Diciamo spesso di voler capire il male.
In realtà vogliamo tenerlo a distanza.
Capire davvero il male significa accettare una possibilità scomoda:
che non sia un’eccezione mostruosa,
ma una deriva umana che nasce dentro contesti ordinari.
Ed è proprio questo che tendiamo a evitare.
Capire è più disturbante che giudicare
Il giudizio è rapido.
Conforta.
Traccia una linea netta: noi da una parte, loro dall’altra.
La comprensione fa l’opposto.
Sfuma i confini.
Introduce ambiguità.
Capire il male significa ammettere che alcune dinamiche
— isolamento, silenzio, rigidità affettiva, ritualità chiusa —
non sono così lontane dalla normalità quotidiana.
E questo inquieta molto più di qualsiasi mostro.
Il bisogno di un colpevole semplice
La narrazione dominante cerca sempre un punto di scarico:
una persona
un volto
un nome
Il “mostro” assolve tutto il resto.
Famiglie, comunità, istituzioni, contesti
possono continuare a esistere senza interrogarsi,
perché il problema è stato confinato in un individuo.
Capire davvero il male, invece, costringe a guardare le strutture.
E le strutture ci riguardano.
Il male come spettacolo è rassicurante
Quando il male diventa spettacolo, perde complessità.
Diventa osservabile, consumabile, archiviabile.
Lo guardiamo da fuori.
Ci indigniamo.
Poi passiamo oltre.
Lo spettacolo del male non chiede responsabilità.
Chiede attenzione momentanea.
L’analisi, invece, chiede tempo.
E il tempo costringe a restare.
Capire significa rinunciare all’illusione del controllo
Se il male è un’anomalia, possiamo illuderci di evitarlo.
Se è una possibilità umana, dobbiamo conviverci.
Capire il male significa accettare che non esistono barriere assolute.
Che alcune condizioni, se lasciate sedimentare, producono esiti devastanti
senza bisogno di rotture improvvise.
Questa consapevolezza è difficile da sostenere.
Per questo viene spesso rifiutata.
Perché preferiamo non guardare il prima
Il momento dell’atto è netto.
Il prima è sfocato.
Nel “prima” non c’è un colpevole chiaro.
C’è una catena di omissioni, silenzi, normalizzazioni.
Capire il male richiede di osservare quel tempo lungo,
in cui nulla sembra accadere
eppure tutto si sta già formando.
È un lavoro ingrato.
E raramente produce rassicurazione.
Il caso che non vogliamo usare per capire
Un esempio emblematico è quello di Ed Gein.
Ridotto spesso a icona dell’orrore,
è in realtà un caso che mette in crisi la nostra voglia di distanza.
Se lo si guarda davvero,
non emerge un “mostro cinematografico”,
ma una devianza costruita nel tempo,
nel silenzio,
nell’isolamento,
in un contesto che non ha mai interferito davvero.
Ed è proprio questo che rende il caso difficile da sostenere.
Perché non consente scorciatoie morali.
Capire non è assolvere
C’è un equivoco costante:
che comprendere significhi giustificare.
Non è così.
Capire è l’unico modo per non ripetere.
Per non trasformare il male in una leggenda sterile.
Per evitare che diventi solo un altro oggetto di consumo narrativo.
Il rifiuto della comprensione non è etico.
È difensivo.
Una scelta necessaria
Non vogliamo davvero capire il male
perché capire implica una perdita:
quella dell’illusione che “non ci riguarda”.
Eppure, se il true crime, la criminologia e la narrativa
hanno ancora un senso,
è proprio quello di rompere questa distanza artificiale.
Non per spaventare.
Ma per rendere visibile ciò che preferiamo non vedere.
Approfondimento
Questo approccio guida il mio lavoro sul true crime:
analizzare il male come processo umano e strutturale,
non come icona da esibire.
Un esempio centrale è il saggio dedicato al caso Ed Gein,
letto non come figura dell’orrore,
ma come costruzione della devianza nel silenzio.
Ed Gein – L’orrore della mente umana
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- Hoepli: https://www.hoepli.it/amp/ed-gein-lorrore-della-mente-umana/9788825435054.html
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