L’Eredità di Plainfield

Come Ed Gein ha riscritto l’immaginario del Male nella cultura popolare


Norman Bates non aveva il nome di Ed Gein. Aveva la sua voce, il suo sorriso timido, la sua casa troppo grande per un uomo solo, la sua incapacità di separarsi da una madre che non c’era più. Robert Bloch scrisse Psycho nel 1960, tre anni dopo l’arresto a Plainfield. Non aveva bisogno di inventare niente di essenziale. Doveva solo spostare qualcosa, cambiare i nomi, ammorbidire i dettagli che nessun editore avrebbe pubblicato così come stavano.

Il cinema, la letteratura e la cultura popolare americana devono a Ed Gein più di quanto abbiano mai dichiarato apertamente.

Il momento in cui tutto cambiò

Prima di Plainfield, il Serial killer nell’immaginario collettivo era una figura relativamente definita: straniero, marginale, riconoscibile, geograficamente confinato. Qualcosa che veniva da fuori, che si poteva vedere arrivare, che aveva i segni del pericolo scritti sulla faccia o nel comportamento.

Gein scardinò quella categoria senza che nessuno fosse pronto a riceverlo. Era un vicino. Faceva favori. Badava ai bambini del quartiere quando i genitori uscivano. Non aveva precedenti. Non aveva una storia di violenza pubblica. Non beveva, non litigava, non minacciava nessuno.

Quando Schlafer entrò nella fattoria quella mattina di novembre, non trovò i resti di un pazzo urlante. Trovò i resti di un uomo che il giorno prima aveva comprato del pane al negozio del paese e aveva parlato del tempo con il proprietario.

Questo fu il vero trauma culturale di Plainfield: non il crimine in sé, ma la dimostrazione che il sistema di riconoscimento che le comunità usavano per identificare il pericolo era completamente cieco a una certa categoria di Male.

Psycho, Leatherface, Hannibal

Bloch prese l’ossessione materna, la casa isolata, la doppia vita, la superficie di normalità che nascondeva qualcosa di inaccessibile alla comprensione ordinaria. Hitchcock prese quello che Bloch aveva scritto e lo portò su uno schermo, e milioni di persone che non avevano mai sentito il nome di Ed Gein si ritrovarono a guardare Norman Bates con un riconoscimento disturbante, quella sensazione di aver già incontrato qualcosa di simile senza saperlo nominare.

Tobe Hooper nel 1974 prese un’altra componente di Plainfield: gli oggetti costruiti con resti umani, la fattoria isolata nel nulla, la famiglia come sistema chiuso e autosufficiente nel Male. Leatherface non ha la psicologia di Gein: è più primordiale, più fisico, meno interiore. Ma le fondamenta vengono da lì.

Thomas Harris costruì Hannibal Lecter su un registro completamente diverso: l’intelligenza, la raffinatezza, il gusto estetico portato all’estremo. Ma anche Lecter porta qualcosa di Plainfield: la capacità di esistere in superficie come essere umano funzionante, persino affascinante, mentre nasconde un sistema di valori radicalmente incompatibile con quello degli altri.

Ogni volta che la cultura popolare produce un villain che non si vede arrivare, che non ha la faccia del pericolo, che abita la normalità come un travestimento perfetto, sta attingendo, consciamente o no, a quello che Plainfield ha messo nel mondo nel 1957.

Perché non riusciamo a smettere

C’è una domanda che vale la pena fare: perché quella storia continua a generare narrazioni, decenni dopo? Perché Gein non è diventato una nota a piè di pagina nella storia criminale americana, ma un archetipo che si riproduce continuamente in forme diverse?

La risposta ha a che fare con quello che quella storia tocca in profondità: la paura che il Male non abbia un aspetto. Che non si possa prevenire guardando le persone in faccia. Che la comunità, il vicinato, la normalità quotidiana non siano protezioni sufficienti contro quello che certi uomini portano dentro.

È una paura che non si risolve, perché non ha soluzione tecnica. Non c’è un sistema di identificazione abbastanza preciso. Non c’è una faccia abbastanza inequivocabile. Il Male di Plainfield è democratico nella sua invisibilità: può abitare qualunque corpo, qualunque storia, qualunque faccia che sorride al banco del pane.

Continuiamo a raccontare quella storia perché smettere significherebbe smettere di fare la domanda che quella storia pone. E quella domanda, una volta entrata nella mente, non trova mai una risposta che la soddisfi del tutto.

Chi state salutando ogni mattina, senza sapere davvero cosa si nasconde oltre la superficie di quel sorriso?


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