Dopo l’assoluzione, Lizzie comprò una villa e cambiò nome. Non bastò.
La casa si chiamava Maplecroft. Era sulla The Hill, il quartiere elegante di Fall River dove abitavano le famiglie che contavano, quelle che Andrew Borden aveva sempre guardato con un misto di disprezzo e invidia silenziosa. Lizzie la comprò nell’autunno del 1893, pochi mesi dopo l’assoluzione, con i soldi dell’eredità paterna. Era grande, luminosa, con le stanze giuste e i soffitti alti e l’acqua calda corrente.
Tutto quello che la casa di Second Street non era mai stata.
Il nome che non reggeva
Sui cartoncini da visita che fece stampare, scrisse Lizbeth. Non Lizzie: Lizbeth. Un piccolo spostamento ortografico, quasi impercettibile, che era però una dichiarazione precisa: quella persona che i giornali avevano fotografato, che le voci di Fall River avevano dissezionato per mesi, che l’aula del tribunale aveva esposto sotto ogni angolo possibile, non era più lei. Era diventata qualcun altro. O almeno, ci stava provando.
Fall River non accettò la correzione. Continuò a chiamarla Lizzie, e quando la chiamava Lizzie non intendeva il diminutivo affettuoso che si usa con i bambini. Intendeva tutto il peso di quello che sapeva, o credeva di sapere, o aveva deciso di credere indipendentemente da quello che un tribunale aveva stabilito.
L’assoluzione aveva chiuso il processo. Non aveva chiuso i conti con la città.
La vita che non tornò
Lizzie cercò di costruire un’esistenza diversa dentro Maplecroft. Frequentò il teatro, collezionò libri, tenne rapporti con il mondo delle arti. Strinse amicizia con Nance O’Neil, un’attrice di una certa notorietà, e per un periodo le due donne furono inseparabili, il che alimentò pettegolezzi che a Fall River di fine Ottocento non avevano bisogno di fondamenta solide per circolare con energia.
Emma, la sorella, viveva con lei a Maplecroft. Aveva testimoniato in suo favore durante il processo, aveva condiviso l’eredità, aveva fatto tutto quello che ci si aspetta da una sorella in una situazione simile. Ma la convivenza a Maplecroft era diversa da quella di Second Street non solo per le dimensioni delle stanze. Era diversa perché le due donne che la abitavano non erano più le stesse di prima, e il peso di quello che avevano attraversato insieme le separava più di qualunque differenza di carattere.
Nel 1905, Emma lasciò Maplecroft senza preavviso e senza spiegazioni pubbliche. Si trasferì in un’altra casa, poi in un’altra ancora, e non tornò mai più. A chi chiedeva disse solo che le loro idee di vita erano diventate troppo diverse. Non aggiunse altro. Non ne aveva bisogno: la città capì da sola che c’era qualcosa che Emma non riusciva più a stare a guardare, qualcosa che la vita mondana di Lizzie rendeva intollerabile, o forse qualcosa che sapeva e che convivere con Lizzie le ricordava ogni giorno.
Nessuno lo saprà mai con certezza.
Il silenzio come scelta
Lizzie non scrisse mai memorie. Non rilasciò mai un’intervista in cui parlasse dei delitti, del processo, del periodo che aveva trascorso in attesa del verdetto. Non scrisse lettere che siano state ritrovate in cui discutesse di quello che era successo quella mattina di agosto. Mantenne un silenzio totale e sistematico su tutto quello che riguardava la casa di Second Street, Andrew, Abby, il 4 agosto 1892.
Questo silenzio è stato interpretato in modi opposti, secondo la direzione da cui lo si guarda. Chi la riteneva innocente lo leggeva come la risposta dignitosa di una donna che aveva già dato abbastanza al voyeurismo collettivo, che aveva il diritto di non continuare a difendersi davanti a un tribunale informale che non aveva mai smesso di deliberare. Chi la riteneva colpevole lo leggeva come la conferma che non c’era niente da dire che non rischiasse di aprire una crepa in una storia tenuta insieme con molta cura per molti anni.
Il silenzio non risponde alle domande. Le conserva, come il fuoco conserva quelle che non vuole rispondere.
La morte che non risolse niente
Lizzie Borden morì il 1° giugno 1927, a sessantasei anni, nella sua casa di Maplecroft. La causa fu una polmonite complicata da un intervento chirurgico alla cistifellea. Emma la seguì nove giorni dopo, il 10 giugno, in un’altra città, senza che le due sorelle si fossero viste né, per quanto si sa, sentite negli ultimi anni.
Furono sepolte nel cimitero di Oak Grove, a Fall River, vicino alla tomba di Andrew e Abby. La geografia della morte le riportò tutte insieme, nella stessa terra, nella stessa prossimità che in vita era diventata insostenibile.
Non lasciarono confessioni. Non lasciarono spiegazioni. Lasciarono i soldi a una serie di enti di beneficenza, tra cui la locale associazione per la protezione degli animali, alla quale Lizzie era sempre stata particolarmente legata. E lasciarono la domanda che avevano portato con sé per trentacinque anni senza rispondere: quella mattina di agosto, in quella casa di Second Street, cosa era successo davvero.
Quello che Maplecroft rappresenta
La villa sulla The Hill non fu il lieto fine di una donna ingiustamente accusata. Non fu nemmeno la tana dorata di una colpevole che aveva avuto la fortuna di farla franca. Fu qualcosa di più complicato e di più triste: il tentativo di costruire una vita in uno spazio in cui quella vita non veniva accettata, di usare il denaro per comprare la rispettabilità che la rispettabilità aveva deciso di non concedere.
Lizzie, o Lizbeth, vissero trentaquattro anni dopo il processo. Trentaquattro anni in cui Fall River sapeva dove abitava, in cui i vicini passavano sul marciapiede di fronte, in cui ogni tanto qualcuno di fuori arrivava a guardare la casa come se le mura potessero raccontare quello che la persona dentro non avrebbe mai detto.
Maplecroft è ancora lì. È stata messa in vendita più volte nel corso dei decenni, ha cambiato proprietari, ha attraversato periodi di abbandono e periodi di restauro. Nel 2021 è stata venduta di nuovo, per una cifra che i giornali hanno riportato con la stessa morbosa attenzione con cui riportavano ogni notizia che avesse il nome Borden sopra.
Alcune case non smettono mai di appartenere alla loro storia. Anche quando la storia è finita da un secolo.
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