Il bordo della pagina era unto.
Non ingiallito per il tempo, non polveroso come ci si aspetta dagli archivi: unto. Come se qualcuno, anni e anni fa, avesse sfogliato quelle carte dopo aver mangiato qualcosa di pesante, qualcosa che lasciava i polpastrelli lucidi. Lo scoprii portando il fascicolo alla luce della lampada da tavolo, e quella traccia di grasso umano su carta del 1887 mi fermò come un muro.
Era il manoscritto di un medico di Liverpool. Un quaderno di osservazioni cliniche che nessuno aveva catalogato correttamente, finito in un archivio privato insieme a documenti commerciali e corrispondenza familiare. Me lo avevano segnalato come materiale collaterale, non rilevante. Presi nota del numero di cassa e ci tornai tre giorni dopo con i guanti di cotone e una matita spuntata.
I guanti li tolsi quasi subito.
Volevo sentire la carta. Volevo quella comunicazione diretta, quella specie di conversazione tattile che le riproduzioni digitali non permettono mai. E fu così che trovai il bordo unto, quella traccia di un pranzo dimenticato, di una mano che aveva vissuto e mangiato e poi aveva scritto. Una mano che adesso non esisteva più da più di un secolo.
Il testo era clinico in superficie. Osservazioni su pazienti ricoverati, progressioni di malattia, annotazioni sui trattamenti. Ma il medico aveva l’abitudine di scrivere a margine, in una grafia più piccola e inclinata, quasi volesse distinguere il referto ufficiale dal pensiero privato. E in quei margini c’era qualcos’altro. Descrizioni che eccedevano la necessità diagnostica. Il colore esatto della pelle di un uomo in certe condizioni di luce. Il suono che faceva una porta quando veniva chiusa dall’interno. L’odore di un reparto nelle prime ore del mattino, quando i malati dormono ancora e il carbone nelle stufe è quasi esaurito.
Capii, leggendo quei margini, che stavo guardando dentro una mente che non riusciva a fermarsi alla superficie delle cose.
Il gotico non nasce dal castello, non nasce dalla tempesta né dal fantasma che cigola sui gradini. Nasce da questo: dall’incapacità di lasciare stare la realtà così com’è, dal bisogno compulsivo di scavare sotto la spiegazione accettabile fino a trovare lo strato che nessuno vuole vedere. Quel medico non scriveva letteratura. Non aveva nessuna intenzione artistica nei suoi margini. Eppure quella voce che annotava il peso specifico del silenzio in corsia era la stessa voce che riconosco nei romanzi che più amo, la stessa tensione tra il linguaggio del controllo e la materia che non si lascia controllare.
Ho passato ore su quel quaderno. A un certo punto ho smesso di prendere appunti.
C’era una paziente che il medico chiamava solo con una sigla, K.M., e che compariva nei margini con una frequenza sproporzionata rispetto alle altre. Non nelle note cliniche: solo nei margini. Le scarpe che portava, una con il tacco leggermente consumato più dell’altra. Il modo in cui teneva le mani in grembo durante la visita. Il fatto che non guardava mai la finestra, anche quando fuori c’era sole. Nessuna diagnosi, nessuna conclusione. Solo osservazione, ripetuta, accumulata, come se guardare abbastanza a lungo potesse svelare qualcosa che le parole non riuscivano ancora a contenere.
Non ho mai scoperto chi fosse K.M. Ho cercato, naturalmente. Ho incrociato la data e la città con registri ospedalieri che in parte esistono ancora, in parte sono andati perduti in un incendio negli anni Trenta. Ho trovato un elenco parziale di ricoveri, qualche nome compatibile con le iniziali, nessuna certezza.
Quella lacuna è rimasta nella mia scrittura. Non come tema esplicito, non come personaggio diretto: come postura. Come il modo in cui mi avvicino a quello che non so e decido di non fingere di sapere.
Il gotico onesto, quello che vale qualcosa, non risolve. Accumula, osserva, descrive il bordo unto della pagina senza spiegare perché è lì. Lascia che la materia parli da sola, con la sua presenza fisica, con il suo rifiuto di essere solo simbolo.
Quel quaderno è tornato nell’archivio. Ho una fotografia del frontespizio e tre pagine di trascrizione. Ma quello che porto davvero con me è la sensazione di quella carta sotto le dita, quel grasso antico, quella mano che aveva mangiato e poi aveva scritto come se non riuscisse a fare altro.
Qualcuno aveva bisogno di guardare. Anch’io ho quel bisogno.
Non so ancora bene dove porta.
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