Il gotico è un genere politico

(anche quando non sembra)

Il gotico viene spesso letto come un genere dell’eccesso:
ombre, misteri, presenze inquietanti, atmosfere cupe.

Ma sotto la superficie estetica, il gotico è sempre stato profondamente politico.
Non perché parli di partiti o ideologie,
ma perché mette in scena il potere quando smette di mostrarsi apertamente.

Il gotico non accusa le persone.
Accusa le strutture.


Autorità invisibili

Nel gotico, il potere raramente ha un volto chiaro.

Non è quasi mai il tiranno dichiarato.
È qualcosa di più disturbante:

un’istituzione che “ha sempre funzionato così”
una tradizione che nessuno ricorda più di aver scelto
una regola che non viene mai messa in discussione

L’autorità gotica non ordina.
Presuppone.

Ed è proprio questa invisibilità a renderla pervasiva.


Il potere che non si nomina

Una delle caratteristiche più inquietanti del gotico è che il potere non ha bisogno di essere dichiarato.

Non c’è un manifesto.
Non c’è una legge esplicita.
Non c’è quasi mai un colpevole unico.

C’è un sistema che agisce per inerzia.

Quando nessuno riesce a dire chi comanda,
significa che il comando è ovunque.

Il gotico non mostra il potere mentre colpisce.
Lo mostra dopo, quando è già stato interiorizzato.


Colpa collettiva, non individuale

Il gotico diffida del colpevole singolo.

Le storie gotiche più efficaci non ruotano attorno a un “cattivo” isolato,
ma a una responsabilità diffusa.

Tutti hanno visto qualcosa.
Tutti hanno taciuto.
Tutti hanno accettato una piccola stortura, un compromesso, una regola non detta.

La colpa non è spettacolare.
È condivisa.

Ed è proprio questa dimensione collettiva a rendere il gotico così scomodo.


Perché il gotico non è morale

Il gotico non giudica.
Non assolve.
Non offre soluzioni rassicuranti.

Mostra.

Mostra cosa succede quando una struttura continua a esistere anche dopo aver perso il suo senso.
Quando l’obbedienza sopravvive alla ragione.
Quando il silenzio diventa una forma di consenso.

Il gotico non dice: questa persona è malvagia.
Dice: questo sistema rende il male possibile.


Strutture che producono mostri

Nel gotico, il mostro non è quasi mai un’anomalia.

È un prodotto.

Prodotto di una famiglia.
Di un’istituzione.
Di una comunità che ha scelto la stabilità al posto della verità.

Per questo il gotico è una critica radicale:
non cerca l’eccezione, ma la regola che genera l’eccezione.


Un genere ancora necessario

Il gotico continua a funzionare perché parla esattamente del nostro tempo.

Di poteri opachi.
Di responsabilità diluite.
Di sistemi che nessuno controlla davvero, ma che tutti alimentano.

Non offre conforto.
Offre consapevolezza.

E questa, politicamente, è sempre una posizione scomoda.


Approfondimento narrativo

Questa lettura del gotico come critica delle strutture è al centro della saga L’Archivio Blackwood, dove il male non nasce da individui isolati, ma da sistemi che funzionano troppo a lungo senza essere messi in discussione.

L’ARCHIVIO BLACKWOOD – VOLUME III


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Il gotico come letteratura del sospetto

Nulla è apertamente sbagliato, ma tutto è leggermente fuori posto.

Il gotico non funziona perché mostra l’orrore.
Funziona perché instilla il dubbio.

In una storia gotica ben costruita, raramente qualcosa è esplicitamente sbagliato.
Le porte sono chiuse, ma non sprangate.
Le persone parlano in modo corretto, ma con un tempo leggermente sfalsato.
Gli ambienti sono ordinari, e proprio per questo inquietanti.

Il gotico non grida mai “attenzione”.
Sussurra: guarda meglio.


Il sospetto come motore narrativo

Il sospetto è una forma di intelligenza narrativa.
Non nasce da una prova, ma da una discrepanza.

Qualcosa non torna, ma non si riesce a dire cosa.
Ed è in quel vuoto che il lettore inizia a lavorare.

Il gotico non chiede fiducia.
Chiede attenzione.

Ogni dettaglio diventa potenzialmente significativo.
Ogni gesto neutro potrebbe non esserlo.
Ogni silenzio pesa più di una rivelazione.


Nulla è sbagliato. Ed è questo il problema.

Nel gotico autentico non c’è quasi mai una frattura immediata.
C’è una normalità che resiste troppo bene.

Le regole funzionano.
Le istituzioni esistono.
Le famiglie sembrano stabili.

Ma qualcosa è leggermente disallineato.
E nessuno lo nomina.

Il sospetto nasce quando il lettore capisce che quella normalità non è sana,
ma abitata.


Il lettore come investigatore emotivo

Il gotico non trasforma il lettore in un detective logico.
Lo trasforma in un investigatore emotivo.

Non deve scoprire chi ha fatto qualcosa.
Deve capire perché quel mondo permette che accada.

Il lettore osserva, confronta, sente.
Si accorge di ciò che manca prima ancora di sapere cosa succederà.

E questa partecipazione attiva è il cuore del genere.

Il gotico non intrattiene.
Coinvolge.


Perché il sospetto è più potente della paura

La paura è una reazione.
Il sospetto è una condizione.

La paura passa.
Il sospetto resta.

Un buon racconto gotico non si chiude con l’ultima pagina.
Continua a lavorare nella mente del lettore,
che ripensa a una frase, a un gesto, a un ambiente.

Il male non è esploso.
Ma è stato riconosciuto.


Gotico, indagine e verità parziali

Per questo il gotico è così vicino all’indagine, al mystery, al true crime analitico.
Non cerca la verità totale.
Accetta la verità incompleta.

Il sospetto non vuole certezze.
Vuole coerenza interna.

E quando quella coerenza inizia a scricchiolare,
il lettore sa che sta guardando nel punto giusto.


Una letteratura che non rassicura

Il gotico non offre soluzioni chiare.
Non assegna colpe in modo netto.
Non promette salvezza.

Lascia il lettore con una consapevolezza scomoda:
che il male non è sempre evidente,
e che spesso cresce proprio dove nessuno sospetta nulla.

Ed è per questo che il gotico continua a essere necessario.


Approfondimento narrativo

Questa idea di gotico come indagine del sospetto è alla base della saga L’Archivio Blackwood, dove nulla è apertamente sbagliato, ma ogni dettaglio chiede di essere osservato con attenzione.

L’ARCHIVIO BLACKWOOD – VOLUME III


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La stanza dove nessuno entra mai

In ogni casa esiste una stanza dove nessuno entra mai.
Non è chiusa a chiave. Non è proibita. Non è pericolosa, almeno in apparenza.

È semplicemente lì.

La porta resta accostata. Non spalancata, non chiusa. Quel tanto che basta per suggerire che non sia il caso. Dentro, l’aria è più ferma. Non fredda: immobile. Come se il tempo avesse deciso di rallentare proprio lì, di accumularsi negli angoli, negli oggetti che non servono più ma non vengono mai buttati.

Nessuno ricorda esattamente cosa ci sia dentro.
Eppure tutti lo sanno.

Una sedia che non si usa.
Un armadio che non si apre.
Una scatola che non si sposta.

La stanza non fa nulla. Non chiama, non minaccia. Aspetta.
E questa è la cosa peggiore.

Quando qualcuno passa davanti a quella porta, abbassa la voce senza accorgersene.
Quando la casa è silenziosa, il silenzio sembra arrivare da lì.

Non è una stanza dell’orrore.
È una stanza dell’assenza.


Analisi: perché quella stanza funziona così bene

La stanza dove nessuno entra mai è uno degli strumenti narrativi più potenti dell’horror e del gotico, proprio perché non agisce.

Non succede niente lì dentro.
Ed è questo che la rende inquietante.

Dal punto di vista psicologico e narrativo, quella stanza rappresenta tre elementi fondamentali:

1. Il non elaborato
È lo spazio del rimosso. Ciò che non si affronta, non si nomina, non si guarda.
In una storia, equivale a un trauma irrisolto, a una colpa mai detta, a un evento che tutti conoscono ma che nessuno commenta.

2. Il tempo congelato
Quella stanza non evolve. È ferma.
Nel racconto, questo crea un contrasto potentissimo con il resto della casa (o della vita): tutto cambia, tranne lì. E il lettore lo percepisce come una minaccia latente.

3. L’illusione del controllo
Finché la porta resta chiusa, i personaggi credono di avere il controllo.
Ma il lettore sa che prima o poi qualcuno entrerà. E quando accadrà, non sarà per curiosità, ma per necessità.

Narrativamente, questa stanza funziona perché non spiega nulla.
Non fornisce informazioni, non chiarisce. Accumula tensione.

È un promemoria silenzioso:
ci sono cose che, se ignorate abbastanza a lungo, non spariscono.
Si limitano ad aspettare.


Perché usarla (e perché non abusarne)

La stanza dove nessuno entra mai non va riempita di spiegazioni.
Va lasciata vuota, o quasi.

Ogni dettaglio in più indebolisce l’effetto.
Ogni spiegazione anticipata toglie potere al silenzio.

È uno spazio narrativo che funziona solo se il lettore immagina più di quanto gli venga mostrato.

Ed è proprio per questo che resta impressa.


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Il tempo come elemento horror

Attese, ripetizioni, ritualità

Nell’horror più efficace il tempo non è un semplice contenitore degli eventi.
È una presenza.
Respira, osserva, consuma.

Molti racconti falliscono perché cercano la paura nell’evento improvviso: il colpo di scena, l’apparizione, la rivelazione finale. Ma l’orrore che resta non nasce quasi mai da ciò che accade. Nasce da quanto tempo ci mette ad accadere.

L’attesa come minaccia

L’attesa è uno degli strumenti più potenti dell’horror.
Non perché “allunga il brodo”, ma perché costringe il lettore a convivere con l’idea che qualcosa arriverà.

Un corridoio percorso ogni sera.
Un rumore che non cambia mai.
Un personaggio che guarda l’orologio sapendo che a una certa ora succede sempre la stessa cosa.

L’attesa non rassicura: consuma.
Trasforma il tempo in una lama lenta, invisibile, che logora chi aspetta più di qualsiasi violenza esplicita.

La ripetizione come deformazione

Ripetere non significa annoiare.
Ripetere significa alterare la percezione della normalità.

Una frase detta più volte.
Un gesto identico compiuto ogni giorno.
Una scena che sembra uguale alla precedente, ma non lo è mai del tutto.

La ripetizione innesca una domanda inquietante:
se tutto si ripete, dove finisce la volontà?

È qui che l’horror smette di essere spettacolo e diventa disagio. Il tempo non avanza: gira su se stesso, come una stanza senza uscita.

Il rituale: quando il tempo diventa sacro (o malato)

Il rituale è la forma più pericolosa del tempo narrativo.
Non è un’azione: è una regola.

Un rito non serve a ottenere un risultato immediato, ma a dare senso alla ripetizione. Chi lo compie crede che, se salta un passaggio, qualcosa andrà storto. Non oggi. Non domani. Ma prima o poi.

Nel rituale, il tempo smette di essere neutro.
Diventa carico.
Ogni attesa ha un significato, ogni gesto un peso simbolico.

Ed è proprio qui che nasce l’orrore più profondo: quando il male non arriva all’improvviso, ma viene preparato con pazienza, giorno dopo giorno.

Perché il tempo fa più paura del mostro

Un mostro puoi combatterlo.
Il tempo no.

Il tempo non ha volto, non ha voce, non ha intenzioni chiare. Eppure agisce. Sempre. Anche quando sembra fermo. Anche quando nulla accade.

L’horror che funziona non chiede al lettore di temere ciò che vede, ma ciò che sa che accadrà. Prima o poi. Inevitabilmente.

E spesso, quando accade, è quasi un sollievo.
Perché l’attesa era già diventata insopportabile.


Link a L’Archivio Blackwood Volume III Le Anatomie della Morte

L’Archivio Blackwood – Volume III
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Scrivere di morte senza essere morbosi

Dove passa il confine tra indagine e spettacolo

Scrivere di morte è inevitabile.
Ogni storia, in fondo, le gira attorno: come fine, come minaccia, come assenza, come conseguenza. Il problema non è se parlarne, ma come.

Il confine tra indagine e spettacolo è sottile, e spesso viene oltrepassato senza nemmeno accorgersene. Succede quando la morte smette di essere un evento narrativo e diventa un oggetto da esibire. Quando il dettaglio non serve a capire, ma a colpire. Quando l’immagine prende il posto del senso.

Scrivere di morte senza essere morbosi significa una cosa sola: riconoscere che la morte non è il punto di arrivo, ma una traccia.

L’errore più comune: confondere intensità con esposizione

Molti pensano che parlare di morte in modo “forte” significhi mostrarla tutta. Più sangue, più particolari, più insistenza. In realtà accade l’opposto: più la morte viene esibita, meno pesa.

La morbosità nasce quando il testo si innamora del proprio effetto. Quando il corpo non è più una conseguenza narrativa, ma un oggetto scenico. A quel punto la morte smette di interrogare il lettore e diventa consumo.

L’indagine, invece, fa il contrario: si ferma un passo prima. Non chiede “quanto è stato terribile”, ma “cosa rivela”.

La morte come sintomo, non come spettacolo

Nel racconto gotico e investigativo che funziona, la morte non è mai il vero centro. È un sintomo. Un segnale che qualcosa, prima, era già rotto.

Scrivere di morte senza morbosità significa spostare lo sguardo:
dalle ferite alle cause,
dal corpo alle relazioni,
dall’evento all’eco che lascia.

La domanda non è “cosa è successo”, ma perché questo non poteva che finire così.

Il rispetto narrativo non è censura

Evitare il compiacimento non significa edulcorare. Significa scegliere.
Ogni dettaglio deve avere una funzione: informare, orientare, disturbare in modo intelligente. Non sedurre lo sguardo.

Il rispetto narrativo non riguarda il lettore sensibile, ma la storia stessa. Una storia che usa la morte come spettacolo si consuma in fretta. Una storia che la tratta come una prova da interpretare resta.

Le Anatomie della Morte: guardare senza esibire

È da questa idea che nasce L’Archivio Blackwood – Volume III: Le Anatomie della Morte.
Non un catalogo di atrocità, ma un insieme di casi, indagini, frammenti in cui la morte è sempre una soglia, mai un feticcio.

Ogni racconto lavora su ciò che resta: documenti, silenzi, errori, ossessioni. Il corpo non è mai il fine, ma il punto da cui partire per leggere il male, l’illusione di controllo, la fragilità umana.

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Scrivere di morte è un atto di responsabilità

Chi scrive di morte sceglie sempre da che parte stare.
Dalla parte dell’effetto immediato, o da quella del senso che resta.

La differenza tra indagine e spettacolo non è morale. È narrativa.
E il lettore, anche quando non lo dice, la riconosce sempre.


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Il personaggio che entra tardi (e arriva quando fa più male)

Una tecnica narrativa sottovalutata

C’è una regola non scritta che molti manuali ripetono: presenta presto i personaggi importanti.
Serve orientare il lettore, dicono. Evitare confusione. Dare subito i volti giusti alla storia.

È una buona regola.
Ed è proprio per questo che, a volte, infrangerla funziona meglio.

Il personaggio che entra tardi — davvero tardi — è una delle tecniche più potenti e meno usate della narrativa gotica, del noir e del thriller psicologico. Non perché sia difficile da applicare, ma perché richiede fiducia. Nel testo. E nel lettore.


Prima: creare lo spazio vuoto

Un personaggio che arriva tardi non deve “entrare”.
Deve occupare uno spazio che era già pronto per lui.

La storia, prima del suo arrivo, deve già respirare.
Deve avere un ritmo, un equilibrio, una falsa sicurezza.

Il lettore deve pensare di aver capito:

  • chi conta,
  • chi muove i fili,
  • dove si sta andando.

Quando il personaggio entra tardi, non aggiunge informazioni.
Smentisce certezze.

Ed è per questo che fa più male.


L’attesa inconsapevole

La forza di questa tecnica sta nel fatto che il lettore non aspetta nessuno.

Non ci sono indizi espliciti.
Non c’è una promessa narrativa del tipo: “qualcuno arriverà”.

Il personaggio arriva quando il lettore ha abbassato la guardia.
Quando pensa che il quadro sia completo.

È qui che l’ingresso diventa perturbante:
non perché il personaggio sia “forte”,
ma perché rompe una struttura mentale già stabilizzata.


Il personaggio non spiega: distorce

Un errore comune è far entrare tardi un personaggio per spiegare tutto.
È l’opposto di ciò che funziona.

Il personaggio che entra tardi non chiarisce,
non sistema,
non risolve.

Distorce.

Rilegge gli eventi precedenti con un’altra logica.
Trasforma dettagli innocui in segnali.
Fa sembrare fragili decisioni che parevano solide.

Il lettore non scopre qualcosa di nuovo.
Scopre di aver capito male prima.


Perché colpisce più di un antagonista classico

Un antagonista presentato subito diventa un obiettivo.
Uno presentato tardi diventa una rivelazione.

Non è “il nemico”.
È l’errore di valutazione.

Ed è molto più inquietante affrontare un errore che una minaccia dichiarata.

Il personaggio che entra tardi non combatte il protagonista.
Combatte la lettura stessa della storia.


Quando usarlo (e quando no)

Questa tecnica funziona se:

  • la storia è già solida senza di lui,
  • il mondo narrativo è coerente,
  • il lettore è coinvolto emotivamente prima del suo arrivo.

Non funziona se serve a “salvare” una trama debole.
In quel caso, il personaggio si sente artificiale. Un trucco.

Il personaggio che entra tardi non deve aggiustare.
Deve incrinare.


In conclusione

Il personaggio che entra tardi è una dichiarazione di fiducia.
Nel testo.
Nel silenzio.
Nel lettore.

Arriva quando fa più male perché arriva quando non serve più.
E proprio per questo cambia tutto.


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Perché è ancora bello scrivere (e leggere) raccolte di racconti brevi gotici

In un’epoca che sembra ossessionata dalle saghe infinite, dai mondi narrativi espansi e dai romanzi-fiume, le raccolte di racconti brevi continuano a esistere. E non per nostalgia.
Esistono perché funzionano.

Il racconto gotico breve è una forma antica, ma non superata. Anzi: è probabilmente una delle più adatte al nostro tempo. Viviamo frammentati, interrotti, spesso stanchi. Non sempre cerchiamo una storia che ci accompagni per settimane. A volte desideriamo qualcosa che entri, colpisca, lasci un segno e se ne vada.

Il gotico breve fa esattamente questo.

Il racconto breve come ferita controllata

Un buon racconto gotico non promette conforto. Promette precisione.
Non costruisce un mondo per abitarlo a lungo, ma un luogo da attraversare sapendo che non sarà innocuo.

La brevità obbliga a una scelta radicale:
ogni parola deve servire,
ogni immagine deve reggere,
ogni finale deve lasciare un residuo.

Non c’è spazio per spiegare troppo. E questo è il suo punto di forza.

Il gotico vive di omissioni, di crepe, di ciò che non viene detto. Nel formato breve, tutto questo diventa chirurgico. L’inquietudine non ha bisogno di accumularsi: arriva già compressa.

Una tradizione che non ha mai smesso di parlare

Da Poe a Lovecraft, da Machen a Blackwood, il racconto gotico breve è sempre stato il laboratorio dell’orrore più sottile.
Non quello che urla, ma quello che resta.

Leggere una raccolta gotica significa accettare una pluralità di voci, di atmosfere, di disturbi diversi. Ogni racconto è una variazione sul tema del limite: morale, psicologico, umano.

E proprio perché sono brevi, questi racconti non si consumano subito. Tornano. Si ricordano a distanza di giorni, di anni, come sogni disturbanti di cui non si ricorda più l’inizio, ma solo la sensazione.

Perché oggi funzionano più che mai

Oggi il lettore è più consapevole.
Sa che non tutto deve spiegare tutto.

Sa che un finale aperto non è una mancanza, ma una scelta.

Le raccolte gotiche parlano a questo lettore.
A chi non chiede risposte nette, ma domande ben formulate.

A chi accetta che una storia finisca senza chiudersi davvero.

E, soprattutto, a chi cerca un’esperienza di lettura intensa, non diluita.

L’Archivio Blackwood – Vol. III: Le Anatomie della Morte

È in questa tradizione che si inserisce L’Archivio Blackwood – Volume III: Le Anatomie della Morte.

Una raccolta di racconti gotici investigativi e perturbanti, in cui ogni storia affronta la morte da un’angolazione diversa:
non come evento spettacolare,
ma come presenza, processo, traccia.

Ogni racconto è autonomo, ma parte di un disegno più ampio: un archivio ideale in cui il male non viene semplificato, né assolto. Viene osservato. Sezionato. Lasciato parlare.

Il formato breve non è un compromesso.
È la forma necessaria per raccontare ciò che, se allungato, perderebbe forza.

L’Archivio Blackwood – Vol. III: Le Anatomie della Morte
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L’Archivio Blackwood – Volume III: Le Anatomie del Male

In arrivo il 15 gennaio 2026

Ci sono storie che non si “seguono”. Si ritrovano.

Le Anatomie del Male nasce proprio così: come un fascicolo riemerso da un cassetto sigillato dell’Archivio, con l’odore della carta umida ancora addosso e la sensazione netta che qualcuno — prima di te — abbia esitato un secondo prima di aprirlo. In questo Volume III, torno a un’idea che è quasi una promessa: racconti oscuri e indipendenti, legati da un filo sottile e inquieto, dove l’Archivio non è soltanto un luogo… ma una presenza.

Quattro racconti. Quattro porte.

Sono racconti che giocano con ciò che l’Archivio fa meglio: la Londra che non è solo città, ma organismo; il dettaglio che sembra banale e invece è un indizio; il silenzio che non è assenza, ma qualcosa che ascolta. (E quando un silenzio “ascolta”, di solito non lo fa per gentilezza.)

Per chi è questo volume

Per chi ama l’Archivio Blackwood quando diventa più intimo e più crudele, quando l’orrore non arriva con fanfare, ma con un odore, una crepa nel muro, una frase incisa dove non dovrebbe esserci. Per chi vuole storie che si leggono veloci… e poi restano addosso.

Disponibile dal 15 gennaio 2026.
Segna la data: l’Archivio sta per aprire un altro cassetto.

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