Ho scritto scene in cui Edgar Blackwood rimane immobile davanti a qualcosa che non dovrebbe esistere. Non perché sia paralizzato dalla paura, almeno non nel senso che intendono i romanzi sentimentali, ma perché il corpo, in certi momenti, smette semplicemente di obbedire. Le gambe non rispondono. L’aria entra nei polmoni come acqua torbida. E lui resta lì, con le suole dei suoi stivali incollate al selciato bagnato di Whitechapel, mentre qualcosa lo guarda dal buio.
Ho capito quella sensazione prima di saperla descrivere.
Molti anni fa, sfogliando un registro parrocchiale del 1321 in una biblioteca gallese che sapeva di muffa e legno marcio, ho trovato una riga cancellata con inchiostro diverso da tutto il resto. Più scuro, quasi brunastro, come se chi aveva scritto avesse usato qualcosa di diverso dall’inchiostro ordinario. Ho copiato le parole nel mio taccuino senza tradurle subito. Quella sera, nella pensione dove dormivo, con la pioggia che batteva sui vetri e la luce fioca di una lampada a olio, ho letto cosa diceva. Parlava di Cwm Gwaed. Parlava di qualcosa che era stato convocato e non era più tornato indietro da dove veniva.
Ho chiuso il taccuino. Ho lasciato la matita sul tavolo. Non l’ho ripresa per quasi un’ora.
Questo è il peso dell’inspiegabile. Non il grido, non il colpo di scena. Il momento in cui la matita rimane sul tavolo e le mani non la riprendono.
Quando ho costruito Edgar Blackwood come personaggio, sapevo che doveva portare questo peso in modo diverso da come lo portano gli eroi dei romanzi di genere. Non volevo un uomo che trionfasse sull’oscurità con la forza della deduzione, come se il soprannaturale fosse solo un enigma mal formulato in attesa della soluzione corretta. Volevo un uomo che capisce, a un certo punto della sua vita, che alcune cose non si risolvono. Si sopportano. Si portano avanti, come un carico sul dorso, finché le gambe reggono.
Londra lo aiuta in questo. L’ho sempre pensata come una città che conosce il peso meglio di qualunque altra. La nebbia non è scenografia, nella mia scrittura. È il modo in cui la città respira, il modo in cui nasconde e rivela al tempo stesso. Quando Blackwood cammina lungo il Tamigi di notte, il fiume emana un odore di ferro e fogna e qualcosa di animale che non si identifica bene. Non è piacevole. Ma è onesto. Londra non mente sull’essere un posto dove le cose pesano.
Ho riletto di recente le pagine in cui Blackwood entra per la prima volta in contatto con le tracce del Culto delle Ombre, in quella cantina di Southwark dove nessuno entrava da anni. Ho descritto il suono dei suoi passi sul pavimento di terra battuta, come risuonavano in modo leggermente sbagliato, troppo vuoti, come se sotto ci fosse qualcosa di cavo. Ho descritto la cera di candela accumulata sulle pietre, strati su strati, bianca e gialla e quasi nera in certi punti, come se il tempo si fosse depositato lì in modo visibile. Ho descritto le sue dita che toccano una delle pietre incise e trovano i solchi più profondi di quanto si aspettasse, troppo deliberati, troppo precisi per essere semplice usura.
Non ho descritto cosa ha sentito. Non ne avevo bisogno.
Questo è quello che ho imparato nel corso di anni a lavorare su questa saga: il terrore vero non arriva dall’esterno. Non è la creatura che emerge dall’ombra. È il momento in cui la creatura non emerge, e tu rimani lì ad aspettare, e il silenzio ha una qualità diversa da tutti i silenzi che hai conosciuto prima. È il momento in cui capisci che qualcosa sa che sei lì.
Blackwood lo sa. Ha imparato a riconoscere quel silenzio. Non lo ha mai accettato, e non lo accetterà mai, ma lo riconosce. Lo annota nel suo taccuino con la stessa grafia precisa con cui annota i nomi dei sospettati e le misure delle impronte sul fango.
Le origini di tutto questo risalgono a Cwm Gwaed. Sempre. Ogni filo che Blackwood segue nelle strade di Londra porta, prima o poi, a quella vallata gallese del 1321 dove qualcosa è cominciato e non è mai davvero finito. Ho passato settimane a cercare documenti su quel periodo, su quella regione, su cosa poteva spingere una comunità intera verso pratiche di cui i registri superstiti parlano solo in modo obliquo, con circonlocuzioni che sembrano quasi strategie di sopravvivenza per chi scriveva.
Anche loro, quei chierici medievali con la loro pergamena e la loro inchiostro di fuliggine, avevano lasciato la matita sul tavolo per un po’.
Ho ancora il taccuino con quella riga copiata. Lo tengo sulla scrivania mentre scrivo, non sopra i libri, non in un cassetto. Sulla scrivania, dove posso vederlo. Non so con certezza perché lo faccio. So solo che quando alzo gli occhi dal manoscritto in corso e lo vedo lì, qualcosa nel modo in cui scrivo cambia leggermente, diventa più preciso, meno disposto alle soluzioni facili.
E forse è questo il peso che Edgar Blackwood porta davvero: non la conoscenza di cosa si trova nell’oscurità, ma la consapevolezza che l’oscurità non aspetta di essere trovata.
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