Bianco e nero o colore? Le due anime di ABVO – L’Archivio Blackwood Volume I: Le Origini

Ogni archivio custodisce i suoi segreti in modo diverso. Alcuni su carta ingiallita e fragile, altri su pergamene incise con simboli che il tempo non ha mai osato cancellare. L’Archivio Blackwood – Volume I: Le Origini non fa eccezione: è un dossier doppio, eppure profondamente unico, diviso tra due edizioni che raccontano la stessa storia… con occhi diversi.

La brossura è pensata per i lettori che vogliono tuffarsi nel cuore dell’indagine. Stampata in bianco e nero, raccoglie Le Ombre di Whitechapel e Il Vangelo delle Ombre in un unico volume compatto, elegante, essenziale. Perfetta per chi cerca la sostanza, per chi segue le tracce lasciate sul selciato umido della Londra vittoriana.

La copertina rigida illustrata, invece, è un viaggio visivo. Ogni pagina a colori restituisce il gusto di un archivio dimenticato, tra immagini rare, frammenti rituali e dettagli gotici. È pensata per collezionisti, appassionati, per chi desidera possedere non solo una storia… ma un oggetto da conservare.

Entrambe le edizioni contengono gli stessi due racconti integrali. Cambia l’esperienza. Cambia il modo in cui la polvere dell’Archivio si posa tra le mani.

🔎 Quale versione sceglierai?


📘 Brossura (bianco e nero)
📕 Copertina rigida (a colori)

PS: Ho abbreviato L’Archivio Blackwood Volume I le Origini in “ABVO” ! Altrimenti non ci stava nell’immagine!

Nebbia su Limehouse– Anteprima esclusiva del nuovo Blackwood

La città dorme. Ma l’Archivio si è appena risvegliato.

Il nuovo capitolo della saga, Il Carnefice del Silenzio (ancora in produzione), si apre nel cuore dell’inverno.
Sono le 4:17 del mattino, e una figura cammina solitaria tra le nebbie di Limehouse.
C’è qualcosa che l’attende.
Non un delitto… ma un ritorno.

Ecco le prime righe del Prologo:

Prologo – Il Carnefice del Silenzio

Londra, 2 gennaio 1889 – ore 4:17 del mattino

La nebbia fitta su Limehouse rendeva ogni lampione un alone lattiginoso.
Il gelo non si limitava a pungere la pelle: sembrava infilarsi nelle ossa, come un presagio.
Nessun suono, se non il ticchettio regolare dei passi sul selciato umido.
Blackwood non aveva dormito.
La lettera lo aspettava sulla scrivania da ore, ma solo ora aveva trovato il coraggio di aprirla.

Un nuovo mistero si insinua nei vicoli di Londra.
E questa volta, il silenzio uccide.

Il Carnefice del Silenzio – in lavorazione
Segui tutte le anticipazioni su: http://www.claudiobertolotti83.net

Glossario proibito dell’Archivio

Parole che non andrebbero pronunciate

Vi sono sillabe che non appartengono a nessuna lingua, eppure da secoli vengono sussurrate tra le crepe della storia. Non parole. Fratture.”
— Dal taccuino di Edgar Blackwood, dicembre 1888

Ci sono parole che nessun rituale dovrebbe contenere. Frasi sussurrate in lingue morte, nomi che non esistono nei registri della Chiesa né nei codici degli antichi. Nell’Archivio Blackwood, certi termini non sono solo suggestioni gotiche: sono chiavi. E, come tutte le chiavi, aprono. O richiudono troppo tardi.

Questo è un glossario incompleto — volutamente. Alcuni nomi sono stati cancellati. Altri sono leggibili solo a lume di candela. Non è una lista di definizioni: è un avvertimento.

1. Ad umbra

Comparsa per la prima volta nel Vangelo delle Ombre, questa parola è apparsa incisa su una lapide spezzata nel cimitero di St. Jude. In latino corrotto, potrebbe significare “coprire d’ombra” o “essere annullati dalla tenebra”. Quando viene pronunciata in certi contesti rituali, il silenzio nella stanza si fa totale. Persino i topi sembrano fermarsi.

2. Lux in Cruore

Luce nel sangue” — incisa su un breviario ritrovato nella canonica di Whitmore. Apparentemente innocua, questa frase è stata letta da un ragazzo posseduto durante il caso Fairweather. Dopo averla pronunciata, perse la vista per 48 ore. Quando la recuperò, parlava in una lingua sconosciuta anche a padre Quinn.

3. Tertium Vocat

Tradotta come “Il Terzo chiama”, è apparsa nel diario liturgico maledetto (intermezzo del secondo romanzo). Si ipotizza che si riferisca a un’entità senza nome, invocata nei rituali interrotti. Nessun sacerdote ha mai trovato un riferimento canonico a questa formula.

4. Requiem Somnium

Tradotta arbitrariamente come “il sogno che uccide”. Frase riportata in uno dei manoscritti rituali bruciati da padre Quinn. Si ipotizza che possa essere una “parola-chiave” capace di innescare visioni o regressioni. È presente su alcune pareti dell’orfanotrofio abbandonato, scritta con una calligrafia infantile e ossessiva.

Nota finale

Questo glossario non serve per comprendere. Serve per riconoscere.
Quando questi termini compaiono, non siamo più nel campo della fede, della logica o dell’indagine. Siamo oltre.

E in quel territorio, anche Edgar Blackwood sa che certe parole — una volta pronunciate — non si possono ritirare.

Topografia dell’incubo: come costruisco i luoghi dell’orrore

Non tutti i luoghi sono solo spazi.
Alcuni, nell’Archivio Blackwood, respirano.
Altri ricordano.

Quando costruisco un’ambientazione non cerco solo un posto. Cerco una ferita nello spazio. Un punto sulla mappa dove il tempo si è distorto, dove qualcosa è rimasto imprigionato… o dimenticato. Le mie scene non si limitano a essere “gotiche”: devono disturbare, insinuarsi sotto pelle.

È così che nascono gli orfanotrofi abbandonati, gli archivi sotterranei, le cripte dimenticate, i confessionali marciti. Ogni luogo ha una storia non detta. E ogni dettaglio – una ragnatela, una croce spaccata, un letto svuotato – è un indizio che prepara l’orrore.

Uso cinque elementi per costruirli:

1. La rovina: ogni ambiente è segnato da una decadenza che parla da sola.

2. Il suono: gocce, scricchiolii, passi che non dovrebbero esserci.

3. La memoria: ogni stanza ha assistito a qualcosa. E lo trattiene.

4. Il simbolo: croci, rune, incisioni. Segni che non sempre puoi leggere.

5. La trappola: ogni luogo è un teatro. Ma chi è davvero lo spettatore?

Nell’orfanotrofio de Il Carnefice del Silenzio (senza spoilerare) , ad esempio, ogni corridoio è pensato per condurre e ingannare, ogni camera per custodire un’assenza. Ma anche una domanda.

Perché lì?
Perché così?
Chi ha lasciato quel simbolo sulla parete?
E soprattutto… è ancora lì?

Costruire i luoghi dell’orrore, per me, è come scavare una cripta.
So quando inizio. Ma non sempre cosa troverò.

Sta arrivando “L’Archivio Blackwood – Volume I: Le Origini” in doppia edizione

Ci siamo quasi.
Tra pochi giorni sarà disponibile il primo volume della raccolta I Dossier dell’Archivio Blackwood, con il titolo L’archivio Blackwood Volume I “Le Origini” – in due formati distinti, pensati per rispondere alle diverse esigenze dei lettori.

La prima versione, pensata come edizione da collezione, sarà disponibile in copertina rigida illustrata a colori: una stampa di alta qualità, con grafica atmosferica gotica e contenuti completi, pensata per chi desidera un oggetto prezioso da custodire.

Ma proprio per la natura di questa edizione – con stampa a colori e copertina rigida – il costo di produzione è piuttosto elevato.
E proprio per questo, ho deciso di affiancare anche una versione in brossura: più leggera, stampata in bianco e nero, ma con gli stessi contenuti narrativi.

Una scelta pensata per chi desidera leggere il libro senza sostenere un prezzo troppo alto, mantenendo comunque intatta la forza della storia.

Cosa troverete in questo primo volume?


Due indagini complete, ambientate nella Londra del 1888.
Due dossier tratti dall’archivio segreto dell’ispettore Edgar Blackwood, in cui la logica si scontra con l’inspiegabile, e il confine tra scienza e incubo si fa sottile.
Senza spoiler, posso solo dirvi che questo è l’inizio.
Un inizio oscuro, denso, e – spero – coinvolgente.

Ormai manca pochissimo.
Restate sintonizzati.

Visita il sito ufficiale: http://www.claudiobertolotti83.net

Case con una memoria: architettura e presenza nel gotico

Quando le stanze ascoltano. Quando i muri ricordano.

Nella narrativa gotica, una casa non è mai solo un edificio.
È un contenitore di memoria, un corpo silenzioso che respira, assorbe e — talvolta — restituisce.

Nell’universo di Archivio Blackwood, le case non sono semplicemente ambientazioni: sono personaggi muti, testimoni involontari, archivisti delle ombre.
Ogni parete, ogni scala, ogni armadio lasciato socchiuso racconta qualcosa che non può essere detto a voce alta.

Luoghi costruiti per proteggere, ma anche per nascondere

La casa Fairweather, il convento abbandonato, la canonica, l’archivio interrato: non sono solo scenografie.
Sono luoghi che conservano.
Ma non si limitano a custodire oggetti o documenti: custodiscono assenze, silenzi, colpe.
E come ogni organismo vivente, reagiscono.
A volte con scricchiolii.
A volte con sogni.
A volte… con apparizioni.

La soglia come scelta narrativa

Nel gotico, la soglia (la porta chiusa, la stanza vietata, la scala che scende) è un elemento chiave.
È lì che il protagonista decide di oltrepassare, nonostante la paura.
E ogni soglia attraversata attiva il luogo: la casa prende coscienza, diventa inquieta.

Blackwood non apre una porta a caso.
Quando lo fa, sa di entrare nella memoria della stanza.
E la memoria, come sappiamo, non dimentica.

La materia che reagisce

In Il Vangelo delle Ombre, una finestra appannata riporta una scritta che nessuno ha inciso.
Nel monastero, una parete prega in silenzio.
In Il Carnefice del Silenzio, le mura del dormitorio sembrano assorbire le preghiere e restituirle distorte.

Questi non sono “effetti speciali”: sono la prova che l’architettura gotica è viva.
Non perché stregata, ma perché impregnata.
Dalla fede. Dal dolore. Dalla colpa.

Case costruite per chi non può parlare

Ogni stanza dell’Archivio è un luogo che parla per qualcun altro.
Per chi è stato messo a tacere.
Per chi ha perso la voce.
Per chi è morto… ma ha lasciato un segno.

La narrativa gotica non cerca case spaventose.
Cerca case che ricordano.
E a volte, ricordare è la cosa più spaventosa di tutte.

Blackwood e Quinn: alleanza tra dubbio e fede

Due uomini diversi, una sola battaglia contro ciò che non si può spiegare

In un mondo narrativo dove la ragione vacilla e l’invisibile si insinua tra i margini delle indagini, la forza dell’Archivio Blackwood non risiede solo nei misteri da risolvere, ma nei legami che si formano nel buio.
Uno dei più emblematici è quello tra Edgar Blackwood e Padre Marcus Quinn.

L’uno razionale, metodico, logico fino all’ossessione.
L’altro mistico, tormentato, fedele a qualcosa che non sempre comprende.
Ma entrambi legati da una certezza: il male esiste, e non sempre ha un volto visibile.

Un incontro inevitabile

Dopo gli eventi di Le Ombre di Whitechapel, Blackwood si ritrova orfano di certezze e alleati.
La razionalità scientifica che l’aveva sempre guidato inizia a incrinarsi.
È lì che entra in scena Padre Quinn: un ex missionario irlandese, un uomo spezzato dal passato, ma ancora saldo nella sua missione.

L’incontro tra i due non è semplice.
Blackwood diffida dei simboli. Quinn diffida della logica senz’anima.
Ma entrambi sanno leggere il mondo attraverso i dettagli — e capiscono che le loro strade, pur diverse, portano allo stesso abisso.

Il dubbio come metodo, la fede come resistenza

Quello tra Blackwood e Quinn non è un rapporto tra scienza e religione.
È qualcosa di più profondo.
È l’alleanza tra due forme di resistenza:

Il dubbio di Blackwood non è debolezza: è disciplina. Un modo per non arrendersi all’irrazionale, ma anche per accettare che l’inspiegabile esiste.

La fede di Quinn non è cieca: è una ferita aperta, portata avanti con dolore, con domande mai risolte, con silenzi lunghi come preghiere spezzate.

Insieme, affrontano riti, segreti sepolti, culti deformi.
E se non sempre trovano le risposte… trovano il coraggio di guardare l’orrore negli occhi.

Due modi di cadere, due modi di restare in piedi

Blackwood teme il passato. Quinn è perseguitato dal proprio.
Entrambi hanno perso qualcosa — e lo portano addosso come un rosario fatto di colpa e memoria.
Ma è proprio questo che li rende forti.
Non si salvano da soli. Non possono.

Quello che li unisce non è la somiglianza, ma il rispetto.
Un rispetto silenzioso, nato tra una reliquia bruciata e una frase in latino pronunciata da una bocca posseduta.

Una lotta che continua, anche oltre la vita

Padre Quinn ha lasciato un vuoto, ma non è scomparso del tutto.
Come ogni vero alleato nell’Archivio, ha lasciato tracce.
Lettere, simboli, memorie.
E Blackwood — pur restando solo — non è più lo stesso uomo di prima.
La fede di Quinn ha lasciato un’eco.
E anche il dubbio, da allora, ha imparato a pregare.

Il Viaggiatore: specchio o abisso?

Riflessioni su un’entità che non si fa vedere… ma lascia tracce ovunque

Non ha un volto.
Non ha una voce.

Eppure, nel mondo dell’Archivio Blackwood, il Viaggiatore è una presenza che inquieta, deforma, attraversa.

Non si manifesta con apparizioni plateali.
Non lascia dietro di sé sangue o urla — lascia silenzio, sogni disturbati, parole scritte da mani che non ricordano di aver scritto.
E forse, proprio per questo, è ancora più pericoloso.

Non è un demone. È una forma

Chi cerca di catalogarlo cade subito in errore.
Il Viaggiatore non è una “figura malvagia” nel senso classico.
Non ha uno scopo lineare, non vuole distruggere il mondo.
È qualcosa che attraversa: corpi, luoghi, epoche, ordini religiosi, simboli liturgici corrotti.
È movimento senza pace.
Come una preghiera interrotta che continua a risuonare.

Specchio dell’umano

Ma ciò che lo rende più inquietante è che non viene da fuori.
Non arriva “da un altro mondo” nel senso tradizionale.
Il Viaggiatore si nutre di ciò che già esiste nel nostro.
Del dolore non espresso.
Della colpa non confessata.

Del silenzio rituale usato come scudo.
È un riflesso. Uno specchio.
E guardarlo troppo a lungo significa rischiare di vedere se stessi, ma privati di ogni maschera.

Abisso narrativo

Dal punto di vista della scrittura, il Viaggiatore è un “non-personaggio” che però plasma tutto.
La sua forza narrativa sta nella sottrazione: non compare, ma lascia segni.
Simboli. Sussurri. Distorsioni della realtà.
È un abisso che si allarga a ogni volume.
Più i personaggi cercano risposte, più lui si frammenta, si divide, si annida dove non dovrebbe.

Una minaccia che ci riguarda

Nel cuore della saga non c’è un nemico da sconfiggere.
C’è una domanda che ritorna, sempre uguale:
che cosa siamo disposti a sacrificare pur di restare razionali?

Il Viaggiatore non uccide.
Ma chi lo ospita… spesso non torna più lo stesso.

Come nasce un culto oscuro: regole, simboli e liturgie

Dietro le quinte delle sette che infestano l’Archivio Blackwood

Nel mondo de L’Archivio Blackwood, le sette non sono mai solo un contorno esoterico.
Sono strutture narrative vive, con una loro coerenza interna, una simbologia precisa e soprattutto una funzione profonda: mettere in discussione la realtà.

Ma come si costruisce un culto oscuro nella narrativa senza cadere nel banale o nel già visto?
Ecco qualche riflessione su come nascono — e si insinuano — queste presenze rituali nei miei romanzi.

1. La regola del silenzio

Tutte le sette dell’Archivio nascono da una frattura: qualcosa che è stato rimosso, nascosto, taciuto.
La prima regola che seguo nella scrittura è questa:
un culto oscuro non parla mai troppo.
Agisce attraverso omissioni, sguardi, simboli.
È ciò che non viene detto che spaventa davvero.
Per questo i rituali nei miei romanzi non sono spiegati: sono mostrati a metà, lasciando spazio al dubbio e all’inquietudine.

2. Il simbolo come linguaggio perduto

Ogni culto ha un linguaggio visivo.
Un alfabeto non verbale fatto di incisioni, gesti, geografie.
Creo i simboli partendo spesso da frammenti reali: rune nordiche, croci biforcute, cerchi concentrici.
Poi li modifico, li corrodo, li distorco — come se fossero sopravvissuti al tempo e all’oblio.
Non servono grandi effetti: basta un segno tracciato nel fango per evocare un mondo intero.

3. La liturgia come atto teatrale

Un rituale non è solo un atto magico: è un atto scenico.
Nel momento in cui scrivo una liturgia — reale o spezzata — mi chiedo sempre:

Dove avviene?

Chi osserva?

Cosa è richiesto in cambio?
Il culto si manifesta nello spazio.
Una chiesa abbandonata, una casa sigillata, una stanza priva di specchi: l’ambiente stesso diventa complice del rito.

4. Gerarchie e devozione

I membri del culto non sono “pazzi”.
Sono credenti, nel senso più disturbante del termine.
Quando creo i personaggi che ne fanno parte, li immagino con motivazioni complesse:

chi cerca protezione

chi ha perso qualcuno

chi vuole potere
La loro devozione è ciò che rende il culto inquietante.
Perché non dubitano.
E chi non dubita… può fare qualunque cosa.

5. Il culto come specchio del lettore

Infine, un culto narrativo funziona solo se è una metafora potente.
Nel mio caso, rappresenta sempre qualcosa che ci riguarda:
la paura di non essere ascoltati,
il bisogno di credere in qualcosa,
l’orrore del vuoto che lasciamo riempire da forze che non comprendiamo.

Costruire un culto oscuro significa tessere una ragnatela: sottile, invisibile, ma presente ovunque.
Non serve che sia realistico.
Serve che sia coerente, disturbante, e soprattutto… plausibile.
Perché è lì che si insinua la vera inquietudine:
nella possibilità che esista davvero.

Le donne dimenticate dell’Archivio

Testimoni dell’ombra, custodi del non detto

Nelle pagine dell’Archivio Blackwood, i nomi più ricorrenti sono spesso maschili: ispettori, sacerdoti, medici, collezionisti, assassini.
Ma tra le righe, nei silenzi, nei luoghi di passaggio, si muove un’altra presenza.
Silenziosa. Fondamentale. Spesso ignorata.
Le donne dimenticate dell’Archivio.

Non protagoniste.
Ma senza di loro, molte verità non sarebbero mai emerse.
Sono vedove che hanno sepolto qualcosa di più di un marito.
Medium che hanno visto troppo.
Monache che hanno taciuto per anni.
Segretarie che sapevano scrivere con la macchina… ma anche con il sangue.

1. La vedova Fairweather – La soglia della follia

Una donna elegante, sola, rispettata.
Ma nel dicembre del 1888, qualcosa ha rotto il silenzio della sua casa.
Possessione? Delirio? Suggestione?
Ciò che ha detto — in latino, in stato alterato — non è stato mai completamente trascritto.
Ma Blackwood ha annotato in margine: “Le donne vedono prima. Ma nessuno le ascolta.”

2. Miss Agatha Prior – La segretaria che leggeva tra le righe

Ufficialmente solo assistente presso l’ufficio centrale.
Ufficiosamente, responsabile della trascrizione di documenti compromettenti, lettere mai inviate e testimonianze poi ritirate.
Era lei a gestire il “fascicolo ombra” di alcuni casi non chiusi.
È scomparsa nel 1888.
Ultimo documento firmato: una lettera indirizzata a Blackwood con tre parole: “Non fidarti mai.”

3. Suor Elvira – La monaca del convento chiuso

Abitava sola in un’ala del monastero abbandonato nei pressi di Southwark.
Blackwood la incontra solo una volta.
Non dice nulla, ma gli consegna un frammento di pergamena annerita con un simbolo proibito.
Sapeva. Ma non parlava.
Come se proteggesse qualcosa… o qualcuno.

4. La medium senza nome

Mai registrata nei documenti ufficiali.
Citata solo come “la veggente del porto”.
Durante un interrogatorio, disegnò su un foglio un volto con occhi cuciti e labbra aperte.
Quando Blackwood le chiese chi fosse, rispose: “È lui che ti cerca. Ma io l’ho già visto. Era una donna.”

Presenze che restano

Queste figure femminili non dominano la scena.
Ma sono essenziali.
Custodi della soglia. Memorie viventi.
Spesso escluse dai resoconti ufficiali, ma centrali per comprendere il cuore oscuro delle indagini.
Sono la prova che l’Archivio non raccoglie solo fatti.
Raccoglie tracce. Echi. Resistenze.

Perché non sempre la verità viene urlata.
A volte, si dice solo sottovoce.

E spesso, sono proprio loro a pronunciarla per prime.