Tra le tante storie oscure che hanno marchiato la memoria collettiva americana, quella di Lizzie Borden resta una delle più enigmatiche, disturbanti e affascinanti. Non solo per l’atrocità del delitto, ma per tutto ciò che si muove attorno al silenzio, alle omissioni, alle reazioni di un’intera società. Un caso di cronaca nera diventato specchio distorto dell’America puritana di fine Ottocento.
Da mesi sto approfondendo le fonti storiche, giornalistiche e psicologiche che ruotano attorno a questa figura, così sospesa tra realtà e mito. Ogni documento che riemerge, ogni fotografia, ogni ritaglio di giornale dell’epoca pare raccontare qualcosa di più profondo di un semplice omicidio: una crepa nel perbenismo di un’intera nazione.
Lizzie Borden fu solo un capro espiatorio? Una vittima di isteria collettiva? O davvero incarnava una forma di ribellione nascosta, tutta al femminile, in un mondo che la voleva silenziosa e devota? Sono domande a cui la storia non ha mai dato una risposta definitiva. Ed è proprio questo a renderla ancora viva.
Non svelerò nulla, per ora. Ma posso dirti che sto lavorando a un nuovo progetto che toccherà proprio questi temi: parricidio, repressione sessuale, moralismo religioso e isteria sociale. Un libro narrativo che non si limita a ricostruire il crimine, ma ne esplora le ombre psicologiche e culturali, restituendo al lettore il clima malato e ambivalente della Fall River del 1892.
Certe storie iniziano a scriversi molto prima che qualcuno decida di raccontarle. Le Lettere Nere sono una di quelle storie.
Chi ha seguito le indagini di Blackwood sa che ci sono misteri ancora più antichi degli omicidi, dei culti o delle reliquie. Voci che circolano negli archivi sigillati, negli appunti cancellati, nei margini di un passato che nessuno ha mai osato sfogliare del tutto. È lì che vivono le Lettere Nere.
Non sono ancora apparse, non ancora. Ma ci sono indizi, dettagli lasciati apposta come briciole in una casa stregata. Chi conosce bene il sottosuolo della saga, sa che qualcosa sta arrivando.
Le Lettere Nere non sono messaggi qualunque. Sono parole che aprono portali, scritte con mani tremanti e inchiostro che non sbiadisce. Ogni lettera è un sussurro che sopravvive al tempo, un codice che collega morti distanti, visioni frammentarie, e verità sepolte.
Nel Prequel della saga, per la prima volta scopriremo la loro origine. La loro prima vittima. E soprattutto, chi o cosa le scrive davvero.
Perché una cosa è certa: non sono semplici lettere. Sono avvertimenti. E non sempre chi li riceve è ancora in tempo per cambiare il proprio destino.
Ogni storia ha un inizio. Ma costruire un intero mondo… richiede molto di più.
Quando ho iniziato a scrivere Le Ombre di Whitechapel, non avevo ancora idea che stavo posando la prima pietra di qualcosa di più grande. Pensavo si trattasse di un racconto gotico, autoconclusivo, ambientato nella Londra vittoriana. Poi sono arrivati i dettagli: una pergamena scritta in latino, un culto antico, una figura enigmatica col cappotto scuro e il vizio del sigaro. Edgar Blackwood non era solo un personaggio: era una porta d’ingresso.
Un mondo che si espande… a colpi di ostinazione
La fatica di costruire un mondo narrativo non sta solo nella documentazione storica, anche se quella è fondamentale. Sta nel dare coerenza a ogni gesto, ogni parola, ogni ombra. Quando una saga si allarga, devi ricordare cosa è successo nel 1888, cosa accadrà nel 1889, e come ogni piccolo evento si ripercuote su quelli futuri.
Ho creato file, scalette, mappe mentali, cronologie interne ma spesso sono serviti solo a farmi capire che dovevo reimmaginare tutto da capo. Alcuni personaggi sono stati eliminati, altri sono morti perché così doveva andare. Blackwood ha perso compagni, ha trovato nuovi alleati, e io con lui ho perso e trovato la direzione.
Le idee scartate? Più numerose di quelle pubblicate
Ci sono interi capitoli mai scritti. Titoli accantonati. Idee che sembravano geniali e si sono rivelate vuote. Alcuni nemici non erano abbastanza potenti. Alcuni misteri non abbastanza oscuri. A volte sono stati proprio quei fallimenti a spingermi oltre.
Il Vangelo delle Ombre è nato da uno scarto. Era un frammento, un’idea gettata via… finché non ho deciso di esplorarla fino in fondo. La mia paura più grande si è trasformata nella chiave per raccontare un nuovo orrore, più profondo.
Quando arriva l’intuizione giusta
L’intuizione arriva tardi. A volte nel sonno. A volte mentre stai facendo tutt’altro. La figura del Viaggiatore, per esempio, è nata da un sogno disturbante. E quel sogno è diventato il cuore del secondo volume. Così come il personaggio di Monroe – un alleato nato quasi per caso – ha conquistato un posto fondamentale nella saga.
Blackwood stesso non doveva nemmeno essere protagonista. Ma la sua voce ha preso forza, e io ho dovuto ascoltarla.
Non è solo “scrivere una storia”. È costruire una mitologia
Ogni racconto della saga Archivio Blackwood è parte di qualcosa di più ampio. Una cronologia. Una tensione. Un mondo. Chi legge i miei libri trova riferimenti, simboli ricorrenti, nomi già uditi. Nulla è lasciato al caso, ma molto viene lasciato nel mistero, come è giusto che sia in una storia gotica.
Londra diventa un personaggio. I suoi vicoli, la sua nebbia, i suoi segreti. E ogni nuova pagina deve rispettare ciò che è stato scritto prima, ma anche osare qualcosa di nuovo.
In conclusione…
Costruire l’Archivio Blackwood è stato (ed è ancora) un lavoro duro. Fatica, ricerca, tagli, riscritture, dubbi. Ma è anche ciò che mi ha reso davvero autore. E ogni volta che un lettore mi scrive per dirmi che ha riconosciuto un simbolo o ha seguito un’indagine pagina dopo pagina… capisco che questa fatica ha senso.
Grazie per essere parte di questo viaggio nell’ombra. A lume di candela, continueremo a cercare la verità tra le pieghe del Velo.
Ci sono oggetti che nascono innocenti, creati per difendere, guarire o pregare. Poi, un giorno, finiscono nelle mani sbagliate e smettono di appartenere al mondo dei vivi.
Le croci, le reliquie, gli amuleti e gli strumenti di tortura non sono soltanto elementi del passato o simboli religiosi: nella storia dell’umanità hanno rappresentato la soglia tra fede e dominio, tra salvezza e dannazione. E nella narrativa gotica, quella soglia diventa spesso una trappola.
Croci che non proteggono
Nella saga de L’Archivio Blackwood, le croci sono un segno ambiguo: pendono dai colli dei fedeli e dei peccatori allo stesso modo. PadreQuinn, nel Vangelo delle Ombre, impugna la croce come un’arma, ma ogni volta che la solleva lo fa con paura, come se temesse che Dio non rispondesse più. Perché nel mondo di Blackwood non è la croce a proteggere l’uomo: è l’uomo a dare senso alla croce. E quando la fede si spegne, resta solo il metallo freddo, incapace di distinguere il bene dal male.
Reliquie e inganni
La storia reale non è diversa. Dal Medioevo fino all’età vittoriana, l’Europa fu invasa da reliquie, frammenti di ossa, schegge di croci, lacrime imbalsamate di santi. Ogni reliquia era una promessa, un modo per vendere redenzione a chi non aveva più fede. Nelle mani giuste, una reliquia è un simbolo di speranza; in quelle sbagliate, diventa uno strumento di potere. Ed è proprio questo il nucleo oscuro di molte delle tue opere: il male non risiede nell’oggetto, ma in chi lo desidera.
Amuleti e superstizione
Nel XIX secolo, a Londra, non era raro trovare amuleti cuciti nei vestiti o nascosti nelle tasche dei defunti. Servivano a proteggere l’anima durante il viaggio nell’aldilà, ma spesso erano oggetti intrisi di paura più che di fede. In Il Carnefice del Silenzio, alcuni di questi amuleti riemergono dagli archivi di Scotland Yard, sporchi di sangue e di segreti: simboli cabalistici tracciati sul rame, occhi d’animale, piccoli ossi umani avvolti in nastri neri. Ognuno racconta una storia, ognuno è il frammento di una disperazione.
Strumenti di tortura e volontà del potere
Dagli inquisitori ai medici alienisti, l’uomo ha sempre usato il dolore come metodo per conoscere, controllare, redimere. Gli strumenti di tortura, nella storia come nella narrativa, sono la prova che la curiosità può diventare crudeltà quando si veste da scienza.
Perché a volte il male non vuole uccidere, vuole capire.
Il vero potere
Ogni oggetto maledetto nasce da un gesto umano: Ecco perché nell’universo di Blackwood — come nella realtà — il male non è mai soprannaturale. È un’eco di ciò che abbiamo costruito noi.
Gli oggetti del male non ci scelgono. Siamo noi a prenderli in mano, a dargli voce, e a credere che possano salvarci.
Dopo mesi di lavoro, di attese, di nebbie e manoscritti… posso finalmente dirlo: ho firmato il contratto con Saga Edizioni.
Il mio romanzo gotico Le Ombre di Whitechapel – Il segreto del sangue immortale sarà pubblicato ufficialmente da Saga Edizioni, con un contratto della durata di 5 anni. Una casa editrice indipendente, attenta alla qualità, al genere, e soprattutto alla voce degli autori.
Cosa significa questo per me
Per me è un passo importante. Non solo perché si tratta della prima pubblicazione ufficiale fuori dal circuito dell’autoeditoria o crowdfunding, ma anche perché Le Ombre di Whitechapel è il libro che ha dato origine a tutto: a Blackwood, al suo mondo, alla mia personale discesa tra i vicoli di una Londra del 1888 che non ha mai smesso di parlarmi.
È una storia fatta di sangue, immortalità, segreti sepolti e un certo Ispettore che non sa quando smettere di scavare.
Cosa accadrà adesso
Nelle prossime settimane inizierà il percorso di editing, impaginazione e progettazione della nuova copertina. Ci sarà una nuova edizione ufficiale, un lancio editoriale completo, e — ve lo anticipo — altre novità in arrivo.
Per chi ha già letto il romanzo in versione self: grazie. Per chi lo scoprirà adesso: benvenuto nel cuore dell’oscurità.
Seguimi su www.claudiobertolotti83.net per tutte le novità sulla pubblicazione, i prossimi eventi e l’universo dell’Archivio Blackwood.
Trovare il titolo giusto per un libro è come cercare il battito del cuore in una stanza buia. Sai che c’è. Ma non basta sentire un rumore. Devi riconoscerlo come quel rumore. Quello giusto. Quello che farà vibrare anche il lettore.
Per Il Vangelo delle Ombre, ho scartato almeno cinque titoli. Alcuni belli. Altri evocativi. Ma nessuno… funzionava davvero.
I titoli scartati (veri)
1. “Il Libro del Vuoto” Suonava bene. Era cupo, denso, persino un po’ mistico. Ma era anche troppo astratto, troppo filosofico. E il romanzo non è solo vuoto. È pieno. Di sangue. Di ricordi. Di segreti.
2. “La Croce Nascosta” Un titolo forte, simbolico, quasi biblico. Ma sembrava anticipare troppo. E poi c’era un rischio: sembrava un thriller religioso canonico. Il mio libro è altro.
3. “Il Sermone del Silenzio” Mi piaceva. Molto. Ma era troppo vicino al titolo del terzo volume: Il Carnefice del Silenzio. Rischiavo confusione.
4. “L’Evangelium Tenebris” Latinismi. Mi piacciono. Ma non tutti i lettori li amano. E un titolo deve attirare, non intimidire.
5. “Il Canto delle Cripte” Suona gotico, giusto? Ma anche… fumettistico. E un po’ troppo barocco.
Perché ho scelto Il Vangelo delle Ombre
Alla fine, l’ho capito: serviva un titolo che fosse solenne, ma inquietante. Qualcosa che evocasse:
Religione deviata
Luce spenta
Parola scritta… ma maledetta
E così è nato: Il Vangelo delle Ombre. Un titolo che non spiega, ma sussurra. Che non mostra… ma attira dentro.
Risuonare con il cuore del libro Non basta suonare bene. Deve contenere l’anima.
Farsi ricordare Un titolo debole è come una porta anonima. Nessuno la apre.
Accendere una domanda “Che cos’è questo vangelo? E perché è delle ombre?” Se un titolo genera una domanda, ha già vinto.
Ci sono titoli che sembrano perfetti, ma non sono il tuo. E altri che arrivano piano, come un sussurro dietro la spalla, e capisci che non potrai chiamarlo in nessun altro modo.
C’è una frase che ricorre spesso nei miei libri, anche se in forme diverse: “Il tempo non passa. Si accumula.”
Perché nel mio mondo narrativo, il tempo non è un flusso, ma una sostanza. Un residuo. Una nebbia che si deposita sulle cose, e che a volte le soffoca.
Il tempo come ferita
In Il Vangelo delle Ombre, gli orologi si fermano sempre nello stesso istante. Nel Carnefice del Silenzio, i giorni si confondono in una sequenza di notti senza nome. E in Le Ombre di Whitechapel, persino la luna sembra restare immobile sopra i tetti.
Non è un caso. Perché per i miei personaggi, il tempo non guarisce nulla: conserva. Conserva le colpe, i rimorsi, i sussurri mai confessati. Ogni secondo che passa diventa una cella in cui rinchiudere qualcosa… o qualcuno.
Il tempo come personaggio
Non lo dico per metafora. Nei miei libri, il tempo agisce. È la vera entità che muove ogni cosa, più del male, più del destino. Decide chi dimenticare e chi condannare a ricordare. È il giudice silenzioso che osserva tutto, ma non interviene mai.
Per questo gli orologi, le clessidre e i rintocchi tornano spesso. Non come simboli di morte, ma di attesa. Perché nell’Archivio Blackwood, il tempo non uccide. Aspetta.
Il tempo come trappola
Chi legge la saga lo sa: Blackwood vive nel passato anche quando guarda avanti. Ogni caso, ogni indagine, ogni morte lo riporta indietro. Non nel ricordo, ma nel ritorno. Il tempo, per lui, è un labirinto che non porta da nessuna parte… perché non ha uscita.
Forse per questo le mie storie finiscono sempre dove sono cominciate. Perché la fine, nell’Archivio, non è una conclusione. È solo un altro inizio che finge di essere diverso.
E fuori dalla pagina?
Anche nella scrittura, il tempo è il mio nemico più fedele. Scrivo lentamente, riscrivo tutto, cancello, ricomincio. Ogni libro diventa un rito di pazienza. E forse è per questo che continuo a scrivere: per provare, almeno sulla carta, a domare il tempo.
Anche se so che, alla fine, sarà sempre lui a domare me.
Una delle domande che mi sento fare più spesso è: “Quanto cambi rispetto alla prima stesura?” La risposta breve? Tantissimo. A volte tutto.
Perché ogni volta che rileggo un capitolo, mi accorgo che qualcosa — una scena, un personaggio, un dialogo — non serve più alla storia. O peggio: la rallenta.
E allora butto via. Senza pietà. Ma con un certo rispetto.
Cose che taglio senza rimpianti:
Scene bellissime… ma inutili. Quelle che “suonano bene”, ma non portano avanti nulla. Né la trama, né l’atmosfera, né l’anima del libro. Le lascio andare. Se mi servivano solo per dimostrare che “so scrivere”, allora non mi servivano affatto.
Personaggi che non sanno chi sono. A volte nascono per dire una cosa, poi non parlano più. O dicono troppo. O non aggiungono nulla. Meglio eliminarli che tenerli come comparse confuse.
Finali alternativi. Sì, ne scrivo spesso più di uno. Ma alla fine ne tengo solo uno. Quello giusto per la storia, non quello più comodo, né quello più clamoroso.
Cancellare è un atto d’amore
Scrivere non è solo aggiungere. Scrivere è anche togliere. Togliere il superfluo. Il debole. Il finto. Tagliare vuol dire avere il coraggio di fare spazio a quello che conta davvero.
Ci sono scene che ho riscritto sei o sette volte. Una in particolare — un dialogo tra Blackwood e il suo antagonista — ha cambiato forma talmente tante volte che potrei pubblicare un libro solo con le versioni scartate.
Eppure… solo nell’ultima ha funzionato.
Dietro ogni libro pubblicato c’è un libro mai nato
Un libro fatto di pagine cancellate, finali alternativi, personaggi sacrificati, idee accantonate. Ma è proprio quel libro invisibile che dà forza a quello che resta.
Perché ciò che leggi non è mai tutto ciò che è stato scritto. È solo ciò che — alla fine — è sopravvissuto.
C’è una domanda che mi fanno spesso, a volte con curiosità genuina, altre con un mezzo sorriso ironico: “Ma nei tuoi libri c’è sempre qualcosa di oscuro. Dove metti il limite?”
La risposta è semplice: il limite c’è, eccome. Ma non è dove pensano loro. Il vero limite — quello invalicabile — non riguarda quanto orrore posso raccontare. Riguarda cosa scelgo di non raccontare. E perché.
Cosa non troverete mai nei miei libri:
L’orrore gratuito. Ogni scena disturbante ha un motivo narrativo o simbolico. Non scrivo per scioccare. Scrivo per scavare. Se qualcosa deve far male, lo deve fare per un senso profondo, non per intrattenere a buon mercato.
Il dolore di bambini e animali descritto con morbosità. Ci sono accenni, simboli, minacce. Ma non troverete mai una descrizione compiaciuta o voyeuristica. Per me il rispetto per la vulnerabilità non è negoziabile.
Il bene assoluto. Non mi interessano i personaggi perfetti. I miei eroi sono fragili, sbagliati, e a volte inciampano nel fango. Ma non tradiscono mai ciò che li muove. Preferisco un uomo che cade cento volte a uno che non si sporca mai.
Il lieto fine imposto. Se una storia deve finire male, finirà male. Non sono uno scrittore che accarezza. Ma se finirà bene, sarà un bene sofferto, conquistato, insanguinato. Mai comodo. Mai facile.
La spiegazione di tutto. In ogni mio libro resterà qualcosa di non detto. Un’ombra che si ritrae, una domanda lasciata aperta, un dettaglio che non torna. Perché così funziona la realtà. E anche la paura.
Scrivere è un atto di verità, non di compiacenza. E io non riesco a scrivere nulla che non sia, in qualche modo, necessario.
Magari non piacerà a tutti. Ma questo è il patto che offro al lettore: ti porto dove sono stato. Ma non ti dirò dove finisce il sentiero.
Quando chiudo il portatile, spengo la luce e mi stendo nel letto, la nebbia resta con me.
Non scrivo solo di nebbia, oscurità e silenzi perché amo il gotico. Lo faccio perché, una volta chiuso il sipario del giorno, mi rendo conto che è in quel tipo di mondo che la mia mente torna a casa. Quello che scrivo nasce lì: in quella zona grigia tra il sonno e la veglia, dove tutto si fa più poroso, dove i contorni si sfumano, e le ombre — finalmente — parlano.
Ma chi sono davvero, una volta spento tutto?
Sono un padre che guarda sua figlia dormire e si chiede in che mondo crescerà. Un uomo che ha paura, spesso. Che combatte contro l’ansia, contro la stanchezza, contro il bisogno — a volte crudele — di essere all’altezza di qualcosa che non ha ancora un nome. Un marito che si siede accanto alla donna che ama e, tra una cena e un film a metà, prova a tenere accesa una scintilla che gli ricorda perché ha scelto di vivere con lei.
Sono uno che ha scoperto tardi che scrivere non è un gioco, ma una necessità. Che ci sono storie che ti abitano anche quando non vuoi. E che a un certo punto, se non le scrivi, cominciano a parlare da sole.
Non sono un eroe. Non ho poteri. Ma ho un vizio — quello sì — che non riesco a smettere: non riesco a voltarmi dall’altra parte.
Quando sento una storia, un dolore, una stortura che fa rumore nell’anima… lo so che prima o poi finirà dentro una pagina. Non per giudicare. Ma per capirla. O almeno per lasciarle un posto in cui vivere.
E allora, chi è Claudio Bertolotti quando spegne la luce?
È qualcuno che spera che, nel buio, ci sia ancora qualcosa di vero. Che scrive per restare. E che ha imparato a parlare con le ombre. Non perché sia coraggioso. Ma perché le ombre, a volte, sono le uniche a rispondere.
Scrivere Le Ombre di Whitechapel è stato come accendere una candela in una stanza che non conoscevo. Scrivere Il Vangelo delle Ombre è stato come attraversare quella stanza al buio, fidandomi dei miei passi. Scrivere Il Carnefice del Silenzio… è stato come chiudere la porta dietro di me e decidere che quella stanza, ora, era mia.
Potrebbe sembrare una metafora un po’ pretenziosa. Ma è quello che sento davvero: ogni libro che scrivo è un passaggio, un cambiamento. Non solo nella storia che racconto, ma nel modo in cui la affronto.
1. Dalla precisione alla profondità
Nel primo libro ero attento a ogni dettaglio, quasi chirurgico. Dovevo dimostrare che sapevo scrivere, che conoscevo Londra, che la mia storia aveva senso. Ogni scena era pensata per essere “perfetta”. E a volte, ammetto, questo toglieva spontaneità.
Con Il Vangelo delle Ombre ho iniziato a fidarmi della mia voce. Ho scritto con più libertà, lasciando che l’atmosfera guidasse il ritmo. Ho accettato che un romanzo gotico può anche essere sbilanciato, storto, ferito — perché è così che sono le storie vere.
2. Il dolore non va spiegato
Nel terzo libro, Il Carnefice del Silenzio, ho smesso di spiegare il dolore. L’ho fatto accadere. Non ho cercato più di “giustificare” la morte di un personaggio, o l’oscurità che lo circonda. Ho imparato a mostrare senza filtrare. E chi legge… o sente quella ferita, o non la sente. Ma non si tratta più di convincere: si tratta di essere autentico.
3. Ho imparato il valore del silenzio
Il primo Blackwood parlava poco. Il terzo… ancora meno. Ma ogni parola pesa di più. Anche nei dialoghi. Anche negli spazi bianchi tra un capitolo e l’altro. Ho imparato che il silenzio è un’arma narrativa potentissima, soprattutto nel gotico. E che il non detto resta nella testa del lettore molto più a lungo di cento spiegazioni.
4. I personaggi sono diventati miei complici
All’inizio li creavo con una funzione. “Tu sei il medico”, “tu sei il sergente”, “tu sei il prete”. Ora sono persone. Declan mi manca. Monroe cresce da solo. Moira è un enigma anche per me. Quinn è morto, ma lo sento ancora dentro certi dialoghi.
Con Il Carnefice del Silenzio, i personaggi non sono più strumenti. Sono eco. Sono voci che mi parlano anche quando non scrivo.
5. Non scrivo più per finire
Il primo libro volevo finirlo. Chiuderlo. Dimostrare che ce l’avevo fatta.
Il secondo, volevo superarmi.
Il terzo… ho voluto viverlo.
Ora non scrivo più per “finire” una storia. Scrivo per farla respirare. Per farla rimanere. Per far sentire a chi legge che qualcosa di questa oscurità gli appartiene. Perché, in fondo, lo so: nessuno legge Blackwood solo per passare il tempo.
C’è qualcosa, in Limehouse, che non lascia scampo.
Chi ha letto i miei Libri sa che questa zona della Londra vittoriana è uno degli epicentri del Male. Ma la verità è che Limehouse è sempre stata un quartiere liminale: un crocevia tra mondi, tra superstizione e realtà, tra povertà estrema e segreti inconfessabili.
Cripte, chiese e cunicoli dimenticati
Nel sottosuolo di Limehouse si snoda una rete di cripte e gallerie sotterranee oggi quasi del tutto dimenticata. Alcune risalgono al XVII secolo, altre sono più recenti, costruite sotto le chiese sconsacrate o distrutte dai bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale.
Molti documenti – compresi alcuni dossier ecclesiastici mai divulgati – parlano di spostamenti irregolari di resti umani, di cripte mai registrate ufficialmente e di riti privati tenuti in notturna, in epoche in cui il confine tra spiritualità e superstizione era sottilissimo.
Limehouse Hole: una leggenda che affonda nel fango
Una delle storie più note (ma mai confermate) è quella del cosiddetto “Limehouse Hole”, un’antica apertura nel terreno che secondo i racconti popolari non poteva essere riempita. Ogni tentativo di murarla o interrarla falliva: il giorno dopo, era di nuovo aperta.
Si dice che, nei primi dell’Ottocento, un gruppo di bambini scomparve nei pressi di quel buco. E che una veggente del tempo, conosciuta solo come Miss Eleanor, avesse affermato:
“Non sono morti. Sono stati raccolti.”
Un’espressione inquietante, che ricorda molto le tematiche trattate nei miei romanzi.
Quando la realtà ispira la finzione
Molti lettori mi chiedono se le cripte che appaiono nei miei libri esistano davvero. La risposta è: in parte, sì.
La cripta sotto la chiesa di St. Dismas (inventata) prende spunto da diverse fonti reali:
la cripta di St. Anne a Limehouse (reale),
alcuni tunnel murati scoperti nel 1892 durante i lavori per la rete fognaria,
e testimonianze raccolte in vecchi articoli del Pall Mall Gazette.
La finzione prende forma proprio da queste tracce: una frase, un dettaglio, un nome dimenticato diventano semi narrativi da cui germogliano storie oscure.
Perché ci affascinano le cripte?
Le cripte sono simboli. Sono l’inconscio urbano, il luogo dove la società nasconde ciò che non può spiegare o accettare. Sono tombe, ma anche passaggi. Rappresentano il passato che non smette di parlare e il silenzio che diventa assordante.
In Il Vangelo delle Ombre, le cripte non sono solo spazi fisici. Sono zone liminali, in cui il Male può emergere, ma anche in cui la verità può venire alla luce, se si ha il coraggio di guardare.
Ci sono storie che iniziano e finiscono nello spazio definito di una copertina. E poi ci sono racconti che si ramificano, che non si chiudono mai davvero, che lasciano dietro di sé una scia di domande, simboli e sussurri.
Ne L’Archivio Blackwood ho scelto consapevolmente di lasciare delle porte aperte. Alcune conducono a segreti futuri, altre forse non verranno mai aperte del tutto. Ma tutte hanno uno scopo: alimentare l’immaginazione.
Non tutte le verità vanno spiegate
Il lettore moderno è spesso abituato a ricevere risposte. A pretendere una spiegazione per ogni evento, una motivazione per ogni azione, un epilogo per ogni personaggio. Ma nella narrativa gotica – quella vera – ciò che non viene detto ha spesso più potere di ciò che viene svelato.
Un nome inciso in una pagina. Un oggetto dimenticato in una scena. Un sussurro che non trova risposta.
Tutto questo genera inquietudine, perché va contro l’ordine naturale delle cose. E il gotico vive proprio lì: nel disordine dell’anima.
Il mondo di Blackwood è un archivio… e gli archivi non finiscono mai
I romanzi che compongono L’Archivio Blackwood non sono semplici thriller d’epoca. Sono capitoli di una mitologia personale e condivisa, in cui ogni indizio, ogni reliquia, ogni personaggio minore può essere l’inizio di un nuovo sentiero.
Quando scrivo, non mi domando: “Come finisce?”. Mi domando: “Cosa resterà?” Cosa resterà in chi legge, quando spegnerà la luce?
Il valore della rilettura
Un altro motivo per cui amo l’incompiuto è che rende ogni lettura diversa dalla precedente. Un lettore attento potrà notare, nei miei libri, la presenza di:
simboli ripetuti,
oggetti che passano inosservati ma tornano nei volumi successivi,
dettagli apparentemente inutili che assumono senso dopo 100 pagine… o 3 libri.
Non è una strategia. È il mio modo di scrivere: stratificato, contaminato, volutamente imperfetto. Ma autentico.
La verità non sta mai tutta in superficie
Declan, Moira, Quinn, Monroe, Fitzroy, Whitmore… Ognuno di loro ha una storia che non ho ancora raccontato tutta. Alcuni perché non è ancora il momento. Altri perché non lo sarà mai.
Perché in fondo, il vero archivista non distrugge ciò che non capisce. Lo conserva. E così faccio io, scena dopo scena. Libro dopo libro. Per chi ha voglia di restare. E di rileggere.
Ci sono luoghi che non esistono sulle mappe. Non servono coordinate per trovarli: basta chiudere gli occhi, trattenere il respiro… e ricordare. Nei romanzi dell’Archivio Blackwood, i luoghi non sono semplici scenografie. Sono personaggi. Parlano, ascoltano, osservano. Alcuni si nutrono della paura, altri della memoria. Ma nessuno è mai neutro.
La regola del luogo-vivente
Quando creo un’ambientazione, non penso solo a cosa si vede. Penso a cosa si sente. Che odore c’è nell’aria? Che rumore fa il silenzio? Dove va la polvere quando si alza il vento?
Ogni ambiente deve avere:
una storia dimenticata
una presenza muta
una minaccia invisibile
Londra, 1888: la città che inghiotte
Londra è il cuore pulsante dell’intera saga. Ma non quella da cartolina. La mia Londra è una bestia che si contorce sotto la nebbia, una città che nasconde più di quanto riveli. I quartieri non sono semplici luoghi: sono ecosistemi morali.
Whitechapel è la fame, la malattia, il peccato.
Limehouse è l’esilio, il veleno, l’attesa.
Bethnal Green è la follia, l’eco, il pozzo.
Ogni strada ha un’anima. E ogni anima… un prezzo.
Come nasce un luogo oscuro?
Dietro ogni ambientazione c’è uno studio. Non solo geografico, ma psicologico. Ecco il mio metodo:
Parto da un concetto: l’oblio, la colpa, l’infanzia, il sangue.
Lo trasformo in spazio: un orfanotrofio, un sotterraneo, un archivio murato.
Aggiungo un “respiro”: qualcosa che il lettore non vede, ma percepisce.
Ogni stanza proibita deve avere una porta che non si dovrebbe aprire. E ogni luogo, almeno una cosa che non vuole essere scoperta.
Ispirazioni visive e letterarie
Per costruire i luoghi dell’Archivio Blackwood mi ispiro a:
Le descrizioni di Lovecraft, dove l’indicibile è più forte di ciò che si mostra.
Il gotico vittoriano, dove l’architettura riflette l’anima.
Il cinema horror classico, da The Others a The Innocents, dove l’ambiente è protagonista.
Ma anche le fotografie d’epoca, i registri ospedalieri, gli archivi ecclesiastici… tutto è materia viva.
E oggi?
Sto lavorando a nuovi luoghi ancora più oscuri:
un pozzo al centro di un orfanotrofio, che cambia a ogni sogno.
una cappella sommersa, riemersa solo dopo un temporale.
un manoscritto nascosto nella cripta di una famiglia maledetta.
Perché ogni storia gotica merita il suo labirinto.
Prima ancora che nascesse L’Archivio Blackwood, prima che prendessero forma i miei personaggi e i loro tormenti, c’era lui: Edgar Allan Poe. Un nome che non è solo un riferimento letterario, ma una fessura nella parete del tempo, da cui filtra una voce. È una voce disturbata, disturbante, ossessiva. Una voce che ho ascoltato più volte prima di iniziare a scrivere.
Tra i suoi racconti più celebri, ce n’è uno che, ancora oggi, mi stringe lo stomaco come una morsa: “Il cuore rivelatore” (The Tell-Tale Heart, 1843). Un racconto breve, secco, ma spietato. Una discesa in prima persona nella follia, nella paranoia, nel suono costante di una colpa che non vuole essere sepolta.
La trama in breve (senza spoiler)
Un uomo, ossessionato dall’occhio di un vecchio, decide di eliminarlo. Ma ciò che lo distruggerà non sarà la giustizia umana, bensì il battito insistente di un cuore che non smette di pulsare.
Perché questo racconto mi ha influenzato
Ciò che rende questo testo immortale non è il fatto in sé, ma la voce del narratore. Non sappiamo chi sia. Non sappiamo nemmeno se ciò che racconta sia reale. Ma sentiamo la sua angoscia, le sue giustificazioni, il suo delirio.
Questa ambiguità tra realtà e follia è una delle cifre che ho portato nei miei racconti. In Il Vangelo delle Ombre o in Il Carnefice del Silenzio, il lettore è spesso lasciato sospeso tra ciò che è accaduto e ciò che si crede sia accaduto. Poe mi ha insegnato che la vera paura non nasce dal mostro… ma dal dubbio.
Una scrittura che parla all’inconscio
La lingua di Poe è musicale e ipnotica. Ogni parola è un passo verso l’abisso, ogni frase è costruita come una spirale che ti stringe. Eppure è semplice. Mai pretenziosa. Mai sterile.
Da lui ho imparato che non serve spiegare il male. Basta lasciarlo parlare con la propria voce. Una voce che, a volte, suona troppo simile alla nostra.
Se non avete mai letto “Il cuore rivelatore”, fatelo. Se lo avete letto, rileggetelo. E poi… ascoltate. Perché là fuori, o forse dentro di voi, un cuore batte ancora.
Certe morti non sono solo delitti. Sono simboli. Sono segnali tracciati con il sangue, destinati a chi sa leggere tra le righe di un corpo abbandonato, o nel gelo di una stanza sigillata.
Nel cuore di Il Carnefice del Silenzio, l’omicidio si trasforma in rituale, in codice, in profezia. Ogni vittima è una parte di un disegno più grande, ogni silenzio forzato è un eco che parla a chi ha orecchie abbastanza dannate per ascoltarlo.
Chi è davvero il carnefice? Un semplice assassino o un messaggero antico, legato a una voce che affonda le radici in un culto perduto?
Nel romanzo, l’ispettore Edgar Blackwood si trova a decifrare molto più che indizi: deve comprendere una lingua dimenticata, fatta di simboli, mutilazioni e silenzi rituali. Ma c’è di più. Ogni omicidio sembra risvegliare qualcosa che dormiva… nel cuore stesso di Londra.
La domanda non è più solo chi uccide. Ma perché il silenzio è diventato la vera arma?
Se non avete ancora letto Il Carnefice del Silenzio, vi consiglio di prepararvi a un’indagine che non vi darà risposte facili. Perché in fondo, come dice Blackwood:
“Le verità sussurrate sono le uniche a sopravvivere ai secoli.”
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Playlist gotica per scrittori (e lettori) dell’Archivio Blackwood
Certe storie hanno bisogno del silenzio. Altre, invece, chiedono un sottofondo.
Quando scrivo, non cerco solo la parola giusta: cerco la vibrazione giusta. Una nota, un riverbero, un battito sommesso come un cuore nascosto sotto il pavimento (grazie Poe). E così, negli anni, ho costruito una playlist gotica personale, fatta di brani che si adattano alle atmosfere cupe e vittoriane dell’Archivio Blackwood.
Ecco alcune delle tracce che ascolto davvero, mentre scrivo o rileggo. Provale anche tu mentre leggi Il Vangelo delle Ombre o Il Carnefice del Silenzio.
1. “Dies Irae” – Mozart / Verdi / Gothic versions
L’ira divina ha sempre un posto d’onore in ogni possessione. Perfetto per le scene rituali o per quando la luce tremola e i simboli si risvegliano.
2. “Foggy Streets of London” – Gothic instrumental
Brani ambient ispirati alla nebbia e ai vicoli. Cercali con queste parole chiave su YouTube o Spotify: “Dark Victorian London ambient” / “Gaslight music” Ideale per i momenti in cui Blackwood cammina da solo, sigaro in bocca e ombre alle spalle.
3. “Omen” – The Omen Soundtrack / Jerry Goldsmith
Un classico che mette i brividi già dalle prime note. Sconsigliato a cuori deboli. Ottimo per le rivelazioni finali o le apparizioni.
4. “Ritual” – Wardruna / Dead Can Dance / Nox Arcana
Musica etnica o liturgica reinterpretata in chiave oscura. Ti farà pensare a candele accese, simboli tracciati col sangue, e libri che non dovrebbero essere letti.
5. “Mors Vincit Omnia” – Dark academic piano playlist
Una selezione di brani pianistici cupi ma malinconici. Perfetta per scrivere o leggere quei passaggi in cui la morte non fa paura, ma sembra quasi un sollievo.
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Nel cuore dell’universo narrativo dell’Archivio Blackwood non ci sono solo omicidi rituali, sette oscure e simboli indecifrabili. C’è qualcosa di più antico, più fragile e allo stesso tempo più potente: i libri.
Spesso, nei miei racconti, i libri non sono semplici oggetti di scena. Sono strumenti di potere, portatori di verità scomode, porte verso l’indicibile. A volte bastano poche righe vergate su pergamena per cambiare il corso della storia. Altre volte, è la sola esistenza di un volume proibito a far vacillare la mente di chi lo trova.
Ecco alcuni dei volumi più emblematici comparsi nei miei romanzi.
Il Vangelo delle Ombre
Il più noto e allo stesso tempo il più temuto. Non è solo il titolo di un libro: è un oggetto reale nel mondo di Blackwood, un manoscritto rilegato in pelle annerita, segnato da croci antiche e lettere consumate. Le sue pagine non sono tutte leggibili. Alcune mutano, altre scompaiono. È un libro che sceglie chi può leggerlo, e che cambia chi osa farlo.
Il Diario di Vivian Ashcroft (Racconto inedito non ancora pubblicato)
Comparso ne Le Ultime Stanze di Millburn Asylum, è un quaderno pieno di schizzi, poesie deliranti e pagine strappate. Ma ogni frammento custodisce indizi sottili. Le sue annotazioni, scritte con grafia sempre più irregolare, raccontano una discesa nell’incubo. Un diario che è anche un testamento.
Codex Inversus
Citato di sfuggita in più racconti, si dice sia un libro scritto al contrario, da destra a sinistra, le cui frasi diventano comprensibili solo se lette allo specchio. Alcuni credono sia solo leggenda, altri che sia il testo originale da cui nacquero i rituali della Muta dei Santi. Nessuno sa dove si trovi. Forse è meglio così.
Lettere Nere
Non un libro, ma un insieme di messaggi mai spediti, raccolti in un fascicolo rilegato in cuoio, rinvenuto in un convento sconsacrato. I mittenti? Bambini scomparsi. I destinatari? Nessuno. Le parole? Piene di simboli, giochi fonetici, paure infantili. Un libro che non parla a chi lo legge, ma a chi lo ascolta.
Archivio B – Sezione Eretica
Nascosto tra i dossier ufficiali di Scotland Yard, questa sezione è ufficialmente inesistente. Ma esiste. È lì che Blackwood custodisce i casi più anomali, i documenti più impuri, le prove che nessun tribunale accetterebbe, ma che nessuna coscienza dovrebbe ignorare.
In un mondo dove la verità è spesso sepolta sotto veli di cenere e sangue, i libri restano testimoni silenziosi. Ma attenti: nei miei racconti, leggere può essere pericoloso. Perché alcune pagine non si limitano a raccontare. Alcune… osservano.
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C’è un’oscurità che non ha bisogno di mostri per far paura. Basta la nebbia, il silenzio, un lampione che trema nel vento. Londra, tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, è stata il palcoscenico ideale per ogni storia di orrore, mistero e occultismo. Ma perché proprio questa città, in questo periodo storico, continua a evocare brividi e fascino?
✦ Nebbia, gas e decadenza
Il cuore della capitale vittoriana batteva al ritmo delle lanterne a gas, dei cavalli che scalpitavano sul selciato umido, delle urla lontane nei vicoli. Non è un caso se molte delle storie più celebri del terrore gotico — da Dracula a Jekyll e Hyde, ai fantasmi del Tamigi — siano nate qui. Londra era viva, ma soprattutto vibrava di un’energia ambigua, contesa tra progresso e superstizione.
✦ La paura del cambiamento
L’era vittoriana fu un’epoca di grandi trasformazioni: scoperte scientifiche, rivoluzioni industriali, nuove teorie religiose e filosofiche. Ma con il cambiamento arrivarono anche il timore, la perdita di certezze, l’idea che qualcosa di antico e oscuro stesse per essere risvegliato. È su queste crepe che si innestano molte delle storie gotiche: il Male non è mai lontano, è solo in attesa.
✦ L’Archivio Blackwood e l’eco dell’oscurità
Ne Il Vangelo delle Ombre, seconda opera dell’Archivio Blackwood, ho voluto spingere ancora di più su questo senso di smarrimento e angoscia. L’ambientazione — Londra, dicembre 1888 — non è un semplice sfondo, ma una creatura vivente, fatta di scricchiolii, fumi, sguardi invisibili. I vicoli parlano. Le case tacciono. E il confine tra fede e follia si dissolve tra le pagine.
Se amate l’atmosfera decadente, i misteri senza tempo e le ombre che parlano, Il Vangelo delle Ombre vi condurrà proprio lì: dove la luce dei lampioni non arriva mai.
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C’è un confine sottile tra l’atto della scrittura e l’ossessione. Tra l’inchiostro e il sangue. Tra chi racconta e chi viene raccontato.
Nei corridoi dell’Archivio Blackwood, questo confine è spesso superato. I diari si scrivono da soli. Le lettere non arrivano mai. E i manoscritti… a volte sussurrano.
Ma questa non è solo finzione gotica. Esistono casi documentati, realmente accaduti, in cui la scrittura ha condotto alla pazzia, al silenzio eterno o a gesti inspiegabili.
Quando la penna scava nell’abisso
Nel 1865, lo scrittore britannico Richard Dadd, autore di poesie e schizzi fiabeschi, fu internato a Bethlem Hospital dopo aver ucciso il padre. Nelle sue lettere dal manicomio, scrisse che “l’inchiostro era la lingua di un altro”. Le sue opere più tarde erano fitte di simboli e calligrafie spezzate, come se il testo tentasse di fuggire da sé stesso.
Altri, come il gallese Reverendo Glynn, scomparso nel 1892, lasciarono dietro di sé centinaia di pagine scritte in una lingua inventata, sepolte sotto assi marce di una chiesa in rovina. L’unica frase tradotta: “Non è Dio che ascolta. È qualcun altro.”
L’ossessione del dettaglio
Molti scrittori, soprattutto nel XIX secolo, credevano che ogni parola possedesse una vibrazione. Alcuni stilavano le proprie opere in più copie, a mano, convinti che la macchina da stampa potesse “contaminare” il significato originale. Altri, come l’enigmatico autore di Il Codex Umbrae (volume mai ufficialmente pubblicato), annotavano le correzioni sulla pelle animale, anziché sulla carta, “per renderle vive”.
Questo tipo di follia ha ispirato anche la mia scrittura. Nei racconti dell’Archivio Blackwood esistono manoscritti che non si possono rileggere, lettere che cambiano testo da sole, preghiere scritte al contrario, e testamenti pieni di parole cancellate con sangue.
Sono simboli. Ma anche avvertimenti.
Chi scrive si consuma
Scrivere significa evocare. Richiamare alla luce qualcosa che non vuole essere visto. E, a volte, ciò che si evoca… guarda indietro.
Nel mondo dell’Archivio Blackwood, i manoscritti non sono semplici oggetti narrativi: sono portali. Mappe del trauma. Tracce della mente che ha osato troppo.
Chi scrive, lascia una parte di sé sulla pagina. Ma attenzione: non sempre si ha il permesso di riprenderla.
Il Vangelo delle Ombre è il nuovo romanzo gotico che prosegue l’indagine nelle ombre.
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