In un’epoca che sembra ossessionata dalle saghe infinite, dai mondi narrativi espansi e dai romanzi-fiume, le raccolte di racconti brevi continuano a esistere. E non per nostalgia.
Esistono perché funzionano.
Il racconto gotico breve è una forma antica, ma non superata. Anzi: è probabilmente una delle più adatte al nostro tempo. Viviamo frammentati, interrotti, spesso stanchi. Non sempre cerchiamo una storia che ci accompagni per settimane. A volte desideriamo qualcosa che entri, colpisca, lasci un segno e se ne vada.
Il gotico breve fa esattamente questo.
Il racconto breve come ferita controllata
Un buon racconto gotico non promette conforto. Promette precisione.
Non costruisce un mondo per abitarlo a lungo, ma un luogo da attraversare sapendo che non sarà innocuo.
La brevità obbliga a una scelta radicale:
ogni parola deve servire,
ogni immagine deve reggere,
ogni finale deve lasciare un residuo.
Non c’è spazio per spiegare troppo. E questo è il suo punto di forza.
Il gotico vive di omissioni, di crepe, di ciò che non viene detto. Nel formato breve, tutto questo diventa chirurgico. L’inquietudine non ha bisogno di accumularsi: arriva già compressa.
Una tradizione che non ha mai smesso di parlare
Da Poe a Lovecraft, da Machen a Blackwood, il racconto gotico breve è sempre stato il laboratorio dell’orrore più sottile.
Non quello che urla, ma quello che resta.
Leggere una raccolta gotica significa accettare una pluralità di voci, di atmosfere, di disturbi diversi. Ogni racconto è una variazione sul tema del limite: morale, psicologico, umano.
E proprio perché sono brevi, questi racconti non si consumano subito. Tornano. Si ricordano a distanza di giorni, di anni, come sogni disturbanti di cui non si ricorda più l’inizio, ma solo la sensazione.
Perché oggi funzionano più che mai
Oggi il lettore è più consapevole.
Sa che non tutto deve spiegare tutto.
Sa che un finale aperto non è una mancanza, ma una scelta.
Le raccolte gotiche parlano a questo lettore.
A chi non chiede risposte nette, ma domande ben formulate.
A chi accetta che una storia finisca senza chiudersi davvero.
E, soprattutto, a chi cerca un’esperienza di lettura intensa, non diluita.
L’Archivio Blackwood – Vol. III: Le Anatomie della Morte
È in questa tradizione che si inserisce L’Archivio Blackwood – Volume III: Le Anatomie della Morte.
Una raccolta di racconti gotici investigativi e perturbanti, in cui ogni storia affronta la morte da un’angolazione diversa:
non come evento spettacolare,
ma come presenza, processo, traccia.
Ogni racconto è autonomo, ma parte di un disegno più ampio: un archivio ideale in cui il male non viene semplificato, né assolto. Viene osservato. Sezionato. Lasciato parlare.
Il formato breve non è un compromesso.
È la forma necessaria per raccontare ciò che, se allungato, perderebbe forza.
L’Archivio Blackwood – Vol. III: Le Anatomie della Morte
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