Quando un crimine ci mette a disagio, la prima reazione non è capire.
È dare un nome.
Mostro.
Folle.
Serial killer.
Le etichette arrivano sempre prima delle domande, perché hanno una funzione precisa: mettere distanza.
Se il male ha un nome chiaro, allora non ci riguarda. È “altro”. È “lui”. È “lì”.
Il caso di Ed Gein è uno degli esempi più evidenti di questo meccanismo.
Il bisogno di semplificare
Dal punto di vista sociologico, classificare è un atto di difesa collettiva.
La criminologia lo sa bene: quando un evento rompe l’ordine simbolico — famiglia, casa, madre — la società reagisce riducendo la complessità.
Etichettare significa:
- rendere il male leggibile,
- inserirlo in una categoria nota,
- neutralizzare l’angoscia che genera.
Chiamare Gein “mostro” è rassicurante.
Chiamarlo “serial killer” è ancora meglio: lo colloca in una serie, lo rende prevedibile, lo avvicina a un modello già digerito dall’immaginario.
Ma è proprio qui che il meccanismo si incrina.
Quando l’etichetta non funziona più
Gein non rientra comodamente in nessuna categoria.
Non è un serial killer nel senso classico.
Non è un predatore.
Non cerca il pubblico, non cerca il potere, non cerca la ripetizione come firma.
Eppure continuiamo a chiamarlo così.
Perché?
Perché non sapere dove metterlo è più disturbante che affrontare ciò che rappresenta.
Il suo caso mette in crisi le nostre griglie interpretative:
- la famiglia non è un rifugio,
- la madre non è solo cura,
- la follia non è una spiegazione sufficiente.
“Folle” come scorciatoia morale
Dal punto di vista criminologico, definire qualcuno “folle” è spesso una scorciatoia.
Non sempre clinica. Spesso morale.
Serve a chiudere il discorso, non ad aprirlo.
Ma la follia, da sola, non spiega:
- la ritualità,
- la coerenza interna dei comportamenti,
- la lunga incubazione del gesto.
Ridurre Gein a una diagnosi significa perdere la parte più scomoda del caso:
il modo in cui una cultura, un ambiente e una relazione possono costruire il male senza bisogno di intenzione criminale consapevole.
Il lettore dentro la classificazione
Qui entra in gioco chi legge.
Ogni volta che scegliamo un’etichetta, stiamo dicendo qualcosa anche di noi:
- di quanto siamo disposti a tollerare l’ambiguità,
- di quanto ci serve che il male sia lontano,
- di quanto ci rassicura pensare che “noi non potremmo mai”.
Ed è proprio questo il punto più inquietante del caso Gein:
non chiede di essere guardato come un’eccezione assoluta, ma come un prodotto estremo di dinamiche riconoscibili.
Contro la semplificazione
Un’analisi seria non assolve.
Ma nemmeno semplifica.
Il vero antidoto alla paura non è l’etichetta, ma la comprensione.
E comprendere significa accettare che il male, a volte, non ha una forma comoda, né un nome che lo renda innocuo.
Ed Gein continua a tornare proprio per questo:
perché sfugge alle categorie che abbiamo creato per sentirci al sicuro.
Per chi vuole andare oltre le etichette
Questo è il cuore del saggio Ed Gein – L’orrore nella mente umana: non spiegare il male per ridurlo, ma analizzarlo senza scorciatoie narrative o morali.
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