Perché l’uomo trasforma il dolore in materia, e cosa questo dice di noi
Sul tavolo della cucina c’era una ciotola. Non era una ciotola comune: lo capì subito, prima ancora che la mente trovasse le parole per quello che stava guardando. Schlafer si fermò. Rimase fermo. L’odore nella stanza aveva già detto tutto quello che c’era da dire, e il resto era solo la conferma visiva di qualcosa che lo stomaco aveva già processato prima degli occhi.
Non tutti gli oggetti sono solo oggetti. Alcuni sono risposte a domande che non avremmo mai voluto sentire.
La trasformazione come atto psicologico
Quello che Ed Gein fece nella fattoria di Plainfield non fu solo crimine. Fu, dentro la logica distorta che lo governava, un atto di creazione. Prendeva materia e la trasformava, le dava una forma nuova, la inseriva in un sistema di significato che aveva senso solo dentro la sua mente.
La psicologia forense chiama questo processo di elaborazione concreta del trauma: l’incapacità di processare il dolore attraverso i canali simbolici ordinari, il linguaggio, il lutto, la relazione con gli altri, porta certi individui a materializzarlo, a dargli una forma fisica che possa essere vista, toccata, controllata.
Non è un meccanismo esclusivo dei criminali. È un meccanismo umano portato a un estremo che la maggior parte delle menti non raggiungerebbe mai, ma che utilizza gli stessi impulsi che stanno alla base di comportamenti ordinari: si conserva una fotografia di qualcuno che non c’è più, si tiene un oggetto che apparteneva a una persona perduta, si costruisce un rituale attorno a qualcosa che aiuta a mantenere il contatto con ciò che è andato.
Gein aveva perso Augusta. Quello che fece nella fattoria era, dentro la sua logica, un modo di non perdere del tutto.
Il feticcio e il suo significato
Il concetto di feticcio nella psicologia ha radici profonde: l’oggetto che diventa portatore di un significato che va oltre la sua natura fisica, che condensa in sé un desiderio, una paura, un bisogno che non trova altre forme di espressione.
Gli oggetti costruiti da Gein non erano trofei nel senso predatorio. Non erano prove di potere su una vittima. Erano tentativi di ricostruzione: di riportare in essere qualcosa che la morte aveva portato via, di creare una presenza fisica laddove c’era solo assenza.
Questa distinzione è clinicamente rilevante perché separa Gein da altri profili criminali con cui viene spesso accorpato nell’immaginario popolare. Il predatore che conserva trofei lo fa per rivivere il momento del controllo, per prolungare la sensazione di potere. Gein non cercava il controllo: cercava la vicinanza. Era un atto disperato di attaccamento, non di dominio.
Il confine tra il rituale e il crimine
C’è una zona grigia che la criminologia raramente ama frequentare, perché disturba le categorie pulite di cui ha bisogno per funzionare: la zona in cui il rituale privato e il crimine si sovrappongono, in cui un atto che dentro una certa mente ha una logica coerente risulta incomprensibile e intollerabile per qualunque sistema condiviso di valori.
Gein operava in quella zona. Aveva costruito un sistema rituale attorno a quello che faceva: c’erano regole, c’erano sequenze, c’erano oggetti che assumevano funzioni precise nel suo universo interno. Non era caos. Era un ordine radicalmente alternativo a quello che il resto del mondo riconosceva come tale.
Questo è uno degli aspetti più difficili da comunicare nel racconto del caso Gein, e uno dei più importanti: il Male raramente è anarchia pura. Spesso ha la sua struttura, la sua coerenza interna, la sua logica che funziona perfettamente dentro le premesse su cui è stata costruita. Ed è proprio quella coerenza a renderlo così difficile da intercettare prima che si manifesti.
Quello che gli oggetti ci dicono
Gli investigatori che entrarono nella fattoria trovarono un sistema. Non il disordine di una mente esplosa, ma l’ordine inquietante di una mente che aveva organizzato il proprio mondo secondo principi propri. Ogni cosa aveva un posto. Ogni oggetto aveva una funzione nel sistema che Gein aveva costruito nel corso di anni di solitudine assoluta.
Quella scoperta fu, per molti degli uomini presenti, più perturbante del crimine in sé. Il crimine si poteva archiviare come aberrazione. L’ordine non si poteva archiviare altrettanto facilmente. L’ordine implicava tempo, intenzione, sistema: implicava una mente che funzionava, che pianificava, che costruiva.
Gli oggetti del culto di Plainfield non raccontano solo la storia di un uomo. Raccontano la storia di quello che succede quando il dolore non trova nessun canale verso l’esterno, quando il lutto non può essere condiviso, quando la mente rimane sola abbastanza a lungo da costruire il proprio mondo con le proprie regole.
Un mondo in cui gli oggetti non sono mai solo oggetti. E in cui la distanza tra il rituale e il crimine diventa, nel silenzio di una fattoria senza vicini, invisibile.
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