Disponibile ora su Amazon: “L’Archivio Blackwood – Volume I: Le Origini”
Siamo felici di annunciare la pubblicazione ufficiale de L’Archivio Blackwood – Volume I: Le Origini, la raccolta inedita che inaugura la serie dei Dossier dell’Archivio Blackwood. Un volume speciale che raccoglie i primi due romanzi della saga: “Le Ombre di Whitechapel” e “Il Vangelo delle Ombre“, con contenuti esclusivi e scene finali inedite.
Per la prima volta i lettori potranno immergersi nelle origini dell’ispettore Edgar Blackwood, tra misteri vittoriani, antiche reliquie e orrori sepolti nella nebbia di Londra.
Purtroppo ho sbagliato a digitare il titolo su amazon scrivendo "L'archivio Blackwood Capitolo I Le origini" anziché "Volume I" come sul libro! Quindi nella ricerca su internet viene trovato come "L'archivio Blackwood Capitolo I Le origini". Non c'è modo di modificarlo, mi scuso con i lettori!
Un’edizione imperdibile per i collezionisti, i fan dell’occulto e tutti coloro che desiderano scoprire come tutto è cominciato. Ogni pagina è un dossier, ogni indagine una discesa nell’ombra.
La città dorme. Ma l’Archivio si è appena risvegliato.
Il nuovo capitolo della saga, Il Carnefice del Silenzio (ancora in produzione), si apre nel cuore dell’inverno. Sono le 4:17 del mattino, e una figura cammina solitaria tra le nebbie di Limehouse. C’è qualcosa che l’attende. Non un delitto… ma un ritorno.
Ecco le prime righe del Prologo:
Prologo – Il Carnefice del Silenzio
Londra, 2 gennaio 1889 – ore 4:17 del mattino
La nebbia fitta su Limehouse rendeva ogni lampione un alone lattiginoso. Il gelo non si limitava a pungere la pelle: sembrava infilarsi nelle ossa, come un presagio. Nessun suono, se non il ticchettio regolare dei passi sul selciato umido. Blackwood non aveva dormito. La lettera lo aspettava sulla scrivania da ore, ma solo ora aveva trovato il coraggio di aprirla.
Un nuovo mistero si insinua nei vicoli di Londra. E questa volta, il silenzio uccide.
Vi sono sillabe che non appartengono a nessuna lingua, eppure da secoli vengono sussurrate tra le crepe della storia. Non parole. Fratture.” — Dal taccuino di Edgar Blackwood, dicembre 1888
Ci sono parole che nessun rituale dovrebbe contenere. Frasi sussurrate in lingue morte, nomi che non esistono nei registri della Chiesa né nei codici degli antichi. Nell’Archivio Blackwood, certi termini non sono solo suggestioni gotiche: sono chiavi. E, come tutte le chiavi, aprono. O richiudono troppo tardi.
Questo è un glossario incompleto — volutamente. Alcuni nomi sono stati cancellati. Altri sono leggibili solo a lume di candela. Non è una lista di definizioni: è un avvertimento.
1. Ad umbra
Comparsa per la prima volta nel Vangelo delle Ombre, questa parola è apparsa incisa su una lapide spezzata nel cimitero di St. Jude. In latino corrotto, potrebbe significare “coprire d’ombra” o “essere annullati dalla tenebra”. Quando viene pronunciata in certi contesti rituali, il silenzio nella stanza si fa totale. Persino i topi sembrano fermarsi.
2. Lux in Cruore
“Luce nel sangue” — incisa su un breviario ritrovato nella canonica di Whitmore. Apparentemente innocua, questa frase è stata letta da un ragazzo posseduto durante il caso Fairweather. Dopo averla pronunciata, perse la vista per 48 ore. Quando la recuperò, parlava in una lingua sconosciuta anche a padre Quinn.
3. Tertium Vocat
Tradotta come “Il Terzo chiama”, è apparsa nel diario liturgico maledetto (intermezzo del secondo romanzo). Si ipotizza che si riferisca a un’entità senza nome, invocata nei rituali interrotti. Nessun sacerdote ha mai trovato un riferimento canonico a questa formula.
4. Requiem Somnium
Tradotta arbitrariamente come “il sogno che uccide”. Frase riportata in uno dei manoscritti rituali bruciati da padre Quinn. Si ipotizza che possa essere una “parola-chiave” capace di innescare visioni o regressioni. È presente su alcune pareti dell’orfanotrofio abbandonato, scritta con una calligrafia infantile e ossessiva.
Nota finale
Questo glossario non serve per comprendere. Serve per riconoscere. Quando questi termini compaiono, non siamo più nel campo della fede, della logica o dell’indagine. Siamo oltre.
E in quel territorio, anche Edgar Blackwood sa che certe parole — una volta pronunciate — non si possono ritirare.
Non tutti i luoghi sono solo spazi. Alcuni, nell’Archivio Blackwood, respirano. Altri ricordano.
Quando costruisco un’ambientazione non cerco solo un posto. Cerco una ferita nello spazio. Un punto sulla mappa dove il tempo si è distorto, dove qualcosa è rimasto imprigionato… o dimenticato. Le mie scene non si limitano a essere “gotiche”: devono disturbare, insinuarsi sotto pelle.
È così che nascono gli orfanotrofi abbandonati, gli archivi sotterranei, le cripte dimenticate, i confessionali marciti. Ogni luogo ha una storia non detta. E ogni dettaglio – una ragnatela, una croce spaccata, un letto svuotato – è un indizio che prepara l’orrore.
Uso cinque elementi per costruirli:
1. La rovina: ogni ambiente è segnato da una decadenza che parla da sola.
2. Il suono: gocce, scricchiolii, passi che non dovrebbero esserci.
3. La memoria: ogni stanza ha assistito a qualcosa. E lo trattiene.
4. Il simbolo: croci, rune, incisioni. Segni che non sempre puoi leggere.
5. La trappola: ogni luogo è un teatro. Ma chi è davvero lo spettatore?
Nell’orfanotrofio de Il Carnefice del Silenzio (senza spoilerare) , ad esempio, ogni corridoio è pensato per condurre e ingannare, ogni camera per custodire un’assenza. Ma anche una domanda.
Perché lì? Perché così? Chi ha lasciato quel simbolo sulla parete? E soprattutto… è ancora lì?
Costruire i luoghi dell’orrore, per me, è come scavare una cripta. So quando inizio. Ma non sempre cosa troverò.
Il filo oscuro che unisce due capitoli dell’Archivio Blackwood
Quando si chiude il Vangelo delle Ombre, non termina l’oscurità. Cambia forma. Cambia volto. Ma resta.
Il nuovo volume in lavorazione, Il Carneficedel Silenzio, raccoglie l’eredità simbolica e narrativa lasciata dal secondo libro della saga e ne trasforma la tensione in qualcosa di più antico, più sommesso, e per questo ancora più inquietante.
Dove il Vangelo affondava nelle pieghe del fanatismo e del male travestito da redenzione, Il Carnefice del Silenzio porterà Edgar Blackwood a confrontarsi con un’oscurità muta, stratificata nel tempo. Un’indagine che parte dal vuoto, da ciò che non viene detto, da ciò che è stato registrato ma poi dimenticato: tra orfanotrofi chiusi da anni, archivi ecclesiastici sigillati, antichi salmi spezzati e simboli che parlano a chi sa ancora leggere l’incubo.
Non si tratta solo di un nuovo caso. Si tratta di un passaggio. Di un’ulteriore discesa. Perché il vero silenzio non è l’assenza di suono, ma l’incapacità di gridare, anche quando si muore.
E Blackwood, logorato ma lucido, capirà presto che il suo nemico più insidioso non è quello che uccide… Ma quello che lascia vivere, in silenzio.
Il Carnefice del Silenzio – in uscita nel 2025 Segui il sito e @archivio_blackwood per nuove anticipazioni, immagini gotiche, estratti e materiali esclusivi.
Quando immaginiamo il male, lo vestiamo spesso di artigli, oscurità e poteri occulti. Ma l’orrore più potente non viene da fuori. Viene da dentro. Da qui nasce ogni antagonista dell’Archivio Blackwood: non come mostri mitologici, ma come esseri umani deformati da desideri, fallimenti, paure e – a volte – fede.
Il Viaggiatore: il volto oscuro dell’anima
Il Viaggiatore non ha un volto, né un corpo. Ma non è meno reale. È il riflesso di ciò che temiamo di diventare: un’ombra che entra solo dove trova spazio. Non possiede, risuona. In ogni personaggio in cui si insinua, il vero orrore è la resa: uomini e donne che, pur sapendo, lo lasciano entrare.
Non è un demone canonico. È un’idea che prende forma. E funziona perché si appoggia sulla fragilità interiore. Il male, in fondo, entra da una porta lasciata socchiusa.
Aldous Whitmore: la fede che brucia
Whitmore è il più inquietante, perché non agisce per potere. Agisce per convinzione. La sua deriva non nasce da un patto con l’oscurità, ma da una preghiera non ascoltata. È un uomo spezzato che ha fatto un passo troppo oltre nel tentativo di salvare. E così ha dannato.
Whitmore è ciò che accade quando il bene diventa fanatismo. Quando l’obbedienza cieca cancella il dubbio e la colpa viene giustificata dal fine. È un prete, sì, ma lo è anche quando sacrifica. E questa ambiguità lo rende spaventoso.
Dorian Gray (il futuro antagonista): la corruzione dell’immortalità
In un futuro prossimo volume, Dorian sarà l’antagonista. Ma non sarà quello di Wilde. Sarà qualcosa che Wilde non ha voluto mostrare: cosa accade quando l’anima resta imprigionata per decenni nel peccato senza mai morire. Il suo male non sarà estetico, sarà spirituale.
Dorian sarà il volto del vizio senza conseguenze. L’orrore non sta nei suoi gesti – seppur orribili – ma nel vuoto con cui li compie. Perché quando nulla ci può punire, nulla ci può più salvare.
Il segreto è l’umanità
Tutti i nemici di Blackwood – anche i più occulti – hanno qualcosa di umano. Ecco il vero nucleo della saga: il male non è un’entità esterna, ma una possibilità. Un errore che compiamo. Un dolore che ci cambia. Un abisso che ci guarda, sì, ma solo se prima lo abbiamo guardato noi.
L’Archivio Blackwood non è un bestiario dell’orrore. È una cartella clinica dell’animo umano. E ogni antagonista ne è una pagina malata.
Un viaggio tra scalette, nebbia e presenze invisibili
Spesso mi viene chiesto: “Come nasce un capitolo dell’Archivio?” La risposta più sincera è: inizia con un’immagine. Ma prima dell’immagine, c’è un vuoto. E il vuoto è ciò che deve essere colmato con tensione, dettagli e silenzi.
Scrivere un capitolo della saga di Blackwood non è solo raccontare una scena: è evocare una presenza. Ecco quindi, passo per passo, come nasce (e prende forma) ogni frammento dell’Archivio.
1. La struttura invisibile: la scaletta ragionata
Ogni capitolo nasce dentro una mappa narrativa precisa. So cosa deve accadere, cosa deve evolversi nei personaggi, quali elementi devono insinuarsi. Ma lascio spazio all’imprevisto: spesso, un oggetto non previsto o un odore descritto per caso cambia l’equilibrio dell’intero episodio.
2. L’atmosfera prima della trama
Prima ancora della scena, immagino l’aria. È umida? Sa di muffa? Di cera consumata? Di legno antico? L’atmosfera viene prima dell’azione, perché nei miei romanzi l’ambiente è vivo, e può opporsi alla volontà dei personaggi.
3. L’oggetto centrale della scena
In quasi ogni capitolo c’è un oggetto chiave: una lettera, un simbolo, una finestra, una bottiglia, un crocifisso spezzato. Quel singolo elemento guida l’intera narrazione. Lo osservo attraverso gli occhi di Blackwood, ne scruto la posizione, l’impatto emotivo, l’effetto che genera.
4. La voce di Blackwood
Blackwood non parla molto, ma pensa molto. Quando scrivo i suoi pensieri, scelgo frasi secche, precise, a volte taglienti. Non è un eroe. È un uomo ferito che analizza il male per tenerlo a distanza. Scrivere dal suo punto di vista significa filtrare ogni dettaglio con dubbio e memoria.
5. Il “non detto” come tecnica narrativa
Nel gotico, ciò che non viene detto conta più di ciò che viene mostrato. In ogni capitolo, lascio qualcosa sospeso: un rumore mai spiegato, un oggetto fuori posto, una frase interrotta. Questo lascia al lettore una sensazione di incompletezza inquieta, e alimenta la tensione.
6. Il finale del capitolo: mai una chiusura vera
I capitoli raramente si chiudono in modo netto. Preferisco terminare con una domanda, un dubbio, una scoperta parziale. Il lettore deve sentire che qualcosa è stato toccato… ma non ancora compreso. L’Archivio, dopotutto, non consegna verità. Consegna frammenti.
Scrivere Archivio Blackwood è come camminare al buio con una candela tremolante. Non sai mai se quello che hai visto era reale… …ma sai che è stato sufficiente per non dormire quella notte.
Ci siamo quasi. Tra pochi giorni sarà disponibile il primo volume della raccolta I Dossier dell’Archivio Blackwood, con il titolo L’archivio Blackwood Volume I “Le Origini” – in due formati distinti, pensati per rispondere alle diverse esigenze dei lettori.
La prima versione, pensata come edizione da collezione, sarà disponibile in copertina rigida illustrata a colori: una stampa di alta qualità, con grafica atmosferica gotica e contenuti completi, pensata per chi desidera un oggetto prezioso da custodire.
Ma proprio per la natura di questa edizione – con stampa a colori e copertina rigida – il costo di produzione è piuttosto elevato. E proprio per questo, ho deciso di affiancare anche una versione in brossura: più leggera, stampata in bianco e nero, ma con gli stessi contenuti narrativi.
Una scelta pensata per chi desidera leggere il libro senza sostenere un prezzo troppo alto, mantenendo comunque intatta la forza della storia.
Cosa troverete in questo primo volume?
Due indagini complete, ambientate nella Londra del 1888. Due dossier tratti dall’archivio segreto dell’ispettore Edgar Blackwood, in cui la logica si scontra con l’inspiegabile, e il confine tra scienza e incubo si fa sottile. Senza spoiler, posso solo dirvi che questo è l’inizio. Un inizio oscuro, denso, e – spero – coinvolgente.
Quando le stanze ascoltano. Quando i muri ricordano.
Nella narrativa gotica, una casa non è mai solo un edificio. È un contenitore di memoria, un corpo silenzioso che respira, assorbe e — talvolta — restituisce.
Nell’universo di Archivio Blackwood, le case non sono semplicemente ambientazioni: sono personaggi muti, testimoni involontari, archivisti delle ombre. Ogni parete, ogni scala, ogni armadio lasciato socchiuso racconta qualcosa che non può essere detto a voce alta.
Luoghi costruiti per proteggere, ma anche per nascondere
La casa Fairweather, il convento abbandonato, la canonica, l’archivio interrato: non sono solo scenografie. Sono luoghi che conservano. Ma non si limitano a custodire oggetti o documenti: custodiscono assenze, silenzi, colpe. E come ogni organismo vivente, reagiscono. A volte con scricchiolii. A volte con sogni. A volte… con apparizioni.
La soglia come scelta narrativa
Nel gotico, la soglia (la porta chiusa, la stanza vietata, la scala che scende) è un elemento chiave. È lì che il protagonista decide di oltrepassare, nonostante la paura. E ogni soglia attraversata attiva il luogo: la casa prende coscienza, diventa inquieta.
Blackwood non apre una porta a caso. Quando lo fa, sa di entrare nella memoria della stanza. E la memoria, come sappiamo, nondimentica.
La materia che reagisce
In Il Vangelo delle Ombre, una finestra appannata riporta una scritta che nessuno ha inciso. Nel monastero, una parete prega in silenzio. In Il Carnefice del Silenzio, le mura del dormitorio sembrano assorbire le preghiere e restituirle distorte.
Questi non sono “effetti speciali”: sono la prova che l’architettura gotica è viva. Non perché stregata, ma perché impregnata. Dalla fede. Dal dolore. Dalla colpa.
Case costruite per chi non può parlare
Ogni stanza dell’Archivio è un luogo che parla per qualcun altro. Per chi è stato messo a tacere. Per chi ha perso la voce. Per chi è morto… ma ha lasciato un segno.
La narrativa gotica non cerca case spaventose. Cerca case che ricordano. E a volte, ricordare è la cosa più spaventosa di tutte.
Ritrovata tra le pagine consunte del breviario, custodita in una tasca interna del mantello logoro. La calligrafia è tremante, incisa come confessione ultima o speranza estrema.
Ispettore Edgar,
scrivo queste righe senza la certezza che ti raggiungeranno. Forse saranno consumate dalla cenere, forse dimenticate in fondo a una cassa di legno marcito. Ma scrivere mi aiuta. A non cedere.
Stanotte il vento ha fatto tremare le finestre della canonica. Ogni candela si è spenta nello stesso istante, come se qualcosa – o qualcuno – avesse attraversato i corridoi. Non lo vedo, ma lo sento. È vicino. Non più un’ombra, ma un respiro. Non più un sussurro, ma un nome.
Ti dirò la verità, Edgar: prego senza certezza. Le mie mani tracciano i segni, ma il cuore dubita. Quanti rituali ho condotto invano? Quante volte ho invocato luce e ho ricevuto silenzio? Eppure… c’è una voce dentro che mi dice di non fermarmi. Non per fede, ma per necessità. Se falliamo, non ci sarà un dopo. Non per noi. Non per Londra.
Ho rispolverato testi che giacevano sotto polvere e vergogna. Letti solo a metà, perché neanche i santi hanno avuto il coraggio di terminarli. Eppure adesso li leggo. Rileggo. Studio ogni sigillo, ogni nota, ogni frammento che possa rivelarci un punto debole. Perché ce n’è sempre uno. Ogni male, per antico che sia, ha la sua crepa.
Mi domando se anche tu lo senti, nelle ossa, nei sogni. Quel tempo che stringe, quel confine che si assottiglia. Siamo stati scelti, non perché siamo pronti… ma perché non possiamo più voltarci indietro.
Che Dio ci guardi, se ancora ci guarda.
Con rispetto, timore e fratellanza, Padre Marcus Quinn 12 dicembre 1888