IL MIO RAPPORTO CON LA PAURA


…e con chi dice che non bisogna scrivere horror

C’è sempre qualcuno — lettore, critico, autore da salotto — che prima o poi te lo dice:
“Perché scrivi horror? Perché non scrivi qualcosa di più utile, più vero, più positivo?”

A volte lo dicono con tono preoccupato, come se temessero che chi esplora le ombre abbia qualcosa di rotto dentro. Altre volte lo fanno con una punta di superiorità, come se il gotico fosse una nicchia di serie B, un esercizio estetico per gente ossessionata dal macabro.

La verità è un’altra.
Io scrivo horror perché ho paura.
E la paura, per chi scrive, è una porta. Una lama sottile che separa il reale dal possibile, il mondo visibile da quello che scorre sotto. Raccontare la paura — soprattutto quella che non si può spiegare con una diagnosi o un referto — è un atto profondamente umano.

Non scrivo per spaventare. Scrivo per esplorare.

Non c’è un solo rigo nei miei libri che voglia “piacere al pubblico horror”.
Io non scrivo di mostri. Scrivo di uomini che si scontrano con ciò che non dovrebbe esistere.
Scrivo di orfanotrofi che conservano echi, di Bibbie con pagine cucite, di sacerdoti che smettono di credere, di ispettori che trovano nei vicoli più fango che prove.

Lo faccio perché l’orrore è uno specchio.
E in questo specchio, non vedo solo finzione: vedo le crepe della nostra realtà. Vedo il bisogno disperato dell’essere umano di trovare un senso, anche quando tutto crolla.

L’horror non è un trucco narrativo. È una forma di verità.

Chi dice che il gotico sia un genere “superato” non ha mai camminato davvero per Limehouse con la nebbia nelle ossa.
Chi riduce l’horror a cliché non ha mai letto i sussurri nei corridoi vuoti di un ospedale psichiatrico chiuso da trent’anni.

Il gotico non è passato.
È una lente con cui leggere il presente, un linguaggio fatto di simboli, architetture mentali e ombre che raccontano meglio di mille cronache.

Scrivere horror, oggi, è ancora più urgente.
Perché viviamo in un mondo che anestetizza il terrore con la cronaca nera e le breaking news, senza più lasciare spazio alla riflessione, al rituale, al sacro. Scrivere gotico, per me, è un atto di resistenza.

In fondo, il Male non chiede di essere capito. Chiede di essere riconosciuto.

E il compito di uno scrittore — almeno per come lo intendo io — non è offrire soluzioni.
È porre domande che inquietano.
E poi lasciare che sia il lettore, nella nebbia, a scegliere da che parte camminare.


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L’eterna dualità dell’animo umano: “Lo strano caso del Dr. Jekyll e Mr. Hyde” come capolavoro gotico


Ci sono romanzi che non invecchiano. Non per la lingua, non per la struttura, ma per la verità disturbante che custodiscono. “Lo strano caso del Dr. Jekyll e Mr. Hyde”, pubblicato nel 1886 da Robert Louis Stevenson, è uno di questi.

In apparenza un semplice racconto di mistero e trasformazione, è in realtà un trattato gotico sull’identità, sull’ambiguità morale e sulla fragile maschera che indossiamo per vivere in società.

Il contesto: Londra come teatro del subconscio

La Londra vittoriana dipinta da Stevenson non è solo una città. È un organismo vivo, fatto di nebbie, vicoli ciechi, silenzi pesanti e case chiuse che nascondono segreti. Come in ogni buon romanzo gotico, l’ambientazione non è sfondo, ma personaggio attivo: il riflesso esterno del tumulto interiore di Jekyll e, più in generale, della società del tempo.

È in questa cornice che prende forma uno dei più grandi dualismi letterari: il medico rispettabile e il mostro reietto. Non sono due uomini. Sono lo stesso uomo. Ed è proprio qui che nasce il gotico: nell’incontro violento tra apparenza e verità.

Scienza, etica e orrore: l’alchimia del romanzo

Il Dr. Jekyll, uomo brillante e tormentato, incarna la razionalità scientifica che cerca di controllare la natura umana. Ma il suo esperimento non è solo chimica: è una discesa negli abissi della psiche. Hyde non è un mostro esterno, ma ciò che si cela in ogni uomo quando cade la maschera.

Stevenson riesce a spaventare non con creature sovrannaturali, ma con l’inquietante verosimiglianza di Hyde. Non ha artigli né poteri magici. È solo puro impulso, puro istinto, la parte animale e nichilista dell’essere umano. Ed è questo che terrorizza.

La lezione senza tempo

Il capolavoro di Stevenson ci lascia un monito: reprimere il male non lo cancella. Nasconderlo lo rende solo più forte, più subdolo. Jekyll non è un eroe, ma un uomo che ha creduto di poter controllare l’incontrollabile. E ha perso.

“Jekyll e Hyde” è un romanzo che ancora oggi risuona con forza. Parla del narcisismo delle buone intenzioni, della fragilità morale, della violenza che può abitare anche in chi si crede giusto. È, in definitiva, una parabola sull’animo umano che usa la forma del gotico per scavare molto più in profondità.

Un classico immortale. E, forse, il più moderno di tutti.


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Come scrivere in modo immersivo: atmosfere, dettagli sensoriali e costruzione del mondo


Una buona trama è ciò che spinge il lettore a voltare pagina.
Ma è l’atmosfera a farlo rimanere.

La scrittura immersiva è ciò che distingue un testo leggibile da un romanzo che lascia il segno. È l’arte di evocare un mondo con parole precise, suggestioni sensoriali e coerenza interna. Non si tratta solo di “descrivere”, ma di costruire un’esperienza in cui il lettore dimentica di star leggendo.

1. Atmosfera prima della scena

Ogni scena dovrebbe avere una tonalità emotiva ben precisa prima ancora di cominciare: inquietudine, sacralità, nostalgia, tensione.
Chiediti: che sensazione voglio far provare al lettore prima ancora che succeda qualcosa?
L’atmosfera guida la scelta dei verbi, dei dettagli, dei colori, persino del ritmo della frase.

Nella mia saga “L’Archivio Blackwood”, una nebbia che non si dirada mai non è solo ambientazione: è un simbolo persistente del non detto, dell’occulto che circonda ogni indagine.


2. La regola dei 3 sensi

Ogni scena immersiva dovrebbe toccare almeno tre sensi, anche senza farlo esplicitamente.
Oltre a ciò che si vede, il lettore deve sentire, annusare, tremare, inorridire, avere sete o fame, tastare la pietra fredda sotto le dita.

Un corridoio buio non è solo buio:

  • l’aria sa di umido e di ruggine,
  • il pavimento cede a ogni passo,
  • in fondo si sente un singhiozzo trattenuto.

Questi piccoli indizi creano immersione senza spiegare nulla.


3. La costruzione del mondo è invisibile

Il “mondo” in cui si muove la tua storia non deve essere spiegato, ma assorbito.
Più riesci a mostrare la quotidianità del tuo universo narrativo, meno il lettore sentirà il bisogno di un manuale d’istruzioni.
Anche se scrivi una saga gotica nel 1888, non devi ogni volta dire “all’epoca non c’era la luce elettrica”: lo fai capire con una candela spenta, un fiammifero tremante e una finestra chiusa per non far entrare il gelo.

Ogni dettaglio deve servire alla storia e al mondo.
Una frase non è mai solo decorativa, se costruita con attenzione.


4. Ritmo e immersione: un equilibrio delicato

L’immersione non deve rallentare la narrazione.
Il segreto è dosare: descrivi come se stessi zoomando, partendo da una sensazione generale fino a un dettaglio specifico, poi subito torni alla narrazione.

Esempio:

La stanza odorava di legno antico e spezie. C’erano quaderni sparsi sul tavolo, ma uno solo era ancora aperto. Sopra, un nome inciso con la punta di una lama: Blackwood.


Scrivere in modo immersivo è una scelta precisa, fatta di disciplina e ascolto.
Non si tratta di scrivere di più, ma di scrivere meglio, sapendo che ogni parola può costruire un mondo.

È questo il tipo di scrittura che cerco nei miei libri.
Ed è questo che insegno anche nei miei corsi, manuali e servizi editoriali.

Se vuoi scoprire di più, esplora i miei progetti.


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La Stirpe di Hollowgate: come nasce una saga per giovani lettori (senza trattarli da idioti)

Nel cuore dell’Inghilterra vittoriana – tra orfanotrofi anneriti dalla fuliggine e antiche biblioteche che odorano di legno e incantesimi – prende vita La Stirpe di Hollowgate. Ma questa non è una saga fantasy come le altre. E non lo è perché nasce da un presupposto tanto semplice quanto rivoluzionario: i lettori giovani meritano rispetto narrativo.

In un mercato saturo di storie frettolose, battute ironiche a caso e protagonisti semplificati, Hollowgate è costruita come una storia gotica per ragazzi, ma con la stessa cura e profondità di un romanzo adulto.

Un mondo che respira oscurità e meraviglia

L’orfanotrofio Hollowgate è il cuore pulsante della saga. Non un luogo stereotipato, ma un microcosmo vivo, in cui ogni pietra, ogni corridoio, ogni silenzio ha un significato. I bambini che lo abitano non sono pedine. Sono voci, sono traumi, sono desideri che cercano forma nel buio.

Ispirato a Dickens, a Una serie di sfortunati eventi, ma anche a suggestioni gotiche come Il giardino segreto o Il Castello errante di Howl, La Stirpe di Hollowgate mischia mistero, formazione, magia concreta e simbolismo.

Una magia con regole e un costo

Niente bacchette, niente superpoteri casuali. La magia di Hollowgate è fatta di rituali antichi, conoscenze proibite, simboli incisi a mano e un sistema di regole narrativamente coerente. Ma soprattutto: ogni magia ha un costo. Che sia dolore fisico, perdita di memoria o uno squilibrio sensoriale, ogni incantesimo lascia un segno. Questo non solo rende la narrazione più credibile, ma educa anche al valore delle scelte.

Tre protagonisti, un patto segreto

Moira, Elias e Ollie sono i tre protagonisti. Diversissimi tra loro, imparano a fidarsi l’uno dell’altro solo perché costretti dalle circostanze. Non sono eroi perfetti. Sono ragazzi con limiti, rabbia, domande. Ma nel Patto che li unisce si accende qualcosa di raro: il coraggio di affrontare insieme l’ignoto.

Perché scrivere gotico per ragazzi?

Perché il gotico – se ben dosato – aiuta a elaborare il dolore senza chiamarlo per forza “trauma”. Mostra il male come un’ombra da decifrare, non solo da combattere. E lo fa con eleganza, con una lente simbolica.

In La Stirpe di Hollowgate, la paura non è solo mostro o ombra. È anche l’incertezza del futuro, l’abbandono, l’identità perduta. È ciò che ogni adolescente affronta, ma qui narrato con rispetto, poesia e tensione.

La scrittura: accessibile ma letteraria

Ogni scena della saga è costruita con:

  • una lingua fluida ma prosaica;
  • atmosfere sensoriali e gotiche;
  • un ritmo narrativo da romanzo d’avventura, con colpi di scena.

La struttura è pensata per i lettori giovani, ma non viene mai abbassata. Al contrario: si offre loro un ponte verso la grande letteratura, senza appiattire il mistero.


La Stirpe di Hollowgate è la prova che si può scrivere per ragazzi senza filtrarli, senza “proteggerli” da ciò che fa paura, ma guidandoli con una luce tremolante attraverso i cunicoli dell’ignoto. Perché chi legge da giovane un libro così, non lo dimentica più.


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Quando il corpo diventa testo: anatomia del macabro da Jack lo Squartatore a Ed Gein


Ci sono figure criminali che non si limitano a commettere un atto violento: scrivono sul corpo delle vittime, imprimono un messaggio, trasformano la scena del crimine in un linguaggio disturbante e inevitabile.
È ciò che accomuna – pur con enormi differenze storiche, psicologiche e culturali – due nomi scolpiti nell’immaginario del macabro: Jack lo Squartatore e Ed Gein.

Il corpo come narrazione del male

In criminologia, il corpo della vittima viene analizzato come un testo: ogni ferita, ogni mancanza, ogni postura racconta qualcosa dell’autore.
Non è solo anatomia, è semiotica del delitto.

  • Jack lo Squartatore usava il corpo per inviare prove di superiorità, dominare l’investigazione, dimostrare controllo.
  • Ed Gein, al contrario, trasformava il corpo in materia rituale, parte di un mondo interiore deformato da ossessione materna, religione distorta e isolamento sociale.

In entrambi i casi, il cadavere non è più un corpo: diventa un messaggio.

Jack: la chirurgia improvvisata del terrore

Londra, 1888. Nebbia, vicoli, lampioni tremolanti.
Jack lo Squartatore non uccideva soltanto: incideva, apriva, esponeva.
La disposizione dei corpi, la precisione delle mutilazioni, la scelta delle aree anatomiche… tutto suggeriva un rituale di potere.

Il messaggio era chiaro:
“Io vedo. Io decido. Io sfido.”

La narrativa gotica dell’epoca, da Stevenson a Wilde, non era distante: raccontava lo stesso conflitto tra identità e ombra, tra normalità e pulsione inconfessabile.

Gein: quando il corpo diventa oggetto

Salto di mezzo secolo e migliaia di chilometri: Wisconsin, 1957.
La casa di Ed Gein non è una scena del crimine, ma un museo dell’ossessione.
Qui il corpo smette di essere messaggio per diventare strumento:
maschere, cinture, coppe, rivestimenti, reliquie.

Non c’è sfida alla polizia.
Non c’è messinscena pubblica.
C’è un uomo che usa il corpo come materia prima per ricostruire la figura della madre e placare una solitudine che ha divorato la sua mente.

In criminologia, questo passaggio è decisivo:
Jack comunica col mondo;
Gein comunica con se stesso.

Due epoche, un’unica domanda: perché?

Narrativa e criminologia si incontrano proprio qui:
nella necessità di capire cosa spinge un essere umano a trasformare un altro essere umano in un testo, un trofeo o un simbolo.

Per Jack, il corpo era un palco.
Per Gein, un altare.
Per entrambi, però, il corpo delle vittime è diventato l’unico linguaggio possibile per esprimere ciò che non poteva essere detto.

E forse per questo, ancora oggi, queste storie ci inquietano più di qualsiasi romanzo:
perché mostrano un male che non parla…
scrive.

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Come venivano scritti davvero i romanzi gotici vittoriani e perché la mia narrativa si fonda su quella struttura


Il gotico vittoriano non è solo un genere: è un’architettura narrativa precisa, riconoscibile, costruita secondo regole che miravano a creare inquietudine sottile, introspezione psicologica e un senso di minaccia che avanzava scena dopo scena.
Oggi molti lettori associano il gotico a cliché, ma nel periodo vittoriano era una macchina narrativa sofisticata, più simile a un ingranaggio d’orologeria che a un semplice stile.

In questo articolo esploriamo come erano scritti davvero i romanzi gotici dell’Ottocento, quali erano le loro strutture interne e perché la mia saga gotica si basa consapevolmente su quelle stesse fondamenta, adattandole alla sensibilità moderna.


1. Struttura a stratificazione: orrore rivelato, mai immediato

I romanzi gotici vittoriani non mostravano subito l’orrore.
Funzionavano per livelli successivi:

  1. Primo strato – la vita quotidiana: la normalità apparente.
  2. Secondo strato – l’inquietudine che filtra: rumori, ombre, presagi.
  3. Terzo strato – la rivelazione parziale: un indizio forte ma non definitivo.
  4. Ultimo strato – il cuore dell’orrore: la verità che sovverte tutto.

Questa progressione si ritrova in opere come Il Giro di Vite, Lo strano caso del Dr. Jekyll e Mr. Hyde e Dracula.

Nei miei romanzi, questo principio è fondamentale: l’orrore non arriva mai improvviso. È un’ombra che cresce, una presenza che si lascia intuire prima di mostrarsi.


2. L’indagine razionale che lentamente fallisce

Il gotico vittoriano amava far scontrare la ragione con l’irrazionale.

Il protagonista inizia sempre da un approccio logico, quasi scientifico.
Poi, scena dopo scena, si trova costretto ad ammettere che la logica da sola non basta.

Questa dinamica è evidente in:

  • Jonathan Harker che cerca di razionalizzare il Castello di Dracula
  • Utterson che indaga su Jekyll con metodo legale
  • I narratori di Henry James che dubitano della propria percezione

Anche nella mia scrittura il personaggio “razionale” (Blackwood, o chi ricopre quel ruolo nelle altre saghe) si confronta con qualcosa che lo supera, senza perdere però il metodo.
La tensione nasce nel punto di frattura tra investigazione e ignoto.


3. Atmosfera sensoriale prima dell’azione

I vittoriani erano maestri dell’atmosfera.
Prima dell’azione, costruivano:

  • odori
  • luci tremolanti
  • passaggi stretti e chiusi
  • case che sembrano respirare
  • nebbia che non è solo nebbia ma un personaggio

L’ambiente anticipa ciò che accadrà.

È uno dei pilastri della mia scrittura: prima di ogni svolta narrativa costruisco uno spazio vivo, un luogo che racconta qualcosa.
Non uso descrizioni immobili: gli ambienti hanno memoria.


4. Personaggi imperfetti, ambigui, segnati

Il gotico vittoriano non amava gli eroi puri.
Preferiva figure:

  • segnate dal passato
  • emotivamente fragili
  • capaci di sbagliare
  • ossessionate dalla verità o dall’ignoto

Da Dorian Gray a Victor Frankenstein, passando per Renfield, l’eroe gotico è un uomo (o una donna) che lotta anche contro sé stesso.

Lo stesso vale nei miei romanzi: nessun protagonista è perfetto.
Blackwood, Monroe, Quinn, tutti portano una crepa che li rende più veri.


5. Capitoli brevi, ritmo crescente, finale che non chiude tutto

La struttura vittoriana aveva un altro tratto distintivo:
il finale raramente era risolutivo al 100%.

Lasciava:

  • una domanda sospesa
  • un dubbio
  • un’ombra che potrebbe tornare

Perché il male, nel gotico, non muore: cambia forma.

Nelle mie opere faccio la stessa scelta: chiudo l’arco narrativo, ma l’atmosfera continua a vibrare, lasciando spazio a nuovi misteri, collegamenti e simboli.


Perché uso ancora oggi la struttura gotica vittoriana?

Perché funziona.
Perché è elegante.
Perché parla al lettore con intelligenza, senza “urlare” l’orrore.
E soprattutto perché permette di costruire:

  • lore profonda
  • personaggi memorabili
  • tensione psicologica autentica
  • mondi narrativi coerenti e ricchi

Il gotico vittoriano non è passato.
È diventato un linguaggio.
Io ho scelto di usarlo come base delle mie saghe, modernizzandolo senza tradirne l’essenza.


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Come creo le immagini e le copertine per i miei libri

Chi pensa che basti “scrivere una frase” in un’app di intelligenza artificiale per ottenere una buona immagine, vive un’illusione. La realtà è molto diversa, soprattutto quando si ha un’estetica ben precisa da rispettare. Nel mio caso, ogni immagine che pubblico è il frutto di una precisa progettazione, di un codice visivo coerente con l’universo narrativo dell’Archivio Blackwood e delle regole grafiche che ho fissato nel tempo: gotico, realistico, atmosferico, senza toni verdi o filtri digitali innaturali. Ogni elemento conta.

La scelta dello stile: gotico Lovecraft, realistico, narrativo

Ogni immagine deve evocare un’atmosfera immersiva. Per i miei romanzi utilizzo uno stile gotico-lovecraftiano, con colori profondi, freddi, desaturati, spesso con elementi di nebbia, fumo, luce fioca, ambientazioni vittoriane (Londra, cripte, biblioteche, strade fangose) e una composizione cinematografica.

Le immagini non devono mai sembrare moderne o digitali. Odio le grafiche plasticose, cartoon, fantasy da videogioco: servono texture invecchiate, ombre naturali, superfici imperfette. Per questo, le app vanno guidate con attenzione chirurgica.

Prompt e linguaggio visuale

Creo ogni immagine a partire da prompt lunghi, dettagliati, scritti in inglese. Esempio:

“Victorian London at night, foggy street, gaslamps, dark shadows, carriages, gothic cathedral in the background, realistic style, old stone buildings, wet cobblestone, no modern elements, 19th century”

Aggiungo sempre specifiche su stile, epoca, atmosfera, palette cromatica, eliminando elementi indesiderati con frasi come: “no green filter, no blur, no cartoon, no text”.

Ogni prompt ha bisogno di almeno 4-5 tentativi per trovare il giusto equilibrio. Spesso correggo manualmente le versioni finali per uniformare luci, ombre, colori o ritoccare dettagli fuori tono.

Le app che uso: dalle AI alle rifiniture

Le piattaforme principali sono:

  • Leonardo AI: molto utile per le composizioni architettoniche e ambientazioni urbane complesse. Va calibrata bene per evitare distorsioni o estetica da fantasy moderno.
  • Midjourney: quando serve più atmosfera che dettaglio. Ottima per scene nebbiose, visioni oniriche, interni gotici.
  • Photoshop / Canva / Snapseed: le uso in fase di ritocco per inserire elementi manuali (come il mio LOGO ufficiale), regolare contrasto e saturazione, rimuovere errori evidenti.

Per le copertine dei libri, le immagini devono essere a 600 DPI se stampate, e in formato 7575×5400 px per Amazon. Controllo ogni dettaglio: allineamento, spaziature, centratura, posizione del logo, eventuali testi (solo se richiesti).

Il LOGO e la coerenza visiva

Ogni immagine ufficiale include il mio logo CB Claudio Bertolotti, in basso a destra. Deve essere coerente con l’immagine, ridimensionato ma ben visibile, senza mai essere invasivo. Serve a garantire l’autenticità delle immagini e costruire una firma visiva forte e riconoscibile.


La verità è che ogni immagine è progettata come una piccola scena narrativa. Deve raccontare qualcosa, evocare un dettaglio del libro, o amplificarne l’estetica. Non è un “contenuto da social”: è parte del mondo dell’Archivio Blackwood. E ogni mondo, per funzionare, ha bisogno di coerenza assoluta tra testo e immagine.

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Cos’è davvero il “Gotico Vittoriano”? Tra nebbie, silenzi e ombre interiori


In molti pensano al gotico vittoriano come a una semplice estetica: edifici decadenti, nebbia, cimiteri, donne in corsetti e uomini in redingote. Ma il cuore di questo genere è molto più profondo, ed è ancora vivo. È un’eco che parla al nostro tempo, fatta di silenzi, paure sotterranee e ossessioni represse.

Nato in un’epoca di contrasti — la Londra industriale, la morale rigida della Regina Vittoria, l’avanzare della scienza contro la fede — il gotico vittoriano si nutre di ciò che non viene detto. Non urla: sussurra. Non mostra: allude. Le sue storie si muovono tra l’invisibile e il sospetto, tra il razionale e il disturbante.

Un romanzo gotico vittoriano non è solo una storia “oscura”. È una lente attraverso cui guardiamo il dolore, la colpa, la follia, la religione e la morte con occhi antichi ma domande attuali. Gli eroi sono spesso ambigui, tormentati, e mai del tutto puri. I luoghi stessi — case abbandonate, strade di periferia, manicomi, archivi nascosti — diventano personaggi a sé, carichi di memoria e presagi.

Oggi, chi scrive gotico vittoriano non sta solo rievocando il passato: sta usando quel linguaggio per parlare al presente. In un mondo che brucia di velocità, esposizione e iperconnessione, tornare al passo lento di un mistero sussurrato nella nebbia è un atto rivoluzionario.

È per questo che continuo a scrivere nel solco del gotico. Perché ogni nebbia contiene un segreto. E ogni ombra, una verità dimenticata.


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La Londra Vittoriana dei miei romanzi: realtà, fantasia e suggestione


Molti lettori mi chiedono quanto ci sia di vero nell’ambientazione dei miei romanzi. La risposta è semplice: tutto… e niente.

Sì, perché la Londra che incontrate tra le pagine dell’Archivio Blackwood nasce da una fusione accurata tra ricostruzione storica e immaginazione gotica. Passeggiare con Edgar Blackwood tra le nebbie di Limehouse, o attraversare i corridoi silenziosi di una casa signorile a Kensington, significa entrare in un mondo dove la documentazione e l’atmosfera si fondono senza soluzione di continuità.

Un tempo sospeso tra 1888 e l’eternità

La mia Londra è quella del 1888, ma non quella da cartolina. È una città che pulsa nel fango, nei vicoli dimenticati, nei sussurri dei quartieri dove la modernità fatica ad avanzare. Dove i lampioni rischiarano più ombre che volti, e il confine tra superstizione e verità è sottile come una lama.

Ogni luogo che descrivo esiste o potrebbe esistere. Ho letto vecchi giornali, mappe, atti ufficiali, ma anche testimonianze popolari, leggende urbane, documenti dell’epoca e lettere personali. Lì dove il documento tace, interviene l’immaginazione.

I luoghi che ritornano

  • Limehouse, con le sue lanterne giallastre, i moli nascosti e le voci confuse nelle bettole.
  • Kensington, elegante ma attraversato da silenzi troppo perfetti.
  • Soho, con il suo cuore doppio: mondano in superficie, inquieto nei sotterranei.
  • E poi le cripte, gli archivi, le chiese sconsacrate e le stanze dove il tempo sembra non passare mai.

Tutto è progettato per costruire un mondo coerente, dove ogni casa, ogni simbolo, ogni rituale ha una sua storia. Una mappa invisibile che si compone libro dopo libro.

Realtà o finzione?

La verità è che ogni elemento nasce da una domanda: e se fosse andata davvero così?
È questa la forza del gotico: prendere la realtà e piegarla fino a farle sussurrare qualcosa di più oscuro, più inquietante… ma anche più profondo.


Se hai letto uno dei miei romanzi, forse ti sei già perso in questa Londra. Se non l’hai ancora fatto… i lampioni sono accesi. Ti aspetto tra le ombre.


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Londra 1888 – 10 fatti reali che sembrano usciti da un romanzo horror


Certe città sembrano fatte per il mistero. Londra, nel 1888, non era soltanto la metropoli più moderna del mondo: era anche un labirinto di fumo, sangue e superstizione. Una città bifronte, dove il progresso e l’oscurità camminavano a braccetto. Ecco dieci fatti storicamente verificati accaduti proprio in quell’anno, ognuno più inquietante del precedente.


1. Jack lo Squartatore firmava con lettere piene di odio

Nel 1888 la polizia ricevette diverse lettere firmate “Jack the Ripper”, ma una in particolare — la celebre “From Hell” — conteneva metà di un rene umano conservato in alcol. Il mittente sosteneva di averlo rimosso da una delle vittime. Non fu mai identificato.


2. I becchini rubavano cadaveri per venderli alle scuole mediche

Nonostante la legge del 1832, il commercio illegale di corpi restava attivo. Nel 1888 fu scoperta una rete sotterranea di “resurrezionisti” che dissotterravano salme fresche nei cimiteri di periferia.


3. L’invenzione dell’illuminazione elettrica fece esplodere l’industria degli specchi spiritici

Molti credevano che le prime lampade elettriche attirassero presenze ultraterrene. In quegli anni nacquero circoli esoterici che usavano specchi anneriti per evocare i morti, tra cui la Società degli Osservatori Notturni.


4. A Whitechapel esisteva davvero un “club del sangue”

Nei registri del 1888 si parla di un gruppo elitario chiamato Red Veil Society, che si riuniva in un bordello dismesso. I rituali prevedevano il consumo simbolico di sangue animale. La stampa lo ignorò, Scotland Yard no.


5. Gli ospedali avevano sale separate per i “posseduti”

Al London Hospital e al Bethlem Royal (il famigerato Bedlam) venivano segregati pazienti con disturbi dissociativi. Nei rapporti clinici, alcuni casi furono descritti come “infestazioni dell’anima”.


6. Un’intera famiglia scomparve a Limehouse senza lasciare traccia

I coniugi Lambert e i loro tre figli svanirono in pieno giorno. La casa fu ritrovata vuota, il tavolo apparecchiato. Nessun segno di effrazione. Nessuna spiegazione. Né allora, né oggi.


7. Una pioggia di vermi colpì Camberwell la notte del 2 novembre

Fenomeno meteorologico documentato: testimoni riferirono che il cielo notturno si oscurò, poi iniziarono a cadere vermi vivi dal nulla. I giornali locali parlarono di punizione divina. I naturalisti non seppero spiegare l’accaduto.


8. Il Club Diogenes non era solo invenzione di Conan Doyle

Una versione reale del “club per misantropi” esisteva davvero. Si trovava a Pall Mall, era frequentato da aristocratici e accademici, e i suoi membri firmavano un patto di silenzio. Letteralmente.


9. Londra aveva una fitta rete di tunnel sotto i cimiteri

In caso di epidemie future, si erano scavati tunnel sotto i camposanti per trasportare cadaveri senza passare in superficie. Alcuni vennero chiusi dopo strani “incidenti” con operai spariti nel nulla.


10. Nel 1888 fu ritrovato un libro rilegato in pelle umana

All’interno della biblioteca privata di un collezionista defunto, la polizia scoprì un tomo rilegato in dermatochiria. Conteneva trattati di stregoneria e annotazioni in latino. Il libro fu sequestrato e mai restituito.


Londra, in quell’anno, sembrava davvero il prologo di un romanzo gotico. Non stupisce che ancora oggi, per molti autori come me, sia la culla naturale dell’orrore.


Hai trovato affascinanti questi fatti storici?
Scrivimi nei commenti quale ti ha inquietato di più… o quale vorresti leggere in un prossimo racconto dell’Archivio Blackwood.


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