I POV nella narrativa: perché contano più della trama

Quando si parla di narrativa, si tende a concentrarsi sulla storia: cosa succede, chi muore, chi vince, quale segreto viene svelato.
Ma spesso ciò che determina se un romanzo funziona o meno non è cosa viene raccontato, bensì da dove lo si racconta.

Qui entrano in gioco i POV, i Point of View.

Cos’è davvero un POV

Il POV non è solo una scelta tecnica.
È una posizione emotiva e percettiva.

Stabilisce:

  • cosa il lettore può sapere
  • cosa deve ignorare
  • quanto è vicino o distante dai personaggi
  • quanto può fidarsi di ciò che legge

Ogni storia viene filtrata. Il POV decide attraverso quale lente.

A cosa serve scegliere (bene) un POV

Un buon POV serve a:

  • creare empatia (o distanza)
  • controllare la tensione
  • dosare le informazioni
  • guidare il ritmo emotivo della scena

Un POV sbagliato, invece, fa l’effetto opposto: confonde, appiattisce, rende tutto “raccontato” invece che vissuto.

Molti manoscritti non hanno veri problemi di trama.
Hanno un problema di punto di vista incoerente o mal gestito.

Un POV non è neutro

Ogni POV è una scelta narrativa precisa:

  • un POV interno avvicina, ma limita
  • un POV esterno amplia, ma raffredda
  • un POV multiplo arricchisce, ma richiede controllo

Non esiste il POV “migliore” in assoluto.
Esiste quello più adatto a quella storia.

Il punto è questo: il lettore non legge i fatti.
Legge come qualcuno li percepisce.

Il problema più comune

Uno degli errori più frequenti è cambiare POV senza rendersene conto:

  • una frase troppo informata
  • un’emozione che il personaggio non dovrebbe conoscere
  • uno sguardo che scivola da una testa all’altra

Sono dettagli piccoli, ma il lettore li avverte.
E quando li avverte, l’immersione si rompe.

POV e maturità narrativa

Saper usare il POV non significa conoscerne i nomi tecnici.
Significa sapere cosa stai togliendo al lettore, non solo cosa gli stai dando.

La maturità narrativa passa spesso da qui: dal controllo dello sguardo, non dalla complessità della trama.


Approfondimento

Se stai lavorando a un manoscritto e senti che “qualcosa non torna”, spesso il problema non è la storia ma il punto di vista.

Puoi richiedere una valutazione professionale del tuo testo qui:
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Uno sguardo esterno serve proprio a questo: individuare ciò che dall’interno non si vede più.


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La documentazione come strumento narrativo

Archivio, appunti, referti: scrivere con ciò che esiste

C’è una forma di scrittura che non nasce dall’invenzione, ma dalla raccolta.
Non dalla fantasia libera, ma dall’attrito tra ciò che è stato scritto, registrato, archiviato… e ciò che ancora non è stato raccontato.

La documentazione non è un limite alla narrazione.
È uno dei suoi strumenti più potenti.

Viviamo in un’epoca in cui si pensa che scrivere significhi “creare dal nulla”. In realtà, molte delle storie più disturbanti, più credibili e più durature nascono dal contrario: scrivere con ciò che esiste già.

Un archivio.
Un referto.
Un appunto a margine.

Una frase burocratica che non voleva essere letteraria.

E proprio per questo lo diventa.


L’archivio non è freddo. È muto.

Un archivio non racconta.
Attende.

Dentro un fascicolo non c’è una storia, ma una traccia. Date, firme, timbri, diagnosi, protocolli. Linguaggio impersonale, neutro, spesso disumano. Ma è lì che avviene la magia narrativa.

Perché l’archivio non mente per emozione, ma mente per omissione.
E lo scrittore lavora proprio in quello spazio vuoto.

Ogni documento dice: questo è successo.
Ma non dice mai come è stato vissuto.

Ed è lì che entra la scrittura.


Appunti: il pensiero prima che diventi ordine

Gli appunti sono il punto di contatto tra realtà e interpretazione.
Non sono ancora racconto, ma non sono più solo dato.

Un taccuino, una nota presa di fretta, una frase isolata possono avere più forza di un intero capitolo costruito a tavolino. Perché l’appunto conserva l’istante mentale in cui qualcosa è stato notato.

Scrivere partendo da appunti significa accettare una narrazione frammentaria, imperfetta, umana.
Significa rinunciare al controllo totale e lasciare che il testo si costruisca per accumulo e risonanza, non per linearità.

È una scrittura che non spiega subito.
E spesso non spiega affatto.


Referti: il linguaggio che non voleva raccontare

Il referto è uno degli strumenti narrativi più sottovalutati.
Perché è il punto in cui la vita viene tradotta in termini clinici.

Una diagnosi non racconta il dolore.
Lo classifica.

E proprio per questo genera uno scarto narrativo potentissimo: tra ciò che è scritto e ciò che è stato provato.

Scrivere con i referti significa lavorare sul contrasto:

  • tra il linguaggio tecnico e l’esperienza emotiva,
  • tra la freddezza del dato e la violenza della realtà,
  • tra ciò che è misurabile e ciò che non lo è.

Non serve aggiungere pathos.
Il referto, lasciato quasi intatto, è già disturbante.


Scrivere con ciò che esiste non è imitare. È interpretare.

Usare documentazione reale non significa fare copia-incolla.
Significa ascoltare.

Ogni documento porta con sé una visione del mondo: burocratica, medica, giuridica, amministrativa. Lo scrittore non deve correggerla, ma metterla in relazione con il non detto.

La narrazione nasce:

  • negli spazi bianchi,
  • nelle incongruenze,
  • nelle ripetizioni,
  • nelle formule standard che sembrano innocue.

Scrivere con ciò che esiste è un atto di responsabilità.
Perché obbliga a non inventare il dolore, ma a riconoscerlo.


Il risultato: un gotico credibile, un orrore silenzioso

Questa modalità di scrittura produce un effetto preciso: credibilità.

Il lettore non ha l’impressione di essere guidato, ma di aver trovato qualcosa.
Non di essere intrattenuto, ma di essere messo davanti a un fatto.

È il tipo di narrazione che non urla.
Non spiega.
Non cerca il colpo di scena.

E proprio per questo resta.

Perché quando una storia sembra già esistita prima di essere scritta, il lettore la percepisce come vera.
Anche quando è insopportabile.


Scrivere con archivi, appunti e referti significa rinunciare a una parte dell’ego autoriale.
Ma in cambio si ottiene qualcosa di più raro: autorità narrativa.

Non perché lo scrittore sia onnisciente.
Ma perché ha saputo ascoltare ciò che era già lì.


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Il ritmo invisibile: perché alcune scene “tirano” e altre no


Frase, paragrafo, respiro.
C’è una differenza sottile — ma decisiva — tra una scena che il lettore attraversa senza accorgersene e una che lo costringe a rallentare, rileggere, perdere tensione.
Quella differenza non sta quasi mai nella trama.


Sta nel ritmo invisibile.


Il ritmo non è velocità.
Il ritmo è controllo.

Il mito della scena “lenta”

Quando un autore dice: «Questa scena è lenta», di solito sta sbagliando diagnosi.
Una scena può essere lenta e funzionare benissimo.
Può essere statica, riflessiva, persino silenziosa, e tenere il lettore incollato.


Il problema non è la lentezza.
Il problema è la perdita di tensione interna.


Una scena “che non tira” è una scena in cui il lettore smette di respirare con il testo.

Il primo livello del ritmo: la frase

La frase è l’unità minima del ritmo.
– Frasi lunghe e complesse dilatano
– Frasi brevi e secche contraggono
– Alternarle crea movimento
– Usarne una sola modalità crea stanchezza


Il punto non è scrivere corto o lungo.
Il punto è sapere perché stai usando quella frase, in quel momento.


Un errore comune è spiegare con frasi lunghe ciò che dovrebbe essere percepito con frasi brevi.
Il lettore lo sente, anche se non sa dirlo.

Il secondo livello: il paragrafo

Il paragrafo è una pausa, non un contenitore.

Ogni paragrafo dovrebbe avere una funzione precisa:


– far avanzare un’azione
– introdurre un’informazione
– creare disagio
– rallentare prima di un evento


Quando un paragrafo fa “tutto”, non fa niente.
Quando un paragrafo è troppo lungo, il lettore perde il punto di appoggio.


Una scena che tira è fatta di paragrafi che respirano, non di muri di testo.

Il terzo livello: il respiro della scena

Qui arriviamo al cuore.
Ogni scena ha un suo respiro interno:


– entra
– si tende
– cambia qualcosa
– esce
Se una scena non cambia nulla — anche solo emotivamente — è una scena morta.Se cambia troppo, senza preparazione, è una scena forzata.


Il ritmo invisibile nasce quando ogni battuta, gesto o pensiero arriva un attimo prima o un attimo dopo, mai esattamente quando il lettore se lo aspetta.

Perché alcune scene “tirano”

Una scena funziona quando:


– il lettore sente che qualcosa sta per accadere
– ma non sa esattamente cosa
– e il testo non glielo anticipa
– né lo ritarda inutilmente


Il ritmo è la gestione dell’attesa.
Chi sbaglia ritmo spesso scrive scene corrette, ben costruite, persino eleganti…
ma senza tensione.
E senza tensione, il lettore se ne va.

Il ritmo non si impara leggendo regole

Si impara sentendo dove il testo si spezza.
E questo è uno dei punti più difficili da vedere da soli: l’autore conosce già la scena, il lettore no.
Per questo il ritmo è uno degli aspetti che emergono meglio in una valutazione esterna consapevole, non in una semplice correzione.


Se vuoi lavorare seriamente su questo aspetto — e capire perché alcune tue scene funzionano e altre no — qui trovi il mio servizio di analisi narrativa dedicato agli autori emergenti:

Servizio di valutazione manoscritti
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Non per dirti come scrivere.

Ma per mostrarti dove il testo respira e dove trattiene il fiato.


In conclusione
Il ritmo invisibile non si vede.
Si sente.


Quando funziona, il lettore non pensa allo stile.
Non pensa alla tecnica.
Va avanti.


E quando una scena “tira”, non è mai per caso.

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Quando una storia smette di essere tua

Il momento in cui il testo prende decisioni che l’autore non controlla più

C’è un momento, durante la scrittura, che non viene quasi mai dichiarato apertamente. Non perché sia raro, ma perché è scomodo da ammettere: il momento in cui la storia smette di obbedirti.

Non è ispirazione.
Non è “flusso”.
Non è nemmeno talento.

È qualcos’altro. È il punto in cui il testo inizia a rifiutare le scorciatoie.

All’inizio, una storia è sempre sotto controllo. L’autore decide cosa succede, chi parla, dove andare a parare. Anche quando improvvisa, lo fa da una posizione di dominio: può cambiare idea, tornare indietro, sistemare. La storia è materia grezza, ancora docile.

Poi, se il lavoro è stato fatto bene, succede qualcosa di diverso.

Una scena che non vuole chiudersi come avevi previsto.
Un personaggio che rifiuta una battuta “furba”.
Un finale che funziona solo se rinunci a spiegare.

In quel momento la storia non è più tua.
Non perché abbia una volontà mistica, ma perché ha acquisito una coerenza interna più forte delle tue intenzioni.

Ed è qui che molti autori si fermano. O peggio: forzano.

Forzare una storia significa ricordarle chi comanda. Significa imporre una soluzione elegante quando la situazione è sporca. Inserire una frase brillante perché “ci sta bene”, anche se rompe il tono. Spiegare un passaggio perché temi che il lettore non capisca, anche se capire non era il punto.

Quando una storia smette di essere tua, comincia a chiederti una cosa precisa: rinuncia.

Rinuncia al controllo totale.
Rinuncia all’effetto.
Rinuncia alla versione che ti fa sentire intelligente.

Non è una perdita. È una selezione naturale.

Le storie che sopravvivono sono quelle che hanno superato l’ego dell’autore. Quelle che non servono a dimostrare qualcosa, ma a reggere qualcosa. Ambiguità, tensione, incompletezza. Tutto ciò che non si lascia chiudere in una formula rassicurante.

Il lettore, contrariamente a quanto si crede, riconosce questo passaggio. Anche se protesta. Anche se dice “non mi è piaciuto il finale” o “avrei voluto sapere di più”. Lo riconosce perché sente che il testo non sta più chiedendo approvazione. Sta semplicemente esistendo.

Una storia ancora “dell’autore” cerca consenso.
Una storia che non lo è più chiede solo di essere attraversata.

E qui c’è il paradosso più difficile da accettare: scrivere bene significa, a un certo punto, smettere di scrivere come autore e iniziare a scrivere come testimone. Non di fatti reali, ma della logica che hai messo in moto.

Se una scena ti mette a disagio, probabilmente è quella giusta.
Se una soluzione ti sembra troppo pulita, probabilmente è falsa.
Se il testo ti sta togliendo sicurezza, probabilmente sta funzionando.

Quando una storia smette di essere tua, non diventa migliore per forza. Ma diventa vera nel suo perimetro. E questo è l’unico tipo di verità che la narrativa può permettersi.

Il resto è controllo.
E il controllo, in letteratura, è quasi sempre un sintomo di paura.

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“Show, don’t tell” – Come usare i sensi per evocare invece di spiegare


Uno degli errori più frequenti nei testi degli autori emergenti è quello di raccontare troppo e mostrare poco. Non per inesperienza, ma per una forma di insicurezza: si ha paura che il lettore non capisca. E così si spiega tutto. Il risultato? Una narrazione piatta, poco immersiva, dove il lettore assiste passivamente invece di vivere la storia.

La regola d’oro è: “Show, don’t tell”. Ma cosa significa davvero?

Raccontare è dire:

“Era nervoso.”

Mostrare è evocare:

“Tamburellava le dita sul tavolo, evitando di incrociare lo sguardo di chiunque.”

Nella prima frase l’autore ci dà una diagnosi. Nella seconda, ci costringe a osservare, a entrare nella scena, a dedurre lo stato d’animo.

La chiave? I sensi.

Il lettore va guidato con suggestioni sensoriali, non con etichette. Vuoi mostrare la paura? Descrivi le mani fredde, il respiro corto, l’odore della muffa che sembra più intenso, l’orologio che ticchetta troppo forte nel silenzio.

La mente visualizza ciò che tocca, ascolta, odora, vede e assapora.
La scrittura efficace non dice: “La stanza era inquietante.”
Dice: “La carta da parati si staccava a strisce, mostrando chiazze scure come lividi. Un odore metallico stagnava nell’aria.”

Allenare lo “show” nella scrittura

  • Sostituisci aggettivi con dettagli: non “vecchia casa”, ma “travi annerite e finestre sbarrate”.
  • Evita di dire le emozioni: mostrale attraverso reazioni fisiche, gesti, silenzi.
  • Non abusare dei dialoghi esplicativi: lascia che siano le pause, i non detti e gli sguardi a parlare.
  • Evita i verbi di pensiero (sentiva, pensava, capiva) se puoi mostrarne le conseguenze.

In conclusione

“Show, don’t tell” non è una regola assoluta, ma uno strumento. E come ogni strumento, va usato con intelligenza. Talvolta dire è più efficace. Ma saper mostrare è ciò che distingue una penna scolastica da una penna narrativa.


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Il mio nuovo Manuale di Scrittura Creativa Avanzata: un viaggio dentro la narrativa


Ci sono libri che si scrivono perché “servono” e libri che si scrivono perché diventano inevitabili.
Il Manuale di Scrittura Creativa Avanzata – Per scrivere narrativa appartiene alla seconda categoria: nasce da anni di studio, pratica, errori, riscritture, letture e confronti con altri autori e autrici. È, in qualche modo, il distillato del mio percorso narrativo.

Non è un manuale teorico.
Non è un insieme di regole astratte.
È uno strumento pratico, costruito per chi desidera davvero migliorare la propria scrittura e affrontare la narrativa con mentalità professionale.

Un manuale pensato per chi scrive davvero

In queste pagine troverai ciò che ogni autore, soprattutto agli inizi, vorrebbe avere tra le mani:

  • come sviluppare una storia in modo solido
  • come costruire personaggi tridimensionali
  • come lavorare sulle scene, sul ritmo e sulla tensione narrativa
  • come utilizzare il linguaggio in modo più consapevole
  • come evitare gli errori che, spesso, frenano chi inizia
  • come impostare davvero un romanzo
  • come ragionare da scrittore e non solo da appassionato

È un libro diretto, concreto, senza fronzoli.
Un compagno di viaggio, più che un docente.

Un percorso che continua: contenuti esclusivi in arrivo

Il manuale è solo il primo passo.
Tra pochi giorni sul mio sito ufficiale comparirà una nuova sezione dedicata interamente agli strumenti pratici per chi scrive.

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Lì troverai documenti inediti che sto preparando: schemi, tabelle, impostazioni di capitolo, risorse tecniche e materiali utili per ogni fase della scrittura creativa.
Saranno disponibili singolarmente e, più avanti, anche in bundle con il manuale, per chi desidera una guida completa e strutturata.

Un ringraziamento

Questo progetto esiste grazie alla fiducia di chi mi legge, di chi segue i miei romanzi, le mie analisi, i miei studi.
Ogni pagina nasce da un dialogo continuo con voi.

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Il viaggio nella scrittura continua.
E questa volta, più attrezzati che mai.


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