L’errore più comune quando si racconta un serial killer

E perché quasi tutti i libri, articoli e documentari lo commettono

C’è un errore che ritorna con una regolarità quasi inquietante quando si parla di serial killer.
Un errore che non riguarda lo stile, né la documentazione, né la correttezza dei fatti.
Riguarda il punto di vista.

La maggior parte dei racconti — libri, articoli, podcast, documentari — parte da una domanda sbagliata:
“Perché ha ucciso?”

Sembra legittima, ma è una trappola narrativa.

Il problema del “perché”

Chiedersi perché significa cercare un movente lineare, una causa riconoscibile, una spiegazione razionale che renda il male comprensibile, ordinabile, in qualche modo assimilabile.
È un bisogno umano, ma è anche il primo passo verso la semplificazione.

Il serial killer, nella stragrande maggioranza dei casi, non agisce per un motivo unico, chiaro, raccontabile.
Agisce per una costellazione di fattori: devianza, ritualità, bisogno di controllo, costruzione identitaria, compensazione simbolica, fratture affettive. Ridurre tutto a un “perché” significa tradire la complessità del fenomeno.

L’illusione della spiegazione

Quando un racconto insiste sul movente, spesso finisce per:

  • costruire una falsa logica retrospettiva;
  • attribuire al soggetto una lucidità che non aveva;
  • trasformare il killer in un personaggio “coerente”, quasi narrativamente elegante.

È qui che nasce la distorsione più grave: il male viene reso narrativamente soddisfacente.
E quando il male diventa soddisfacente, diventa anche spettacolo.

Il vero errore: raccontare il killer invece del sistema

L’errore più comune non è parlare troppo del serial killer.
È isolarlo.

Quasi sempre il racconto dimentica ciò che lo circonda:

  • il contesto sociale;
  • le istituzioni che hanno fallito;
  • i segnali ignorati;
  • la normalità che ha permesso al mostro di esistere indisturbato.

Il risultato è una figura mitizzata, estratta dal suo ambiente, privata di attriti reali.
Un “mostro” che sembra nascere dal nulla, invece che da una lunga catena di omissioni.

Un approccio diverso

Raccontare un serial killer in modo onesto significa spostare la domanda:
non perché ha ucciso, ma
come ha costruito il suo mondo
e chi glielo ha permesso.

Significa lavorare su:

  • documenti;
  • testimonianze;
  • incoerenze;
  • silenzi;
  • contraddizioni.

Significa accettare che alcune cose non si chiudono, non si spiegano, non si risolvono.

Ed è proprio questo che rende il racconto disturbante, credibile, necessario.

Perché quasi tutti sbagliano

Perché il mercato premia:

  • la chiarezza;
  • la linearità;
  • la spiegazione rassicurante.

Ma il vero racconto del male non rassicura.
Lascia attrito. Lascia vuoti. Lascia disagio.

Ed è lì che smette di essere intrattenimento e diventa consapevolezza.


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Descrivere il male senza nominarlo

Tecniche di allusione e silenzio narrativo

C’è un errore comune nella scrittura horror, gotica e psicologica: credere che il male debba essere mostrato per funzionare.
Nomi, spiegazioni, definizioni, categorie. Demone, mostro, assassino, entità. Tutto chiarito, tutto ordinato.
E proprio lì, spesso, la tensione muore.

Il male, in narrativa, non è potente quando viene spiegato.
È potente quando si avverte prima di essere compreso.

Il male come assenza, non come presenza

Uno dei principi più efficaci è questo:
il male funziona meglio quando manca qualcosa, non quando c’è qualcosa in più.

Una stanza troppo silenziosa.
Una frase interrotta.
Un personaggio che evita un dettaglio, senza spiegare perché.

Il lettore è un organismo interpretativo. Se gli togli il compito di interpretare, lo rendi passivo. Se lo costringi a colmare un vuoto, lo rendi complice.

Il male, allora, non entra in scena.
Si annuncia attraverso ciò che non viene detto.

Allusione: dire meno per far sentire di più

Alludere non significa essere vaghi.
Significa scegliere cosa non dire con precisione chirurgica.

Un esempio semplice:

“C’era qualcosa sotto il letto.”

È una frase debole, generica. Nomina il mistero senza costruirlo.

Molto più efficace è:

“Non guardò sotto il letto. Non quella notte.”

Qui non c’è alcuna creatura.
Eppure il lettore la immagina.

L’allusione funziona perché attiva l’immaginazione personale, che è sempre più disturbante di qualunque descrizione standardizzata.

Il silenzio narrativo come strumento attivo

Il silenzio, in narrativa, non è uno spazio vuoto.
È uno spazio carico di senso.

Può essere:

  • un dialogo che si interrompe prima della risposta,
  • un documento mancante,
  • un ricordo che il personaggio evita,
  • una scena che salta il momento “chiave”.

Molti autori hanno paura del silenzio perché temono di perdere il lettore.
Accade l’opposto: il silenzio lo trattiene.

Il lettore resta, perché vuole capire cosa non gli è stato concesso.

Non nominare significa non addomesticare

Dare un nome al male è rassicurante.
Trasforma l’ignoto in qualcosa di gestibile.

Quando nomini:

  • definisci,
  • classifichi,
  • chiudi.

Quando non nomini:

  • lasci aperto,
  • instabile,
  • irrisolto.

Ed è proprio lì che nasce l’inquietudine duratura.
Quella che resta dopo la lettura, non solo durante.

La fiducia nel lettore

Scrivere per allusione e sottrazione richiede una cosa fondamentale: fiducia.

Fiducia nel fatto che il lettore:

  • capisca senza spiegazioni,
  • senta senza etichette,
  • ricostruisca senza essere guidato per mano.

È una scrittura meno appariscente, ma più profonda.
Meno rumorosa, ma più persistente.

Non cerca lo shock immediato.
Cerca la traccia che rimane.


Se vuoi approfondire queste tecniche — dalla sottrazione narrativa alla costruzione della tensione, dal punto di vista al controllo dell’informazione — sul sito trovi, oltre al manuale completo, sezioni tematiche scaricabili singolarmente, pensate per lavorare su aspetti specifici della scrittura senza affrontare subito l’intero percorso.

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La documentazione come strumento narrativo

Archivio, appunti, referti: scrivere con ciò che esiste

C’è una forma di scrittura che non nasce dall’invenzione, ma dalla raccolta.
Non dalla fantasia libera, ma dall’attrito tra ciò che è stato scritto, registrato, archiviato… e ciò che ancora non è stato raccontato.

La documentazione non è un limite alla narrazione.
È uno dei suoi strumenti più potenti.

Viviamo in un’epoca in cui si pensa che scrivere significhi “creare dal nulla”. In realtà, molte delle storie più disturbanti, più credibili e più durature nascono dal contrario: scrivere con ciò che esiste già.

Un archivio.
Un referto.
Un appunto a margine.

Una frase burocratica che non voleva essere letteraria.

E proprio per questo lo diventa.


L’archivio non è freddo. È muto.

Un archivio non racconta.
Attende.

Dentro un fascicolo non c’è una storia, ma una traccia. Date, firme, timbri, diagnosi, protocolli. Linguaggio impersonale, neutro, spesso disumano. Ma è lì che avviene la magia narrativa.

Perché l’archivio non mente per emozione, ma mente per omissione.
E lo scrittore lavora proprio in quello spazio vuoto.

Ogni documento dice: questo è successo.
Ma non dice mai come è stato vissuto.

Ed è lì che entra la scrittura.


Appunti: il pensiero prima che diventi ordine

Gli appunti sono il punto di contatto tra realtà e interpretazione.
Non sono ancora racconto, ma non sono più solo dato.

Un taccuino, una nota presa di fretta, una frase isolata possono avere più forza di un intero capitolo costruito a tavolino. Perché l’appunto conserva l’istante mentale in cui qualcosa è stato notato.

Scrivere partendo da appunti significa accettare una narrazione frammentaria, imperfetta, umana.
Significa rinunciare al controllo totale e lasciare che il testo si costruisca per accumulo e risonanza, non per linearità.

È una scrittura che non spiega subito.
E spesso non spiega affatto.


Referti: il linguaggio che non voleva raccontare

Il referto è uno degli strumenti narrativi più sottovalutati.
Perché è il punto in cui la vita viene tradotta in termini clinici.

Una diagnosi non racconta il dolore.
Lo classifica.

E proprio per questo genera uno scarto narrativo potentissimo: tra ciò che è scritto e ciò che è stato provato.

Scrivere con i referti significa lavorare sul contrasto:

  • tra il linguaggio tecnico e l’esperienza emotiva,
  • tra la freddezza del dato e la violenza della realtà,
  • tra ciò che è misurabile e ciò che non lo è.

Non serve aggiungere pathos.
Il referto, lasciato quasi intatto, è già disturbante.


Scrivere con ciò che esiste non è imitare. È interpretare.

Usare documentazione reale non significa fare copia-incolla.
Significa ascoltare.

Ogni documento porta con sé una visione del mondo: burocratica, medica, giuridica, amministrativa. Lo scrittore non deve correggerla, ma metterla in relazione con il non detto.

La narrazione nasce:

  • negli spazi bianchi,
  • nelle incongruenze,
  • nelle ripetizioni,
  • nelle formule standard che sembrano innocue.

Scrivere con ciò che esiste è un atto di responsabilità.
Perché obbliga a non inventare il dolore, ma a riconoscerlo.


Il risultato: un gotico credibile, un orrore silenzioso

Questa modalità di scrittura produce un effetto preciso: credibilità.

Il lettore non ha l’impressione di essere guidato, ma di aver trovato qualcosa.
Non di essere intrattenuto, ma di essere messo davanti a un fatto.

È il tipo di narrazione che non urla.
Non spiega.
Non cerca il colpo di scena.

E proprio per questo resta.

Perché quando una storia sembra già esistita prima di essere scritta, il lettore la percepisce come vera.
Anche quando è insopportabile.


Scrivere con archivi, appunti e referti significa rinunciare a una parte dell’ego autoriale.
Ma in cambio si ottiene qualcosa di più raro: autorità narrativa.

Non perché lo scrittore sia onnisciente.
Ma perché ha saputo ascoltare ciò che era già lì.


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Scrivere per disturbare non è provocare

Una differenza netta, fondamentale

C’è una confusione persistente, quasi strutturale, tra due gesti che sembrano simili ma non lo sono: disturbare e provocare.
Molti testi che si dichiarano “scomodi” in realtà cercano solo una reazione rapida. Un fastidio immediato. Un riflesso.
Il disturbo, invece, arriva dopo. Quando il lettore ha già chiuso il libro.

La provocazione è rumorosa.
Il disturbo è silenzioso.

Provocare significa mettere qualcosa davanti al lettore e dirgli: reagisci.
Un’immagine estrema. Una frase urlata. Un gesto eccessivo.
È un meccanismo semplice, quasi automatico: colpisce, irrita, divide. Funziona subito. E subito si esaurisce.

Disturbare è l’opposto.
Non chiede una risposta.
Non sollecita una presa di posizione.
Non vuole convincere.

Il disturbo nasce quando una storia non ti lascia una via d’uscita morale, quando non puoi liquidarla con un giudizio rapido.
Quando non puoi dire: sono d’accordo o non sono d’accordo.
Quando qualcosa resta sospeso, irrisolto, e continua a lavorare sotto la superficie.

La provocazione usa il contenuto come arma.
Il disturbo usa la struttura.

Una scena disturbante non è necessariamente violenta. Spesso non mostra nulla.
È disturbante perché rompe un’aspettativa profonda: su come dovrebbero comportarsi le persone, su cosa è accettabile pensare, su dove dovrebbe stare il confine tra giusto e sbagliato.

Chi provoca vuole essere visto.
Chi disturba accetta di essere frainteso.

La provocazione cerca consenso o rifiuto.
Il disturbo cerca inquietudine cognitiva: quel momento in cui il lettore capisce che qualcosa non torna, ma non riesce a spiegare cosa.

Per questo la vera scrittura disturbante è spesso accusata di essere “fredda”, “lenta”, “inconcludente”.
Perché non offre sfogo.
Non consola.
Non chiude.

Il gotico, l’orrore psicologico, la narrativa inquieta funzionano quando rinunciano alla tentazione di colpire e scelgono invece di insinuare.
Quando non dicono guarda che mostro, ma guarda dove stai guardando.

Provocare è facile.
Disturbare richiede controllo.

Controllo del ritmo.
Del non detto.
Delle pause.
Del momento esatto in cui non spiegare.

Il lettore disturbato non si sente attaccato.
Si sente coinvolto.
E spesso è proprio questo a metterlo a disagio.

Perché la provocazione viene dall’esterno.
Il disturbo, quasi sempre, viene da dentro.


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Il mistero come primo passo verso la lettura

Perché i ragazzi amano le domande più delle risposte

C’è un errore che gli adulti fanno spesso quando pensano ai libri per ragazzi: credere che debbano spiegare tutto.
Che ogni evento vada chiarito, ogni paura addomesticata, ogni finale reso rassicurante.

La verità è un’altra.
I ragazzi non si innamorano delle risposte.
Si innamorano delle domande.


Il primo aggancio non è la storia. È l’enigma.

Quando un ragazzo apre un libro e qualcosa “non torna” — una stanza che non dovrebbe esserci, una porta che compare solo di notte, un dettaglio che nessun adulto nota — accade una cosa precisa:
la lettura smette di essere un compito e diventa un’indagine.

Il mistero crea uno spazio mentale in cui il lettore non è più passivo.
Non riceve informazioni: le cerca.

Ed è lì che nasce il legame con la storia.


I ragazzi non vogliono essere guidati. Vogliono essere coinvolti.

Un bambino o un preadolescente accetta volentieri di non capire subito tutto, a patto che senta che qualcosa lo riguarda.
Il mistero funziona perché non impone una verità, ma propone un dubbio.

E il dubbio è una forma di rispetto.

Significa dire al lettore:
“Puoi arrivarci anche tu. Non ti prenderò per mano.”


La paura sottile è più potente di quella urlata

Nei racconti che restano, la paura non arriva da ciò che si vede, ma da ciò che non viene spiegato fino in fondo.
Un silenzio.
Un oggetto fuori posto.
Un adulto che non capisce o non ascolta.

Per i ragazzi, questo tipo di inquietudine è familiare.
È la stessa che provano quando sentono che qualcosa non va, ma non hanno ancora le parole per dirlo.

Il mistero diventa allora uno specchio, non una minaccia.


Leggere per capire, non per essere rassicurati

Molti giovani lettori smettono di leggere perché i libri cercano solo di tranquillizzarli.
Ma crescere non è tranquillizzante.
È fatto di domande, di sensazioni incomplete, di zone d’ombra.

Un buon racconto non elimina queste zone.
Le rende abitabili.


Il mistero è un invito, non un trucco

Quando una storia lascia spazio all’interpretazione, il lettore torna.
Rilegge.
Parla del libro.
Si chiede “e se…?”

Ed è così che nasce un lettore vero.

Non perché ha trovato tutte le risposte.
Ma perché ha scoperto che leggere è il modo migliore per farsi domande migliori.


Se il primo passo verso la lettura è la curiosità,
allora il mistero non è un genere.
È una porta.

E i ragazzi, quando una porta è socchiusa,
sono sempre i primi a volerla aprire.

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“Show, don’t tell” – Come usare i sensi per evocare invece di spiegare


Uno degli errori più frequenti nei testi degli autori emergenti è quello di raccontare troppo e mostrare poco. Non per inesperienza, ma per una forma di insicurezza: si ha paura che il lettore non capisca. E così si spiega tutto. Il risultato? Una narrazione piatta, poco immersiva, dove il lettore assiste passivamente invece di vivere la storia.

La regola d’oro è: “Show, don’t tell”. Ma cosa significa davvero?

Raccontare è dire:

“Era nervoso.”

Mostrare è evocare:

“Tamburellava le dita sul tavolo, evitando di incrociare lo sguardo di chiunque.”

Nella prima frase l’autore ci dà una diagnosi. Nella seconda, ci costringe a osservare, a entrare nella scena, a dedurre lo stato d’animo.

La chiave? I sensi.

Il lettore va guidato con suggestioni sensoriali, non con etichette. Vuoi mostrare la paura? Descrivi le mani fredde, il respiro corto, l’odore della muffa che sembra più intenso, l’orologio che ticchetta troppo forte nel silenzio.

La mente visualizza ciò che tocca, ascolta, odora, vede e assapora.
La scrittura efficace non dice: “La stanza era inquietante.”
Dice: “La carta da parati si staccava a strisce, mostrando chiazze scure come lividi. Un odore metallico stagnava nell’aria.”

Allenare lo “show” nella scrittura

  • Sostituisci aggettivi con dettagli: non “vecchia casa”, ma “travi annerite e finestre sbarrate”.
  • Evita di dire le emozioni: mostrale attraverso reazioni fisiche, gesti, silenzi.
  • Non abusare dei dialoghi esplicativi: lascia che siano le pause, i non detti e gli sguardi a parlare.
  • Evita i verbi di pensiero (sentiva, pensava, capiva) se puoi mostrarne le conseguenze.

In conclusione

“Show, don’t tell” non è una regola assoluta, ma uno strumento. E come ogni strumento, va usato con intelligenza. Talvolta dire è più efficace. Ma saper mostrare è ciò che distingue una penna scolastica da una penna narrativa.


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Il mio nuovo Manuale di Scrittura Creativa Avanzata: un viaggio dentro la narrativa


Ci sono libri che si scrivono perché “servono” e libri che si scrivono perché diventano inevitabili.
Il Manuale di Scrittura Creativa Avanzata – Per scrivere narrativa appartiene alla seconda categoria: nasce da anni di studio, pratica, errori, riscritture, letture e confronti con altri autori e autrici. È, in qualche modo, il distillato del mio percorso narrativo.

Non è un manuale teorico.
Non è un insieme di regole astratte.
È uno strumento pratico, costruito per chi desidera davvero migliorare la propria scrittura e affrontare la narrativa con mentalità professionale.

Un manuale pensato per chi scrive davvero

In queste pagine troverai ciò che ogni autore, soprattutto agli inizi, vorrebbe avere tra le mani:

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  • come costruire personaggi tridimensionali
  • come lavorare sulle scene, sul ritmo e sulla tensione narrativa
  • come utilizzare il linguaggio in modo più consapevole
  • come evitare gli errori che, spesso, frenano chi inizia
  • come impostare davvero un romanzo
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È un libro diretto, concreto, senza fronzoli.
Un compagno di viaggio, più che un docente.

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Il viaggio nella scrittura continua.
E questa volta, più attrezzati che mai.


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