La criminologia del silenzio

Tutto ciò che precede il reato e non viene mai raccontato

Quando si parla di criminologia, l’attenzione si concentra quasi sempre sul momento dell’atto.
Il gesto.
La violenza.
Il punto di rottura.

Ma il reato non nasce nel momento in cui accade.
Nasce molto prima, in una zona che raramente viene raccontata: il silenzio.


Il tempo che non fa notizia

Prima di ogni reato esiste un tempo lungo, opaco, apparentemente irrilevante.

Anni senza eventi eclatanti.
Giorni identici.
Routine che non allarmano nessuno.

È un tempo che non produce titoli.
Non genera urgenza.
Non si presta alla narrazione veloce.

Eppure è che si forma la struttura del comportamento deviante.


Il silenzio non è assenza

In criminologia, il silenzio non è un vuoto.
È un ambiente.

Un ambiente fatto di:

mancanza di confronto
assenza di sguardi correttivi
relazioni non elaborate
rituali che si ripetono senza essere messi in discussione

Il silenzio permette alla deviazione di stabilizzarsi, non di esplodere.

Quando il reato avviene, spesso è già tardi per capire.
Il processo era iniziato molto prima.


Tutto ciò che non viene detto

Nella fase che precede il reato, ciò che conta non è ciò che accade,
ma ciò che non accade.

Nessuna domanda.
Nessuna interferenza.
Nessuna frizione reale con l’altro.

La criminologia del silenzio studia proprio questo:
non l’evento traumatico, ma la normalità che lo rende possibile.


Perché raccontiamo solo il dopo

Raccontare il prima è scomodo.

Significa ammettere che il problema non è isolato.
Che non riguarda solo un individuo.
Che coinvolge contesti, relazioni, istituzioni, comunità.

Il racconto dell’atto concentra tutta la colpa in un punto preciso.
Il racconto del silenzio la distribuisce.

Ed è per questo che viene evitato.


Il silenzio come fattore criminogeno

Il silenzio non causa il reato in modo diretto.
Ma crea le condizioni perché certi comportamenti diventino pensabili.

Quando nessuno guarda,
quando nulla viene nominato,
quando le anomalie diventano abitudine,

il confine tra ciò che è accettabile e ciò che non lo è si sposta lentamente.

La criminologia del silenzio non cerca il colpevole.
Cerca il processo.


Capire prima, non spiegare dopo

Analizzare ciò che precede il reato non significa giustificarlo.
Significa sottrarre il male alla mitologia dell’improvviso.

Il gesto finale non è una rivelazione.
È una conseguenza.

E finché continueremo a raccontare solo l’atto,
continueremo a non capire nulla di ciò che lo rende possibile.


Approfondimento

Questo approccio è alla base del mio lavoro sul true crime:
non raccontare l’orrore come evento, ma analizzare il contesto silenzioso che lo precede.

Un esempio emblematico è il caso Ed Gein, studiato non come icona dell’orrore,
ma come struttura di devianza costruita nel tempo, nel silenzio e nell’isolamento.

Ed Gein – L’orrore della mente umana


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