Ci sono storie che si raccontano tra le righe. E altre, più oscure, che non vengono mai scritte davvero.
Chi conosce L’Archivio Blackwood sa che ogni caso è molto più di un’indagine: è una discesa nel cuore dell’oscurità, un confronto con i limiti della ragione e la presenza costante dell’invisibile. Ma cosa accade dietro le indagini? Cosa pensa davvero Edgar Blackwood nei momenti in cui nessuno lo osserva?
Ecco dove nasce l’idea del diario segreto dell’Ispettore.
Un taccuino immaginario – eppure fin troppo reale – in cui l’ispettore annota appunti, riflessioni, simboli, lettere mai spedite, deduzioni incomplete. Un vero e proprio dossier privato dell’anima. Non ci sono resoconti ufficiali, né testimonianze da verbale: solo ciò che resta quando cala il silenzio, e la nebbia avvolge anche il pensiero.
Nel diario non si troveranno spiegazioni o rivelazioni dirette. Ma si percepisce l’usura della mente, il peso dei casi irrisolti, l’eco delle voci che tornano a tormentarlo. Ed è proprio questa la forza del progetto: uno spazio narrativo che espande l’universo di Blackwood senza anticipare nulla, ma che dona profondità e intimità a ciò che è già stato raccontato.
Per il momento, queste pagine restano inedite, custodite nell’ombra. Ma un giorno, forse, saranno parte di qualcosa di più grande. E allora il lettore potrà entrare davvero nell’abisso con lui. Con un sigaro tra le dita, e la coscienza più pesante di quanto vorrebbe.
Siamo felici di annunciare la pubblicazione dell’intervista completa su CLEOPATRA, a cura di Alessio Valsecchi, che ha avuto la sensibilità e la profondità per esplorare a fondo il mondo narrativo dell’Archivio Blackwood.
Un dialogo intenso che tocca ogni aspetto della scrittura: dall’ispirazione ai personaggi, dai simboli occulti alla Londra del 1888, fino alle strategie editoriali e alle sfide del self publishing.
Ringraziamo Alessio per l’attenzione, la professionalità e l’empatia dimostrata durante l’intervista, e invitiamo tutti i lettori ad immergersi nel testo integrale qui:
👁 Se vi appassionano i misteri, le atmosfere gotiche, i conflitti interiori e le città che respirano come personaggi… troverete pane per i vostri incubi.
📖 Le Ombre di Whitechapel, Il Vangelo delle Ombre e l’imminente Il Carnefice del Silenzio vi aspettano tra le pagine dell’Archivio Blackwood.
Qui riporto l’intervista:
Alessio Valsecchi intervista Claudio Bertolotti
Claudio Bertolotti è nato a Erba nel 1983. Dopo aver intrapreso gli studi di Giurisprudenza, ha intrapreso la carriera imprenditoriale, coltivando una profonda passione per la storia romana e per l’universo narrativo di Sherlock Holmes.
Il suo interesse per il mistero, l’occulto e l’epoca vittoriana lo ha portato prima a scrivere “ Le Ombre di Whitechapel” – un racconto dove si intrecciano mitologia oscura, detective story e atmosfere da incubo – e poi il successivo e recente “Il vangelo delle ombre”.
[CLEOPATRA]: Ciao Claudio, benvenuto sulle pagine di CLEOPATRA. I nostri lettori amano esplorare i segreti della scrittura e delle storie che mescolano mistero, introspezione e stile. I tuoi romanzi gotici ambientati nella Londra del 1888 affascinano e potrebbero affascinare molti. Oggi vogliamo scavare con te tra le pieghe della narrativa, dei personaggi, delle strategie editoriali e della passione che ti guida.
Partiamo dalle origini. Quando hai capito che scrivere non sarebbe stata solo una passione marginale ma qualcosa da vivere a fondo e condividere con il pubblico?
[Claudio Bertolotti]: Scrivere è sempre stato parte di me, ma per lungo tempo l’ho vissuta come un’attività privata, quasi segreta.
Ho capito che era qualcosa da vivere a fondo nel momento in cui le storie hanno cominciato a cercarmi anche fuori dalla pagina. Quando i personaggi restavano con me dopo aver spento il PC, quando sentiva il bisogno non solo di creare, ma di condividere. È stato allora che ho capito che non bastava più scrivere: dovevo far esistere quei mondi anche per gli altri.
[CLEOPATRA]: Il tuo amore per il giallo, il thriller e l’horror gotico emerge in modo vivido nei tuoi romanzi. Cosa ti affascina di più di questi generi? E cosa credi che offrano in più rispetto ad altri?
[CB]: Mi affascina la loro capacità di far luce nell’oscurità, senza però offrire soluzioni comode. Il giallo pone domande. Il thriller accelera il battito. Ma è il gotico a restare sotto pelle. Questi generi permettono di esplorare i confini tra razionalità e ignoto, tra giustizia e ossessione, tra fede e follia. Offrono qualcosa che altri generi non sempre osano: la possibilità di guardare in faccia l’abisso e di chiedersi, senza filtri, cosa ci sia davvero dall’altra parte.
[CLEOPATRA]: Nel tuo primo romanzo, “Le Ombre di Whitechapel – Il segreto del sangue immortale” , ci porti in una Londra misteriosa dove la logica si sgretola di fronte all’ignoto. Se dovessi scegliere un solo elemento che rende quel libro imprescindibile, quale sarebbe e perché?
[CB]: L’elemento imprescindibile è la sovrapposizione tra razionale e irrazionale. “Le Ombre di Whitechapel” non è solo un’indagine, è un crollo di certezze. Il lettore entra pensando di trovare un classico mistero vittoriano, e si ritrova a confrontarsi con qualcosa che sfugge al controllo della mente: un culto, una sete antica, una verità che non può essere spiegata con la logica. Quello scontro tra scienza e superstizione, tra Holmes e il sovrannaturale, è il cuore pulsante del romanzo. È lì che il mondo comincia a cambiare — per lui e per chi legge.
[CLEOPATRA]: In una precedente intervista su RecensioneLibro.it hai detto che il tuo libro è “una discesa nelle pieghe oscure della Londra vittoriana” e che l’indagine affronta il maschio “visibile e invisibile”. potresti approfondire questo concetto? Come hai costruito questo doppio livello di lettura?
[CB]: Ho voluto costruire un’indagine che si muovesse su due piani: quello dell’apparenza e quello del sottosuolo. Il maschio visibile è ciò che accade: un delitto, una traccia, un volto sospetto. Ma il maschio invisibile è ciò che si insinua: i silenzi, i simboli dimenticati, gli sguardi che evitano la verità. Londra, in questo senso, è perfetta: ha due volti. Quello in superficie è quello che vive nei vicoli, nei sotterranei, nei culti dimenticati.
La costruzione del romanzo segue lo stesso principio. Mentre il lettore segue l’indagine, sotto la trama si accumulano indizi che parlano di un orrore più antico, più profondo. È lì che nasce il doppio livello: uno razionale, l’altro rituale. E Blackwood è costretto a muoversi tra entrambi, senza sapere da quale parte verrà colpita.
[CLEOPATRA]: Nel secondo volume della serie, “Il Vangelo delle Ombre” , l’elemento religioso e quello psicologico sembrano intrecciarsi profondamente. Quanto è centrale il rapporto tra fede e razionalità nel romanzo?
[CB]: È un tema centrale. Ne “Il Vangelo delle Ombre”, fede e razionalità non sono in opposizione: sono in tensione continua. Blackwood è un uomo razionale, ma se trovato immerso in una realtà dove la fede, o meglio la sua distorsione, diventa strumento di potere e manipolazione. Il romanzo esplora proprio questo: cosa succede quando la fede smette di essere conforto e diventa controllo?
E cosa succede quando la razionalità non basta più a spiegare ciò che accade? Ho voluto che il lettore, insieme a Blackwood, si trovasse a camminare su quella linea sottile, dove i dogmi vacillano e il dubbio diventa l’unico rifugio possibile.
[CLEOPATRA]: Nel libro compaiono simboli arcaici, sogni disturbanti e “presenze invisibili”. Si tratta solo di suggestioni narrative o c’è anche un intento simbolico o filosofico più profondo?
[CB]: Non sono solo suggerimenti. Ogni simbolo, ogni sogno, ogni “presenza” ha una funzione narrativa, ma anche simbolica. Il vero terrore, per me, non nasce da ciò che si vede, ma da ciò che si intuisce. E tutti questi elementi — i segni arcaici, le allucinazioni, le apparizioni — sono riflessi di qualcosa che Blackwood (e il lettore) porta già dentro.
Sono manifestazioni dell’inconscio, certo, ma anche portali verso una verità più antica, più scomoda. Nel mio mondo narrativo, l’orrore non è mai gratuito: è sempre una forma di rivelazione. E chi osa affrontarlo, deve farlo sapendo che potrebbe non tornare più lo stesso.
[CLEOPATRA]: Uno dei personaggi chiave del romanzo è un sacerdote tormentato dal proprio passato. Che funzione svolge nel racconto? È una figura di redenzione o piuttosto un’eco del peccato che perseguita tutti i protagonisti?
[CB]: Padre Marcus Quinn è entrambe le cose. È una figura che porta con sé il peso della colpa, ma anche la volontà di riscattarsi attraverso l’azione. Non è un “buono” in senso tradizionale: è lacerato, imperfetto, profondamente umano.
La sua funzione narrativa è duplice: da un lato rappresenta la possibilità di redenzione, dall’altro è lo specchio di un passato che nessuno dei protagonisti può davvero lasciarsi alle spalle. La sua fede è autentica, ma ferita. E proprio per questo diventa un baluardo fragile ma essenziale contro l’oscurità. In un mondo dove il male agisce attraverso il silenzio, Quinn è l’unico che tenta — anche a costo di fallire — di alzare la voce.
[CLEOPATRA]: Nel tuo secondo romanzo Londra diventa quasi un personaggio essa stessa, con i suoi sotterranei ei suoi segreti. Come hai lavorato sull’ambientazione per darle una voce narrativa autonoma e inquietante?
[CB]: Londra, per me, non è solo lo sfondo: è un organismo vivente. Ha memoria, ombre, respiri. Nei miei romanzi cerco di mostrarla nei suoi strati più profondi: quelli che non si vedono sulle mappe, ma si sentono sotto i piedi. I vicoli, i sotterranei, le cripte e le case diroccate sono spazi che parlano — o meglio, sussurrano.
Ho lavorato sull’ambientazione come se fosse un personaggio muto ma presente: una città che osserva, che assorbe il dolore, che protegge e insieme condanna. La nebbia sporca, densa, quasi viscosa, è parte integrante di ogni mio romanzo. Oltre ad essere storicamente dimostrata dai testi dell’epoca. Ogni luogo in cui si muove Blackwood è una prova, un enigma. E spesso è la città stessa a decidere chi può tornare indietro.
[CLEOPATRA]: Restando in tema: ambientare la saga a Whitechapel nel 1888 non può non evocare Jack lo Squartatore. Dobbiamo aspettarci che prima o poi faccia la sua comparsa nel tuo universo narrativo? O è una figura che preferisci lasciare sullo sfondo del mito?
[CB]: Jack lo Squartatore è un’ombra che incombe su tutto il mio universo narrativo, ma proprio per questo va trattato con rispetto. È più mito che persona, più simbolo che assassino. Non escludo che possa apparire, ma se lo farà non sarà mai un semplice “personaggio”: sarà una presenza, un riflesso, un enigma irrisolto che sfida anche l’Archivio Blackwood.
Per ora preferisco lasciarlo lì, al confine tra cronaca e incubo, dove la sua figura alimenta l’atmosfera senza bisogno di essere esplicitata. Anche perché, come soggetto, è stato ampiamente abusato, nella narrativa. Ma come ogni ombra… potrebbe tornare, quando meno ce lo aspettiamo.
[CLEOPATRA]: Parliamo del tuo protagonista, l’ispettore Edgar Blackwood. Non è un classico eroe, ma un uomo ferito, lucido e inquieto. Come l’hai costruito e quanto c’è di te in lui?
[CB]: Blackwood è nato da una frattura. Volevo un protagonista che non fosse un eroe, ma un uomo consapevole della propria debolezza. È lucido, ossessivo, analitico — ma porta dentro una solitudine che non riesce a colmare, un passato che non ha mai davvero affrontato.
C’è molto di me in lui. Sono una persona razionale, spesso guidata dal bisogno di accogliere e controllare ciò che mi circonda. Ma, come Blackwood, ho i miei demoni interiori. Quelle inquietudini che non si possono spiegare del tutto, ma che ti spingono a scavare, a indagare, a non fermarti mai alla superficie. Blackwood è questo: una mente brillante, costretta ogni giorno a fare i conti con ciò che non può comprendere fino in fondo. E forse, proprio per questo, continua a cercare.
[CLEOPATRA]: Sul piano della promozione online, ti muovi con attenzione e creatività: sito personale, Instagram, immagini evocative. Quali sono le strategie che ti hanno dato maggiori risultati? Hai dei consigli per altri autori emergenti?
[CB]: Nel tempo ho capito che la promozione online non può essere improvvisata: deve essere coerente con la voce del libro e con l’identità dell’autore. Per me è fondamentale creare un immaginario che accompagni il lettore anche fuori dalla pagina: un sito curato, immagini evocative, post che trasmettono atmosfera prima ancora della trama. Tra tutti, Facebook e Instagram si sono rivelati i canali più efficaci, perché permettono un dialogo diretto, costante, umano.
La pubblicità su Amazon, purtroppo, non sempre valorizza adeguatamente i libri di nicchia o indipendenti: è utile, ma va maneggiata con cautela, senza aspettative esagerate. Non utilizzo personalmente TikTok, quindi non posso esprimermi in merito, ma credo che ogni autore debba scegliere la piattaforma che rispecchia meglio il proprio stile e il proprio pubblico.
Il consiglio che darei? Non puntare alla visibilità immediata, ma alla coerenza nel tempo. La fiducia dei lettori si costruisce con presenza, onestà, qualità e pazienza.
[CLEOPATRA]: E nel mondo “offline”? Partecipi a fiere, firmacopie o eventi dal vivo? Cosa pensi del contatto diretto con i lettori oggi, in un’epoca sempre più digitale?
[CB]: Ad oggi non ho ancora partecipato attivamente ad eventi dal vivo come autore, anche se ovviamente ho frequentato realtà importanti come il Salone del Libro, dove il confronto con lettori e professionisti è sempre stimolante. Mi piacerebbe molto iniziare a farlo: presentazioni, firmacopie, letture ad alta voce — credo siano esperienze preziose non solo per promuovere un libro, ma per viverlo insieme a chi lo ha letto o lo scopre in quel momento.
In un’epoca sempre più digitale, il contatto diretto con il lettore è qualcosa che acquista ancora più valore. Guardarsi negli occhi, parlare di ciò che ha colpito, emozionato o inquietato: è una parte della scrittura che merita spazio. E che spero presto di esplorare di persona.
[CLEOPATRA]: Sui tuoi social utilizzi spesso immagini create con l’intelligenza artificiale che evocano scene e atmosfere dei tuoi romanzi. Come sei arrivato a questa scelta? Hai mai collaborato anche con un illustratore o grafico tradizionale?
[CB]: Al momento non collaboro con illustratori o grafici tradizionali, anche se mi piacerebbe farlo molto in futuro. Per ora mi affido all’intelligenza artificiale, soprattutto per la creazione di immagini evocative legate ai miei romanzi. È uno strumento affascinante, che permette di dare forma a suggestioni visive coerenti con il tono gotico e simbolico dell’Archivio Blackwood.
Tuttavia, ha anche i suoi limiti: la creazione delle copertine, ad esempio, è spesso complessa e richiede molta pazienza. A volte servono giorni interi e decine di tentativi per ottenere un risultato che sia davvero all’altezza del progetto narrativo. Nonostante questo, credo sia una risorsa utile per costruire un immaginario coerente e immersivo, soprattutto per chi — come me — desidera curare ogni dettaglio visivo in prima persona.
[CLEOPATRA]: Hai scelto il self publishing per pubblicare la saga. Quali sono le sfide maggiori di questa strada e quali le soddisfazioni più grandi? Cosa consiglieri a chi sta pensando di intraprenderla?
[CB]: Il self-publishing è una strada affascinante, ma anche molto impegnativa. La sfida principale è l’isolamento decisionale: sei tu a dover curare ogni dettaglio, dalla correzione del testo alla promozione, dall’impaginazione alla grafica. Ma dall’altro lato, è proprio questo controllo totale che rappresenta la soddisfazione più grande: ogni parola, ogni immagine, ogni scelta estetica rispecchia esattamente la tua visione.
Purtroppo, come tanti, mi sono scontrato con un mondo saturo di libri e spesso opaco sul fronte editoriale: agenzie che chiedono cifre considerevoli senza alcuna garanzia di pubblicazione, o editori — per fortuna pochi — che propongono contratti in cui è l’autore a dover versare una quota per realizzare il proprio libro. Per questo ho scelto l’autopubblicazione: per avere libertà, dignità e trasparenza.
A chi sta pensando di intraprendere questa strada, consiglio due cose: studiare a fondo ogni aspetto tecnico (formati, impaginazione, diritti, distribuzione) e mantenere alta la qualità in ogni fase. Il lettore merita sempre il meglio, indipendentemente da chi pubblichi il libro.
[CLEOPATRA]: Cosa puoi anticiparci dei tuoi progetti futuri? Il terzo capitolo della saga, “Il Carnefice del Silenzio”, promette scenari monastici e rituali dimenticati: a che punto sei con la stesura? E ci saranno altre sorprese per i tuoi lettori?
[CB]: Attualmente sono al completamento del quarto capitolo su una struttura prevista di circa 22–23 capitoli de “Il Carnefice del Silenzio”. Sarà un romanzo più lungo, più profondo, più ragionato e, credo, anche più maturo rispetto ai precedenti. Un racconto che indaga il silenzio come forza oscura e rituale, ma senza mai perdere di vista l’umanità dei personaggi.
Nel frattempo, sto lavorando all’uscita dell’edizione speciale rigida “L’Archivio Blackwood – Volume I: Le Origini”, che raccoglie i primi due romanzi (“Le Ombre di Whitechapel” e “Il Vangelo delle Ombre”) con contenuti extra esclusivi: immagini, appendici inedite, lettere, mappe, simboli e frammenti d’archivio nuovi. Fa parte della serie “I dossier dell’Archivio Blackwood”, un progetto pensato per i lettori più affezionati, che vogliono immergersi ancora più a fondo nel mondo narrativo della saga.
E naturalmente… ho già in mente almeno altri due volumi per il futuro. L’Archivio è grande, ei suoi segreti non sono ancora finiti.
[CLEOPATRA]: Per chi volesse contattarti, seguirti o magari collaborare con te, quali sono i canali migliori?
[CB]: Sono sempre felice di entrare in contatto con chi legge, scrive o desidera collaborare. I canali migliori per seguirmi sono:
⦁ Instagram: @archivio_blackwood – dove pubblico immagini evocative, anticipazioni e contenuti esclusivi.
⦁ Il mio sito ufficiale: www.claudiobertolotti83.net – lì si trovano articoli, aggiornamenti e tutte le informazioni sulla saga.
⦁ Email diretta: autore.claudiobertolotti@gmail.com – per chi desidera propormi un progetto, un’intervista o semplicemente scambiare qualche parola sul mondo dell’Archivio.
Cerco sempre di rispondere con attenzione e cura. L’incontro con i lettori è una delle parti più vere e preziose di questo percorso.
[CLEOPATRA]: Infine, Claudio, hai la possibilità di rivolgerti direttamente ai nostri lettori. Perché dovrebbero immergersi oggi nelle ombre di Whitechapel e dell’Archivio Blackwood?
[CB]: Perché Archivio Blackwood non è solo una saga gotica ambientata nell’Ottocento. È un viaggio nei lati nascosti dell’animo umano, tra colpe che non passano e silenzi che parlano più delle parole. Chi sceglie di immergersi in queste pagine, sceglie di camminare accanto a personaggi imperfetti, tormentati da demoni interiori, ma ancora capaci di lottare contro l’oscurità — dentro e fuori di sé.
E se è vero che ogni epoca ha i suoi fantasmi, credo che i nostri non siano poi così diversi da quelli che infestano le strade di Whitechapel. Per questo, forse, oggi più che mai… vale la pena ascoltarli.
[CLEOPATRA]: Grazie Claudio per essere stato con noi. Ai nostri lettori diciamo questo: se amate le atmosfere cupe, le indagini che sfidano la logica ei personaggi tormentati che cercano la luce nel buio, non potete perdervi i romanzi di Claudio Bertolotti. L’Archivio Blackwood vi aspetta… e non sarà un viaggio da cui tornerai uguali.
Un personaggio ben costruito è il cuore pulsante di ogni storia avvincente. Che si tratti di un eroe tormentato o di un antagonista carismatico, la loro profondità e coerenza determinano il coinvolgimento del lettore. In questo articolo, esploreremo i passaggi fondamentali per creare personaggi tridimensionali e credibili.
1. Definisci l’Identità del Personaggio
Inizia delineando le caratteristiche base:
Nome e Cognome: Scegli nomi che rispecchino l’epoca e il contesto culturale della tua storia.
Età, Sesso, Origini: Questi elementi influenzano il comportamento e le prospettive del personaggio.
Occupazione e Status Sociale: Determinano le sue interazioni e motivazioni.
Creare una scheda dettagliata aiuta a mantenere coerenza durante la narrazione
2. Costruisci una Backstory Solida
Ogni personaggio ha un passato che ne plasma il presente. Considera:
Eventi Chiave dell’Infanzia: Traumi o successi che influenzano le sue decisioni attuali.
Relazioni Passate: Amicizie, amori o rivalità che hanno lasciato il segno.
Obiettivi e Paure: Cosa desidera ardentemente? Cosa teme di più?
Una backstory ben pensata aggiunge profondità e rende il personaggio più autentico .
3. Identifica il Conflitto Interiore
Il conflitto interno è ciò che rende un personaggio umano e interessante. Può trattarsi di un dilemma morale, di una paura nascosta o di una contraddizione tra desideri e doveri. Questo conflitto guida le sue azioni e decisioni, creando tensione narrativa .
4. Delinea l’Arco di Trasformazione
I personaggi memorabili evolvono nel corso della storia. Pianifica come il tuo personaggio cambierà:
Inizio: Chi è all’inizio della storia?
Sviluppo: Quali eventi lo metteranno alla prova?
Conclusione: Come sarà cambiato alla fine?
Un arco di trasformazione ben strutturato rende la narrazione più coinvolgente .
5. Utilizza il Principio “Show, Don’t Tell”
Invece di descrivere direttamente le caratteristiche del personaggio, mostra le sue qualità attraverso azioni, dialoghi e reazioni. Ad esempio, invece di dire “era coraggioso”, mostra una scena in cui affronta una paura per salvare qualcuno .
6. Evita gli Stereotipi
Sebbene gli archetipi possano essere utili come base, è importante aggiungere unicità ai tuoi personaggi. Evita cliché e cerca di sorprendere il lettore con trattiinaspettati o contraddittori che rendano il personaggio più realistico .
7. Interazioni e Relazioni
I personaggi si definiscono anche attraverso le loro relazioni con gli altri. Analizza come interagiscono con amici, nemici e figure di autorità. Queste dinamiche rivelano aspetti nascosti della loro personalità e possono servire a far avanzare la trama .
In fine
La creazione di personaggi complessi e credibili richiede tempo e riflessione. Investire nella loro progettazione arricchirà la tua narrazione e coinvolgerà maggiormente i lettori. Ricorda: un personaggio ben costruito può trasformare una buona storia in un capolavoro indimenticabile.
Se desideri approfondire ulteriormente la costruzione dei personaggi, ti consiglio di esplorare risorse come “L’arco di trasformazione del personaggio” di Dara Marks, che offre una guida dettagliata su questo argomento.
Ogni storia coinvolgente ha una struttura invisibile che la sorregge: la scaletta. Molti autori iniziano con entusiasmo a scrivere il primo capitolo, per poi perdersi tra personaggi, sottotrame e colpi di scena non pianificati. È proprio qui che entra in gioco una buona scaletta strutturata, capace di trasformare un’idea in un romanzo coerente, avvincente e ben costruito.
Perché la scaletta è fondamentale
Una buona scaletta:
Ti evita blocchi narrativi e contraddizioni
Ti permette di bilanciare i tempi narrativi tra azione, mistero, introspezione e svolte
Ti aiuta a gestire sottotrame e intrecci complessi
Mantiene la coerenza tonale e stilistica dalla prima all’ultima pagina
Come si struttura una buona scaletta
1. Definisci l’ossatura generale
Ogni storia ha un inizio, uno sviluppo e una fine, ma per funzionare deve contenere:
Un incipit atmosferico (ambientazione, tono, presagi)
Uno o più eventi scatenanti
Una serie di complicazioni crescenti
Un climax
Una risoluzione (anche parziale, se la saga continua)
2. Organizza i capitoli
Un romanzo ben strutturato alterna momenti lenti e riflessivi a scene forti, rivelazioni, conflitti. Ogni capitolo dovrebbe contenere:
Una scena di apertura immersiva
Uno sviluppo con nuovi elementi (indizi, incontri, ostacoli)
Una chiusura che invogli a proseguire
Interludi: piccole pause cariche di significato
Gli interludi sono strumenti preziosi per:
Cambiare punto di vista (es. diario, documento, flashback)
Mostrare eventi paralleli al protagonista
Dare respiro alla narrazione senza spezzarla
Ben usati, rafforzano l’atmosfera e arricchiscono la trama con dettagli altrimenti inaccessibili.
Struttura delle scene: il dettaglio che fa la differenza
Ogni scena è un piccolo ingranaggio e va costruita con attenzione:
Luogo e tempo ben definiti
Obiettivo narrativo chiaro (cosa deve cambiare o rivelarsi)
Dialoghi funzionali ma naturali
Tensione e immagini evocative
La scaletta è viva: non è una gabbia, ma una mappa
Una scaletta non è rigida: può (e deve) evolversi durante la scrittura. Ma averla significa sapere sempre dove si sta andando, anche quando si decide di deviare per una nuova ispirazione.
Scrivere senza scaletta può sembrare più libero… ma spesso porta solo a tornare indietro, tagliare pagine intere o perdere il filo. Con una buona scaletta strutturata, ogni scena avrà un senso, ogni svolta sarà costruita, e il lettore si sentirà dentro un viaggio vero – e non in un labirinto senza uscita.
Vuoi vedere un esempio pratico? Nel progetto Il Carnefice del Silenzio, ogni capitolo è costruito su una base narrativa predefinita: 6–8 scene con apertura atmosferica, sviluppo, sottotracce, climax e svolta. Una struttura che aiuta a far convivere indagine, sovrannaturale e tensione.
Hai amato Le Ombre di Whitechapel? Sei stato catturato da Il Vangelo delle Ombre? Allora questa è la tua occasione: sto regalando una copia in brossura (bianco e nero) del volume speciale “L’Archivio Blackwood – Volume I: Le Origini”, che unisce i due romanzi in un’unica edizione.
Ma attenzione: per partecipare è necessario seguire dei passaggi precisi tramite Instagram.
Come funziona il giveaway?
Entro mercoledì 4 giugno 2025, verrà estratta una persona tra tutti i partecipanti che riceverà a casa gratuitamente il volume in brossura. La spedizione è inclusa. Non è richiesto alcun acquisto.
✅ Requisiti per partecipare (obbligatori)
Per partecipare correttamente, è necessario avere un profilo Instagram attivo e seguire questi tre passaggi:
1. Vai su Instagram e segui il profilo ufficiale: @archivio_blackwood
2. ❤️ Metti “Mi piace” al post del giveaway che trovi su quella pagina
3. ✍️ Commenta quel post taggando @autoreclaudiobertolotti
Solo i commenti sotto il post Instagram con il tag corretto verranno considerati validi per l’estrazione.
Cosa si vince?
Il premio è una copia omaggio in brossura (bianco e nero) del libro:
L’Archivio Blackwood – Volume I: Le Origini Un volume unico che contiene:
Le Ombre di Whitechapel
Il Vangelo delle Ombre
Immagini inedite e appendici inedite
Due romanzi gotici, investigativi, oscuri e misteriosi… in un’unica edizione.
C’è una Londra che non esiste più. Una Londra che inizia dove finiscono i giornali del mattino, quando il battito dei passi si perde tra la nebbia e le campane tacciono.
È la Londra che Edgar Blackwood attraversa ogni notte. Vicoli tra mura sudice, lanterne che oscillano su archi gotici, pioggia che cola lungo grondaie arrugginite. Una città che non dorme: semplicemente finge di farlo.
Il silenzio in queste strade non è mai totale. C’è sempre qualcosa che scricchiola. Un’insegna che ondeggia. Un cigolio lontano di carrozza o il lamento sommesso del vento. In quell’apparente immobilità, l’Archivio respira. Ogni dossier, ogni fascicolo recuperato nel primo volume — Le Ombre di Whitechapel, Il Vangelo delle Ombre — è stato trovato proprio in questa penombra: non nell’urgenza del giorno, ma nel tempo delle cose taciute.
Londra non è solo un’ambientazione. È un personaggio che osserva e che nasconde. Ed è di notte, quando la città si svuota, che mostra i suoi segreti più profondi.
Ogni storia ha un’origine, e quella dell’Archivio Blackwood affonda le sue radici in una nebbia fitta di appunti, mappe, sogni e ossessioni.
Quando ho iniziato a scrivere Le Ombre di Whitechapel, non sapevo ancora che sarebbe nato un intero archivio. Ma sentivo che Edgar Blackwood non era solo un personaggio: era una voce che voleva parlare. Voleva indagare.
Documentarsi nell’Oscurità
Costruire un’indagine ambientata nel 1888 non significa solo studiare la Londra vittoriana, i giornali dell’epoca o la struttura di Scotland Yard. Significa ascoltare l’atmosfera. Per ABVO ho consultato cronache dell’epoca, libri di folklore, testimonianze su Jack lo Squartatore, e testi occulti scritti tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento.
Ma il vero cuore pulsante del lavoro è stato: come far convivere il metodo investigativo con l’ignoto?
L’equilibrio tra ragione e orrore
Un romanzo gotico non è solo buio, pioggia e candele tremolanti. È un’ombra che si insinua nella mente del lettore, senza mai svelarsi del tutto. In ABVO ho cercato un equilibrio costante tra logica e terrore, tra razionalità e superstizione.
Blackwood indaga, osserva, annota. Ma intorno a lui tutto vacilla. L’orrore non si rivela mai con chiarezza: si lascia solo intuire.
L’archivio, un mondo vivo
L’idea di trasformare ogni indagine in un dossier è nata quasi per gioco. Ma col tempo è diventata la chiave di tutto. Un archivio è silenzioso, ma ogni fascicolo trattiene la voce di chi l’ha scritto, e il dolore di chi è scomparso.
Ogni lettore, aprendo queste pagine, non legge solo una storia. Sfoglia prove, lettere, indizi e segreti. Come se Blackwood stesso avesse lasciato tutto perché qualcuno, un giorno, potesse capire.
Ci sono uomini che entrano in una stanza in silenzio, eppure la riempiono. Non per il tono della voce, né per l’autorità formale, ma per ciò che indossano. O meglio: per come lo indossano.
L’ispettore Edgar Blackwood non è un eroe da vetrina. Il suo cappotto è troppo logoro per l’eleganza, troppo pesante per la moda, troppo impregnato di pioggia e fumo per chi vive all’asciutto. Eppure è quel cappotto che lo precede. Che lo annuncia, come una figura uscita da un archivio che nessuno ha mai chiesto di aprire.
Ogni piega racconta una notte. Ogni bottone cucito a mano tiene insieme un caso irrisolto. Il colletto rialzato non è stile: è protezione. Dal freddo, dagli sguardi. Dai ricordi.
Il sigaro che fuma — economico, mai aromatico — è più una museruola che un vizio. Lo tiene occupato, lo isola, lo frena. È la brace che si consuma mentre intorno tutto resta oscuro.
Blackwood non ha bisogno di presentazioni. Il suo abito, il suo passo lento, la sua presenza tra le ombre parlano prima di lui. E quando si ferma, davanti a una porta, davanti a un corpo, davanti a un nome… è sempre il cappotto a muoversi per primo.
Nel costruire il primo volume Le Ombre di Whitechapel ci si è trovati davanti a una domanda antica quanto la narrativa stessa: contro cosa combatte davvero il nostro protagonista?
Non bastava un assassino. Non bastava un rituale. Occorreva un’ombra più grande, più profonda. Qualcosa che fosse insieme reale e irreale, concreta ma avvolta nel mistero. Un male che non si limitasse a colpire il corpo, ma che potesse insinuarsi nelle pieghe della mente e nella memoria stessa di una civiltà.
È qui che nasce la scelta: evocare Dracula.
Non il Dracula da manuale, non il mostro da cinema, ma il simbolo di ciò che l’Ottocento temeva di più: la decadenza mascherata da nobiltà, la superstizione che ritorna, la contaminazione dell’invisibile. Dracula diventa, in questo contesto, un’eco. Non serve vederlo per sapere che c’è. Come un sussurro nei corridoi del potere o una goccia d’inchiostro nero versata su un documento classificato.
In Le Ombre di Whitechapel, primo dei due dossier raccolti nel volume L’Archivio Blackwood Volume I – Le Origini, la sua presenza è un’influenza, un’infezione sotterranea. L’ispettore Blackwood non insegue solo degli indizi: insegue un pensiero antico, una minaccia senza volto che si riflette nei simboli, nei culti, nei riti.
Ecco perché Dracula. Perché più di ogni altro rappresenta il nemico definitivo di un uomo razionale. Perché sopravvive ai secoli, muta, si adatta e torna. E perché ogni archivio, prima o poi, contiene qualcosa che sarebbe dovuto restare sepolto.
Ci sono investigatori che archiviano i casi. E poi c’è Edgar Blackwood, che li colleziona.
Ogni fascicolo dell’Archivio Blackwood è più di una cronaca nera: è una ferita, un frammento, un dubbio mai estinto. Nei due romanzi che compongono i L’archivio Blackwood – Volume I: Le Origini, ciò che lega i misteri di Whitechapel e il Viaggio nel sangue è proprio la memoria.
Non si tratta solo di risolvere. Si tratta di ricordare. Per Blackwood, archiviare un caso è come inchiodarlo al tempo. Ogni dettaglio, ogni indizio, ogni volto incontrato… nulla viene davvero lasciato indietro. Perché? Perché dimenticare, nel suo mondo, equivale rischiare che l’Ombra ritorni.
Nelle sue stanze — sempre immerse in nebbia e odore di carta umida — Blackwoodconserva tutto: lettere, schizzi, annotazioni. Come se temesse che, un giorno, ciò che ha già affrontato possa risvegliarsi. E forse, in parte, ha ragione.
Per questo l’Archivio esiste. Per questo L’archivio Blackwood Volume I Le origini è più di una semplice raccolta: è una battaglia contro l’oblio.