Sono felice di annunciare che è disponibile online l’intervista completa pubblicata da RecensioneLibro.it, in cui ho avuto il piacere di raccontare qualcosa in più su me stesso, sulle mie fonti di ispirazione e sul mondo oscuro dell’Archivio Blackwood.
In questa intervista si parla di:
Come è nato Le Ombre di Whitechapel – Il segreto del sangue immortale
L’evoluzione verso Il Vangelo delle Ombre
I temi che più mi stanno a cuore: l’indagine sull’ignoto, la Londra vittoriana e la fragilità dell’animo umano
Un assaggio di ciò che ci aspetta nel terzo volume, Il Carnefice del Silenzio
Un ringraziamento sincero alla redazione di RecensioneLibro.it per l’interesse e lo spazio dedicato.
E nel giorno dell’ottavo sigillo, quando l’aria era spessa e le campane tacevano, il Maestro ordinò che si scrivesse solo ciò che non può essere detto.”
Le bocche furono cucite non con ago, ma con preghiera.
Le parole scomparvero dai vetri delle finestre, dai canti delle messe, perfino dai sogni.
Solo il suono del sangue restava, goccia dopo goccia.
Si narra che ancora oggi, se il vento gira da levante, si possa udire quel silenzio cantare nelle fondamenta.
Nota apocrifa: questo frammento è conservato, senza data né firma, in una teca protetta dell’antico Monastero di St. Æthelric dei Sospiri, nei pressi della brughiera del Northumberland. Sigillato per volere dell’arcidiacono nel 1732, nessuno ha più celebrato messa in quella navata.
L’edizione speciale rigida de L’Archivio Blackwood – Capitolo I non è solo una raccolta dei due romanzi. È una vera e propria reliquia d’archivio. Contiene documenti esclusivi, lettere, mappe, appunti rituali e due scene inedite:
Una lettera che anticipa il secondo volume
Un fascicolo misterioso consegnato a Monroe dopo la fine de Il Vangelo delle Ombre
Nessuno spoiler, ma ogni pagina aggiunta è un tassello in più nel puzzle. Chi possiederà questa edizione avrà accesso a dettagli che non saranno pubblicati altrove.
Quando ho iniziato a scrivere le indagini dell’ispettore Edgar Blackwood, sapevo di voler costruire un mondo che affondasse le radici nell’Ottocento più oscuro, tra nebbia, superstizione e razionalità in crisi. Ma soprattutto, sapevo di voler rendere omaggio a quelle opere e atmosfere che hanno segnato il mio immaginario.
Arthur Conan Doyle e il metodo
Il primo inevitabile riferimento è Sir Arthur Conan Doyle. Non solo per il suo Sherlock Holmes, genio della deduzione, ma per l’intera Londra che ci ha restituito: sporca, stratificata, piena di segreti e percorsa da forze tanto umane quanto inafferrabili. Blackwood non è Holmes, ma ne condivide l’ossessione per i dettagli, la razionalità forzata anche quando la realtà si fa disturbante. E proprio come Watson accompagna Holmes, nel mio primo volume troviamo Declan O’Connor, un compagno diverso, più irlandese che inglese, ma altrettanto essenziale.
Bram Stoker e l’orrore antico
Se Doyle rappresenta la mente, BramStoker è il cuore nero. Dracula è molto più di un romanzo dell’orrore: è un’opera che parla di controllo, paura dell’ignoto, e sopravvivenza dell’antico dentro il moderno. In Le Ombre di Whitechapel, Dracula non è solo un nemico: è una presenza che mette in discussione la stessa idea di giustizia. Il confine tra male e mito, tra orrore e fascino, è una linea sottile su cui ho camminato con rispetto e inquietudine.
Penny Dreadful e la contaminazione
Negli ultimi anni, la serie Penny Dreadful mi ha mostrato come si possa fondere in modo elegante e potente i grandi archetipi del gotico. Ho amato la sua capacità di mescolare Frankenstein, Dorian Gray, vampiri e streghe in un mondo coerente, visivamente potente e narrativamente profondo. Nei miei racconti, non ci sono “crossover” classici, ma c’è la stessa volontà di far coesistere investigazione, spiritualità e sovrannaturale, in un equilibrio instabile e pericoloso.
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Scrivere i racconti dell’Archivio Blackwood è stato come varcare una soglia: dalla Londra storica alla Londra nascosta, dai crimini tangibili ai segni che nessun tribunale riconoscerebbe. E se oggi esistono Le Ombre di Whitechapel e Il Vangelo delle Ombre, è anche grazie a quelle letture, a quei simboli, a quei mostri — reali o meno — che non mi hanno mai abbandonato.
In Le Ombre di Whitechapel il Male aveva un nome. In Il Vangelo delle Ombre, il Male ha una voce. Ma non un volto.
Questa è una delle trasformazioni più importanti nella saga dell’ispettore Edgar Blackwood: la lenta ma inesorabile evoluzione dell’antagonista. Da figura fisica e riconoscibile, il nemico si dissolve nell’aria, si insinua nelle pieghe della mente e nella fede degli uomini. Diventa invisibile.
Non è più solo un assassino. È un sussurro nei sogni. Non è un culto. È un dubbio. Non è un demone. È la possibilità che esista davvero.
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L’indagine oltre la logica
Blackwood è un uomo razionale. Non crede nei fantasmi, ma studia i simboli. Non parla di spiriti, ma osserva chi li teme. Eppure, nel secondo romanzo, la sua razionalità inizia a incrinarsi. Gli eventi non seguono più logiche umane. I testimoni parlano lingue morte. Le croci si piegano da sole. E Blackwood comincia a interrogarsi:
E se non fosse un uomo? E se non potessi arrestarlo?”
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Un Male che non ha bisogno di apparire
Il vero terrore, in Il Vangelo delle Ombre, non viene da ciò che si vede. Viene da ciò che si sospetta. Dal fatto che le prove spariscano. Che i pazienti delirino. Che una reliquia sia solo leggenda… o forse no. Il Male diventa un’assenza concreta, qualcosa che si sente ma non si può afferrare. Come la fede. Come la follia.
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Il Male (senza spoilerare!)
E poi c’è lui. Il nome sussurrato. Un’entità che non viene mai spiegata del tutto, ma che lascia tracce. Che attraversa il tempo e le convinzioni. Non ha corpo, eppure si manifesta. Non ha tempio, ma viene invocato. E Blackwood dovrà decidere se affrontarlo come poliziotto… o come uomo.
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Il Vangelo delle Ombre è un romanzo che non dà risposte. Ma una cosa la suggerisce: il vero Male è quello che non puoi spiegare, e che proprio per questo, ti guarda negli occhi ogni giorno.
Chi ha letto Le Ombre di Whitechapel o Il Vangelo delle Ombre avrà notato una frase ricorrente: “Blackwood accese un sigaro economico.”
Alcuni lettori attenti mi hanno chiesto: “Ma perché ripeterlo? Non è superfluo?” La risposta è: no, non è un dettaglio casuale. È un tratto caratterizzante.
Un gesto, un’identità
L’ispettore Edgar Blackwood non fuma un sigaro qualsiasi. Non è un vizio di prestigio, né una posa da gentiluomo vittoriano. È un’abitudine concreta, essenziale, senza orpelli. Un sigaro economico, appunto. Come chi non ha tempo da perdere con le vanità. Come chi preferisce l’efficacia alla forma.
Ripetizione consapevole
Nel linguaggio narrativo, ripetere un dettaglio apparentemente banale può avere due effetti:
1. Ancorare il lettore a un tratto distintivo: ogni volta che Blackwood accende un sigaro economico, non è solo una pausa — è una firma.
2. Costruire atmosfera: il fumo che lo circonda è lo stesso delle strade che indaga. Nessun aroma raffinato. Solo nebbia, tensione, e la concretezza dell’uomo che osserva.
Un vizio sincero
Blackwood non cerca di piacere. Non è Holmes con la sua pipa intellettuale, né un ispettore elegante da salotto. È un uomo di strada, abituato a camminare nei vicoli, non a sedere nei club. Il suo sigaro economico è l’equivalente del suo silenzio, del suo sguardo diretto, della sua solitudine.
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In conclusione: Non tutto ciò che si ripete è ridondante. A volte, è solo una verità che torna a farsi sentire.
A sud del Tamigi, oltre i ponti percorsi da carrozze e passanti incappucciati, si estendeva una Londra diversa: Southwark, nel 1888, era un territorio di confine. Non solo tra quartieri, ma tra epoche, tra rispettabilità e degrado, tra il quotidiano e l’oscuro. È qui che i passi di Blackwood e degli altri protagonisti del Vangelo delle Ombre si muovono in silenzio, tra vicoli angusti e chiostri dimenticati.
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Un passato monastico e un presente inquieto
Un tempo, Southwark ospitava numerosi edifici religiosi: priorati, ospedali e ospizi. La grande Cattedrale di Southwark, ancora oggi visibile, era il cuore spirituale del quartiere. Ma nel 1888, quei simboli di devozione apparivano isolati, anneriti, quasi schiacciati dalla modernità violenta della città.
Intorno si alzavano:
magazzini
bordelli
taverne dalle insegne scolorite
case di mattoni grigi sbrecciati dall’umidità
Il contrasto tra il sacro decaduto e il profano vivo era palpabile a ogni angolo.
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Popolazione e vita quotidiana
Southwark era abitata da:
facchini e scaricatori di porto
prostitute e venditori ambulanti
predicatori di strada e burattinai
bambini scalzi che correvano nel fango
Le condizioni igieniche erano pessime. Le fogne scoppiavano dopo ogni pioggia. L’odore del pesce marcio e delle cucine a carbone si mescolava con quello delle stamberghe abbandonate.
Eppure, la vitalità era impressionante. Il Borough Market era il cuore pulsante del commercio locale, mentre le rive del Tamigi ribollivano di traffici leciti e illeciti.
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Southwark nel romanzo
In Il Vangelo delle Ombre, Southwark è luogo di passaggi e di perdizione. È tra i suoi vicoli che si cela una presenza antica, una verità rimossa, un indizio dimenticato. Il quartiere si trasforma in uno scenario onirico e pericoloso: i mattoni umidi sembrano osservare, i portoni chiusi sussurrano qualcosa, e il suono delle campane si mescola a quello di una messa che nessuno ricorda di aver celebrato.
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Oggi come allora
Chi passeggia oggi tra i vicoli restaurati di Southwark può ancora percepire l’eco di un’epoca perduta. Le pietre della cattedrale, le arcate del mercato, le ombre tra le rive: tutto parla di un passato gotico e suggestivo, perfetto per chi ama perdersi tra storia e leggenda.
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Hai camminato anche tu tra le ombre di Southwark? Raccontamelo nei commenti qui sotto.
Nel cuore di Londra, lontano dai fasti della City e dalle nebbie opprimenti di Whitechapel, Clerkenwell rappresentava nel 1888 un mondo a sé. Ed è proprio qui che si apre Il Vangelo delle Ombre: in una zona che, pur non toccata direttamente dalle lame dello Squartatore, trasudava mistero, tensione sociale e un fermento inquieto che si adattava perfettamente all’incipit della storia.
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Un quartiere in bilico tra passato e futuro
Clerkenwell, nella seconda metà dell’Ottocento, era un quartiere di forti contrasti. Un tempo sede di monasteri e ordini religiosi, era divenuto nel tempo un centro artigianale e operaio, pullulante di:
orefici e orologiai
tipografi
piccole botteghe meccaniche
pub e taverne frequentate da lavoratori e radicali
Accanto alle viuzze strette e alle case addossate si stagliavano ancora i resti delle costruzioni monastiche, come l’ex priorato dell’Ordine di San Giovanni, le cui cripte medievali sembravano nascondere segreti dimenticati.
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Una fucina di idee e rivoluzioni
Ma Clerkenwell non era solo nebbia e officine: era anche un centro di agitazione politica. Qui si erano insediati:
socialisti europei in esilio
intellettuali radicali
stampatori clandestini
Non era raro, nel 1888, sentire discussioni in lingue straniere tra i vicoli o assistere a volantinaggi notturni seguiti da rapide fughe. Le ombre, a Clerkenwell, non erano soltanto quelle della sera, ma anche quelle dell’ideologia e della paura.
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La vita quotidiana: odori, rumori e atmosfera
Chi camminava per Clerkenwell Green o attraversava Rosebery Avenue nel tardo pomeriggio veniva investito da un miscuglio pungente di:
fumo di carbone
olio meccanico
pane appena sfornato
sudore operaio
I pub erano pieni già dal tramonto, i cavalli lasciavano escrementi sulle pietre consumate, e gli strilloni urlavano notizie di crimini, cospirazioni e apparizioni inquietanti.
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Nel romanzo: il confine tra realtà e ombra
È in questa Londra minore, meno raccontata ma carica di tensione, che prende forma la prima scena de Il Vangelo delle Ombre. Un corpo senza nome. Simboli incisi nella terra. E il passo pesante dell’ispettore Blackwood che attraversa un quartiere ancora immerso nel silenzio dell’alba.
La scelta di ambientare l’inizio proprio a Clerkenwell non è casuale: è un omaggio a un quartiere sospeso tra il reale e il metafisico, dove tutto sembra possibile e niente è mai come appare.
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Hai già visitato i luoghi di Clerkenwell nel romanzo? Lascia un commento sotto l’articolo.
Il Vangelo delle Ombre non è solo un viaggio nell’occulto, ma anche un percorso attraverso i quartieri più misteriosi e storici di Londra. Ogni luogo visitato dai protagonisti esiste davvero e conserva ancora oggi un’aura di inquietudine e fascino. Ecco la mappa dei luoghi reali che compaiono nel romanzo:
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Clerkenwell
Quartiere dalle radici medievali, noto per i suoi monasteri e pozzi sacri. Nel romanzo, è il luogo dove tutto ha inizio, con una bambina che recita frasi in latino.
Bethlem Royal Hospital (Bedlam)
Il più antico ospedale psichiatrico del mondo, fondato nel 1247. Simbolo delle paure collettive legate alla follia, è teatro di eventi inquietanti nel romanzo.
Southwark
Storico quartiere situato sulla riva sud del Tamigi, noto per i suoi teatri e taverne. Nel romanzo, è il luogo di residenza di padre Marcus Quinn.
Camden Town
Famoso per il suo mercato e la scena musicale alternativa. Nel romanzo, è un quartiere popolare e degradato dove Blackwood scopre la seconda vittima.
Scotland Yard
Sede storica della polizia metropolitana di Londra, simbolo dell’investigazione e del mistero. Nel romanzo, è il luogo di lavoro di Blackwood e Monroe.
Chiesa di St. Bartholomew-the-Great
Fondata nel 1123, è una delle chiese più antiche di Londra. Nel romanzo, è il luogo in cui viene rinvenuto il corpo del sagrestano con un simbolo inciso.
Highgate
Quartiere noto per il suo cimitero vittoriano e le leggende di fantasmi. Nel romanzo, è il luogo dove si trova la parrocchia sconsacrata di St. Jude’s.
Holborn
Antico quartiere centrale di Londra, sede di importanti istituzioni legali. Nel romanzo, è un quartiere cupo e misterioso in cui si trova il pub “The King’s Arms”.
Wapping
Quartiere marittimo con una storia legata ai dock e alla pirateria. Nel romanzo, è il luogo dove si trova la canonica abbandonata utilizzata da padre Quinn.
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Mappa Gotica di Londra
Per visualizzare questi luoghi e immergerti nell’atmosfera del romanzo, ecco una mappa in stile gotico vittoriano:
Ogni romanzo è come una casa antica: ciò che si vede è solo la facciata, ma dietro le tende, sotto le assi del pavimento, si celano dettagli che pochi notano al primo sguardo. Il Vangelo delle Ombre non fa eccezione.
Ecco alcune curiosità sul secondo volume dell’Archivio Blackwood che potresti non aver colto… o che ti faranno guardare la storia con occhi nuovi.
1. La Londra del 1888 è un personaggio silenzioso
Non è solo uno sfondo. La città stessa respira, scricchiola, osserva. Vicoli, lampioni a gas e la nebbia sono tessere attive del mistero: suggeriscono, trattengono, tradiscono.
2. Ogni simbolo ha un’origine reale o mitica
I segni che compaiono nel romanzo non sono inventati a caso. Alcuni derivano da alfabeti esoterici medievali, altri da testi realmente esistiti. Ogni runa, ogni glifo, è stato scelto per evocare un senso di inquietudine e autenticità.
3. Il titolo stesso è un enigma
Il Vangelo delle Ombre non è solo un riferimento a un testo proibito. È anche una metafora per indicare ciò che si crede, ciò che si teme, e ciò che sopravvive nel buio della coscienza.
4. La dualità fede-ragione è il vero conflitto sotterraneo
Al di là dell’indagine e dei colpi di scena, il cuore del romanzo è il confronto tra ciò che possiamo spiegare… e ciò che non vogliamo ammettere. Il protagonista cammina sempre sul filo che separa il raziocinio dalla possibilità del soprannaturale.
5. Ogni personaggio porta una ferita
Che sia recente o antica, visibile o invisibile, ogni figura ha un passato che pulsa. A volte sussurrato, a volte solo suggerito. Ed è lì che si annidano le vere ombre.
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Il Vangelo delle Ombre non è solo un romanzo gotico. È una discesa. Una ricerca. Una domanda che non ha ancora trovato risposta.
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