La nebbia che respira: Londra come creatura vivente nell’Archivio Blackwood. Quando il paesaggio urbano smette di essere sfondo e diventa antagonista

Ho camminato lungo il Tamigi alle cinque del mattino, d’inverno, e la nebbia era così densa che il fiume l’ho sentito prima di vederlo. Un odore di fango marcio, di pesce morto e legno putrefatto che sale dai fondali con una lentezza deliberata. L’aria aveva un peso addosso alla lingua, qualcosa di metallico e vecchio, come monete tenute troppo a lungo in un pugno chiuso. È in quel momento, con le scarpe che affondavano nel selciato umido e i lampioni a gas ridotti a macchie gialle nell’oscurità, che ho capito perché la Londra vittoriana mi ossessiona da anni.

La nebbia non è mai stata solo atmosfera. I Vittoriani lo sapevano.

Quando ho iniziato a costruire il mondo dell’Archivio Blackwood, ho riletto le cronache di fine Ottocento sulle grandi nebbie londinesi, quelle che i giornali dell’epoca chiamavano pea soupers, minestre di piselli, per via del colore giallastro che il carbone e l’umidità del fiume producevano insieme. Ho letto di persone che si perdevano a venti metri da casa propria, di carrozze immobili nel mezzo di Piccadilly perché i cavalli rifiutavano di avanzare. La nebbia non permetteva di vedere; permetteva soltanto di sentire.

E questo è esattamente il meccanismo narrativo che mi ha interessato.

Blackwood si muove in quella Londra del 1888 come in un labirinto che cambia forma ogni notte. I vicoli che conosce di giorno diventano corridoi anonimi quando la nebbia li chiude. Ho scritto scene in cui il mio ispettore segue un sospetto a Whitechapel e perde l’orientamento non perché sia confuso, ma perché la città stessa ha deciso di non farlo passare. Le case sembrano spostarsi. I nomi delle strade si cancellano sotto l’umidità. Le voci arrivano da direzioni che non corrispondono a nessun corpo visibile.

La nebbia come strumento drammatico funziona perché aggredisce la fiducia sensoriale del lettore insieme a quella del personaggio.

Nelle ricerche sul Culto delle Ombre, ho trovato un dettaglio che mi ha fermato davanti alla pagina per alcuni minuti: i rituali documentati nei manoscritti che risalgono alla tradizione di Cwm Gwaed prevedevano di essere celebrati in condizioni di visibilità ridotta. Non di notte, specificamente. In condizioni di visibilità ridotta. Il confine tra vivo e morto, secondo quelle annotazioni in un latino scivoloso e irregolare, si assottiglia quando l’occhio smette di poter misurare le distanze. Quando non si riesce a stabilire dove finisce una cosa e dove ne inizia un’altra.

Ho copiato quella nota a mano, su un foglio separato. Lo tengo ancora sul tavolo di lavoro.

Quando scrivo Londra, non descrivo mai il cielo. Non c’è cielo in quella città, non in quelle notti che appartengono al romanzo. C’è soltanto il soffitto di nebbia che comincia a pochi metri sopra le teste, che assorbe i suoni senza restituirli, che trasforma lo scampanellio di una chiesa in qualcosa di soffocato e lontanissimo anche quando il campanile è dietro l’angolo. Ho lavorato a lungo su questa tecnica: privare il lettore della dimensione verticale. Togliere la prospettiva verso l’alto. Costringerlo, come Blackwood, a muoversi soltanto in orizzontale, dentro un labirinto piatto e senza uscite visibili.

La città diventa così qualcosa di tattile piuttosto che visivo.

Il selciato che risuona diversamente davanti all’entrata di un edificio abbandonato. Il ferro freddo di un cancello che lascia sulle dita un residuo color ruggine. Il calore improvviso che sale da una grata del marciapiede, quel fiato della metropolitana in costruzione che sa di terra smossa e qualcosa di bruciato che non si riesce a identificare. Sono queste le coordinate di Londra nell’Archivio Blackwood, non i monumenti, non i viali illuminati. La città vera, quella che interessa al romanzo gotico, esiste sotto la superficie visibile.

E la nebbia è il meccanismo che abbassa quella superficie fino a coprirla.

Ho trovato nei Collected Papers of the Meteorological Society un’osservazione del 1887, scritta da un anonimo collaboratore, che diceva una cosa precisa: nelle notti di grande nebbia, la città smette di proiettare ombre. I lampioni illuminano la nebbia stessa, non gli oggetti. Tutto perde il suo contorno. Un uomo in piedi sotto un lampione diventa una silhouette senza profondità, indistinguibile da un manichino, da un cadavere in posizione verticale, da qualcosa che non è stato mai vivo.

Ho riletto quella frase tre volte.

Poi ho aperto il capitolo su cui stavo lavorando e ho cancellato tutte le ombre. Ogni ombra portata da ogni personaggio, in ogni scena notturna. Il risultato era inquietante in un modo che non avevo pianificato, qualcosa che si percepiva nella lettura senza che il lettore riuscisse a nominarlo con precisione.

È quello il territorio che mi appartiene: il dettaglio che produce un disagio senza spiegazione.

La nebbia vittoriana mi ha insegnato che il terrore letterario non ha bisogno di mostrare. Ha bisogno di togliere. Di sottrarre punti di riferimento uno alla volta, con pazienza, con metodo, finché il lettore non sa più con certezza dove si trova. Cwm Gwaed nel 1321 era un villaggio che la nebbia dei Beacons copriva per settimane intere, e le annotazioni su quello che accadeva durante quei periodi sono frammentarie, contraddittorie, piene di spazi bianchi che qualcuno ha lasciato intenzionalmente.

Non so ancora se quei vuoti siano stati una scelta o una rimozione.


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