Racconto horror di Halloween · Erba, provincia di Como
Il primo bagliore comparve tra gli alberi alle ventidue e quarantasette.
Andrea Riva abbassò la macchina fotografica. La torcia frontale illuminava un tratto di sentiero coperto di foglie fradice. Oltre, i faggi della Valle Bova si confondevano nel buio.
Aveva lasciato l’auto a Erba nel pomeriggio. Voleva fotografare le pareti rocciose sopra il Buco del Piombo, approfittando degli ultimi colori autunnali. Adesso doveva soltanto ritrovare la discesa.
La luce riapparve più avanti.
Andrea si fermò. Qualcuno avanzava tra i tronchi con una lanterna.
«Ehi! Tutto bene?»
L’uomo proseguì senza voltarsi.
Andrea scattò una fotografia. Sul display apparve una figura con un cappotto lungo, il cappello calato sulla fronte. La mano che reggeva la lanterna era troppo bassa, quasi all’altezza del ginocchio.
Ingrandì.
Dal polsino uscivano dita sottili, piegate all’indietro.
Un ramo si spezzò alla sua destra.
Andrea alzò la torcia.
Tra gli alberi, a pochi metri, qualcuno trascinava lentamente i piedi sulle foglie.
«Chi c’è?»
Il rumore cessò.
Quando tornò a guardare il sentiero, la lanterna era sparita.
La ritrovò davanti all’ingresso del Buco del Piombo.
La grande apertura della grotta si stagliava contro la parete calcarea. La luce oscillava vicino alla roccia, benché l’uomo che la portava fosse scomparso.
Andrea avanzò con cautela.
La lanterna si spense.
Il fascio della torcia raggiunse qualcosa ai suoi piedi: una fotografia ingiallita, incastrata sotto una pietra.
La raccolse.
Cinque persone erano ritratte davanti alla grotta. Quattro indossavano abiti scuri, dall’aspetto antiquato. Il quinto portava una giacca tecnica blu.
Andrea abbassò gli occhi sulla propria giacca.
Stesso colore. Stessa cerniera. Stesso strappo sulla manica sinistra.
Nella fotografia l’uomo teneva il capo inclinato, il volto nascosto dall’ombra.
Sul retro qualcuno aveva scritto: 31 ottobre 1926.
Andrea infilò la fotografia in tasca.
Dalla grotta arrivò un colpo sordo.
Poi un altro.
La torcia illuminò l’ingresso. Sul terreno, appena oltre la soglia, si distingueva una scarpa di cuoio.
Un piede vi era ancora infilato.
Andrea arretrò.
La scarpa scivolò lentamente verso l’interno, lasciando un solco nella polvere.
Si voltò e corse.
Il sentiero scendeva tra alberi ravvicinati. Andrea inciampò, batté un ginocchio contro una pietra e riprese a camminare stringendo i denti.
Dopo alcuni minuti raggiunse un tronco spezzato.
Lo riconobbe. Era passato di lì poco prima.
Sulla corteccia, qualcuno aveva inciso cinque tacche verticali.
Andrea proseguì verso valle.
Al successivo tornante trovò lo stesso tronco.
Le tacche erano sei.
Dietro di lui risuonò uno scatto fotografico.
Si girò.
Nessuno.
La macchina che portava al collo si accese da sola.
Sul display comparve un’immagine appena acquisita.
Andrea vi appariva di spalle, fermo davanti al tronco. Dietro di lui c’era una donna con un vestito nero. Aveva il viso rivolto verso l’obiettivo e la bocca spalancata.
Dall’interno usciva qualcosa di chiaro.
Andrea ingrandì la fotografia.
Erano dita.
Una mano premeva contro i denti della donna, cercando di uscire.
Un soffio caldo gli sfiorò l’orecchio.
«Manca uno.»
Andrea lasciò cadere la macchina fotografica.
Il cinturino la trattenne, facendola sbattere contro il petto.
Raggiunse di nuovo la grotta alle ventitré e cinquantanove.
Questa volta non cercò un altro sentiero.
Si nascose dietro un masso, spense la torcia e rimase accucciato, con il ginocchio dolorante stretto tra le mani.
Davanti all’ingresso comparvero quattro persone.
Erano le figure della fotografia.
L’uomo con la lanterna avanzò per primo. Gli altri lo seguirono trascinando le scarpe sulla pietra.
La donna si fermò a pochi passi dal masso.
Andrea riusciva a vedere il bordo del suo vestito, sporco di terra. Una goccia scura cadde dall’orlo.
Poi un’altra.
La donna piegò la testa.
Andrea trattenne il respiro.
Una mano spuntò lentamente dalla sua bocca. Le dita si aprirono, tastando l’aria.
La donna afferrò il polso che le usciva tra i denti e tirò.
Si udì uno schiocco umido.
Andrea balzò in piedi.
L’uomo con la lanterna gli sbarrava il sentiero.
Sotto il cappello non aveva occhi. Due cavità nere occupavano la parte superiore del volto. La pelle attorno alle orbite era tirata verso l’interno.
Andrea indietreggiò fino alla parete.
Dalla grotta giunse il rumore di un otturatore.
Un lampo bianco illuminò le rocce.
Quando riuscì a vedere di nuovo, le quattro figure erano disposte davanti all’ingresso.
Accanto a loro c’era un quinto uomo.
Indossava una giacca tecnica blu.
Andrea riconobbe il proprio volto, il sangue che gli colava dal ginocchio, perfino la macchina fotografica appesa al collo.
Il suo doppio sollevò lentamente una mano.
Andrea sentì le proprie dita muoversi contro la volontà.
Dall’interno della grotta una voce sussurrò:
«Guardate qui.»
Un altro flash.
***
La mattina del primo novembre, due escursionisti trovarono uno zaino abbandonato lungo un sentiero della Valle Bova.
Accanto c’era una macchina fotografica.
I carabinieri di Erba recuperarono dalla scheda di memoria centosette immagini.
Le ultime ritraevano cinque persone davanti al Buco del Piombo. Nell’ultima fotografia, il quinto uomo indossava una giacca blu e aveva il volto di Andrea Riva.
Sul display compariva un messaggio:
Memoria piena.
Tre giorni dopo, un tecnico incaricato di esaminare l’apparecchio notò una fotografia che non ricordava di aver visto.
Mostrava il laboratorio in cui stava lavorando.
Lui stesso era seduto alla scrivania, intento a controllare la macchina.
Dietro la sua sedia, una donna con un vestito nero teneva una lanterna.
Il tecnico si voltò.
La stanza era vuota.
Dalla macchina fotografica arrivò uno scatto.
Sul display apparve una nuova immagine.
La donna era seduta sulle sue ginocchia.
E aveva già cominciato ad aprire la bocca.
Racconto di fantasia ambientato in luoghi reali del territorio erbese. Personaggi, eventi e riferimenti soprannaturali sono inventati.
