Scrivere per disturbare non è provocare

Una differenza netta, fondamentale

C’è una confusione persistente, quasi strutturale, tra due gesti che sembrano simili ma non lo sono: disturbare e provocare.
Molti testi che si dichiarano “scomodi” in realtà cercano solo una reazione rapida. Un fastidio immediato. Un riflesso.
Il disturbo, invece, arriva dopo. Quando il lettore ha già chiuso il libro.

La provocazione è rumorosa.
Il disturbo è silenzioso.

Provocare significa mettere qualcosa davanti al lettore e dirgli: reagisci.
Un’immagine estrema. Una frase urlata. Un gesto eccessivo.
È un meccanismo semplice, quasi automatico: colpisce, irrita, divide. Funziona subito. E subito si esaurisce.

Disturbare è l’opposto.
Non chiede una risposta.
Non sollecita una presa di posizione.
Non vuole convincere.

Il disturbo nasce quando una storia non ti lascia una via d’uscita morale, quando non puoi liquidarla con un giudizio rapido.
Quando non puoi dire: sono d’accordo o non sono d’accordo.
Quando qualcosa resta sospeso, irrisolto, e continua a lavorare sotto la superficie.

La provocazione usa il contenuto come arma.
Il disturbo usa la struttura.

Una scena disturbante non è necessariamente violenta. Spesso non mostra nulla.
È disturbante perché rompe un’aspettativa profonda: su come dovrebbero comportarsi le persone, su cosa è accettabile pensare, su dove dovrebbe stare il confine tra giusto e sbagliato.

Chi provoca vuole essere visto.
Chi disturba accetta di essere frainteso.

La provocazione cerca consenso o rifiuto.
Il disturbo cerca inquietudine cognitiva: quel momento in cui il lettore capisce che qualcosa non torna, ma non riesce a spiegare cosa.

Per questo la vera scrittura disturbante è spesso accusata di essere “fredda”, “lenta”, “inconcludente”.
Perché non offre sfogo.
Non consola.
Non chiude.

Il gotico, l’orrore psicologico, la narrativa inquieta funzionano quando rinunciano alla tentazione di colpire e scelgono invece di insinuare.
Quando non dicono guarda che mostro, ma guarda dove stai guardando.

Provocare è facile.
Disturbare richiede controllo.

Controllo del ritmo.
Del non detto.
Delle pause.
Del momento esatto in cui non spiegare.

Il lettore disturbato non si sente attaccato.
Si sente coinvolto.
E spesso è proprio questo a metterlo a disagio.

Perché la provocazione viene dall’esterno.
Il disturbo, quasi sempre, viene da dentro.


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Scrivere di morte senza essere morbosi

Dove passa il confine tra indagine e spettacolo

Scrivere di morte è inevitabile.
Ogni storia, in fondo, le gira attorno: come fine, come minaccia, come assenza, come conseguenza. Il problema non è se parlarne, ma come.

Il confine tra indagine e spettacolo è sottile, e spesso viene oltrepassato senza nemmeno accorgersene. Succede quando la morte smette di essere un evento narrativo e diventa un oggetto da esibire. Quando il dettaglio non serve a capire, ma a colpire. Quando l’immagine prende il posto del senso.

Scrivere di morte senza essere morbosi significa una cosa sola: riconoscere che la morte non è il punto di arrivo, ma una traccia.

L’errore più comune: confondere intensità con esposizione

Molti pensano che parlare di morte in modo “forte” significhi mostrarla tutta. Più sangue, più particolari, più insistenza. In realtà accade l’opposto: più la morte viene esibita, meno pesa.

La morbosità nasce quando il testo si innamora del proprio effetto. Quando il corpo non è più una conseguenza narrativa, ma un oggetto scenico. A quel punto la morte smette di interrogare il lettore e diventa consumo.

L’indagine, invece, fa il contrario: si ferma un passo prima. Non chiede “quanto è stato terribile”, ma “cosa rivela”.

La morte come sintomo, non come spettacolo

Nel racconto gotico e investigativo che funziona, la morte non è mai il vero centro. È un sintomo. Un segnale che qualcosa, prima, era già rotto.

Scrivere di morte senza morbosità significa spostare lo sguardo:
dalle ferite alle cause,
dal corpo alle relazioni,
dall’evento all’eco che lascia.

La domanda non è “cosa è successo”, ma perché questo non poteva che finire così.

Il rispetto narrativo non è censura

Evitare il compiacimento non significa edulcorare. Significa scegliere.
Ogni dettaglio deve avere una funzione: informare, orientare, disturbare in modo intelligente. Non sedurre lo sguardo.

Il rispetto narrativo non riguarda il lettore sensibile, ma la storia stessa. Una storia che usa la morte come spettacolo si consuma in fretta. Una storia che la tratta come una prova da interpretare resta.

Le Anatomie della Morte: guardare senza esibire

È da questa idea che nasce L’Archivio Blackwood – Volume III: Le Anatomie della Morte.
Non un catalogo di atrocità, ma un insieme di casi, indagini, frammenti in cui la morte è sempre una soglia, mai un feticcio.

Ogni racconto lavora su ciò che resta: documenti, silenzi, errori, ossessioni. Il corpo non è mai il fine, ma il punto da cui partire per leggere il male, l’illusione di controllo, la fragilità umana.

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Scrivere di morte è un atto di responsabilità

Chi scrive di morte sceglie sempre da che parte stare.
Dalla parte dell’effetto immediato, o da quella del senso che resta.

La differenza tra indagine e spettacolo non è morale. È narrativa.
E il lettore, anche quando non lo dice, la riconosce sempre.


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Scrivere per disturbare senza mostrare nulla

Tecniche narrative pulite, quasi chirurgiche

Perché la vera inquietudine non ha bisogno di sangue

C’è un equivoco diffuso, soprattutto nella narrativa contemporanea:
che disturbare significhi mostrare.
Che l’orrore debba essere visibile, esplicito, insistito.

È falso.

La vera inquietudine nasce quando il lettore capisce qualcosa che il testo non dichiara mai.
Quando intuisce, senza prove.
Quando si rende conto che nessuna spiegazione arriverà a salvarlo.

Scrivere per disturbare senza mostrare nulla non è una scelta estetica.
È una scelta etica e tecnica.

È scrivere come un chirurgo, non come un macellaio.


Il disturbo non è ciò che accade

È ciò che resta dopo

La violenza esplicita produce una reazione immediata: disgusto, shock, repulsione.
Ma è una reazione breve.
Si consuma in fretta.

Il disturbo autentico è quello che continua a lavorare quando la scena è finita.
Quando il lettore chiude la pagina e sente che qualcosa non è tornato al suo posto.

Questo tipo di inquietudine non nasce dall’evento, ma dalla consapevolezza.
Dal momento in cui il lettore comprende che:

  • una soglia è stata superata
  • una decisione è stata presa
  • un confine morale è stato spostato, senza dichiararlo

Il sangue è un effetto.
Il disturbo è una conseguenza.


La sottrazione come tecnica narrativa

Mostrare tutto è una forma di debolezza narrativa.
Sottrarre richiede controllo.

La scrittura che disturba davvero lavora per assenza:

  • ciò che non viene descritto
  • ciò che viene solo accennato
  • ciò che viene lasciato fuori campo

Il lettore è costretto a colmare il vuoto.
E nel farlo, usa la propria immaginazione, che è sempre più crudele di qualsiasi autore.

Il gotico lo sa da due secoli:
non serve dire cosa c’è nella stanza, basta dire che qualcuno ha chiuso la porta dall’esterno.


Il dettaglio sbagliato

Una delle tecniche più potenti è il dettaglio fuori posto.

Non un dettaglio violento.
Un dettaglio incoerente.

Qualcosa che non dovrebbe essere lì.
O che dovrebbe esserci, ma manca.

Una tazza pulita in una casa abbandonata.
Un gesto gentile nel momento sbagliato.
Una frase normale detta con il tono sbagliato.

Il lettore non sa spiegare perché si sente a disagio.
E proprio per questo il disagio funziona.


La calma è più inquietante del caos

Il caos è rumoroso.
La calma è sospetta.

Le scene più disturbanti sono spesso statiche, ordinate, quasi banali.
Nessuna urgenza.
Nessuna fuga.
Nessun grido.

Solo la sensazione che qualcosa dovrebbe succedere… e non succede.

Questa sospensione genera una tensione che non trova sfogo.
E il lettore resta intrappolato lì dentro.

Il sangue chiude una scena.
La calma la lascia aperta.


Non spiegare significa rispettare il lettore

Spiegare è una forma di controllo.
È dire al lettore cosa deve pensare, cosa deve provare, come deve interpretare.

Il gotico autentico fa l’opposto:
si fida dell’intelligenza emotiva di chi legge.

Non chiarisce.
Non assolve.
Non giustifica.

Lascia il lettore solo con ciò che ha capito.
E con ciò che teme di aver capito.


Perché la vera inquietudine non ha bisogno di sangue

Il sangue è visibile.
L’inquietudine no.

Il sangue può essere evitato.
L’inquietudine si insinua.

Mostrare tutto rassicura: significa che il pericolo è stato identificato.
Non mostrare nulla significa che il pericolo potrebbe essere ovunque.

Scrivere per disturbare senza mostrare nulla non è scrivere meno.
È scrivere meglio.

Con precisione.
Con misura.
Con la consapevolezza che il lettore non va colpito:
va lasciato inermi davanti a ciò che non può nominare.

Ed è lì, esattamente lì, che una storia diventa davvero pericolosa.


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Il momento esatto in cui una storia diventa pericolosa

Non è l’inizio.
Non è il finale.

È quel punto preciso — spesso breve, quasi invisibile — in cui il lettore capisce che non potrà più tornare indietro.

Non perché accada qualcosa di clamoroso.
Non perché il sangue scorra o il mostro si riveli.
Ma perché qualcosa, dentro la storia, ha cambiato stato.

Fino a quel momento, il lettore osserva.
Da lì in poi, è coinvolto.

Il punto di non ritorno narrativo

Ogni storia davvero riuscita possiede un istante in cui smette di essere un racconto e diventa un’esperienza.
È il momento in cui il patto implicito tra autore e lettore cambia forma.

All’inizio, il patto è semplice: ti mostro qualcosa, tu guardi.
In quel punto preciso, il patto diventa più oscuro: ora sei dentro anche tu.

Non è sempre un evento.
Spesso è una presa di coscienza.

Il lettore comprende che:

  • il personaggio non può più tornare alla normalità,
  • la spiegazione rassicurante non arriverà,
  • la storia non offrirà una via d’uscita comoda.

È un attimo. Ma è irreversibile.

Perché funziona a livello psicologico

Dal punto di vista psicologico, questo momento attiva un meccanismo potente: la perdita dell’illusione di controllo.

Il cervello del lettore, fino a lì, cerca schemi:

  • anticipa soluzioni,
  • formula ipotesi,
  • si aspetta un ordine.

Quando la storia diventa pericolosa, questi schemi collassano.
Non perché la trama sia confusa, ma perché le regole non garantiscono più salvezza.

È lo stesso disagio che proviamo quando:

  • una stanza familiare non sembra più sicura,
  • una persona amata dice una frase “sbagliata”,
  • qualcosa di ordinario si incrina senza spiegazione.

Il lettore non ha più appigli.
Ed è esattamente per questo che continua a leggere.

Perché questo momento non va mai spiegato

Spiegare quel punto significherebbe neutralizzarlo.

Nel momento in cui l’autore lo rende esplicito — “da qui in poi cambia tutto” — il lettore recupera distanza critica.
E la distanza è l’antidoto della paura.

Il punto di non ritorno deve essere sentito, non compreso razionalmente.
Deve agire sotto la superficie del testo, come una corrente sotterranea.

Quando funziona davvero, il lettore se ne accorge solo dopo.
Magari voltando pagina.
Magari chiudendo il libro.
Magari giorni più tardi, ripensandoci.

“È stato lì”, dirà.
Ma non saprà indicare esattamente dove.

Perché il gotico lo usa meglio di ogni altro genere

Il gotico non è il genere della paura immediata.
È il genere della consapevolezza tardiva.

Nel gotico:

  • il male non esplode, filtra;
  • l’orrore non irrompe, si deposita;
  • il pericolo non è visibile, è permanente.

Il punto in cui la storia diventa pericolosa, nel gotico, raramente coincide con un colpo di scena.
Coincide con una frattura silenziosa:

  • una porta che non dovrebbe essere chiusa,
  • una frase che non dovrebbe essere detta,
  • un dettaglio che non dovrebbe esistere.

Da quel momento in poi, anche se “non succede nulla”, tutto è già compromesso.

Il gotico lo sa.
E per questo non ha fretta.

Quando il lettore capisce di essere solo

Il vero segnale che una storia è diventata pericolosa è questo:
il lettore capisce che l’autore non lo proteggerà.

Non nel senso di crudeltà gratuita.
Ma nel rifiuto di offrire spiegazioni facili, redenzioni obbligatorie, consolazioni narrative.

È lì che nasce la fiducia più profonda.
Paradossalmente, proprio quando l’autore smette di rassicurare.

Perché una storia che diventa pericolosa non promette salvezza.
Promette verità.

E non tutti i lettori sono pronti ad attraversarla.


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La stanza chiusa

Perché un enigma nato nel giallo continua a inquietare ancora oggi

C’è un tipo di mistero che non ha bisogno di sangue, urla o mostri.
Basta una porta chiusa. Dall’interno.

La stanza chiusa è uno dei dispositivi narrativi più antichi e affascinanti della letteratura investigativa. Un luogo apparentemente inaccessibile, sigillato, controllato. Nessuna finestra aperta. Nessuna via di fuga. Eppure, all’interno, è successo qualcosa che non dovrebbe essere possibile.

Un omicidio. Una sparizione. Un evento inspiegabile.

Il paradosso è tutto qui: se nessuno poteva entrare o uscire, com’è potuto accadere?

Un enigma che nasce nel giallo, ma non gli appartiene più

Tradizionalmente, la stanza chiusa è legata al giallo classico: Edgar Allan Poe, Conan Doyle, Gaston Leroux, John Dickson Carr.
Storie in cui la razionalità promette una soluzione elegante, spesso basata su un dettaglio invisibile ai più.

Ma col tempo questo schema ha smesso di essere solo un gioco logico.

Perché una stanza chiusa non è solo un problema da risolvere.
È un’idea disturbante.

È la dimostrazione che la sicurezza è un’illusione. Che anche negli spazi più controllati può accadere qualcosa di irreversibile.

La stanza chiusa come luogo mentale

Nella narrativa moderna – e in quella gotica – la stanza chiusa diventa altro.

Non è più soltanto uno spazio fisico, ma un luogo mentale:

  • una famiglia che non parla più
  • un quartiere che finge di non vedere
  • una città che inghiotte segreti
  • una stanza d’infanzia che nessuno osa riaprire

La porta è chiusa, sì.
Ma spesso lo è perché qualcuno ha deciso di non guardare.

Ed è qui che il mistero smette di essere un enigma e diventa inquietudine.

Perché funziona ancora

La stanza chiusa ci colpisce perché ribalta una convinzione profonda:
che il mondo sia comprensibile, ordinato, spiegabile.

Dentro una stanza chiusa:

  • le regole non bastano
  • la logica vacilla
  • il lettore è costretto a dubitare di ciò che vede

E il dubbio, in narrativa, è più potente della paura.

Anche Blackwood potrebbe trovarla

Non serve dirlo apertamente, ma è facile immaginarlo:
una porta sigillata in una casa londinese, un edificio ufficiale, un archivio, una stanza dimenticata.

Blackwood non cercherebbe subito come qualcuno sia entrato.
Si chiederebbe perché tutti sono così sicuri che nessuno sia entrato.

Perché spesso la stanza non è chiusa dall’interno.
È chiusa dalla narrazione ufficiale.

Il vero segreto della stanza chiusa

Il fascino di questo enigma non sta nella soluzione tecnica.
Sta nella sensazione che lascia.

La sensazione che qualcosa, anche oggi, possa accadere:

  • senza testimoni
  • senza spiegazioni immediate
  • senza un colpevole evidente

E che la verità, come quella porta, non sia mai stata davvero aperta.


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Il freddo che fa parlare i morti

Gennaio, gelo e riesumazioni nell’Ottocento

Gennaio non era solo il mese più freddo dell’anno.
Nell’Ottocento era il mese in cui i morti tornavano a parlare.

Non per miracolo.
Per necessità.

Il gelo irrigidiva la terra, rallentava la decomposizione, conservava i corpi come in una teca naturale. E quando qualcosa non tornava — una denuncia tardiva, un sospetto mai sopito, una voce che non si spegneva — era proprio l’inverno a offrire una seconda possibilità alla verità.

Il freddo come alleato della giustizia

Nelle cronache giudiziarie di fine Ottocento, gennaio compare spesso accanto a una parola inquietante: riesumazione.

Un corpo sepolto in estate poteva dissolversi in poche settimane.
Uno sepolto d’inverno, no.

Il freddo rallentava i processi chimici, irrigidiva i tessuti, preservava ferite, fratture, segni che altrimenti sarebbero scomparsi. Per questo, quando un caso veniva riaperto, lo si faceva nei mesi più rigidi.

Non per rispetto.
Per utilità.

Corpi ritrovati, verità riemerse

Molti casi riaperti tra gennaio e febbraio partivano da elementi minimi:

– una vedova che parlava troppo tardi
– un vicino che ricordava un urlo
– una ferita “compatibile con una caduta” che ora sembrava tutt’altro

Il corpo veniva dissotterrato davanti a funzionari, medici e poliziotti. Non c’era spettacolo. Solo silenzio, vapore che usciva dalle bocche e un’attenzione quasi religiosa.

Il morto non era più una persona.
Era una prova.

La nascita della medicina legale moderna

È proprio in questo contesto che la medicina legale ottocentesca compie un salto decisivo.

Il medico non si limita più a constatare il decesso.
Osserva. Confronta. Annota.

– lividi che non corrispondono alla versione ufficiale
– fratture compatibili con violenza
– segni di soffocamento mascherati da “malore”

Il freddo rendeva leggibili queste tracce. Il corpo, irrigidito e conservato, diventava una sorta di archivio biologico.

Un testimone che non poteva più mentire.

Quando il gelo smentisce la versione ufficiale

Non tutti i casi riaperti portavano a una condanna.
Ma molti smontavano la narrazione iniziale.

Incidenti che non lo erano.
Cadute che nascondevano colpi.
Morti improvvise che diventavano omicidi silenziosi.

La stampa dell’epoca amava questi casi.
Non per empatia, ma perché offrivano una certezza inquietante: la verità può emergere anche dopo la sepoltura.

Il mese in cui il Male non dorme

Gennaio, nel folklore e nella cronaca, è un mese ambiguo.
L’anno è nuovo, ma il Male è lo stesso.

Anzi, è più metodico.
Più freddo.
Più paziente.

E se non ha parlato prima, aspetta il gelo.
Perché il freddo non cancella le tracce.
Le conserva.

E quando la terra si apre, non è per disturbare i morti.
È per ascoltarli.


Nota dall’Archivio
Molti fascicoli riaperti nell’Ottocento portano una data simile: gennaio.
Non per coincidenza.
Ma perché il freddo, a volte, è l’unico alleato della verità.


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Il primo morto dell’anno

Una superstizione vittoriana dimenticata

Nella Londra di fine Ottocento, il Capodanno non era solo un momento di passaggio. Era una soglia.
E come tutte le soglie, faceva paura.

Tra le molte credenze che circolavano nei quartieri popolari – ma che serpeggiavano anche nei salotti borghesi – ve n’era una particolarmente cupa: la prima morte dell’anno avrebbe determinato il destino dei mesi successivi. Non era una metafora. Era un presagio.

Se il primo morto fosse stato un bambino, l’anno sarebbe stato crudele.
Se un anziano, l’anno avrebbe portato malattie.
Se un uomo ucciso con violenza, allora il sangue avrebbe continuato a scorrere.

Non importava che la morte fosse naturale o meno. Importava chi moriva e come.

Quando la cronaca diventava oracolo

Alla fine dell’Ottocento, i giornali iniziarono a svolgere un ruolo nuovo: non solo informare, ma interpretare il mondo. La cronaca nera smise di essere un elenco di fatti e divenne racconto, allusione, presagio.

Il primo cadavere dell’anno non era più solo una notizia.
Era una profezia involontaria.

I titoli enfatizzavano l’orario, il luogo, le circostanze. Non per rigore giornalistico, ma perché il pubblico cercava segnali. La paura collettiva aveva bisogno di una narrazione per essere contenuta, e la stampa gliela offriva.

È qui che nasce il sensazionalismo moderno: non dal gusto per l’orrore, ma dal bisogno umano di trovare un senso al caos.

Il terrore che precede l’assassino

Nel 1888, Londra aveva già imparato a temere la notte prima ancora che un nome come Jack lo Squartatore entrasse nell’immaginario collettivo.

Le superstizioni non nascono nel vuoto: attecchiscono quando la realtà è instabile.
Povertà, sovraffollamento, malattie, alcolismo.

La morte era ovunque, ma il Capodanno la rendeva simbolica.
Un delitto nei primi giorni di gennaio non era solo un delitto: diventava un avvertimento.

E quando la violenza si ripeté, molti pensarono di aver “letto bene” il segno iniziale.
Non era irrazionalità pura. Era una forma primitiva di statistica emotiva.

Blackwood e la logica dell’ombra

In un mondo come quello dell’Archivio Blackwood, questa superstizione non verrebbe liquidata come folklore. Verrebbe analizzata.

Perché ciò che conta non è se il presagio sia vero, ma quanto influisca sul comportamento umano.
Un’intera comunità che crede di essere condannata agirà come se lo fosse.

È così che nascono i mostri.Non sempre dall’oscurità, ma dalla convinzione che l’oscurità sia inevitabile.

Dal XIX secolo a oggi

Oggi non parliamo più di “primo morto dell’anno”.

Ma osserviamo ancora con morbosa attenzione le prime tragedie, i primi omicidi, i primi disastri.
Cambiano le parole, non il meccanismo.
La superstizione vittoriana è scomparsa, ma la paura di iniziare l’anno sotto un cattivo segno è rimasta.
Solo che ora la chiamiamo statistica, tendenza, ciclo.

Il gotico, come sempre, aveva capito tutto prima.

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L’Archivio Blackwood – Volume III: Le Anatomie del Male

In arrivo il 15 gennaio 2026

Ci sono storie che non si “seguono”. Si ritrovano.

Le Anatomie del Male nasce proprio così: come un fascicolo riemerso da un cassetto sigillato dell’Archivio, con l’odore della carta umida ancora addosso e la sensazione netta che qualcuno — prima di te — abbia esitato un secondo prima di aprirlo. In questo Volume III, torno a un’idea che è quasi una promessa: racconti oscuri e indipendenti, legati da un filo sottile e inquieto, dove l’Archivio non è soltanto un luogo… ma una presenza.

Quattro racconti. Quattro porte.

Sono racconti che giocano con ciò che l’Archivio fa meglio: la Londra che non è solo città, ma organismo; il dettaglio che sembra banale e invece è un indizio; il silenzio che non è assenza, ma qualcosa che ascolta. (E quando un silenzio “ascolta”, di solito non lo fa per gentilezza.)

Per chi è questo volume

Per chi ama l’Archivio Blackwood quando diventa più intimo e più crudele, quando l’orrore non arriva con fanfare, ma con un odore, una crepa nel muro, una frase incisa dove non dovrebbe esserci. Per chi vuole storie che si leggono veloci… e poi restano addosso.

Disponibile dal 15 gennaio 2026.
Segna la data: l’Archivio sta per aprire un altro cassetto.

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Se il Natale arrivasse a Whitechapel


Whitechapel, a dicembre, non conosce il silenzio rassicurante delle feste.
La neve, quando arriva, non copre davvero nulla: si deposita sui tetti bassi, si scioglie nei vicoli, diventa fango nero trascinato dalle scarpe. Il Natale, qui, non porta tregua. Porta solo una luce più debole.

I lampioni a gas tremano nella nebbia come candele mal posizionate su un altare improvvisato. Le finestre illuminate non parlano di calore, ma di confini: dentro e fuori. Chi mangia e chi guarda. Chi aspetta e chi non ha nulla da attendere.

A Whitechapel il Natale non è una promessa. È un contrasto.
Le botteghe espongono addobbi poveri, carta colorata che si piega all’umidità, fili sottili che non reggono il peso dell’inverno. Nei cortili interni, il freddo entra senza chiedere permesso. Le famiglie si stringono attorno a tavoli che sanno di legno vecchio e minestre annacquate. I bambini osservano le fiamme basse dei camini come se potessero raccontare storie migliori di quelle che conoscono già.

La notte è il vero padrone delle feste.
Quando le strade si svuotano e le campane smettono di suonare, Whitechapel mostra il suo volto più sincero. Le ombre diventano lunghe, irreali. Ogni porta chiusa sembra nascondere qualcosa: un segreto, una colpa, una paura che non trova pace nemmeno a Natale.

Qui il sacro convive con il sospetto.
La nascita e la morte camminano fianco a fianco.
Un canto lontano può sembrare una preghiera, o un lamento. Dipende da chi ascolta. Dipende da cosa ha visto, da cosa ha perso. A Whitechapel, nessuno canta senza un motivo. E nessun motivo è mai davvero innocente.

Il Natale, in questo quartiere, non cancella il male. Lo evidenzia.
Le feste amplificano tutto: l’assenza, il rimorso, la memoria. È nel contrasto che l’orrore trova spazio. Una stanza illuminata può essere più inquietante di un vicolo buio, perché costringe a guardare. Perché non concede rifugi.

Se il Natale arrivasse davvero a Whitechapel — e in un certo senso arriva ogni anno — non sarebbe una parentesi felice. Sarebbe uno specchio.
Uno di quelli che non distorcono, ma mostrano.
Ed è forse per questo che l’immaginario gotico nasce proprio qui, tra nebbia e lampioni, tra rituali e superstizioni, tra fede e paura. Perché il Natale, quando viene privato della sua patina, non parla di salvezza immediata. Parla di attesa. E l’attesa, a Whitechapel, è sempre carica di ombre.

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Natale vittoriano: candele, silenzio e paura del buio


Quando immaginiamo il Natale vittoriano, pensiamo subito a salotti caldi, alberi addobbati, famiglie riunite e atmosfere dickensiane. È un’immagine vera solo a metà.
Dietro quella luce tremolante c’era un mondo molto più cupo, fragile e silenzioso.

La Londra dell’Ottocento, nel periodo natalizio, non era una città in festa. Era una città che si stringeva su sé stessa per sopravvivere all’inverno.

La luce non scacciava il buio, lo sfidava

Le candele non erano decorazioni. Erano una necessità.
Ogni fiamma consumava tempo, denaro e ossigeno. Le case restavano in penombra, con angoli mai davvero illuminati. Il buio non veniva eliminato: veniva contenuto.

Fuori, i lampioni a gas disegnavano cerchi di luce incerta nella nebbia. Bastava fare pochi passi oltre per sparire. A Natale, questo contrasto diventava più forte: più luce dentro, più oscurità fuori.

Il silenzio dell’inverno

La neve, quando cadeva, attutiva ogni suono. Le strade si facevano irreali, i passi rari, le voci basse. Il Natale vittoriano era anche questo: un tempo sospeso, quasi claustrofobico.

Non era il silenzio della pace.
Era il silenzio dell’attesa.

Attesa del disgelo.
Attesa del lavoro che riprendesse.
Attesa di superare l’inverno senza perdite.

La paura del buio non era simbolica

Nel XIX secolo, il buio non era metafora: era pericolo reale.
Crimini, aggressioni, incidenti, sparizioni. Natale non li fermava. Semmai li rendeva più invisibili.

Le famiglie si chiudevano in casa non solo per stare insieme, ma per proteggersi. Le porte venivano sbarrate prima del solito. Le finestre restavano coperte. Guardare fuori, dopo il tramonto, era spesso evitato.

Natale come soglia

Il Natale vittoriano non era solo una festa, ma una soglia simbolica:
tra luce e tenebra
tra vita e morte
tra l’anno che finiva e quello che forse non sarebbe arrivato per tutti

Non a caso, il periodo natalizio era carico di superstizioni, racconti di spiriti, presagi. L’idea che i confini si assottigliassero era profondamente radicata.

La nascita nella notte

La nascita celebrata a Natale non era trionfale.
Avveniva nel freddo, nel buio, nella precarietà.

Ed è qui che il Natale rivela il suo volto più gotico: la luce non vince il buio, ma nasce dentro di esso.

Una candela accesa non cancella l’oscurità.
La rende sopportabile.

Un Natale meno rassicurante, ma più vero

Il Natale vittoriano non era zucchero e fiocchi di neve.
Era silenzio, freddo, paura controllata e speranza fragile.

Forse è per questo che ancora oggi, quando il mondo rallenta e le luci si accendono troppo presto, sentiamo qualcosa muoversi sotto la superficie:
un’inquietudine sottile, antica, che appartiene all’inverno più di quanto vogliamo ammettere.

Il Natale, prima di essere luce, è stato buio.
E forse lo è ancora.

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