Il peso che non si può posare Quando Edgar Blackwood incontra ciò che la ragione non riesce a nominare

Ho scritto scene in cui Edgar Blackwood rimane immobile davanti a qualcosa che non dovrebbe esistere. Non perché sia paralizzato dalla paura, almeno non nel senso che intendono i romanzi sentimentali, ma perché il corpo, in certi momenti, smette semplicemente di obbedire. Le gambe non rispondono. L’aria entra nei polmoni come acqua torbida. E lui resta lì, con le suole dei suoi stivali incollate al selciato bagnato di Whitechapel, mentre qualcosa lo guarda dal buio.

Ho capito quella sensazione prima di saperla descrivere.

Molti anni fa, sfogliando un registro parrocchiale del 1321 in una biblioteca gallese che sapeva di muffa e legno marcio, ho trovato una riga cancellata con inchiostro diverso da tutto il resto. Più scuro, quasi brunastro, come se chi aveva scritto avesse usato qualcosa di diverso dall’inchiostro ordinario. Ho copiato le parole nel mio taccuino senza tradurle subito. Quella sera, nella pensione dove dormivo, con la pioggia che batteva sui vetri e la luce fioca di una lampada a olio, ho letto cosa diceva. Parlava di Cwm Gwaed. Parlava di qualcosa che era stato convocato e non era più tornato indietro da dove veniva.

Ho chiuso il taccuino. Ho lasciato la matita sul tavolo. Non l’ho ripresa per quasi un’ora.

Questo è il peso dell’inspiegabile. Non il grido, non il colpo di scena. Il momento in cui la matita rimane sul tavolo e le mani non la riprendono.

Quando ho costruito Edgar Blackwood come personaggio, sapevo che doveva portare questo peso in modo diverso da come lo portano gli eroi dei romanzi di genere. Non volevo un uomo che trionfasse sull’oscurità con la forza della deduzione, come se il soprannaturale fosse solo un enigma mal formulato in attesa della soluzione corretta. Volevo un uomo che capisce, a un certo punto della sua vita, che alcune cose non si risolvono. Si sopportano. Si portano avanti, come un carico sul dorso, finché le gambe reggono.

Londra lo aiuta in questo. L’ho sempre pensata come una città che conosce il peso meglio di qualunque altra. La nebbia non è scenografia, nella mia scrittura. È il modo in cui la città respira, il modo in cui nasconde e rivela al tempo stesso. Quando Blackwood cammina lungo il Tamigi di notte, il fiume emana un odore di ferro e fogna e qualcosa di animale che non si identifica bene. Non è piacevole. Ma è onesto. Londra non mente sull’essere un posto dove le cose pesano.

Ho riletto di recente le pagine in cui Blackwood entra per la prima volta in contatto con le tracce del Culto delle Ombre, in quella cantina di Southwark dove nessuno entrava da anni. Ho descritto il suono dei suoi passi sul pavimento di terra battuta, come risuonavano in modo leggermente sbagliato, troppo vuoti, come se sotto ci fosse qualcosa di cavo. Ho descritto la cera di candela accumulata sulle pietre, strati su strati, bianca e gialla e quasi nera in certi punti, come se il tempo si fosse depositato lì in modo visibile. Ho descritto le sue dita che toccano una delle pietre incise e trovano i solchi più profondi di quanto si aspettasse, troppo deliberati, troppo precisi per essere semplice usura.

Non ho descritto cosa ha sentito. Non ne avevo bisogno.

Questo è quello che ho imparato nel corso di anni a lavorare su questa saga: il terrore vero non arriva dall’esterno. Non è la creatura che emerge dall’ombra. È il momento in cui la creatura non emerge, e tu rimani lì ad aspettare, e il silenzio ha una qualità diversa da tutti i silenzi che hai conosciuto prima. È il momento in cui capisci che qualcosa sa che sei lì.

Blackwood lo sa. Ha imparato a riconoscere quel silenzio. Non lo ha mai accettato, e non lo accetterà mai, ma lo riconosce. Lo annota nel suo taccuino con la stessa grafia precisa con cui annota i nomi dei sospettati e le misure delle impronte sul fango.

Le origini di tutto questo risalgono a Cwm Gwaed. Sempre. Ogni filo che Blackwood segue nelle strade di Londra porta, prima o poi, a quella vallata gallese del 1321 dove qualcosa è cominciato e non è mai davvero finito. Ho passato settimane a cercare documenti su quel periodo, su quella regione, su cosa poteva spingere una comunità intera verso pratiche di cui i registri superstiti parlano solo in modo obliquo, con circonlocuzioni che sembrano quasi strategie di sopravvivenza per chi scriveva.

Anche loro, quei chierici medievali con la loro pergamena e la loro inchiostro di fuliggine, avevano lasciato la matita sul tavolo per un po’.

Ho ancora il taccuino con quella riga copiata. Lo tengo sulla scrivania mentre scrivo, non sopra i libri, non in un cassetto. Sulla scrivania, dove posso vederlo. Non so con certezza perché lo faccio. So solo che quando alzo gli occhi dal manoscritto in corso e lo vedo lì, qualcosa nel modo in cui scrivo cambia leggermente, diventa più preciso, meno disposto alle soluzioni facili.

E forse è questo il peso che Edgar Blackwood porta davvero: non la conoscenza di cosa si trova nell’oscurità, ma la consapevolezza che l’oscurità non aspetta di essere trovata.


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La stanza chiusa

Perché un enigma nato nel giallo continua a inquietare ancora oggi

C’è un tipo di mistero che non ha bisogno di sangue, urla o mostri.
Basta una porta chiusa. Dall’interno.

La stanza chiusa è uno dei dispositivi narrativi più antichi e affascinanti della letteratura investigativa. Un luogo apparentemente inaccessibile, sigillato, controllato. Nessuna finestra aperta. Nessuna via di fuga. Eppure, all’interno, è successo qualcosa che non dovrebbe essere possibile.

Un omicidio. Una sparizione. Un evento inspiegabile.

Il paradosso è tutto qui: se nessuno poteva entrare o uscire, com’è potuto accadere?

Un enigma che nasce nel giallo, ma non gli appartiene più

Tradizionalmente, la stanza chiusa è legata al giallo classico: Edgar Allan Poe, Conan Doyle, Gaston Leroux, John Dickson Carr.
Storie in cui la razionalità promette una soluzione elegante, spesso basata su un dettaglio invisibile ai più.

Ma col tempo questo schema ha smesso di essere solo un gioco logico.

Perché una stanza chiusa non è solo un problema da risolvere.
È un’idea disturbante.

È la dimostrazione che la sicurezza è un’illusione. Che anche negli spazi più controllati può accadere qualcosa di irreversibile.

La stanza chiusa come luogo mentale

Nella narrativa moderna – e in quella gotica – la stanza chiusa diventa altro.

Non è più soltanto uno spazio fisico, ma un luogo mentale:

  • una famiglia che non parla più
  • un quartiere che finge di non vedere
  • una città che inghiotte segreti
  • una stanza d’infanzia che nessuno osa riaprire

La porta è chiusa, sì.
Ma spesso lo è perché qualcuno ha deciso di non guardare.

Ed è qui che il mistero smette di essere un enigma e diventa inquietudine.

Perché funziona ancora

La stanza chiusa ci colpisce perché ribalta una convinzione profonda:
che il mondo sia comprensibile, ordinato, spiegabile.

Dentro una stanza chiusa:

  • le regole non bastano
  • la logica vacilla
  • il lettore è costretto a dubitare di ciò che vede

E il dubbio, in narrativa, è più potente della paura.

Anche Blackwood potrebbe trovarla

Non serve dirlo apertamente, ma è facile immaginarlo:
una porta sigillata in una casa londinese, un edificio ufficiale, un archivio, una stanza dimenticata.

Blackwood non cercherebbe subito come qualcuno sia entrato.
Si chiederebbe perché tutti sono così sicuri che nessuno sia entrato.

Perché spesso la stanza non è chiusa dall’interno.
È chiusa dalla narrazione ufficiale.

Il vero segreto della stanza chiusa

Il fascino di questo enigma non sta nella soluzione tecnica.
Sta nella sensazione che lascia.

La sensazione che qualcosa, anche oggi, possa accadere:

  • senza testimoni
  • senza spiegazioni immediate
  • senza un colpevole evidente

E che la verità, come quella porta, non sia mai stata davvero aperta.


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Chi cammina nei vicoli?

Le professioni dimenticate della Londra vittoriana


La Londra dell’Ottocento era una città che non dormiva mai, ma non nel modo romantico che piace raccontare oggi. Era sveglia perché doveva esserlo: il lavoro non concedeva tregua, le strade erano organismi viventi, e nei vicoli più bui esisteva un’umanità silenziosa che sfiorava i passanti senza lasciare traccia.
Molti di questi mestieri sono scomparsi, inghiottiti dallo stesso fumo dei camini che li alimentava. Altri sembrano quasi inventati, tanto è sottile il confine tra vita quotidiana e incubo sociale.

Eppure erano veri. E camminavano lì, proprio dove oggi Blackwood muoverebbe i suoi passi.


Lo spazzacamino bambino: il respiro rubato del mattino

Ne bastava uno sguardo, sui tetti dei quartieri poveri, per capire tutto: piccole sagome che si muovevano come ombre nel grigio dell’alba.
I bambini spazzacamino infilavano i loro corpi dentro canne fumaria strette come tombe verticali.
Venivano scelti per la loro magrezza, per la loro capacità di contorcersi, per la loro innocenza sacrificabile.

Era un lavoro sporco, nero di fuliggine, ma necessario. Londra viveva di carbone, e loro erano gli ingranaggi invisibili del grande motore industriale.


I raccoglitori di ossa: mercanti del macabro

Nel cuore dei vicoli, quando il traffico rallentava, potevi sentire il suono dei bastoni che rimestavano nelle fogne o nelle pile di scarti.
Erano i “bone pickers”, gli spigolatori delle ossa.
Raccoglievano resti animali per rivenderli all’industria della colla, del sapone o dei fertilizzanti.
L’odore non era lavoro: era condanna.

Eppure nessuno li guardava due volte. A Londra, tutto ciò che non brillava era automaticamente considerato parte del paesaggio.


Il night-soil man: l’uomo che portava via ciò che nessuno vuole nominare

Prima dei moderni sistemi fognari, qualcuno doveva occuparsi… di ciò che gli altri lasciavano nel secchio.
Entravano nelle case di notte, caricavano i contenitori pieni e li svuotavano fuori città.
Il lavoro era indispensabile, ma il loro nome era un soprannome, un insulto, un modo per non doverlo pronunciare.

In un mondo che si vantava della sua eleganza vittoriana, questi uomini custodivano la parte più materiale — e più negata — della vita quotidiana.


I venditori di ombrelli: i fantasmi delle piogge improvvise

Erano figure sottili, veloci, quasi teatrali.
Apparivano ai bordi delle strade non appena si alzava una pioggia improvvisa, offrendo ombrelli di seconda o terza mano.
Alcuni li riparavano sul momento, con dita veloci e un piccolo kit di ferri; altri arrivavano da magazzini illegali dove gli oggetti rubati cambiavano padrone.

A volte, nella nebbia, sembrava che vendessero non ombrelli… ma riparo dalle ombre stesse.


I cacciatori di ratti: eroi dimenticati del sottosuolo

Londra ne era invasa: milioni di ratti, più dei cittadini.
I rat-catchers erano metà lavoratori, metà acrobati: entravano in cantine, magazzini, fogne, armati di trappole, sacchi di tela e una sorprendente familiarità con gli animali che il resto del mondo evitava.

Alcuni portavano sempre con sé un furetto addestrato, più fedele di un cane e più silenzioso di un coltello.
Erano temuti, rispettati, tollerati. Fondamentali.


Mestieri che camminano ancora

Questi lavori dimenticati formavano lo scheletro invisibile della città: senza di loro, Londra non avrebbe respirato, mangiato, né mantenuto un’ombra di ordine.
Erano figure che oggi vivono solo nei registri, nei racconti… e nelle atmosfere dei romanzi gotici.

Quando immagino l’ispettore Blackwood camminare nella nebbia, penso spesso a loro.
Perché ogni passo nella Londra del 1800 era accompagnato da mestieri che nessuno voleva vedere, ma che tutti avevano bisogno di sentire.


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Dove indagherebbe oggi Edgar Blackwood?


Certe ombre non invecchiano.
Non appartengono solo al passato.
Cambiano forma. Si adattano. Ma restano.

Se l’ispettore Edgar Blackwood vivesse oggi, non camminerebbe più lungo i vicoli di Whitechapel col bavero alzato e il revolver in tasca. Ma il suo sguardo – quello sguardo ostinato, stanco e lucido – sarebbe lo stesso. E si troverebbe a inseguire ombre moderne in luoghi diversi… ma non meno oscuri.


1. Dove sarebbero oggi le sue indagini?

  • Nei sottopassi delle metropolitane, dove si accumulano graffiti, silenzi e occhi che sfuggono.
  • Negli istituti psichiatrici dismessi, dove qualcosa è rimasto chiuso più a lungo del necessario.
  • Nelle aule dei tribunali, dove il Male si traveste da retorica e si protegge dietro una cravatta.
  • Nei vicoli digitali, dove anime perdute si scambiano violenza sotto pseudonimi.

Blackwood non ha mai inseguito il colpevole: ha sempre inseguito ciò che lo rende tale. E quel qualcosa esiste ancora. Cambia linguaggio, abiti, volto. Ma puzza sempre di marcio.


2. Quali crimini indagherebbe?

Non più solo delitti rituali o possessioni. Ma anche:

  • Scomparse ignorate, perché “erano solo tossici”.
  • Morti senza autopsia, archiviate come “incidenti”.
  • Ragazzi sedotti dal culto di qualcosa che non comprendono.

Blackwood non è un detective che cerca giustizia.
È un uomo che cerca risposte.


3. E se fosse dalla parte sbagliata?

C’è un’altra possibilità. Forse, nel mondo di oggi, Blackwood non sarebbe un ispettore. Forse nessuno gli crederebbe. Forse verrebbe sospeso, deriso, curato.
Forse continuerebbe a scrivere appunti su un vecchio quaderno, guardando fuori da una finestra, mentre Londra (o qualsiasi altra città) brucia in silenzio.

Ma anche in quel caso, non smetterebbe.
Perché il Male non dorme mai.
E nemmeno lui.


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Il rituale del silenzio: quando uccidere è un messaggio


Certe morti non sono solo delitti. Sono simboli. Sono segnali tracciati con il sangue, destinati a chi sa leggere tra le righe di un corpo abbandonato, o nel gelo di una stanza sigillata.

Nel cuore di Il Carnefice del Silenzio, l’omicidio si trasforma in rituale, in codice, in profezia. Ogni vittima è una parte di un disegno più grande, ogni silenzio forzato è un eco che parla a chi ha orecchie abbastanza dannate per ascoltarlo.

Chi è davvero il carnefice? Un semplice assassino o un messaggero antico, legato a una voce che affonda le radici in un culto perduto?

Nel romanzo, l’ispettore Edgar Blackwood si trova a decifrare molto più che indizi: deve comprendere una lingua dimenticata, fatta di simboli, mutilazioni e silenzi rituali. Ma c’è di più. Ogni omicidio sembra risvegliare qualcosa che dormiva… nel cuore stesso di Londra.

La domanda non è più solo chi uccide. Ma perché il silenzio è diventato la vera arma?

Se non avete ancora letto Il Carnefice del Silenzio, vi consiglio di prepararvi a un’indagine che non vi darà risposte facili. Perché in fondo, come dice Blackwood:

“Le verità sussurrate sono le uniche a sopravvivere ai secoli.”


Il Vangelo delle Ombre sta per raggiungere la stampa!
Abbiamo superato le 250 copie preordinate, ma vogliamo accelerare l’editing e la pubblicazione finale.

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Il Viaggiatore e i sogni dei bambini


Archivio Blackwood – Fascicolo 41B, Allegato Sogni Ricorrenti – Dicembre 1888

Nei casi di possessione legati alla figura del Viaggiatore dell’Ombra, è stato segnalato un dettaglio inquietante che si ripete con una coerenza sinistra:
alcuni bambini scomparsi lo avevano sognato prima di sparire.
Altri, liberati in extremis, riportano visioni simili tra loro, come se attingessero a uno stesso pozzo.

Le frasi che ricorrono nelle lettere, nei deliri, nei racconti sono sempre spezzate, incomplete, ma si avverte un’unica voce dietro le parole:


“Cammina sulla notte… e la notte si fa viva.”

“Ha una valigia piena di nomi.”

“Non ha ombra, ma lascia ombre negli occhi.”


Padre Quinn ha raccolto, negli anni, testimonianze di sogni condivisi, tracciando un profilo frammentato dell’entità nota come Viaggiatore.
Nessuna delle vittime riesce a ricordare il volto.
Alcuni lo chiamano “L’Uomo del Tempo Perduto”, altri solo “Lui”.

Sogni e segnali

Nel Vangelo delle Ombre, Edgar Blackwood entra nel cuore di un caso in cui questi sogni diventano chiave e condanna.
Una bambina scrive con grafite rossa il nome “Viaggiatore” su una parete.
Un altro piccolo ripete una filastrocca mai sentita prima.
Una vedova posseduta pronuncia nomi che non dovrebbero esistere.

Ma il punto è uno solo:
Il Viaggiatore li vede prima ancora che lo incontrino.


Una storia che sta per diventare libro

Tutti questi elementi – sogni, bambini scomparsi, lettere non spedite – non sono solo suggestioni. Sono il cuore oscuro del mio nuovo romanzo gotico:
Il Vangelo delle Ombre, ambientato nella Londra del 1888.

Il libro è in campagna di crowdfunding con Bookabook, e siamo a meno di 20 copie dal traguardo.

Se raggiungiamo le 200 copie preordinate, sarà pubblicato, distribuito in libreria, e chi lo ordina lo riceverà per primo.

Se ti va di darmi una mano, anche solo condividendo il link, ecco dove sostenere la campagna:

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Il Vero Volto di Edgar Blackwood


Chi è davvero Edgar Blackwood?

Molti lettori mi hanno chiesto da dove nasca questo personaggio cupo, tormentato, solitario. C’è chi lo ha paragonato a Sherlock Holmes, chi a Van Helsing, chi a un detective decadente uscito da un romanzo di Poe. La verità è che Edgar Blackwood non nasce da un solo volto, ma da molte ombre. Alcune reali, altre letterarie. Tutte profondamente umane.

Un detective figlio del proprio tempo

Blackwood vive nella Londra del 1888, tra nebbie e lampioni a gas, poco dopo i delitti di Jack lo Squartatore. È un uomo che crede nei fatti, ma che ha imparato – a sue spese – che non tutto può essere spiegato con la ragione. A differenza di altri ispettori del suo tempo, ha visto ciò che si cela oltre la superficie delle cose: possessioni, sette, oggetti maledetti. Ed è sopravvissuto.

In lui si fondono la disciplina dello scienziato e l’intuizione dell’occultista. È un razionalista che si è sporcato le mani con il sovrannaturale. È l’uomo moderno che guarda in faccia l’abisso, e continua a camminare.

Le ispirazioni letterarie

Blackwood è, senza dubbio, figlio di una lunga tradizione narrativa. Nella sua mente acuta e nei suoi metodi d’indagine riecheggiano le orme di Holmes. Ma a differenza del grande detective, Edgar non è immune al dubbio, all’angoscia, alla fragilità. Ha amato, ha perso. E porta con sé il peso dei fantasmi che ha incontrato.

Al tempo stesso, in lui si riflette l’archetipo dell’investigatore esoterico: un personaggio caro alla letteratura gotica, che non indaga solo su delitti, ma su verità proibite. In questo senso, Blackwood può essere visto come un erede spirituale di Carnacki, di John Silence, e persino di Abraham Van Helsing.

L’umanità dietro l’oscurità

Nonostante l’aura misteriosa, Blackwood resta un uomo. Ha abitudini precise, manie, un’insonnia cronica, un gusto per i sigari economici e per i libri antichi. Ha amici fedeli (come Declan O’Connor o il sergente Monroe), e nemici che lo conoscono nel profondo.

Il suo dolore non è spettacolare, ma profondo e silenzioso, come i pozzi che esplora nei suoi casi. Non cerca vendetta. Cerca risposte. E forse, nel cuore di ogni indagine, cerca anche una redenzione personale.


Campagna di Crowdfunding – Il Vangelo delle Ombre

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La campagna ufficiale di crowdfunding per il romanzo Il Vangelo delle Ombre è ora online con la casa editrice Bookabook. Ogni preordine – ebook o cartaceo – è un passo verso la pubblicazione definitiva e la distribuzione in tutte le librerie italiane.

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Il Vangelo delle Ombre sta per cambiare casa

Carissimi lettori,
oggi non vi scrivo nei panni dell’Archivista, ma in quelli dell’autore.

Presto l’ebook de Il Vangelo delle Ombre verrà sospeso da Amazon, perché il libro sta per iniziare un nuovo cammino: una campagna di crowdfunding con la Casa Editrice Bookabook.

Perché una campagna?
Per portare il libro in libreria fisica, nei punti vendita reali, tra gli scaffali veri. Un passo importante, che richiede un piccolo sforzo collettivo, ma che può fare una grande differenza.

Come funziona?

A breve vi fornirò un link ufficiale, attraverso il quale sarà possibile prenotare una copia (cartacea o ebook) del romanzo direttamente sulla piattaforma della casa editrice.

Anche una sola prenotazione dell’ebook, da parte vostra, sarà un passo fondamentale per sostenere il progetto.

E se vi andrà di condividere quel link con amici, lettori appassionati, amanti del gotico o semplici curiosi, ve ne sarò profondamente riconoscente.

L’Archivio Blackwood continua…

Nel frattempo, le pagine dell’Archivio non si fermeranno. I racconti, gli articoli, le immagini, altri Libri… tutto continuerà ad arrivare, ogni settimana, come sempre. Ma questa campagna è una soglia concreta, un’occasione vera per portare Blackwood fuori dall’ombra, oltre il digitale.

Grazie per essere parte di tutto questo.

A presto con il link ufficiale!


Claudio Bertolotti
Autore de Il Vangelo delle Ombre

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Il Carnefice del Silenzio
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Le Ombre di Whitechapel
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L’Archivio Blackwood – Volume II – I Racconti
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Perché Edgar Blackwood non cambia

Il peso del silenzio e la coerenza narrativa nella saga dell’Archivio

Non era questione di evoluzione. Era questione di resistere.”
– Annotazione non datata ritrovata nei fascicoli di Limehouse, dicembre 1888

In un’epoca narrativa in cui l’evoluzione del personaggio è spesso considerata una regola aurea, Edgar Blackwood rappresenta un’eccezione deliberata. Non cede al cambiamento, non segue l’arco classico dell’eroe che “impara dai propri errori”.
Perché?
Perché Blackwood non è nato per cambiare, ma per ricordare. E custodire.

Il trauma come fondamento, non come transizione

Blackwood è un uomo segnato dalla guerra.
La Campagna di Crimea gli ha lasciato molto più di cicatrici fisiche: gli ha insegnato che il male, a volte, non viene punito. Viene solo registrato.
Da allora, egli non cerca redenzione, né perdono. Cerca ordine nel caos, e se necessario, lo impone con la forza.
Questo lo rende scomodo. Imperfetto. Spesso apatico, distante, ossessivo.
Ma reale.

Un’epoca che non perdona la sensibilità

La Londra del 1888 non è terreno fertile per introspezioni e mutamenti interiori. È una città che mastica e sputa chiunque tenti di salvarla.
Blackwood lo sa. E si è adattato.
Non diventando più umano, ma indurendosi al punto da diventare strumento. Uno strumento dell’Archivio.
Un archivista del male.

Una coerenza narrativa voluta

Nella costruzione della saga, la staticità apparente di Blackwood è un pilastro strutturale, non un limite.

Ogni personaggio che gli ruota attorno – Declan, Monroe, Quinn, Moira – rappresenta un movimento: fede, disperazione, lealtà, empatia.
Lui no.
Blackwood è il perno. L’uomo che assorbe, osserva, cataloga.
Non si concede il lusso di cambiare perché il suo ruolo non è evolvere, ma resistere al Male. Anche quando lo guarda negli occhi. Anche quando lo vede dentro di sé.

Un detective dell’occulto… o solo della verità?

Molti lettori si chiedono: Blackwood crede davvero nel soprannaturale?

La risposta è… irrilevante.
Ciò che conta è che agisce. Interviene dove nessuno vuole guardare.
Che si tratti di possessioni o follia, di reliquie o manipolazioni mentali, Blackwood non si chiede “perché?” ma “come lo fermo?”.
E non è forse questa la forma più pura di responsabilità?

In conclusione

Blackwood non cambia perché è costruito per resistere.
Ogni sua risposta fredda. Ogni silenzio. Ogni gesto metodico e imperturbabile è parte di un codice più grande.
Un codice che tiene in piedi l’Archivio.
Un codice che dice:

“Non è necessario comprendere il male. È sufficiente riconoscerlo.”

Hai una domanda sull’Archivio o un personaggio che ti ossessiona?
Scrivila nei commenti del blog o su Instagram: potresti ricevere risposta nel prossimo episodio di Domande all’Archivista.

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I LIBRI

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Domande all’Archivista – Ogni giovedì su Facebook

A partire da settimana prossima, inauguriamo una nuova rubrica dedicata a voi lettori, curiosi, appassionati e investigatori dell’oscuro: “Domande all’Archivista”.

Ogni giovedì pubblicherò sulla mia pagina Facebook un post dedicato, dove potrete scrivere domande, curiosità, teorie o anche semplici riflessioni sul mondo di Blackwood, sulla Londra vittoriana, sulla scrittura gotica, sui personaggi o su qualsiasi elemento che vi abbia colpito tra le mie opere.

Alcuni esempi:

“Blackwood è ispirato a un personaggio reale?”

“Ci sono documenti autentici dietro i racconti?”

“Qual è stata la scena più difficile da scrivere?”

“Perché quel simbolo appare sempre nei tuoi racconti?”

Ogni settimana sceglierò 3 domande, quelle che più mi colpiranno o stimoleranno una riflessione, e risponderò direttamente sotto al post.

Regole semplici ma importanti:

No offese.

No contenuti volgari o fuori tema.

Chi non rispetta le prime due regole verrà cancellato e bannato.

Sarà un modo per dialogare, approfondire, e magari… scoprire nuovi indizi nascosti tra le pagine.

Appuntamento ogni giovedì su Facebook!

Canali ufficiali

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“Il Vangelo delle Ombre”
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