Curiosità e segreti su Il Vangelo delle Ombre

Un’indagine gotica tra simboli, ombre e memoria

Ogni romanzo è come una casa antica: ciò che si vede è solo la facciata, ma dietro le tende, sotto le assi del pavimento, si celano dettagli che pochi notano al primo sguardo.
Il Vangelo delle Ombre non fa eccezione.

Ecco alcune curiosità sul secondo volume dell’Archivio Blackwood che potresti non aver colto… o che ti faranno guardare la storia con occhi nuovi.

1. La Londra del 1888 è un personaggio silenzioso

Non è solo uno sfondo. La città stessa respira, scricchiola, osserva. Vicoli, lampioni a gas e la nebbia sono tessere attive del mistero: suggeriscono, trattengono, tradiscono.

2. Ogni simbolo ha un’origine reale o mitica

I segni che compaiono nel romanzo non sono inventati a caso. Alcuni derivano da alfabeti esoterici medievali, altri da testi realmente esistiti. Ogni runa, ogni glifo, è stato scelto per evocare un senso di inquietudine e autenticità.

3. Il titolo stesso è un enigma

Il Vangelo delle Ombre non è solo un riferimento a un testo proibito. È anche una metafora per indicare ciò che si crede, ciò che si teme, e ciò che sopravvive nel buio della coscienza.

4. La dualità fede-ragione è il vero conflitto sotterraneo

Al di là dell’indagine e dei colpi di scena, il cuore del romanzo è il confronto tra ciò che possiamo spiegare… e ciò che non vogliamo ammettere. Il protagonista cammina sempre sul filo che separa il raziocinio dalla possibilità del soprannaturale.

5. Ogni personaggio porta una ferita

Che sia recente o antica, visibile o invisibile, ogni figura ha un passato che pulsa. A volte sussurrato, a volte solo suggerito. Ed è lì che si annidano le vere ombre.

Il Vangelo delle Ombre non è solo un romanzo gotico.
È una discesa. Una ricerca. Una domanda che non ha ancora trovato risposta.

Ora disponibile su Amazon, in versione eBook e cartacea.

Scena inedita – “Consulto a Bethlem”

Estratto esclusivo non incluso nel manoscritto finale de Il Vangelo delle Ombre

Londra, 3 dicembre 1888 – Clinica Bethlem

Il corridoio sembrava un alveare spento. Le porte, tutte identiche, custodivano più voci che persone.
L’aria era satura di ammoniaca, cera e silenzi.

Blackwood si fermò davanti alla cella 17, le mani intrecciate dietro la schiena. Dall’interno non proveniva alcun rumore. Ma lui lo sapeva: il silenzio era solo un’altra forma di grido.

Alle sue spalle, i passi familiari del dottor John Watson ruppero la quiete. Portava con sé il taccuino logoro che usava solo per i casi “non convenzionali”.

— Ha parlato? — chiese Watson, abbassando la voce.

Blackwood scosse il capo. — No. Ma ha disegnato. Sulle pareti. Con il sangue.

Watson inspirò lentamente, poi posò una mano sulla maniglia. — Posso entrare da solo?

— Non stavolta — replicò l’ispettore. — Ha sussurrato un nome mentre dormiva. Il tuo. Ma non il tuo nome…
— Cosa, allora?

Blackwood lo guardò. — “Il medico del vuoto”. Lo ha ripetuto tre volte, guardando nel nulla.

Per un istante, Watson non rispose. Poi aprì il taccuino e lo sfogliò fino a una pagina già scritta.
— Sai, Edgar… non mi piace quando le pazienti mi conoscono prima ancora che io le visiti.

La porta si aprì. Il buio all’interno sembrava più fitto della stanza stessa.
Blackwood fece un cenno. — Allora vediamo se il vuoto ha bisogno di un medico… o di un esorcista.

E sparirono insieme nella cella, lasciandosi dietro solo il rumore dei chiavistelli che tornavano a chiudersi da soli.

Curiosità: questa scena fu scritta per un primo inserimento nel manoscritto, ma venne tagliata per ragioni di ritmo narrativo. Resta però uno dei momenti più intensi tra Blackwood e Watson nel periodo iniziale delle indagini.

La corsia muta – Appunti da una struttura dimenticata

Altra scena inedita per voi, cari lettori:

Nessuno sapeva davvero cosa fosse quell’edificio.
Era segnato sulle mappe mediche della città come “Rifugio Saint Ormund – pazienti cronici”, ma nei registri ecclesiastici risultava sconsacrato già dal 1866. Nelle carte dell’amministrazione, invece, il nome era barrato da inchiostro rosso.

Eppure qualcosa lì dentro respirava ancora.

L’ispettore Blackwood varcò la soglia con passo incerto. La corsia si apriva stretta e lunga come un corridoio d’anima torturata. I letti, ormai spogli, erano ancora allineati. Le molle arrugginite gemevano al passaggio del vento.

Sulle pareti… i simboli.
Decine, centinaia. Alcuni antichi, altri impossibili da ricondurre a una lingua nota. Stelle rovesciate, croci spezzate, glifi circolari, occhi sbarrati, linee incrociate con una precisione quasi liturgica.

Ma non era solo il simbolo a turbarlo.

Era il silenzio.

Un silenzio che sembrava… osservare.
Come se qualcosa, oltre il muro, attendesse che lui parlasse per la prima volta.
Blackwood inspirò. Un odore metallico, simile a ruggine e ostie bruciate, lo fece vacillare.
Poi udì il letto più vicino scricchiolare. Da solo.

> Non si scrisse mai un verbale su quella corsia.
Ma qualcosa da allora si aggiunse al dossier dell’Archivio.
Un’unica frase, vergata a mano sul margine:
“Qui, la fede si contorce e tace.”

Frammento dal buio – “La voce nella cripta”

Una scena inedita, tagliata, per voi:

La torcia tremava nella mano di Blackwood, proiettando ombre vive sulle pareti umide della cripta. Il tanfo di muffa e cera spenta era più intenso lì sotto, come se il respiro della terra stessa si fosse fermato.

Il silenzio non era davvero silenzio.

C’erano suoni impercettibili, appena oltre la soglia dell’udito: un sussurro dietro la nuca, un eco lontano di passi che non trovavano origine, un rosario battuto contro la pietra da mani invisibili.

Blackwood si chinò accanto a un antico altare semi-franato. C’erano segni incisi nel marmo — non lettere, ma curve e intrecci, come spirali affamate. Al centro, una macchia scura. Non sangue. Qualcosa di più antico.

Poi lo sentì.
Una voce bassa, cavernosa, che non parlava a lui… ma dentro di lui.

> “Tu cerchi luce. Ma è l’ombra che ti guarda.”

La torcia si spense di colpo.

Vuoi saperne di più?
Il Vangelo delle Ombre è un viaggio gotico tra fede e incubo, simboli dimenticati e indagini ai confini della ragione.
Londra, 1888. Un ispettore. Un prete. E ciò che si muove sotto la città.

Il Cimitero di Crossbone: tra anime dimenticate e ombre che non riposano

Nel cuore pulsante della Londra vittoriana, dove il progresso industriale divorava i margini della città, esisteva un angolo dimenticato dai vivi e, forse, anche da Dio.
Un cancello di ferro battuto, invaso dall’edera e protetto da nastri consunti dal tempo, segnava l’ingresso del Cimitero di Crossbone — un luogo che pochi osavano nominare e quasi nessuno visitava.

È qui che l’ispettore Edgar Blackwood si avventurò, guidato da indizi tracciati con sangue antico e simboli arcaici incisi nella pietra. Crossbone non era un cimitero qualunque: era una fossa per anime respinte, un ossario profanato dalla storia e calpestato dall’oblio.

Un tempo riservato alle “donne cadute”, alle vittime della miseria e ai reietti della società, Crossbone non compariva su nessuna mappa ufficiale. Il terreno non era consacrato, le tombe non avevano nomi, eppure l’aria era satura di una memoria che non si lasciava seppellire. Blackwood ne percepì il peso a ogni passo, come se le stesse tombe respirassero sotto di lui.

Le lapidi, spaccate e divorate dalla muffa, erano inclinate come teste reclinate in un eterno lamento. Ai margini del campo, una croce spezzata recava un sigillo dimenticato.

Fu proprio lì, tra il vento che ululava come una voce sepolta e la luce tremolante di una lanterna a petrolio, che Blackwood comprese: Crossbone non era solo un cimitero. Era un varco. Un confine sottile fra ciò che è stato rimosso dalla memoria degli uomini e ciò che attende, nell’ombra, il momento per tornare.

Padre Quinn – Il silenzio dopo la preghiera

Non è un semplice prete.
Non è nemmeno l’uomo che tutti si aspettano di incontrare in una chiesa.

Padre Marcus Quinn cammina in equilibrio tra due mondi: quello della fede e quello dell’oscurità. Non si tratta di fede cieca né di dogmi: la sua è una fede vissuta, scorticata, spesso dolorosa. Una fede che si confronta con il Male, non in astratto, ma con ciò che abita gli sguardi perduti, i simboli incisi nella pietra, i silenzi che parlano.

La sua figura si staglia tra nebbie e ombre, con la gravità di chi ha visto troppo, ma ha scelto di non fuggire.
Non ha certezze, ma porta con sé strumenti antichi, parole sussurrate in lingue dimenticate e un coraggio che non grida mai.

Padre Quinn non è solo un personaggio. È un varco.
Un tramite tra ciò che l’uomo può capire e ciò che non osa nemmeno immaginare.

Elias Monroe – Il sergente che non abbassa lo sguardo

Ogni grande investigatore ha bisogno di un alleato. E nel gelo di Londra, tra le nebbie del 1888, l’ispettore Edgar Blackwood ha trovato in Elias Monroe una presenza solida, leale, e sorprendentemente umana.

Ma chi è davvero il sergente Monroe?

Giovane, ostinato, e con lo sguardo limpido di chi ha ancora molto da imparare, Elias rappresenta il contraltare perfetto all’ombra lunga e pensierosa di Blackwood. Nonostante la recente nomina a sergente, Monroe non cerca gloria né carriera: cerca verità. E la cerca tra le pieghe più oscure della città, dove gli altri voltano lo sguardo.

Nel corso delle indagini, il rapporto tra i due cresce, passo dopo passo, fianco a fianco. Blackwood, inizialmente diffidente, si ritrova ad affidarsi a quel giovane che non teme di sporcarsi le mani né di affrontare l’impossibile. Elias non possiede erudizione, né esperienza soprannaturale… ma ha coraggio, ha istinto, e soprattutto ha cuore.

In momenti di crisi, è proprio Monroe a riportare Blackwood alla realtà. Con i suoi silenzi, le sue domande semplici e dirette. Un’amicizia forgiata tra il sangue e la nebbia.

Nel secondo libro, Il Vangelo delle Ombre, Monroe affronta i suoi primi veri demoni – interiori ed esteriori – e cresce, pagina dopo pagina. Non è un eroe. È solo un uomo. Ed è proprio questo a renderlo indimenticabile.

Scena tagliata dal manoscritto originale de “Il Vangelo delle Ombre”

Un frammento rimasto sepolto nella nebbia… fino ad oggi.

La candela di St. George’s Lane

Londra, 4 dicembre 1888 — ore 2:16 del mattino

La pioggia aveva cessato da poco di cadere, ma St. George’s Lane era ancora una lingua di fango e ombre.

Blackwood si chinò, sfiorando il bordo di un tombino spostato. Il chiavistello era arrugginito, ma fresco di graffi. Qualcuno l’aveva aperto. Di recente. Si voltò verso Monroe, che stringeva la lanterna con le nocche pallide.

«Che cosa cerchiamo, esattamente?» sussurrò il sergente.

Blackwood non rispose subito. Aveva lo sguardo fisso su una candela. Alta, sottile, piantata nel fango come un segno d’attesa. La fiamma, incredibilmente, bruciava ancora, nonostante l’umidità. Non era cera comune: colava densa e nera, come sangue rappreso.

«Questa non è una veglia,» disse l’ispettore. «È un invito.»

Monroe deglutì. Dietro di loro, un lieve cigolio.

Poi, un sussurro. Due sillabe, come un nome soffocato:
“Declan…”

Il vento si alzò d’un tratto, spegnendo la fiamma. E con essa, qualcosa nell’aria cambiò. Lontano, giù nei canali, una figura avanzava a passi lenti, coperta da un mantello funebre. Ma quando Monroe sollevò la lanterna, non c’era più nulla.

Solo silenzio. E quella candela spenta, che ora gocciolava in senso inverso, risalendo il proprio stelo.

Questo frammento è stato escluso dalla versione finale del romanzo.
Ma la nebbia conserva tutto. Anche ciò che volevamo dimenticare.

Quando le ombre si incontrano

Due titoli. Due indagini. Un’unica discesa.
Le Ombre di Whitechapel e Il Vangelo delle Ombre non sono soltanto i primi due volumi di una saga gotica ambientata nella Londra vittoriana. Sono due stazioni di un viaggio più oscuro, più profondo, che segna l’anima e il corpo dell’ispettore Edgar Blackwood.

Nel primo volume, il protagonista si muove tra i vicoli di Whitechapel, confrontandosi con l’orrore del sangue immortale e le prime crepe della realtà razionale. È un Blackwood che osserva, che indaga, che resiste. Ma l’ombra è già entrata dentro di lui.

Nel secondo, Il Vangelo delle Ombre, il confine si spezza. L’indagine non è più solo esterna: diventa una discesa interiore, una lotta contro presenze invisibili, simboli perduti e ferite mai rimarginate. Blackwood non affronta più solo i delitti, ma anche i fantasmi della fede, del dubbio, del passato.

A legare i due volumi è l’atmosfera: quella nebbia densa che avvolge Londra come un sudario, quella luce tremolante dei lampioni a gas, i sussurri che non hanno voce.
Ma ciò che cambia – e matura – è lo sguardo dell’uomo che cammina tra quelle ombre. Edgar Blackwood si sporca, si ferisce, si perde… per forse ritrovarsi diverso.

Due volumi. Un unico respiro gotico. E la certezza che, da qui in avanti, il cammino sarà ancora più buio.

Il Vangelo delle Ombre – Là dove sussurra il male

C’è una Londra che non compare sulle mappe.

Una Londra fatta di cripte sepolte, candele consumate dal vento e preghiere che nessuno osa più recitare. È qui che si muove Edgar Blackwood, quando la notte si fa troppo silenziosa e i cadaveri cominciano a parlare senza voce.

Il Vangelo delle Ombre è il secondo capitolo della saga L’Archivio Blackwood, e affonda ancora di più nei territori oscuri del soprannaturale. Ma questa volta non si tratta solo di indagare. Questa volta, Blackwood dovrà sopravvivere a ciò che ha risvegliato.

Un male antico, che non uccide soltanto i corpi…

Il confine tra verità e follia si assottiglia. I riti si fanno più audaci. E i testimoni, troppo spesso, non sono più vivi per raccontare ciò che hanno visto.

Se pensavate che Whitechapel fosse stato un incubo… non avete ancora letto il secondo Vangelo.