Topografia dell’incubo: come costruisco i luoghi dell’orrore

Non tutti i luoghi sono solo spazi.
Alcuni, nell’Archivio Blackwood, respirano.
Altri ricordano.

Quando costruisco un’ambientazione non cerco solo un posto. Cerco una ferita nello spazio. Un punto sulla mappa dove il tempo si è distorto, dove qualcosa è rimasto imprigionato… o dimenticato. Le mie scene non si limitano a essere “gotiche”: devono disturbare, insinuarsi sotto pelle.

È così che nascono gli orfanotrofi abbandonati, gli archivi sotterranei, le cripte dimenticate, i confessionali marciti. Ogni luogo ha una storia non detta. E ogni dettaglio – una ragnatela, una croce spaccata, un letto svuotato – è un indizio che prepara l’orrore.

Uso cinque elementi per costruirli:

1. La rovina: ogni ambiente è segnato da una decadenza che parla da sola.

2. Il suono: gocce, scricchiolii, passi che non dovrebbero esserci.

3. La memoria: ogni stanza ha assistito a qualcosa. E lo trattiene.

4. Il simbolo: croci, rune, incisioni. Segni che non sempre puoi leggere.

5. La trappola: ogni luogo è un teatro. Ma chi è davvero lo spettatore?

Nell’orfanotrofio de Il Carnefice del Silenzio (senza spoilerare) , ad esempio, ogni corridoio è pensato per condurre e ingannare, ogni camera per custodire un’assenza. Ma anche una domanda.

Perché lì?
Perché così?
Chi ha lasciato quel simbolo sulla parete?
E soprattutto… è ancora lì?

Costruire i luoghi dell’orrore, per me, è come scavare una cripta.
So quando inizio. Ma non sempre cosa troverò.

Sta arrivando “L’Archivio Blackwood – Volume I: Le Origini” in doppia edizione

Ci siamo quasi.
Tra pochi giorni sarà disponibile il primo volume della raccolta I Dossier dell’Archivio Blackwood, con il titolo L’archivio Blackwood Volume I “Le Origini” – in due formati distinti, pensati per rispondere alle diverse esigenze dei lettori.

La prima versione, pensata come edizione da collezione, sarà disponibile in copertina rigida illustrata a colori: una stampa di alta qualità, con grafica atmosferica gotica e contenuti completi, pensata per chi desidera un oggetto prezioso da custodire.

Ma proprio per la natura di questa edizione – con stampa a colori e copertina rigida – il costo di produzione è piuttosto elevato.
E proprio per questo, ho deciso di affiancare anche una versione in brossura: più leggera, stampata in bianco e nero, ma con gli stessi contenuti narrativi.

Una scelta pensata per chi desidera leggere il libro senza sostenere un prezzo troppo alto, mantenendo comunque intatta la forza della storia.

Cosa troverete in questo primo volume?


Due indagini complete, ambientate nella Londra del 1888.
Due dossier tratti dall’archivio segreto dell’ispettore Edgar Blackwood, in cui la logica si scontra con l’inspiegabile, e il confine tra scienza e incubo si fa sottile.
Senza spoiler, posso solo dirvi che questo è l’inizio.
Un inizio oscuro, denso, e – spero – coinvolgente.

Ormai manca pochissimo.
Restate sintonizzati.

Visita il sito ufficiale: http://www.claudiobertolotti83.net

Case con una memoria: architettura e presenza nel gotico

Quando le stanze ascoltano. Quando i muri ricordano.

Nella narrativa gotica, una casa non è mai solo un edificio.
È un contenitore di memoria, un corpo silenzioso che respira, assorbe e — talvolta — restituisce.

Nell’universo di Archivio Blackwood, le case non sono semplicemente ambientazioni: sono personaggi muti, testimoni involontari, archivisti delle ombre.
Ogni parete, ogni scala, ogni armadio lasciato socchiuso racconta qualcosa che non può essere detto a voce alta.

Luoghi costruiti per proteggere, ma anche per nascondere

La casa Fairweather, il convento abbandonato, la canonica, l’archivio interrato: non sono solo scenografie.
Sono luoghi che conservano.
Ma non si limitano a custodire oggetti o documenti: custodiscono assenze, silenzi, colpe.
E come ogni organismo vivente, reagiscono.
A volte con scricchiolii.
A volte con sogni.
A volte… con apparizioni.

La soglia come scelta narrativa

Nel gotico, la soglia (la porta chiusa, la stanza vietata, la scala che scende) è un elemento chiave.
È lì che il protagonista decide di oltrepassare, nonostante la paura.
E ogni soglia attraversata attiva il luogo: la casa prende coscienza, diventa inquieta.

Blackwood non apre una porta a caso.
Quando lo fa, sa di entrare nella memoria della stanza.
E la memoria, come sappiamo, non dimentica.

La materia che reagisce

In Il Vangelo delle Ombre, una finestra appannata riporta una scritta che nessuno ha inciso.
Nel monastero, una parete prega in silenzio.
In Il Carnefice del Silenzio, le mura del dormitorio sembrano assorbire le preghiere e restituirle distorte.

Questi non sono “effetti speciali”: sono la prova che l’architettura gotica è viva.
Non perché stregata, ma perché impregnata.
Dalla fede. Dal dolore. Dalla colpa.

Case costruite per chi non può parlare

Ogni stanza dell’Archivio è un luogo che parla per qualcun altro.
Per chi è stato messo a tacere.
Per chi ha perso la voce.
Per chi è morto… ma ha lasciato un segno.

La narrativa gotica non cerca case spaventose.
Cerca case che ricordano.
E a volte, ricordare è la cosa più spaventosa di tutte.

Blackwood e Quinn: alleanza tra dubbio e fede

Due uomini diversi, una sola battaglia contro ciò che non si può spiegare

In un mondo narrativo dove la ragione vacilla e l’invisibile si insinua tra i margini delle indagini, la forza dell’Archivio Blackwood non risiede solo nei misteri da risolvere, ma nei legami che si formano nel buio.
Uno dei più emblematici è quello tra Edgar Blackwood e Padre Marcus Quinn.

L’uno razionale, metodico, logico fino all’ossessione.
L’altro mistico, tormentato, fedele a qualcosa che non sempre comprende.
Ma entrambi legati da una certezza: il male esiste, e non sempre ha un volto visibile.

Un incontro inevitabile

Dopo gli eventi di Le Ombre di Whitechapel, Blackwood si ritrova orfano di certezze e alleati.
La razionalità scientifica che l’aveva sempre guidato inizia a incrinarsi.
È lì che entra in scena Padre Quinn: un ex missionario irlandese, un uomo spezzato dal passato, ma ancora saldo nella sua missione.

L’incontro tra i due non è semplice.
Blackwood diffida dei simboli. Quinn diffida della logica senz’anima.
Ma entrambi sanno leggere il mondo attraverso i dettagli — e capiscono che le loro strade, pur diverse, portano allo stesso abisso.

Il dubbio come metodo, la fede come resistenza

Quello tra Blackwood e Quinn non è un rapporto tra scienza e religione.
È qualcosa di più profondo.
È l’alleanza tra due forme di resistenza:

Il dubbio di Blackwood non è debolezza: è disciplina. Un modo per non arrendersi all’irrazionale, ma anche per accettare che l’inspiegabile esiste.

La fede di Quinn non è cieca: è una ferita aperta, portata avanti con dolore, con domande mai risolte, con silenzi lunghi come preghiere spezzate.

Insieme, affrontano riti, segreti sepolti, culti deformi.
E se non sempre trovano le risposte… trovano il coraggio di guardare l’orrore negli occhi.

Due modi di cadere, due modi di restare in piedi

Blackwood teme il passato. Quinn è perseguitato dal proprio.
Entrambi hanno perso qualcosa — e lo portano addosso come un rosario fatto di colpa e memoria.
Ma è proprio questo che li rende forti.
Non si salvano da soli. Non possono.

Quello che li unisce non è la somiglianza, ma il rispetto.
Un rispetto silenzioso, nato tra una reliquia bruciata e una frase in latino pronunciata da una bocca posseduta.

Una lotta che continua, anche oltre la vita

Padre Quinn ha lasciato un vuoto, ma non è scomparso del tutto.
Come ogni vero alleato nell’Archivio, ha lasciato tracce.
Lettere, simboli, memorie.
E Blackwood — pur restando solo — non è più lo stesso uomo di prima.
La fede di Quinn ha lasciato un’eco.
E anche il dubbio, da allora, ha imparato a pregare.

Il Viaggiatore: specchio o abisso?

Riflessioni su un’entità che non si fa vedere… ma lascia tracce ovunque

Non ha un volto.
Non ha una voce.

Eppure, nel mondo dell’Archivio Blackwood, il Viaggiatore è una presenza che inquieta, deforma, attraversa.

Non si manifesta con apparizioni plateali.
Non lascia dietro di sé sangue o urla — lascia silenzio, sogni disturbati, parole scritte da mani che non ricordano di aver scritto.
E forse, proprio per questo, è ancora più pericoloso.

Non è un demone. È una forma

Chi cerca di catalogarlo cade subito in errore.
Il Viaggiatore non è una “figura malvagia” nel senso classico.
Non ha uno scopo lineare, non vuole distruggere il mondo.
È qualcosa che attraversa: corpi, luoghi, epoche, ordini religiosi, simboli liturgici corrotti.
È movimento senza pace.
Come una preghiera interrotta che continua a risuonare.

Specchio dell’umano

Ma ciò che lo rende più inquietante è che non viene da fuori.
Non arriva “da un altro mondo” nel senso tradizionale.
Il Viaggiatore si nutre di ciò che già esiste nel nostro.
Del dolore non espresso.
Della colpa non confessata.

Del silenzio rituale usato come scudo.
È un riflesso. Uno specchio.
E guardarlo troppo a lungo significa rischiare di vedere se stessi, ma privati di ogni maschera.

Abisso narrativo

Dal punto di vista della scrittura, il Viaggiatore è un “non-personaggio” che però plasma tutto.
La sua forza narrativa sta nella sottrazione: non compare, ma lascia segni.
Simboli. Sussurri. Distorsioni della realtà.
È un abisso che si allarga a ogni volume.
Più i personaggi cercano risposte, più lui si frammenta, si divide, si annida dove non dovrebbe.

Una minaccia che ci riguarda

Nel cuore della saga non c’è un nemico da sconfiggere.
C’è una domanda che ritorna, sempre uguale:
che cosa siamo disposti a sacrificare pur di restare razionali?

Il Viaggiatore non uccide.
Ma chi lo ospita… spesso non torna più lo stesso.

Come nasce un culto oscuro: regole, simboli e liturgie

Dietro le quinte delle sette che infestano l’Archivio Blackwood

Nel mondo de L’Archivio Blackwood, le sette non sono mai solo un contorno esoterico.
Sono strutture narrative vive, con una loro coerenza interna, una simbologia precisa e soprattutto una funzione profonda: mettere in discussione la realtà.

Ma come si costruisce un culto oscuro nella narrativa senza cadere nel banale o nel già visto?
Ecco qualche riflessione su come nascono — e si insinuano — queste presenze rituali nei miei romanzi.

1. La regola del silenzio

Tutte le sette dell’Archivio nascono da una frattura: qualcosa che è stato rimosso, nascosto, taciuto.
La prima regola che seguo nella scrittura è questa:
un culto oscuro non parla mai troppo.
Agisce attraverso omissioni, sguardi, simboli.
È ciò che non viene detto che spaventa davvero.
Per questo i rituali nei miei romanzi non sono spiegati: sono mostrati a metà, lasciando spazio al dubbio e all’inquietudine.

2. Il simbolo come linguaggio perduto

Ogni culto ha un linguaggio visivo.
Un alfabeto non verbale fatto di incisioni, gesti, geografie.
Creo i simboli partendo spesso da frammenti reali: rune nordiche, croci biforcute, cerchi concentrici.
Poi li modifico, li corrodo, li distorco — come se fossero sopravvissuti al tempo e all’oblio.
Non servono grandi effetti: basta un segno tracciato nel fango per evocare un mondo intero.

3. La liturgia come atto teatrale

Un rituale non è solo un atto magico: è un atto scenico.
Nel momento in cui scrivo una liturgia — reale o spezzata — mi chiedo sempre:

Dove avviene?

Chi osserva?

Cosa è richiesto in cambio?
Il culto si manifesta nello spazio.
Una chiesa abbandonata, una casa sigillata, una stanza priva di specchi: l’ambiente stesso diventa complice del rito.

4. Gerarchie e devozione

I membri del culto non sono “pazzi”.
Sono credenti, nel senso più disturbante del termine.
Quando creo i personaggi che ne fanno parte, li immagino con motivazioni complesse:

chi cerca protezione

chi ha perso qualcuno

chi vuole potere
La loro devozione è ciò che rende il culto inquietante.
Perché non dubitano.
E chi non dubita… può fare qualunque cosa.

5. Il culto come specchio del lettore

Infine, un culto narrativo funziona solo se è una metafora potente.
Nel mio caso, rappresenta sempre qualcosa che ci riguarda:
la paura di non essere ascoltati,
il bisogno di credere in qualcosa,
l’orrore del vuoto che lasciamo riempire da forze che non comprendiamo.

Costruire un culto oscuro significa tessere una ragnatela: sottile, invisibile, ma presente ovunque.
Non serve che sia realistico.
Serve che sia coerente, disturbante, e soprattutto… plausibile.
Perché è lì che si insinua la vera inquietudine:
nella possibilità che esista davvero.

Le donne dimenticate dell’Archivio

Testimoni dell’ombra, custodi del non detto

Nelle pagine dell’Archivio Blackwood, i nomi più ricorrenti sono spesso maschili: ispettori, sacerdoti, medici, collezionisti, assassini.
Ma tra le righe, nei silenzi, nei luoghi di passaggio, si muove un’altra presenza.
Silenziosa. Fondamentale. Spesso ignorata.
Le donne dimenticate dell’Archivio.

Non protagoniste.
Ma senza di loro, molte verità non sarebbero mai emerse.
Sono vedove che hanno sepolto qualcosa di più di un marito.
Medium che hanno visto troppo.
Monache che hanno taciuto per anni.
Segretarie che sapevano scrivere con la macchina… ma anche con il sangue.

1. La vedova Fairweather – La soglia della follia

Una donna elegante, sola, rispettata.
Ma nel dicembre del 1888, qualcosa ha rotto il silenzio della sua casa.
Possessione? Delirio? Suggestione?
Ciò che ha detto — in latino, in stato alterato — non è stato mai completamente trascritto.
Ma Blackwood ha annotato in margine: “Le donne vedono prima. Ma nessuno le ascolta.”

2. Miss Agatha Prior – La segretaria che leggeva tra le righe

Ufficialmente solo assistente presso l’ufficio centrale.
Ufficiosamente, responsabile della trascrizione di documenti compromettenti, lettere mai inviate e testimonianze poi ritirate.
Era lei a gestire il “fascicolo ombra” di alcuni casi non chiusi.
È scomparsa nel 1888.
Ultimo documento firmato: una lettera indirizzata a Blackwood con tre parole: “Non fidarti mai.”

3. Suor Elvira – La monaca del convento chiuso

Abitava sola in un’ala del monastero abbandonato nei pressi di Southwark.
Blackwood la incontra solo una volta.
Non dice nulla, ma gli consegna un frammento di pergamena annerita con un simbolo proibito.
Sapeva. Ma non parlava.
Come se proteggesse qualcosa… o qualcuno.

4. La medium senza nome

Mai registrata nei documenti ufficiali.
Citata solo come “la veggente del porto”.
Durante un interrogatorio, disegnò su un foglio un volto con occhi cuciti e labbra aperte.
Quando Blackwood le chiese chi fosse, rispose: “È lui che ti cerca. Ma io l’ho già visto. Era una donna.”

Presenze che restano

Queste figure femminili non dominano la scena.
Ma sono essenziali.
Custodi della soglia. Memorie viventi.
Spesso escluse dai resoconti ufficiali, ma centrali per comprendere il cuore oscuro delle indagini.
Sono la prova che l’Archivio non raccoglie solo fatti.
Raccoglie tracce. Echi. Resistenze.

Perché non sempre la verità viene urlata.
A volte, si dice solo sottovoce.

E spesso, sono proprio loro a pronunciarla per prime.

Scrivere il gotico oggi: tra ispirazione e disciplina

Nascere nell’Ottocento, vivere nel presente

Il gotico non è un genere antico.
È un genere eterno.
Nonostante le sue radici affondino nel XVIII e XIX secolo, continua a parlare con forza anche ai lettori contemporanei. Perché il gotico non è solo castelli, nebbia e candele: è la rappresentazione narrativa della nostra parte più oscura.

Scrivere gotico oggi significa entrare in dialogo con autori come Poe, Stoker, Mary Shelley — ma anche con le paure e i vuoti della nostra epoca.
Ed è qui che nasce la vera sfida: onorare la tradizione, senza diventare imitazione.


1. Atmosfera prima di tutto

Nel gotico, la trama è importante.
Ma prima ancora della trama viene l’atmosfera.
Ogni scena dev’essere immersiva, ogni parola dev’essere scelta per evocare qualcosa di più di ciò che descrive.
Nei miei romanzi, cerco di costruire ambienti che sembrino vivere di vita propria: la nebbia non è solo nebbia, è un presagio; una stanza non è solo uno spazio, è una memoria.


2. L’orrore non è mai gratuito

Il gotico non urla.
Sussurra.
Non c’è bisogno di mostrare il mostro in piena luce: è molto più potente farlo intuire, farlo percepire nei dettagli sbagliati, nei silenzi, nei sogni.
L’orrore più efficace è quello che lavora sotto la pelle — e che resta anche dopo aver chiuso il libro.


3. L’indisciplina dell’ispirazione, la disciplina della scrittura

L’ispirazione gotica arriva quando vuole.
Spesso di notte, spesso in forma di immagine o parola che si impone con forza. Ma scrivere gotico non è lasciarsi guidare solo dal flusso: è costruire, limare, tornare indietro.
Ci vuole disciplina per creare tensione senza fretta.
Ci vuole rigore per descrivere una scena che non mostra ma inquieta.
E ci vuole pazienza: il gotico non si scrive in fretta. Si sedimenta.


4. Il lettore moderno ama l’oscurità… se è autentica

Oggi più che mai, il lettore cerca storie capaci di mettere in discussione la realtà, non solo di intrattenerla.
E il gotico, se fatto con sincerità, è uno specchio potente.
Il male, la colpa, la solitudine, il senso del sacro e del perduto: tutti temi antichi, che però parlano al presente con una forza rinnovata.


5. Scrivere gotico è un atto di ascolto

Ascolto delle ombre. Della memoria. Di ciò che vive sotto la superficie.
È per questo che continuo a scrivere l’Archivio Blackwood: perché credo che ci sia ancora molto da ascoltare.
E perché ogni lettore, in fondo, sa cosa vuol dire camminare nel buio cercando una verità.

I taccuini di Blackwood: tra superstizione e scienza

Dentro le pagine che non dovevano essere lette

C’è una Londra che si legge sui giornali.
E ce n’è un’altra, molto più pericolosa, che si trova solo nei taccuini di Edgar Blackwood.

Appunti tracciati a matita, macchie di cera, bordi strappati, simboli copiati da pareti scomparse.
I suoi taccuini non sono diari, e non sono rapporti.
Sono luoghi in cui logica e superstizione si incontrano senza giudicarsi.

Scrivere è un atto rituale

Blackwood non prende appunti per ricordare.
Scrive per capire.
Ogni parola che segna sulle sue pagine serve a dare forma a qualcosa che non riesce ancora a nominare.

Ha taccuini per tutto:

uno per gli eventi inspiegabili

uno per i testimoni disturbati

uno interamente dedicato a simboli e segni incontrati nei casi

Ogni volume è numerato. Ma spesso anche rimaneggiato, bruciato, ricucito.
Come se il contenuto stesso volesse cambiare forma nel tempo.

La scienza non basta

Nelle sue prime indagini, Edgar annotava solo i fatti.
Ma con l’avanzare dei casi, qualcosa è cambiato.
Ha cominciato ad affiancare agli orari e alle testimonianze:

presagi

sogni

intuizioni improvvise

Nel taccuino del caso Fairweather, ad esempio, accanto a un verbale medico, troviamo un appunto strano:

L’odore di incenso non è descritto da nessuno, ma persiste nel mio cappotto. Nessuno l’ha sentito tranne me.”

Annotazioni non autorizzate

Alcuni taccuini non sarebbero mai dovuti esistere.
Contengono nomi di sacerdoti, dettagli di cerimonie interdette, appunti presi durante rituali che nessuna autorità avrebbe riconosciuto come “indagine”.

In uno, Edgar scrive:

Le forze che agiscono qui non cercano giustizia. Cercano ascolto. E lo trovano nei silenzi degli innocenti.”

Taccuino finale: La Mano Nascosta

L’ultimo volume (mai ufficialmente protocollato) è un taccuino nero senza etichetta.
Nella prima pagina, solo tre parole:
La Mano Nascosta.”

Contiene simboli, disegni, citazioni da testi proibiti e brevi messaggi in latino.
Si dice che Blackwood lo portasse con sé anche quando dormiva.

Nessuno sa cosa contenga davvero.
Ma da quel momento in poi, l’ispettore non fu mai più lo stesso.

Conclusione

I taccuini dell’Archivio Blackwood non sono solo strumenti investigativi.
Sono reliquie di una mente che ha camminato sull’orlo del reale, raccogliendo tracce di un male che sfugge alle regole.

E chi li sfoglia… difficilmente torna indietro.

Attenzione SPOILER: Il ritorno di Padre Quinn: redenzione o condanna?

Nel cuore del secondo volume dell’Archivio Blackwood, Il Vangelo delle Ombre, una figura si rialza dalle sue ceneri: Padre Marcus Quinn, il missionario divenuto esorcista, l’uomo che aveva provato a fuggire dall’oscurità… solo per scoprire che l’oscurità non aveva mai smesso di cercarlo.

Un ritorno carico di simbolismo

Il suo rientro in scena non è solo narrativo, ma profondamente rituale. L’alba del 12 dicembre 1888 non segna soltanto la fine della sua convalescenza, ma l’inizio di una nuova discesa spirituale. Lasciando l’ospedale, Quinn attraversa Londra come un uomo che ha deciso di tornare a combattere, anche a costo della propria anima.
Nella canonica di St. Bartholomew, ogni gesto è carico di significato:

Brucia una pagina blasfema, quasi a espiare un peccato.

Indossa di nuovo l’abito nero da esorcista, non con orgoglio, ma con gravità.

Prepara il rituale, consapevole che questa volta non si tratta solo di salvare una vittima… ma di affrontare una minaccia che ha il sapore della fine.

L’esorcista e il peso della fede

Padre Quinn non è un uomo di certezze. È un credente tormentato, segnato da missioni fallite, visioni, e la consapevolezza che il male che affronta non si piega alla dottrina, ma si insinua nei simboli, nei corpi e nella storia stessa.
Nel suo confronto con il Viaggiatore, Quinn non brandisce croci per fede, ma per necessità. E sa che ogni gesto sacro può diventare un’arma, ma anche una condanna.

Redenzione… o condanna?

Il suo ritorno nell’Archivio Blackwood non è glorioso, ma tragico.
È un ritorno che odora di cenere, incenso e fango.
Redenzione o condanna? Forse entrambe.
Forse, come lui stesso suggerisce,

ogni uomo di fede, per combattere l’Inferno, deve imparare a camminare scalzo sulle sue braci”.

Padre Quinn è tornato.
E questa volta, non cerca la salvezza.
Cerca l’ultima verità.