📘 Facebook personale: https://www.facebook.com/share/1Czr6gVnaf/
📬 Substack: https://claudiobertolotti.substack.com
📢 Telegram: https://t.me/archivioblackwood
🎵 TikTok: https://www.tiktok.com/@claudio.bertolott8
▶️ YouTube: https://youtube.com/@claudiobertolottiauotre?si=WzE25SAC8fm2zBvM
🎙️ PODCAST TRUE CRIME ANATOMIE DELL’OMBRA
https://open.spotify.com/show/75Ku6EfoXqXnjoxGHg4UXh







































