Perché il tuo personaggio principale vi lascia freddi, e come cambiarlo adesso
Aprite il vostro manoscritto a pagina uno. Il protagonista entra in scena. Fa qualcosa, dice qualcosa, pensa qualcosa. Adesso chiedetevi con onestà: se questo personaggio non fosse il protagonista, se fosse solo uno che passa per strada, lo notereste? O continuereste a camminare?
La maggior parte dei protagonisti deboli non sono personaggi cattivi. Sono personaggi vuoti. E il vuoto, nella narrativa, è l’unica cosa che il lettore non perdona.
Il problema non è la simpatia
C’è un equivoco che accompagna molti scrittori alle prime armi, e anche qualcuno con esperienza alle spalle: l’idea che il protagonista debba essere simpatico. Deve essere qualcuno per cui fare il tifo, qualcuno con cui identificarsi, qualcuno che non faccia cose sbagliate o almeno le faccia con buone intenzioni.
Falso.
Il lettore non ha bisogno di amare il protagonista. Ha bisogno di non riuscire a smettere di guardarlo. Sono due cose completamente diverse. Blackwood non è un uomo facile da amare: è chiuso, metodico, porta addosso un passato che non condivide con nessuno. Ma ogni volta che entra in una stanza, gli occhi del lettore vanno su di lui perché sa vedere quello che gli altri non vedono, e perché quella capacità ha un costo che si legge nella postura, nel silenzio, nel modo in cui tiene le mani.
Il protagonista magnetico non è quello più buono. È quello più specifico.
La specificità come strumento
Un personaggio specifico è un personaggio che ha un modo suo di fare le cose ordinarie. Non come cammina in senso generico: come cammina quando è nervoso, come cammina quando ha appena capito qualcosa che non voleva capire. Non cosa mangia: cosa ordina sempre quando è in un posto nuovo, e perché.
Questi dettagli non rallentano la narrazione. La abitano. Trasformano il personaggio da figura a presenza.
Provate questo esercizio: prendete il vostro protagonista e scrivetelo mentre fa tre azioni banali, una alla volta. Fa il caffè. Risponde a una telefonata che non voleva ricevere. Aspetta in una sala d’attesa. Non deve succedere niente di importante. Guardate come si muove, cosa nota, cosa ignora. Se non riuscite a scrivere queste scene senza che il personaggio vi sembri generico, il problema non è la scena: è che non conoscete ancora abbastanza bene chi avete messo al centro della storia.
Il desiderio e la ferita
Ogni protagonista che funziona ha due motori. Il primo è visibile: vuole qualcosa, lo insegue, lo cerca. Il secondo è nascosto, spesso anche a lui stesso: c’è qualcosa che lo ha formato, una ferita vecchia, un punto cieco, una perdita che non ha mai elaborato fino in fondo.
Questi due motori non devono andare nella stessa direzione. Anzi, la narrativa più potente nasce quando tirano in senso opposto: il personaggio insegue quello che vuole e nel farlo si scontra continuamente con quello che è, con i limiti che la ferita ha costruito attorno a lui.
Marco Davia, cinquantuno anni, criminologo forense, insegue una lista di nomi. Ma quello che insegue davvero, senza saperlo, è una risposta a una domanda che non ha mai formulato ad alta voce: fino a dove può spingersi prima di non riconoscersi più? La lista è la trama. La domanda è il romanzo.
L’arco non è obbligatorio, ma il cambiamento sì
Si parla molto di arco del personaggio, di trasformazione, di protagonista che alla fine è diverso da quello che era all’inizio. È vero, ma vale la pena precisare: il cambiamento non deve essere positivo, non deve essere completo, non deve essere consapevole.
Un protagonista può arrivare alla fine del romanzo più rotto di come era partito. Può aver capito qualcosa di se stesso che preferiva non sapere. Può aver vinto la battaglia esterna e perso quella interna. Quello che non può fare è restare identico, perché se la storia non lo ha cambiato in nessun modo, significa che la storia non lo ha davvero toccato. E se non ha toccato lui, non toccherà nemmeno il lettore.
Rileggete il vostro manoscritto chiedendovi: chi è questo personaggio nell’ultima pagina? In cosa è diverso da quello che era nella prima? Se la risposta è «uguale, ma con il problema risolto», avete trovato il lavoro che vi aspetta nella prossima revisione.
Il protagonista non è il veicolo della trama. È la ragione per cui la trama esiste.
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