La Voce che Non Si Dimentica

Come trovare e costruire uno stile narrativo che appartiene solo a te


Aprite a caso un romanzo di Cormac McCarthy. Leggete tre righe. Chiudete il libro. Apritene un altro, a caso, tre righe. Non avete bisogno di vedere il nome sulla copertina per sapere chi ha scritto la prima. Quella certezza non nasce dal contenuto, non nasce dal genere, non nasce nemmeno dal tema. Nasce da qualcosa che le parole trasmettono ancora prima che il significato arrivi: un ritmo, una densità, un modo di stare sulla pagina che è inconfondibilmente suo.

Quella è la voce. E la voce non si sceglie: si trova, si scava, si porta alla luce da sotto strati di imitazione e paura.

Il lungo percorso dell’imitazione

Ogni scrittore comincia imitando. È inevitabile, è sano, è il modo in cui la mente narrativa impara il mestiere prima di trovare la propria direzione. Si scrivono storie che suonano come quelle degli autori che si amano, si usano strutture che appartengono ad altri, si costruiscono personaggi che sono variazioni di personaggi già visti.

Il problema non è imitare. Il problema è smettere di farlo nel momento sbagliato, troppo presto, prima che l’imitazione abbia depositato nella mente quello che deve depositare, oppure continuare troppo a lungo, fino al punto in cui la voce degli altri copre completamente quella propria.

L’imitazione è una scuola. Come tutte le scuole, ha senso finché insegna qualcosa, e perde senso nel momento in cui diventa un’abitudine difensiva, un modo di restare dentro un territorio conosciuto perché uscire fa paura.

Quello che la voce non è

La voce non è stile nel senso puramente formale del termine. Non è frasi brevi o frasi lunghe, non è aggettivi abbondanti o prosa asciutta, non è dialetto o lingua alta. Questi sono strumenti che la voce usa, ma non sono la voce stessa.

La voce è il modo in cui uno scrittore guarda il mondo, e quel modo è inseparabile da chi quella persona è: cosa teme, cosa desidera, cosa trova ridicolo, cosa trova tragico, dove posa l’occhio quando entra in una stanza, cosa nota prima ancora di sapere di stare notando qualcosa.

Due scrittori che usano le stesse strutture formali, lo stesso tipo di frase, lo stesso genere narrativo possono avere voci completamente diverse, perché quelle strutture vengono riempite da prospettive radicalmente distinte. La forma è neutra. La visione non lo è mai.

Come si trova

La voce non si trova leggendo libri sulla voce. Si trova scrivendo molto, scrivendo male, scrivendo senza la protezione dell’imitazione consapevole, scrivendo in quei momenti in cui si è troppo stanchi o troppo presi dalla storia per controllare ogni scelta.

Si trova rileggendo il proprio lavoro a distanza di tempo e cercando non i difetti, ma le costanti: le ossessioni che ritornano senza essere state pianificate, i tipi di immagine che si usano più spesso, il tipo di personaggio verso cui la propria narrativa tende naturalmente, le domande che ogni storia pone anche quando si pensa di stare scrivendo qualcosa di completamente diverso.

Quelle costanti sono la voce. Sono quello che rimane quando si tolgono le imitazioni consapevoli e le scelte difensive.

Il coraggio che la voce richiede

C’è un momento preciso nel percorso di ogni scrittore in cui la propria voce emerge con abbastanza chiarezza da essere riconoscibile, e quel momento è anche il più scomodo. Perché la voce propria è quella che divide: piace intensamente ad alcuni lettori e non piace affatto ad altri, e non c’è modo di renderla universalmente accessibile senza distruggerla.

L’alternativa alla voce propria è la voce media: uno stile che non disturba nessuno, che non sorprende nessuno, che non lascia niente di specifico nella memoria di chi legge. È la scelta più sicura e la più letale per chiunque voglia costruire qualcosa che duri.

McCarthy divide. Nabokov divide. Bernhard divide. Morante divide. Quello che li accomuna, al di là del talento, è la decisione, consapevole o no, di non ammorbidire la propria visione per renderla più accettabile. Di lasciare sulla pagina la propria prospettiva intatta, con tutte le sue specificità, tutte le sue difficoltà, tutto il suo potenziale di disturbo.

Un esercizio per iniziare

Prendete un episodio della vostra vita che ricordate con precisione sensoriale: un posto, un momento, una persona. Scrivetelo in trecento parole senza pensare allo stile, senza cercare di scrivere bene, senza modelli in testa. Poi rileggete quello che avete scritto e cercate una frase, anche solo una, che non potreste aver scritto imitando qualcun altro. Una frase che è solo vostra, nel ritmo, nell’immagine, nel modo in cui il pensiero si muove.

Quella frase è il punto di partenza. Non il risultato, non la destinazione: il primo segnale che la voce esiste, che è lì, che aspetta solo di avere abbastanza spazio per emergere.

Il resto è lavoro. Ma il lavoro comincia sempre da quel segnale.


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