IL LINGUAGGIO DEL CRIMINE NEL XIX SECOLO


Come parlavano davvero gli investigatori dell’epoca vittoriana

La Londra della seconda metà dell’Ottocento non era soltanto una città: era un organismo vivo, brulicante, con un proprio sistema nervoso fatto di vicoli, fogne, taverne, stazioni di polizia, obitori e tribunali. Il crimine scorreva come un sangue scuro sotto le sue strade, e ogni mestiere – dal medico legale al sergente di pattuglia – aveva un linguaggio preciso, a volte tecnico, a volte pittoresco, nato per descrivere l’orrore con esattezza o per renderlo sopportabile.

Per chi scrive narrativa gotica ambientata in quell’epoca, conoscere quel lessico significa restituire autenticità al mondo e far respirare la pagina come se davvero provenisse da un registro d’archivio.

In questo articolo esploriamo proprio quel linguaggio: ruvido, diretto, spesso oscuro. Il modo in cui i vittoriani raccontavano il crimine dice molto più di quanto sembri.


LA STRADA AVEVA UNA SUA VOCE

Gli ispettori non parlavano mai di “quartieri difficili”. Usavano espressioni più taglienti:

  • Rookery, covo criminale, labirinto di case pericolose.
  • Doss-house, dormitorio miserabile dove si nascondevano ladri e reietti.
  • Gin alley, vicolo degenerato dove alcol e violenza si mescolavano.

Dire “il corpo fu trovato in un rookery” non suggeriva solo un luogo malfamato: evocava un ecosistema di miseria, dove la polizia entrava con riluttanza e spesso in gruppo.

La topografia del crimine era un idioma geografico: i vicoli di Whitechapel erano soprannominati la ragnatela, Limehouse la gola del fumo, mentre certi ponti del Tamigi erano chiamati le soglie del buio per la quantità di corpi recuperati al mattino.


UN LESSICO CLINICO PRIMA DELLA SCIENZA

Le scienze forensi erano ancora primitive, eppure già allora esisteva un vocabolario semi-tecnico che ritorna spesso nei documenti dell’epoca.

  • Lividity (o post-mortem staining), la macchia violacea della morte.
  • Incised wound, ferita da taglio netta.
  • Contused wound, ferita da urto o schiacciamento.
  • Rigor, irrigidimento, osservato con attenzione dagli ispettori più scrupolosi.

Per un detective vittoriano, saper descrivere un corpo era anche una questione di status professionale: il suo rapporto ufficiale sarebbe passato sulla scrivania di un magistrato, e il tono non poteva essere né emotivo né vago.

Anche i medici parlavano una lingua loro: chiamavano i cadaveri subjects, non persone, e definivano le ferite “clean, ragged, hesitating”, come se il coltello avesse una psicologia.


LE PAROLE NON DETTE

La società vittoriana era pudica, e il crimine spesso veniva descritto con un velo di indirettezza.

  • Una donna strangolata poteva diventare “found in distressing circumstances”.
  • Un suicidio non si chiamava quasi mai suicidio: era “self-deliverance” o “felo de se”.
  • Una mutilazione intima veniva ridotta a “injuries of private nature”.

Questo modo di parlare non serviva solo a proteggere il pubblico: aiutava gli stessi investigatori a mantenere distanza emotiva quando il caso diventava insostenibile.


LA POLIZIA E GLI SLANG DI SOTTOCULTURA

La polizia, soprattutto nei distretti più duri come Whitechapel, aveva sviluppato un gergo sporco e immediato. Alcuni termini usati all’epoca:

  • Bludgeoner, aggressore armato di mazza o oggetto contundente.
  • Cutter, sospetto che portava coltelli, spesso macellai o pellicciai.
  • Weeper, ladro di borsellini nei mercati.
  • Peeler, soprannome informale del poliziotto, in omaggio (o scherno) a Sir Robert Peel.

Esistevano poi espressioni codificate tra gli agenti:
“The nightwatch will talk” – ciò che non si vedeva, qualcuno lo aveva comunque sentito.
“The river keeps its secrets” – se il Tamigi prendeva un corpo, il caso spesso finiva lì.


IL VALORE DELLA PAROLA NEI RAPPORTI UFFICIALI

In un’epoca senza fotografie forensi e senza impronte digitali, il linguaggio aveva un peso decisivo nelle indagini. Ogni aggettivo, ogni dettaglio, poteva essere la chiave per collegare un caso a un altro.

I rapporti dell’epoca usavano formule ricorrenti:

  • “No apparent struggle”, l’assalitore era noto alla vittima.
  • “Body disposed with deliberation”, l’omicida aveva conoscenze anatomiche.
  • “Clothing arranged post-mortem”, segno di ritualità o messinscena.

Erano frasi che guidavano non solo l’inchiesta, ma anche l’immaginazione collettiva. Gli articoli dei giornali le riprendevano, amplificandole fino a trasformarle in leggende.


UN LESSICO CHE CONTINUA A VIVERE NELLA NARRATIVA GOTICA

Gran parte del fascino della narrativa vittoriana nasce proprio da questo linguaggio: preciso ma allusivo, tecnico ma impregnato di superstizione. È un modo di descrivere il male che non punta al sensazionalismo, ma alla lucidità.

Usarlo oggi significa rendere credibile un mondo lontano, ricostruire la Londra del 1888 non come un palcoscenico, ma come una città vera, con la sua voce e il suo orrore quotidiano.

E, soprattutto, significa dare ai lettori quel brivido sottile di autenticità che separa la narrativa gotica dalla semplice imitazione.


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Perché certe storie ci attirano? La neuroscienza della paura


Ci sono figure che rimangono impresse nella memoria collettiva più di altre.
Mostri reali come Ed Gein, o creature immaginarie nate nei romanzi gotici, sembrano esercitare un richiamo oscuro: inquietano, affascinano, respingono e attirano allo stesso tempo.
Non è semplice morbosa curiosità. La risposta viene direttamente dal funzionamento del nostro cervello.

La paura è una delle emozioni più antiche dell’uomo. Nasce nell’amigdala, un nucleo grande quanto una mandorla che lavora come un radar costante: scandaglia ciò che vediamo, leggiamo o ascoltiamo alla ricerca di segnali di pericolo. Quando li trova, scatena una tempesta elettrica che coinvolge tutto il corpo: aumenta il battito, si stringono i muscoli, cambia la respirazione.
È la nostra “firma biologica” dell’attenzione.

Eppure, quello che ci sorprende è che il cervello non distingue sempre tra una minaccia reale e una raccontata.
Un libro, un film o un’inchiesta su un caso criminale attivano le stesse aree che useremmo davanti a un vero pericolo, ma senza metterci davvero a rischio.
In altre parole, la narrativa della paura ci permette di vivere un brivido controllato.
È un laboratorio emotivo: proviamo, sperimentiamo, e poi torniamo al sicuro.

C’è poi un secondo livello, più profondo.
Le storie che parlano di ciò che non capiamo – mostri, serial killer, misteri irrisolti – funzionano come specchi distorti: ci obbligano a guardarci dentro, a misurare i nostri confini, a chiedere a noi stessi fino a che punto siamo davvero diversi dal “mostro”. La fascinazione non nasce dalla violenza in sé, ma dal tentativo di comprendere ciò che ci spaventa.
Ed è proprio questo a rendere la paura un meccanismo di crescita: ogni volta che la attraversiamo, ne usciamo diversi.

Per questo continuiamo a leggere storie cupe, casi irrisolti, vicende vere che hanno lasciato un’impronta nella storia.
È un gioco antico quanto l’umanità: osservare l’ombra per capirci meglio alla luce.

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Il mostro dentro l’uomo: quando l’orrore non è soprannaturale

L’immaginario collettivo è pieno di creature impossibili: demoni, entità, fantasmi, presenze che emergono dal buio di qualche luogo dimenticato. Ma la verità, quella che disturba davvero, è molto più semplice e molto più vicina: il peggiore dei mostri non arriva dall’esterno.
Nasce dentro l’uomo.

È un concetto che destabilizza perché toglie distanza. A differenza del soprannaturale, che possiamo confinare nella fantasia, l’orrore umano ha un volto, un passato, una logica deformata che sfugge ma non scompare. Il male creato dalla mente umana non è spettacolare, non è epico: è intimo.
Ed è proprio questo a renderlo inquietante.

L’uomo può deviare.
Può piegare l’affetto in ossessione, la solitudine in rituale, il dolore in culto.
Può trasformare ciò che dovrebbe essere quotidiano in qualcosa che non riconosciamo più.
Questo tipo di orrore non ha bisogno di magie o creature delle leggende. Vive nei dettagli: una stanza spoglia, un oggetto fuori posto, un silenzio troppo lungo, un gesto ripetuto fino a diventare rituale. Lì nasce la distorsione.

Le storie che si basano su fatti reali — o che esplorano il lato psicologico dell’oscurità — fanno paura perché ci costringono a guardarci allo specchio. Non mostrano l’innaturale: mostrano il possibile.
Ci ricordano che la linea che separa l’equilibrio dallo squilibrio è più fragile di quanto vorremmo ammettere.
E che una mente umana, sotto pressione, può costruire mondi propri, convinzioni proprie, realtà alternative che diventano tempeste interiori pronte a traboccare.

Ciò che spaventa non è l’ignoto.
È il riconoscibile.

È quell’ombra familiare che assume una forma diversa quando la osserviamo più da vicino.
È il pensiero che, in fondo, l’abisso non è così distante dalla superficie della normalità.

Questo è il cuore dell’orrore umano: non l’eccezione, ma la possibilità.
E ogni volta che leggiamo — o scriviamo — una storia che affonda in questa dimensione, ciò che ci colpisce davvero non è il mostro…
ma ciò che rivela di noi, delle nostre fragilità, delle nostre paure, dei labirinti invisibili che tutti portiamo dentro.

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L’Egitto oscuro: simboli, maledizioni e musei

Ci sono culture che affascinano per la loro grandezza, altre per il loro mistero. L’antico Egitto riesce a fare entrambe le cose contemporaneamente: impone rispetto, incanta e inquieta.
Non per le “maledizioni” che il cinema ha trasformato in formula narrativa, ma per il peso simbolico che ogni oggetto, ogni incisione, ogni statua porta con sé. È un mondo che ha costruito il proprio linguaggio sull’oscurità e sulla luce, sulla vita e sulla morte, trasformando il sacro in un sistema complesso di significati che arriva fino a noi con sorprendente nitidezza.

Entrare nella Sala Egizia del British Museum — o in qualsiasi collezione dedicata — significa attraversare una soglia. Non è solo un’esposizione di reperti: è una forma di dialogo con una civiltà che ha reso la morte parte integrante della vita.
Ogni sarcofago, ogni amuleto con gli occhi di Horus, ogni statuetta funeraria non è un semplice oggetto antico. È un frammento di un sistema simbolico costruito per proteggere, per guidare, per minacciare o rassicurare.
E l’effetto, per chi osserva, è immediato: un silenzio che sembra custodire qualcosa di più grande.

Spesso si parla di “maledizione del faraone” come leggenda popolare, ma ciò che davvero colpisce è altro.
Gli antichi egizi non temevano i morti: temevano l’oblio.
Temevano di perdere il nome, il volto, il ricordo.
Per questo ogni tomba è una dichiarazione d’identità, un talismano narrativo contro l’evanescenza.

A livello narrativo, i simboli egizi funzionano perché uniscono due piani:
la concretezza della storia e il magnetismo dell’ignoto.
Un occhio inciso nella pietra non è mai solo un occhio: è un avvertimento, una sorveglianza, un frammento di coscienza trascinato attraverso i secoli.
Un colosso funerario non è una statua: è un guardiano.
E quando lo si osserva da vicino, anche in un museo illuminato a giorno, l’impressione è identica: qualcosa continua a vegliare.

Questo è il potere dell’antico Egitto.
Non è il mostro, non è la maledizione, non è la leggenda.
È la sensazione di essere osservati da un tempo che non ci appartiene.
Un tempo che non abbiamo più gli strumenti per comprendere, ma che continua a parlarci — in silenzio — attraverso pietra, colore e ombra.

Il fascino dell’Egitto oscuro nasce precisamente da qui:
dal suo modo di rendere eterno ciò che altrove sarebbe scomparso.
E questa eternità, quando la si avverte da vicino, fa sempre un po’ paura.


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IL MIO RAPPORTO CON LA PAURA


…e con chi dice che non bisogna scrivere horror

C’è sempre qualcuno — lettore, critico, autore da salotto — che prima o poi te lo dice:
“Perché scrivi horror? Perché non scrivi qualcosa di più utile, più vero, più positivo?”

A volte lo dicono con tono preoccupato, come se temessero che chi esplora le ombre abbia qualcosa di rotto dentro. Altre volte lo fanno con una punta di superiorità, come se il gotico fosse una nicchia di serie B, un esercizio estetico per gente ossessionata dal macabro.

La verità è un’altra.
Io scrivo horror perché ho paura.
E la paura, per chi scrive, è una porta. Una lama sottile che separa il reale dal possibile, il mondo visibile da quello che scorre sotto. Raccontare la paura — soprattutto quella che non si può spiegare con una diagnosi o un referto — è un atto profondamente umano.

Non scrivo per spaventare. Scrivo per esplorare.

Non c’è un solo rigo nei miei libri che voglia “piacere al pubblico horror”.
Io non scrivo di mostri. Scrivo di uomini che si scontrano con ciò che non dovrebbe esistere.
Scrivo di orfanotrofi che conservano echi, di Bibbie con pagine cucite, di sacerdoti che smettono di credere, di ispettori che trovano nei vicoli più fango che prove.

Lo faccio perché l’orrore è uno specchio.
E in questo specchio, non vedo solo finzione: vedo le crepe della nostra realtà. Vedo il bisogno disperato dell’essere umano di trovare un senso, anche quando tutto crolla.

L’horror non è un trucco narrativo. È una forma di verità.

Chi dice che il gotico sia un genere “superato” non ha mai camminato davvero per Limehouse con la nebbia nelle ossa.
Chi riduce l’horror a cliché non ha mai letto i sussurri nei corridoi vuoti di un ospedale psichiatrico chiuso da trent’anni.

Il gotico non è passato.
È una lente con cui leggere il presente, un linguaggio fatto di simboli, architetture mentali e ombre che raccontano meglio di mille cronache.

Scrivere horror, oggi, è ancora più urgente.
Perché viviamo in un mondo che anestetizza il terrore con la cronaca nera e le breaking news, senza più lasciare spazio alla riflessione, al rituale, al sacro. Scrivere gotico, per me, è un atto di resistenza.

In fondo, il Male non chiede di essere capito. Chiede di essere riconosciuto.

E il compito di uno scrittore — almeno per come lo intendo io — non è offrire soluzioni.
È porre domande che inquietano.
E poi lasciare che sia il lettore, nella nebbia, a scegliere da che parte camminare.


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“Show, don’t tell” – Come usare i sensi per evocare invece di spiegare


Uno degli errori più frequenti nei testi degli autori emergenti è quello di raccontare troppo e mostrare poco. Non per inesperienza, ma per una forma di insicurezza: si ha paura che il lettore non capisca. E così si spiega tutto. Il risultato? Una narrazione piatta, poco immersiva, dove il lettore assiste passivamente invece di vivere la storia.

La regola d’oro è: “Show, don’t tell”. Ma cosa significa davvero?

Raccontare è dire:

“Era nervoso.”

Mostrare è evocare:

“Tamburellava le dita sul tavolo, evitando di incrociare lo sguardo di chiunque.”

Nella prima frase l’autore ci dà una diagnosi. Nella seconda, ci costringe a osservare, a entrare nella scena, a dedurre lo stato d’animo.

La chiave? I sensi.

Il lettore va guidato con suggestioni sensoriali, non con etichette. Vuoi mostrare la paura? Descrivi le mani fredde, il respiro corto, l’odore della muffa che sembra più intenso, l’orologio che ticchetta troppo forte nel silenzio.

La mente visualizza ciò che tocca, ascolta, odora, vede e assapora.
La scrittura efficace non dice: “La stanza era inquietante.”
Dice: “La carta da parati si staccava a strisce, mostrando chiazze scure come lividi. Un odore metallico stagnava nell’aria.”

Allenare lo “show” nella scrittura

  • Sostituisci aggettivi con dettagli: non “vecchia casa”, ma “travi annerite e finestre sbarrate”.
  • Evita di dire le emozioni: mostrale attraverso reazioni fisiche, gesti, silenzi.
  • Non abusare dei dialoghi esplicativi: lascia che siano le pause, i non detti e gli sguardi a parlare.
  • Evita i verbi di pensiero (sentiva, pensava, capiva) se puoi mostrarne le conseguenze.

In conclusione

“Show, don’t tell” non è una regola assoluta, ma uno strumento. E come ogni strumento, va usato con intelligenza. Talvolta dire è più efficace. Ma saper mostrare è ciò che distingue una penna scolastica da una penna narrativa.


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Il confine tra verità storica e licenza narrativa


Quando si scrive partendo da fatti realmente accaduti – come nel caso dei miei saggi narrativi su Ed Gein, Lizzie Borden o i casi dimenticati dell’Inghilterra vittoriana – si cammina su una linea sottile: quella che separa la verità storica dalla necessità narrativa.
Una linea che può diventare lama, se non si maneggia con attenzione.

La verità: punto di partenza, non di arrivo

La Storia ci offre frammenti: atti processuali, testimonianze, articoli di giornale, verbali lacunosi, dettagli clinici. Ma non sempre ci racconta tutto. Non ci dice cosa provava un assassino nel silenzio della sua stanza, né quali parole non dette hanno cambiato il corso di una confessione.
È qui che interviene lo scrittore.

Quando affronto un personaggio storico come Ed Gein, parto da ciò che è verificabile: date, perizie, cronache. Ma dove la documentazione tace – ed è inevitabile che accada – scelgo di evocare, non di inventare. Creo verosimiglianza, non finzione pura.

Verosimile non significa falso

Un lettore attento percepisce la differenza tra chi inventa una scena per spettacolarizzare e chi invece costruisce un ponte narrativo dove le fonti non arrivano. Ad esempio, se riporto un dialogo tra Ed Gein e un investigatore, non lo sto “inventando”: sto traducendo in forma narrativa ciò che il contesto suggerisce, le emozioni ricostruite, la tensione psicologica reale.
La finzione, in questi casi, è uno strumento di comprensione, non una bugia.

Licenza narrativa: quando è legittima?

La licenza narrativa diventa legittima solo quando non altera i fatti storici fondamentali.
Non cambierei mai una data di omicidio, non inventerei mai un crimine non accaduto, né attribuirei a un personaggio reale parole che stravolgano il senso del suo vissuto.

Tuttavia, posso scegliere di ambientare una scena in una stanza vuota e silenziosa anche se il verbale non la descrive. Posso usare immagini, suoni, atmosfere, per far emergere una verità emotiva che i documenti non sanno raccontare. È questa la forza della narrazione storica fatta con rispetto.

Perché scrivo così?

Perché credo che la memoria vada tramandata, non archiviata.
Perché un lettore, leggendo Il Culto della Madre o i miei racconti gotici ambientati nel 1888, deve sentire l’odore del tempo, il peso delle decisioni, il sussurro delle parole non dette.

E anche perché il mio compito non è giudicare, ma riportare alla luce. Con rispetto, profondità, e – quando necessario – con la delicatezza dell’immaginazione.


Vuoi scoprire come ho trasformato i verbali autentici del caso Ed Gein in una narrazione che non dimentica le vittime ma interroga chi legge?
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L’orrore del silenzio: cosa ci dice la casa di Ed Gein su di lui


Nel cuore rurale del Wisconsin, tra i campi ghiacciati di Plainfield, sorgeva una delle case più sinistramente celebri della storia americana. Non era un castello gotico, né una villa vittoriana infestata. Era una fattoria ordinaria, isolata, silenziosa. Eppure, al suo interno, il tempo si era fermato. Come un mausoleo, come un altare.
Era la casa di Ed Gein.

Le stanze chiuse: una madre che non muore mai

Dopo la morte di Augusta Gein, sua madre, Ed chiuse a chiave intere sezioni della casa: le stanze dove lei dormiva, leggeva la Bibbia, cucinava. Nessuno doveva toccarle. Nessuno doveva profanare quel tempio privato. Polvere, muffa, e un silenzio teso come una messa non celebrata. Il resto dell’abitazione invece divenne un cimitero vivo: resti umani trasformati in oggetti, pareti macchiate, odore di decomposizione e ammoniaca.

Non fu solo un gesto ossessivo: fu un tentativo di sospendere il lutto, di fermare la morte. Mummificare lo spazio per mummificare la madre.

La pelle come coperta: manipolare l’identità

All’interno della casa furono trovati oggetti che sfiorano il simbolico e sprofondano nell’indicibile: maschere di pelle umana, sedie rivestite di derma, ciotole ricavate da crani, labbra cucite su tende. Ogni oggetto parlava un linguaggio segreto, ancestrale.
Ed Gein non voleva solo uccidere. Voleva diventare qualcosa. Voleva indossare l’identità perduta della madre.
Un desiderio arcaico e cannibalico: non un travestitismo sessuale, ma un travestimento psichico.

Il linguaggio dell’orrore domestico

Tutto in quella casa urlava, ma nel più assoluto silenzio. Non vi erano scritte, né manifesti, né simboli esoterici. Solo oggetti.
Ogni oggetto aveva un posto preciso, come nel rituale di una liturgia. Ogni frammento umano sembrava non gettato a caso, ma disposto con devozione.
La casa divenne così un corpo, e Ed Gein il suo sacerdote.

Una domanda finale

Non c’è bisogno di inventare mostri quando l’orrore abita la casa accanto.
La vera domanda è: quanto silenzio possiamo sopportare prima che qualcosa si spezzi?


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Come scrivere in modo immersivo: atmosfere, dettagli sensoriali e costruzione del mondo


Una buona trama è ciò che spinge il lettore a voltare pagina.
Ma è l’atmosfera a farlo rimanere.

La scrittura immersiva è ciò che distingue un testo leggibile da un romanzo che lascia il segno. È l’arte di evocare un mondo con parole precise, suggestioni sensoriali e coerenza interna. Non si tratta solo di “descrivere”, ma di costruire un’esperienza in cui il lettore dimentica di star leggendo.

1. Atmosfera prima della scena

Ogni scena dovrebbe avere una tonalità emotiva ben precisa prima ancora di cominciare: inquietudine, sacralità, nostalgia, tensione.
Chiediti: che sensazione voglio far provare al lettore prima ancora che succeda qualcosa?
L’atmosfera guida la scelta dei verbi, dei dettagli, dei colori, persino del ritmo della frase.

Nella mia saga “L’Archivio Blackwood”, una nebbia che non si dirada mai non è solo ambientazione: è un simbolo persistente del non detto, dell’occulto che circonda ogni indagine.


2. La regola dei 3 sensi

Ogni scena immersiva dovrebbe toccare almeno tre sensi, anche senza farlo esplicitamente.
Oltre a ciò che si vede, il lettore deve sentire, annusare, tremare, inorridire, avere sete o fame, tastare la pietra fredda sotto le dita.

Un corridoio buio non è solo buio:

  • l’aria sa di umido e di ruggine,
  • il pavimento cede a ogni passo,
  • in fondo si sente un singhiozzo trattenuto.

Questi piccoli indizi creano immersione senza spiegare nulla.


3. La costruzione del mondo è invisibile

Il “mondo” in cui si muove la tua storia non deve essere spiegato, ma assorbito.
Più riesci a mostrare la quotidianità del tuo universo narrativo, meno il lettore sentirà il bisogno di un manuale d’istruzioni.
Anche se scrivi una saga gotica nel 1888, non devi ogni volta dire “all’epoca non c’era la luce elettrica”: lo fai capire con una candela spenta, un fiammifero tremante e una finestra chiusa per non far entrare il gelo.

Ogni dettaglio deve servire alla storia e al mondo.
Una frase non è mai solo decorativa, se costruita con attenzione.


4. Ritmo e immersione: un equilibrio delicato

L’immersione non deve rallentare la narrazione.
Il segreto è dosare: descrivi come se stessi zoomando, partendo da una sensazione generale fino a un dettaglio specifico, poi subito torni alla narrazione.

Esempio:

La stanza odorava di legno antico e spezie. C’erano quaderni sparsi sul tavolo, ma uno solo era ancora aperto. Sopra, un nome inciso con la punta di una lama: Blackwood.


Scrivere in modo immersivo è una scelta precisa, fatta di disciplina e ascolto.
Non si tratta di scrivere di più, ma di scrivere meglio, sapendo che ogni parola può costruire un mondo.

È questo il tipo di scrittura che cerco nei miei libri.
Ed è questo che insegno anche nei miei corsi, manuali e servizi editoriali.

Se vuoi scoprire di più, esplora i miei progetti.


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Perché non credo nelle Case Editrici a pagamento


Il mondo editoriale italiano è un territorio complesso, pieno di sfumature e zone grigie. Negli ultimi anni, sempre più autori e autrici che incontro mi raccontano la stessa esperienza: una Casa Editrice risponde entusiasta al manoscritto… ma aggiunge una richiesta economica per procedere. È qui che inizia il mio personale punto di vista, maturato negli anni e con diversi contratti editoriali alle spalle.

Non ho mai avuto pregiudizi verso nessuno, ma ho imparato a riconoscere certe dinamiche. E oggi posso dirlo con serenità: non sono favorevole alle Case Editrici a pagamento.


1. Quando l’autore paga, il rischio sparisce

L’editoria tradizionale funziona così:
la CE investe su un testo perché ci crede.
Se il libro vende, guadagnano entrambi. Se non vende, è l’editore ad assumersi il rischio, non l’autore.

Nelle CE a pagamento, invece, questo principio fondamentale crolla.

L’autore paga per pubblicare, la CE incassa a prescindere, il rischio di mercato non esiste.

E quando non esiste rischio, svanisce anche la vera selezione editoriale. A quel punto, la CE non deve più scegliere il “miglior libro”, ma semplicemente un libro che accetti di finanziare la pubblicazione.


2. Un libro accettato solo perché “paga”

non è un libro creduto davvero

Una CE che seleziona senza rischio d’impresa è una CE che spesso si limita a “prendere tutto”, purché arrivi l’assegno.
La qualità del testo, la storia, lo stile, la struttura… finiscono in secondo piano.

L’autore, però, vive l’esperienza esattamente al contrario:
pensa di essere stato scelto per la qualità.
In realtà, è stato scelto per il preventivo.

Questa è la prima grande illusione che voglio evitare a me stesso e a chi mi segue.


3. Il valore dell’editing professionale

Una CE tradizionale investe tempo, editor, impaginatori, grafici, ufficio stampa.
L’autore non paga per questo: lo riceve perché l’editore ha deciso che il libro lo merita.

Nelle CE a pagamento spesso l’editing è minimo, o inesistente, o venduto come “extra”.
E soprattutto non c’è alcun reale incentivo a farlo bene, perché gli incassi arrivano comunque.


4. La distribuzione non è quella che sembra

Molte CE a pagamento promettono “distribuzione nazionale”.
La realtà?
Spesso significa solo la possibilità di ordinare il libro su richiesta, non la reale presenza in libreria.

Un libro che entra davvero nelle librerie fisiche richiede un lavoro editoriale, promozionale e commerciale che nessuna CE senza rischio d’impresa può sostenere davvero.


5. Il rispetto del lettore e dell’autore

Credo profondamente che il lettore meriti libri selezionati per qualità, non per disponibilità economica dell’autore.
E credo che gli autori meritino un percorso onesto, trasparente, basato sul merito.

Pubblicare deve essere un atto di coraggio, certo.
Ma non dovrebbe mai essere un atto di pagamento.


6. La mia scelta: meritocrazia e professionalità

Negli ultimi mesi ho avuto la fortuna di firmare tre contratti editoriali importanti:

  • Bookabook
  • Saga Edizioni
  • Delos Digital

Ognuna di queste realtà ha scelto i miei testi per valore, non per un preventivo.
Nessuna ha chiesto contributi economici.
Nessuna ha promesso miracoli.
Tutte hanno fatto ciò che un editore serio fa: valutano, selezionano, investono.


In conclusione

Le CE a pagamento non sono “il male”, e non voglio demonizzare nessuno.
Ma non sono un modello in cui credo.
Preferisco un percorso più lento, più difficile, ma basato sul merito:
dove un libro viene scelto perché vale, e non perché l’autore può permettersi di finanziare la pubblicazione.

L’editoria è un’arte, non un tariffario.

E chi scrive merita verità, non illusioni.