Il vero problema del true crime non è la violenza. È come viene raccontata.

Il true crime non è nato per intrattenere.
È nato per capire.

Capire come nasce una deviazione.
Capire dove una società fallisce.
Capire cosa succede quando il confine tra normale e patologico si incrina.

Eppure oggi il true crime è diventato altro.

È diventato ritmo.
Estetica.
Intrattenimento seriale.

Non si raccontano più le fratture: si costruiscono personaggi.
Non si analizzano i contesti: si cercano mostri.
Non si studia il male: lo si consuma.

Il problema non è parlare di violenza.
Il problema è come la violenza viene resa desiderabile, digeribile, perfino affascinante.


Quando il killer diventa un personaggio

Il passaggio è sottile, ma devastante.

Quando il racconto si concentra su:

  • il carisma del soggetto
  • la stranezza come marchio
  • l’eccezionalità come spettacolo

il criminale smette di essere un problema umano e diventa un prodotto narrativo.

Il risultato è paradossale:
più contenuti vengono prodotti, meno si capisce davvero.

Si conoscono i nomi, le date, le modalità.
Ma non si comprende perché.


Il vero male è banale (e per questo spaventa)

Il male reale raramente urla.
Non è teatrale.
Non è costruito per essere guardato.

È fatto di:

  • silenzi
  • rituali ripetuti
  • affetti deformati
  • oggetti caricati di significato

Il true crime serio non dovrebbe chiedersi cosa ha fatto,
ma che tipo di mondo interiore rende possibile quel gesto.

E questo tipo di analisi non è comoda.
Non è veloce.
Non è monetizzabile in trenta secondi.

Ma è l’unica che abbia senso.


Raccontare senza spettacolarizzare

Esiste un modo diverso di raccontare il true crime.

Un modo che:

  • non mitizza
  • non assolve
  • non trasforma l’orrore in intrattenimento

È un racconto che lavora per sottrazione.
Che lascia spazio al non detto.
Che accetta il disagio invece di anestetizzarlo.

È lo stesso principio che vale per il gotico e per l’horror psicologico più efficace:
la paura non nasce da ciò che si mostra,
ma da ciò che si comprende troppo tardi.


Perché questa distinzione conta

Perché il modo in cui raccontiamo il male
dice molto più di noi
che di chi lo ha compiuto.

Un racconto urlato tranquillizza.
Un racconto che analizza inquieta.

E l’inquietudine è il segnale che stiamo guardando nel punto giusto.


Una scelta di campo

Scrivere di true crime oggi significa fare una scelta.

O alimentare il rumore.
O provare a restituire complessità.

Io credo che il true crime non serva a spaventare,
ma a ricordare che il male non è un’eccezione mostruosa.

È una possibilità umana.
Ed è proprio questo che lo rende necessario da capire,
non da consumare.


Approfondimento

Se questo approccio al true crime ti interessa,
ho approfondito questi temi in un saggio che analizza il caso Ed Gein non come icona dell’orrore, ma come esempio di devianza costruita nel silenzio.

Approfondimento qui:
ED GEIN – L’ORRORE DELLA MENTE UMANA
• Ebook Delos Digital: https://share.google/8pIw4FN0LDpZX2FBQ
• Amazon ebook: https://amzn.eu/d/8PChNOH
• Feltrinelli: https://www.lafeltrinelli.it/ebook/autori/claudio-bertolotti
• IBS: https://share.google/dNuTe1qRjc5rqz1AJ
• HorrorMagazine: https://share.google/EzYtNodTJ9TJ5Dc0C
• Hoepli: https://www.hoepli.it/amp/ed-gein-lorrore-della-mente-umana/9788825435054.html


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