La Filastrocca dell’Ascia

Come un delitto irrisolto diventa canzone per bambini, e cosa questo dice di noi


Nessuno sa chi l’ha scritta per primo. È apparsa nei giornali popolari negli anni successivi al processo, ha cominciato a circolare nelle scuole, nelle strade, nei cortili dove i bambini saltano la corda. Si è diffusa prima che esistesse la radio, prima che esistesse la televisione, prima che esistesse qualunque meccanismo di distribuzione culturale di massa nel senso moderno del termine. Si è diffusa perché le persone la ripetevano l’una all’altra, perché aveva il ritmo giusto, perché diceva in quattro righe qualcosa che la gente sentiva ma non aveva trovato il modo di articolare diversamente.

Lizzie Borden took an axe, gave her mother forty whacks. When she saw what she had done, she gave her father forty-one.

Una filastrocca per bambini che descrive un doppio omicidio con ascia. E nessuno la trova strana.

Perché le canzoni ricordano quello che i verbali dimenticano

La memoria collettiva non funziona come un archivio. Non conserva i fatti nella loro forma più precisa, non mantiene le sfumature, non tiene traccia delle ambiguità. Conserva le narrazioni: le storie che si possono raccontare velocemente, che hanno un ritmo, che lasciano qualcosa di netto nell’aria dopo che si sono concluse.

La filastrocca di Lizzie Borden è una versione della sua storia che non tiene conto dell’assoluzione, non tiene conto delle prove mancanti, non tiene conto di nessuna delle complessità che il processo aveva messo in luce. Dichiara la colpevolezza con la stessa naturalezza con cui un conto filastrocca le mele su un albero. Non argomenta: afferma. E l’affermazione ritmica si incide nella memoria molto più profondamente di qualunque ragionamento articolato.

Questo è quello che le canzoni popolari fanno alla storia: la semplificano fino alla formula, poi rendono quella formula impossibile da dimenticare. Il tribunale assolse Lizzie Borden. La filastrocca la condannò per sempre, e la filastrocca ha avuto molto più pubblico del tribunale.

Il fascino del parricidio come archetipo

C’è una ragione per cui la storia di Lizzie Borden non è rimasta una nota a piè di pagina nella cronaca giudiziaria americana. Tocca qualcosa di più profondo della semplice curiosità morbosa per i delitti efferati.

Il parricidio è uno dei tabù fondamentali di qualunque società umana. Non solo perché è un crimine grave, ma perché viola una delle strutture di base su cui la famiglia, e attraverso la famiglia la società, si regge: l’obbedienza e il rispetto verso i genitori, la protezione che i figli devono ai loro genitori nella vecchiaia, il legame di sangue come qualcosa di inviolabile.

Quando quel tabù viene infranto, la mente collettiva reagisce con una fascinazione che non è semplice attrazione per il crimine: è la vertigine di chi guarda in un abisso che normalmente resta nascosto sotto le fondamenta della vita ordinaria. Cosa succede quando la struttura familiare, che dovrebbe essere il rifugio sicuro per eccellenza, diventa il luogo del pericolo estremo? Cosa succede quando il legame di sangue non protegge ma uccide?

La storia di Lizzie Borden pone queste domande in modo così diretto e così irrisolto che non si può chiuderla con una risposta. E le domande senza risposta non si dimenticano.

La leggenda pop e i suoi meccanismi

Negli ultimi decenni, la storia di Lizzie Borden ha attraversato ogni forma di narrazione popolare: romanzi storici, film, serie televisive, musical, fumetti, videogiochi, merchandising. Il suo nome è su tazze da caffè e magliette. La casa di Second Street è un bed and breakfast dove si può dormire nella stanza dove fu trovato il corpo di Andrew.

Questo processo di trasformazione in icona pop ha una logica precisa: prende un caso reale irrisolto e lo riempie di significati che non appartengono necessariamente alla storia vera, ma che risuonano con le preoccupazioni culturali del momento in cui viene rielaborato. Negli anni Settanta, Lizzie diventa simbolo del femminismo ante litteram, la donna che si ribella al patriarcato. Negli anni Novanta, diventa protagonista di narrazioni gotiche che esplorano la violenza domestica. Negli anni Duemila, diventa personaggio di horror soprannaturale dove l’ascia è letteralmente maledetta.

Ogni epoca proietta su di lei quello che ha bisogno di vedere. La vera Lizzie Borden, quella che viveva in una casa di Second Street e non ha mai detto pubblicamente cosa faceva la mattina del 4 agosto 1892, è sepolta sotto gli strati di quelle proiezioni.

Cosa rimane sotto la leggenda

Quando si tolgono la filastrocca, i film, i musical, il merchandising, quello che rimane è una storia più semplice e più oscura. Una famiglia in cui qualcosa non funzionava da anni. Un mattino di agosto in cui due persone morirono in modo brutale dentro la loro casa. Una donna che sopravvisse, fu processata, fu assolta, visse trent’anni nel silenzio e nella condanna sociale senza mai spiegare niente.

Quella storia non ha la forma pulita della leggenda. Ha le forme irregolari della realtà: i buchi, le contraddizioni, le domande che rimangono aperte non perché qualcuno abbia deciso di lasciarle aperte, ma perché le prove che avrebbero potuto chiuderle sono scomparse o non sono mai esistite.

La filastrocca dà una risposta. La storia vera non la dà. E forse è proprio per questo che la filastrocca esiste: per riempire il vuoto che la realtà ha lasciato, per dare alla mente collettiva la chiusura che il processo le ha negato.

Lizzie Borden took an axe. Forse. Oppure no.

La filastrocca non lo sa. Lo dice lo stesso.


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