Dove passa il confine tra indagine e spettacolo
Scrivere di morte è inevitabile.
Ogni storia, in fondo, le gira attorno: come fine, come minaccia, come assenza, come conseguenza. Il problema non è se parlarne, ma come.
Il confine tra indagine e spettacolo è sottile, e spesso viene oltrepassato senza nemmeno accorgersene. Succede quando la morte smette di essere un evento narrativo e diventa un oggetto da esibire. Quando il dettaglio non serve a capire, ma a colpire. Quando l’immagine prende il posto del senso.
Scrivere di morte senza essere morbosi significa una cosa sola: riconoscere che la morte non è il punto di arrivo, ma una traccia.
L’errore più comune: confondere intensità con esposizione
Molti pensano che parlare di morte in modo “forte” significhi mostrarla tutta. Più sangue, più particolari, più insistenza. In realtà accade l’opposto: più la morte viene esibita, meno pesa.
La morbosità nasce quando il testo si innamora del proprio effetto. Quando il corpo non è più una conseguenza narrativa, ma un oggetto scenico. A quel punto la morte smette di interrogare il lettore e diventa consumo.
L’indagine, invece, fa il contrario: si ferma un passo prima. Non chiede “quanto è stato terribile”, ma “cosa rivela”.
La morte come sintomo, non come spettacolo
Nel racconto gotico e investigativo che funziona, la morte non è mai il vero centro. È un sintomo. Un segnale che qualcosa, prima, era già rotto.
Scrivere di morte senza morbosità significa spostare lo sguardo:
dalle ferite alle cause,
dal corpo alle relazioni,
dall’evento all’eco che lascia.
La domanda non è “cosa è successo”, ma perché questo non poteva che finire così.
Il rispetto narrativo non è censura
Evitare il compiacimento non significa edulcorare. Significa scegliere.
Ogni dettaglio deve avere una funzione: informare, orientare, disturbare in modo intelligente. Non sedurre lo sguardo.
Il rispetto narrativo non riguarda il lettore sensibile, ma la storia stessa. Una storia che usa la morte come spettacolo si consuma in fretta. Una storia che la tratta come una prova da interpretare resta.
Le Anatomie della Morte: guardare senza esibire
È da questa idea che nasce L’Archivio Blackwood – Volume III: Le Anatomie della Morte.
Non un catalogo di atrocità, ma un insieme di casi, indagini, frammenti in cui la morte è sempre una soglia, mai un feticcio.
Ogni racconto lavora su ciò che resta: documenti, silenzi, errori, ossessioni. Il corpo non è mai il fine, ma il punto da cui partire per leggere il male, l’illusione di controllo, la fragilità umana.
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Scrivere di morte è un atto di responsabilità
Chi scrive di morte sceglie sempre da che parte stare.
Dalla parte dell’effetto immediato, o da quella del senso che resta.
La differenza tra indagine e spettacolo non è morale. È narrativa.
E il lettore, anche quando non lo dice, la riconosce sempre.
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