Il Confine tra Follia e Coscienza

Ed Gein sapeva quello che stava facendo. Ed è questo il punto.


L’avvocato difensore chiese la perizia psichiatrica. Era l’unica mossa possibile, l’unica che potesse sottrarre il suo cliente alla pena più severa. I periti si alternarono, si consultarono, produssero documenti densi di terminologia clinica. Alla fine la diagnosi fu quella di schizofrenia. Gein fu dichiarato non imputabile, internato, morì in un istituto psichiatrico nel 1984.

Ma la domanda rimase aperta, come rimane aperta ancora oggi: quanta parte di quello che aveva fatto era follia, e quanta era scelta?

La trappola della categoria

Quando un crimine supera una certa soglia di violenza o stranezza, la mente umana cerca immediatamente una categoria che lo contenga. Mostro. Pazzo. Malato. Sono categorie utili perché rassicurano: se chi ha fatto quella cosa è fondamentalmente diverso da noi, allora noi siamo al sicuro. La distanza è garantita dalla diagnosi.

Il problema è che quella distanza spesso non esiste.

I periti che esaminarono Gein trovarono un uomo capace di conversazione normale, di ragionamento consequenziale, di memoria accurata degli eventi. Ricordava le date, i nomi, le sequenze. Riconosceva le persone, capiva le domande, formulava risposte coerenti. Non mostrava i segni classici della psicosi acuta: non sentiva voci che gli davano ordini, non viveva in un delirio totale e costante, non aveva perso il contatto con la realtà esterna in modo irreversibile.

Aveva costruito una realtà parallela, interna, con le sue regole. Ma sapeva distinguerla da quella degli altri. E questo rende tutto molto più complicato.

La coscienza selettiva

Quello che emerge dalle trascrizioni degli interrogatori è un uomo che coopera, che risponde, che in certi momenti sembra quasi sollevato di poter parlare. Non nega. Non confonde. Non mostra i segni di chi non sa dove si trova o cosa ha fatto.

Mostra invece qualcosa di più difficile da classificare: una dissociazione selettiva, la capacità di tenere separati compartimenti dell’esperienza che nella mente ordinaria sono connessi. Quello che faceva nella fattoria esisteva in un registro separato dalla sua vita quotidiana, dai suoi acquisti al negozio, dalle sue conversazioni con i vicini, dal suo comportamento in chiesa.

Non era doppia personalità nel senso clinico. Era qualcosa di più sottile: la capacità umana di non guardare quello che non si vuole guardare, portata a un estremo che la maggior parte delle menti non raggiungerebbe mai, ma che utilizza gli stessi meccanismi che tutti usiamo ogni giorno per funzionare senza essere sopraffatti da quello che sappiamo di noi stessi.

Il peso della formazione

La psichiatria forense moderna tende a leggere il caso Gein non come un’esplosione improvvisa di follia ma come il risultato di un processo lungo, stratificato, costruito mattone su mattone nel corso di decenni. Augusta aveva fornito i materiali: la visione distorta del corpo, la sessualità come fonte di corruzione, la morte come confine permeabile tra i vivi e i morti.

Ed aveva costruito con quei materiali. Aveva eretto qualcosa che aveva senso dentro la logica che sua madre gli aveva consegnato, anche se quella logica era incompatibile con qualunque sistema condiviso di valori.

È in questo senso che la domanda sulla coscienza diventa davvero inquietante. Non perché Gein fosse un calcolatore lucido che fingeva la follia. Ma perché la sua mente funzionava, ragionava, elaborava, dentro un sistema di riferimento che era stato costruito da qualcun altro, molto prima che lui avesse gli strumenti per esaminarlo o rifiutarlo.

Quello che la domanda lascia aperta

La giustizia ha bisogno di risposte binarie: colpevole o non colpevole, imputabile o non imputabile. La realtà psicologica non funziona per binari.

Gein non era il mostro senza mente che il folklore popolare ha costruito nel tempo. Non era nemmeno la vittima passiva di una malattia che lo rendeva estraneo a se stesso. Era un uomo che aveva attraversato una formazione devastante, che aveva sviluppato una risposta a quella formazione, e che aveva agito dentro quella risposta con una coerenza che la categoria della follia pura non riesce a contenere del tutto.

Questa è la cosa che disturba ancora oggi, a decenni di distanza. Non quello che ha fatto. Ma il fatto che quello che ha fatto avesse, per lui, un senso. Che ci fosse un filo, anche se contorti e irriconoscibile agli occhi di chiunque altro.

I mostri senza mente non ci riguardano. Gli uomini con una logica sbagliata sì.


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