Dalla narrativa gotica al true crime: perché continuiamo a guardare ciò che dovrebbe respingerci.
C’è una domanda che torna ogni volta che qualcuno prende in mano un romanzo oscuro, un thriller, o un saggio true crime:
perché siamo attratti dal male?
È una domanda antica.
E la risposta non è semplice.
Perché ciò che chiamiamo “male” non è soltanto qualcosa da cui fuggire. È anche qualcosa che ci costringe a guardare dentro noi stessi.
La narrativa gotica lo ha capito molto prima della psicologia moderna.
Nei romanzi gotici dell’Ottocento – da Bram Stoker a Mary Shelley – il mostro non è mai soltanto un mostro.
È uno specchio.
Il vampiro riflette il desiderio e la paura dell’immortalità.
La creatura di Frankenstein riflette la responsabilità dell’uomo verso ciò che crea.
Il male diventa una domanda.
E quella domanda non riguarda soltanto il mostro.
Riguarda noi.
Il fascino della zona proibita
L’essere umano ha una curiosità quasi biologica verso ciò che è proibito.
Quando qualcosa viene definito oscuro, pericoloso o disturbante, la mente non si limita a respingerlo.
Spesso fa il contrario.
Vuole capire.
È lo stesso meccanismo che porta milioni di persone a seguire casi di cronaca nera, documentari criminali o podcast true crime.
Non per celebrare il male.
Ma per comprenderlo.
Capire come nasce.
Come cresce.
Come si nasconde.
E soprattutto: come può sembrare umano.
Quando il male diventa storia
La narrativa e il true crime fanno qualcosa di molto simile.
Entrambi trasformano il caos in racconto.
Un evento oscuro, incomprensibile, viene osservato da vicino.
Analizzato.
Ricostruito.
Nel caso della narrativa gotica, il male diventa simbolo.
Nel caso del true crime, diventa psicologia.
In entrambi i casi, però, accade la stessa cosa: il lettore entra nella storia come osservatore.
E questo cambia completamente il rapporto con la paura.
Non siamo più soltanto spettatori.
Diventiamo investigatori.
L’ombra come metafora
Molti scrittori utilizzano una metafora molto semplice per parlare del male: l’ombra.
L’ombra è parte di noi.
Non esiste senza luce.
Lo psicologo Carl Gustav Jung parlava proprio di questo: la “shadow”, la parte della mente che contiene tutto ciò che reprimiamo.
Paure.
Desideri.
Impulsi.
La narrativa oscura funziona perché ci permette di osservare quella parte senza esserne consumati.
È un viaggio controllato dentro il buio.
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Letteratura, paura e conoscenza
C’è anche un altro aspetto.
Le storie oscure funzionano perché offrono una forma di conoscenza.
Quando leggiamo una storia che parla di ombre, crimini o ossessioni, non stiamo solo cercando paura.
Stiamo cercando struttura.
Il caos del mondo reale viene trasformato in un racconto con un inizio, uno sviluppo e una fine.
Il male diventa comprensibile.
E quando qualcosa diventa comprensibile, smette di essere completamente invisibile.
Perché continueremo a raccontarlo
Finché esisterà l’essere umano, esisterà il bisogno di raccontare storie sull’ombra.
Non perché amiamo il male.
Ma perché vogliamo capire come nasce.
La letteratura gotica lo fa attraverso simboli e atmosfere.
Il true crime lo fa attraverso indagini e ricostruzioni.
Due strade diverse.
Stessa domanda.
Cosa succede quando l’ombra trova qualcuno disposto a portarla?
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