Plainfield, 1968: quando la giustizia non riesce a contenere la verità
L’aula era silenziosa in un modo che le aule non sono mai silenziose. Non il silenzio dell’attesa o della concentrazione: qualcosa di più pesante, il silenzio di persone che trattengono il respiro collettivamente, come se respirare troppo forte potesse attirare l’attenzione di qualcosa che era meglio non disturbare. Ed Gein entrò scortato, si sedette, guardò davanti a sé con quegli occhi chiari che non dicevano niente di quello che ci si aspettava di trovare.
Non aveva la faccia del Male. Aveva la faccia del vicino che saluta quando porta fuori la spazzatura.
Dieci anni nell’attesa
L’arresto era avvenuto nel novembre del 1957. Il processo cominciò nel novembre del 1968. Nel mezzo, undici anni di perizie psichiatriche, di valutazioni, di discussioni cliniche che cercavano di trovare una categoria in cui far stare quello che Gein era.
Non la trovarono. O meglio, trovarono parole, trovarono diagnosi, trovarono formulazioni tecniche che riempivano i documenti ufficiali con la precisione necessaria perché il sistema potesse procedere. Ma nessuna di quelle parole riusciva a contenere davvero quello che era successo nella fattoria di Plainfield, nessuna categoria clinica sembrava abbastanza grande o abbastanza specifica o abbastanza vera.
La schizofrenia fu la diagnosi finale. Non perché fosse completamente adeguata: perché era la categoria disponibile più vicina a qualcosa che non aveva un nome proprio.
Quello che il processo cercava
Ogni processo penale è anche una narrazione. Cerca di costruire una storia coerente degli eventi, di stabilire una sequenza causale, di individuare responsabilità e conseguenze. Ha bisogno di chiarezza, di linearità, di un inizio e una fine che permettano al sistema di chiudere il caso e procedere.
Il caso Gein resisteva a quella struttura. Non perché i fatti fossero incerti: i fatti erano documentati, fisici, incontrovertibili. Resisteva perché la domanda centrale, quella che il pubblico e i giornalisti e gli investigatori portavano in aula ogni giorno, non era una domanda che il processo poteva rispondere.
La domanda non era: ha fatto quelle cose? La risposta a quella era già nota. La domanda era: come è possibile? Come si arriva lì? Cosa deve succedere dentro una vita, dentro una mente, dentro una famiglia, perché un uomo che compra il pane al negozio e saluta i vicini arrivi a fare quello che Gein aveva fatto?
Il processo non era attrezzato per rispondere a questa domanda. Non è il compito del processo rispondere a questa domanda. Ma era l’unica domanda che contava davvero, e il suo rimanere senza risposta fu la vera sentenza di Plainfield: non quella scritta nei verbali, ma quella che rimase nell’aria dell’aula dopo che tutti se ne andarono.
La testimonianza che non arrivò
Gein fu ritenuto non imputabile per infermità mentale. Non testimoniò nel senso pieno del termine: non fu sottoposto a un controesame che cercasse di ricostruire la sequenza degli eventi dall’interno, dalla sua prospettiva, con la sua voce. Le perizie parlavano di lui. Lui rimase, per gran parte del processo, un oggetto di studio più che un soggetto narrante.
Questa assenza ha lasciato un vuoto permanente nella documentazione del caso. Quello che sappiamo di Gein viene filtrato attraverso le valutazioni degli psichiatri, le ricostruzioni degli investigatori, i ricordi dei pochi che lo avevano conosciuto prima. La sua voce diretta, il suo racconto in prima persona di quello che aveva vissuto e pensato e sentito, rimase parziale, frammentata, mediata da altri.
È un’assenza che la criminologia ha imparato a riconoscere come significativa: i casi in cui il soggetto non può o non vuole raccontare se stesso in modo diretto lasciano spazi che vengono inevitabilmente riempiti da proiezioni, da interpretazioni, da narrazioni che dicono spesso più di chi le costruisce che di chi dovrebbero descrivere.
Ciò che la legge non può fare
Il processo si concluse con l’internamento. Gein passò il resto della vita in istituti psichiatrici, morì nel 1984 a settantasette anni, fu sepolto nel cimitero di Plainfield accanto alla madre, che era stata il centro di gravità di tutta la sua esistenza.
La pietra tombale fu rubata nel 2000. Ritrovata anni dopo, fu tenuta in un deposito invece di essere ricollocata, nel tentativo maldestro di scoraggiare i turisti del crimine che continuavano ad arrivare a Plainfield cercando qualcosa che la città non voleva più essere.
Ma Plainfield non smise di essere quella cosa. Non perché la gente del posto lo volesse: perché certi eventi si depositano nei luoghi con una permanenza che le pietre tombali rubate e i depositi municipali non riescono a cancellare. Rimangono nell’aria, nel nome del posto, nella domanda che quella storia continua a porre a chiunque la incontri per la prima volta.
Come è possibile?
Il processo del 1968 non rispose. Nessun processo potrebbe. È una domanda che appartiene a un territorio diverso da quello della legge: appartiene alla psicologia, alla letteratura, alla criminologia, a tutte quelle discipline che cercano di capire non solo cosa gli esseri umani fanno, ma perché, e cosa deve succedere perché arrivino a farlo.
È la domanda che tiene in vita la storia di Plainfield, decenni dopo che tutti i protagonisti sono morti e sepolti.
Alcune domande non trovano risposta. Ma non smettono di essere fatte.
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