Perché Ed Gein scavava di notte, e cosa cercava sotto la terra
Il cimitero di Plainfield stava a meno di un chilometro dalla fattoria. Una distanza percorribile a piedi in pochi minuti, anche di notte, anche in inverno, anche quando la neve del Wisconsin rendeva il terreno duro e il freddo abbassava la temperatura sotto il limite in cui le dita smettono di rispondere ai comandi. Ed Gein la percorse molte volte. Gli investigatori stimarono, sulla base delle tombe trovate violate, che lo avesse fatto almeno una dozzina di volte in un arco di anni.
Non portava niente. Andava a prendere.
Il lutto che non trova forma
C’è una differenza tra il lutto e l’incapacità di elaborare una perdita. Il lutto è un processo: doloroso, irregolare, non lineare, ma diretto verso una qualche forma di accettazione che permette di continuare. L’incapacità di elaborare la perdita è qualcosa di diverso: è il rifiuto, spesso inconscio, di accettare che ciò che era presente non ci sia più. È il tentativo di mantenere attivo un legame che la morte ha interrotto, usando qualunque strumento disponibile.
Per la maggior parte degli esseri umani, questo tentativo prende forme che il sistema sociale riconosce e tollera: conservare gli oggetti di chi è morto, parlare con la persona scomparsa nella propria mente, visitare la tomba, mantenere vive le abitudini condivise. Sono gesti di attaccamento che la cultura umana ha elaborato nel corso di millenni proprio perché il lutto ha bisogno di rituali, di forme, di contenitori in cui depositare qualcosa che altrimenti non sa dove stare.
Ed Gein non aveva accesso a quella rete di forme condivise. La sua formazione aveva eliminato le relazioni sociali che avrebbero potuto sostenerlo, l’isolamento aveva rimosso le persone che avrebbero potuto aiutarlo a elaborare, e il sistema di valori ereditato da Augusta non offriva strumenti per il lutto che non fossero la sottomissione alla volontà divina, formula che non risponde al bisogno fisico, viscerale, di presenza.
Quello che fece fu la risposta di una mente che cercava una soluzione concreta a un problema che non aveva soluzione concreta. Trovò la sua.
Il cimitero come luogo di confine
In tutte le culture umane, i cimiteri occupano uno spazio liminale: né completamente il mondo dei vivi né completamente quello dei morti, ma un territorio di confine dove i due si avvicinano abbastanza da rendere possibile qualcosa che altrove non lo sarebbe. Per questo i cimiteri sono carichi di rituale in quasi tutte le tradizioni: la visita alla tomba, il fiore deposto, la preghiera recitata. Sono gesti che attraversano il confine in modo controllato, ritualizzato, socialmente accettato.
Gein attraversava quel confine in modo diverso. Non portava fiori: portava attrezzi. Non recitava preghiere: scavava. L’atto era fisico, concreto, irriducibile a qualunque interpretazione simbolica che lo rendesse accettabile. Eppure la logica sottostante non era così distante da quella che muove chiunque vada a stare vicino a una tomba: il bisogno di prossimità con chi non c’è più, il tentativo di ridurre la distanza che la morte ha imposto.
La differenza stava nel mezzo. E il mezzo, in questo caso, era tutto.
Le tombe che scelse
Gli investigatori che analizzarono i casi dopo l’arresto notarono un pattern nelle tombe violate: Gein sceglieva prevalentemente donne di mezza età, di corporatura simile a quella di Augusta, sepolte di recente. Non sceglieva a caso: selezionava. Leggeva i necrologi del giornale locale, identificava i funerali, aspettava che il terreno si assestasse.
Questa sistematicità, questo metodo, fu uno degli elementi che rese il caso così difficile da inserire nelle categorie disponibili. Non era impulsività, non era psicosi acuta con perdita totale del senso della realtà. Era pianificazione, attenzione al dettaglio, capacità di aspettare il momento giusto. Era la risposta metodica di una mente che aveva trovato un sistema e lo applicava con coerenza.
La coerenza del Male è sempre la cosa più difficile da guardare. Perché implica che dall’altra parte ci sia qualcuno che ragiona, che decide, che ha obiettivi. Non un fenomeno naturale, non un malfunzionamento casuale: una persona con un piano.
Quello che il cimitero non poteva dare
Il cimitero non risolveva niente. Non poteva. La presenza fisica che Gein cercava non era ricostruibile in quel modo, e qualunque cosa trovasse sotto la terra non era Augusta, non era la voce che leggeva i versetti, non era il sistema di riferimento che aveva perso con lei.
Ma nei meccanismi di coping patologici la logica del risultato non è quella che conta. Conta la logica dell’azione, il fatto che fare qualcosa sia meno insopportabile del non fare niente, il fatto che il tentativo, per quanto destinato a fallire, offra un momento di illusione di controllo su qualcosa che non si controlla.
Gein continuò per anni. Nessuno notò niente, perché nessuno stava guardando in quella direzione. Il cimitero di Plainfield era un posto tranquillo, frequentato di giorno da chi portava fiori e rimasto solo di notte. La notte appartiene ai vivi molto più di quanto si pensi, e quasi nessuno ha motivo di stare nel territorio dei morti dopo il tramonto.
Quasi nessuno.
Il confine tra il mondo dei vivi e quello dei morti, nella narrativa gotica, è sempre più permeabile di quello che si vorrebbe credere. Ed Gein lo attraversò fisicamente, concretamente, con una pala e il freddo del Wisconsin addosso.
E ogni volta tornò a casa con qualcosa. E ogni volta, il giorno dopo, Augusta era ancora morta.
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