Il true crime nasce per capire.
Non per distrarre, non per scioccare, non per riempire un vuoto di attenzione.
Nasce come tentativo di dare un senso a ciò che senso non ha: la violenza, il crimine, la frattura improvvisa tra ciò che consideriamo umano e ciò che ci spaventa. Ma qualcosa, nel tempo, si è incrinato.
Oggi il true crime è spesso trattato come un genere di consumo.
Un flusso continuo di storie sempre più estreme, sempre più rapide, sempre più semplificate. Non importa comprendere: importa tenere alta la soglia dello shock.
E quando raccontare diventa intrattenere, il rischio è uno solo: sfruttare.
Dalla comprensione allo spettacolo
Il passaggio è sottile, ma decisivo.
Quando una storia di cronaca viene raccontata per:
- generare suspense artificiale
- creare empatia selettiva verso il “mostro”
- costruire cliffhanger emotivi
- alimentare indignazione facile
non siamo più nell’analisi.
Siamo nella messa in scena.
Il problema non è raccontare il crimine.
Il problema è come lo si racconta e perché.
Se lo scopo è trattenere l’attenzione a ogni costo, allora le vittime diventano comparse, il contesto scompare, la complessità viene sacrificata in nome di una narrazione rapida e digeribile.
Il crimine come contenuto
Nel true crime spettacolarizzato accade qualcosa di preciso:
il crimine smette di essere un fatto da comprendere e diventa contenuto da consumare.
Il linguaggio cambia:
- “episodio” invece di evento reale
- “personaggio” invece di persona
- “plot twist” invece di svolta processuale
È qui che si supera una linea etica.
Perché la sofferenza reale non è materia narrativa neutra.
Porta con sé conseguenze, traumi, famiglie, comunità. Trattarla come un format significa spostare il baricentro: non più sulla verità, ma sull’effetto.
Ed Gein e il rischio della semplificazione
Il caso Ed Gein è spesso usato come esempio estremo.
Ma proprio per questo è anche uno dei più abusati.
Ridurre Gein a un’icona horror, a un simbolo grottesco, a una figura da citare per scioccare, significa fare esattamente ciò che il true crime dovrebbe evitare: svuotare il contesto.
Gein non è solo ciò che ha fatto.
È anche ciò che nessuno ha visto, ciò che è stato ignorato, ciò che è cresciuto nel silenzio.
Raccontare il caso senza questo livello di profondità significa trasformarlo in folklore macabro. E il folklore non spiega: anestetizza.
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Quando raccontare diventa sfruttare
Si sfrutta una storia quando:
- si selezionano solo gli elementi più estremi
- si omette ciò che complica il giudizio
- si costruisce una narrazione che “funziona” ma non è onesta
Lo sfruttamento non è sempre urlato. Spesso è elegante, ben montato, tecnicamente impeccabile. Ma resta sfruttamento quando usa il dolore altrui come carburante narrativo.
Il true crime serio fa l’opposto:
rallenta, approfondisce, disturba. Non consola il lettore, non lo rassicura, non gli offre mostri pronti da odiare o idolatrare.
Responsabilità di chi racconta
Raccontare il crimine è una responsabilità culturale.
Chi scrive, chi produce, chi divulga non è neutrale.
Ogni scelta narrativa:
- cosa includere
- cosa omettere
- che tono usare
- dove fermarsi
contribuisce a costruire una visione del mondo.
Il true crime non dovrebbe mai far dimenticare che dietro ogni caso ci sono persone reali, non archetipi. E che capire non significa giustificare, ma assumersi il peso della complessità.
Conclusione
Il true crime non è intrattenimento.
È uno strumento. E come tutti gli strumenti può essere usato bene o male.
Usato bene, aiuta a capire, a prevenire, a interrogarsi.
Usato male, consuma, spettacolarizza, sfrutta.
La differenza non la fa il caso raccontato, ma lo sguardo di chi racconta.
E oggi, più che mai, quello sguardo conta.
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