Descrivere il male senza nominarlo

(perché il silenzio fa più paura di qualsiasi mostro)

C’è una convinzione diffusa, nella scrittura come nel racconto del reale:
che per far paura si debba mostrare.

Mostrare tutto.
Spiegare tutto.
Dire il nome delle cose.

È falso.

Il male non diventa disturbante quando viene esibito,
ma quando si insinua senza annunciarsi.


Il problema della scrittura che spiega troppo

Quando una storia nomina il male, spesso lo riduce.

Gli dà una forma.
Un perimetro.
Una spiegazione.

E ciò che è spiegato è, in qualche modo, già contenuto.

Il lettore non ha più bisogno di interrogarsi.
Sa cosa sta guardando.
E questo lo rende al sicuro.

Ma la vera inquietudine nasce altrove.


La stanza prima dell’orrore

Le scene più disturbanti non sono quelle in cui accade qualcosa,
ma quelle in cui potrebbe accadere.

Una stanza chiusa.
Oggetti immobili.
Un ordine che sembra eccessivo.
Un silenzio che dura troppo.

Nulla è ancora successo.
Eppure il lettore sente che qualcosa non torna.

Perché il cervello umano reagisce più intensamente
a ciò che non riesce a collocare.

Il male non è ancora lì.
Ma lo spazio è pronto ad accoglierlo.


Sottrazione come tecnica narrativa

Scrivere il male significa togliere, non aggiungere.

Togliere spiegazioni.
Togliere giudizi.
Togliere la tentazione di guidare il lettore.

Ogni parola in meno è uno spazio che il lettore deve riempire da solo.
E ciò che riempie con la propria esperienza
è infinitamente più disturbante di qualsiasi descrizione esplicita.

Il silenzio non è assenza.
È parte attiva del racconto.


Perché questo vale anche per il true crime

Nel true crime più efficace, il momento chiave non è l’atto violento.
È ciò che lo precede.

Le routine.
Gli oggetti.
Le abitudini apparentemente insignificanti.

Il gesto finale non spiega nulla se non viene inserito
in un mondo interiore già compromesso.

E quel mondo non si racconta con i fatti.
Si racconta con le mancanze.


Il gotico lo ha sempre saputo

Il gotico funziona perché non nomina mai subito ciò che teme.

Costruisce atmosfere.
Lascia segni indiretti.
Rende inquietante ciò che dovrebbe essere neutro
.

Una casa troppo silenziosa.
Una scala che non porta dove dovrebbe.
Un oggetto spostato di pochi centimetri.

Il lettore non ha paura del mostro.
Ha paura del sospetto che qualcosa stia osservando.


Scrivere per lasciare una ferita, non una risposta

Una storia efficace non si chiude quando finisce il testo.
Continua nel lettore.

Lo costringe a ripensare a una scena.
A un dettaglio.
A un silenzio.

Se tutto è spiegato, non resta nulla da elaborare.
Se qualcosa manca, la mente continua a lavorare.

E il vero male non è quello che viene mostrato.
È quello che il lettore capisce troppo tardi.


Una scelta consapevole

Non nominare il male non significa evitarlo.
Significa rispettarne la complessità.

Che si tratti di narrativa gotica, horror psicologico o true crime,
la scrittura più onesta è quella che non anestetizza.

Che non consola.
Che non semplifica.
Che non chiude.

Perché il silenzio, quando è usato bene,
non è vuoto.

È una presenza.


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