C’è un momento, nella scrittura, in cui la finzione comincia a sussurrare con la voce della realtà. Il Carnefice del Silenzio, terzo capitolo dell’Archivio Blackwood, nasce così: non da un’idea astratta, ma da un’immagine. Un monastero in rovina. Una finestra murata. Un nome sussurrato tra le pagine polverose di un fascicolo dimenticato.
Lefonti che hanno nutrito il buio
Dietro ogni riga di questo romanzo ci sono luoghi reali: l’ex manicomio di Colney Hatch, il British Museum, le cripte dimenticate sotto Clerkenwell. Ho studiato vecchie mappe, atti di archivio, testimonianze mediche della Londra vittoriana per restituire non solo l’atmosfera, ma il respiro di un’epoca. Un’epoca dove la follia era sigillata in silenzio.
Blackwood, Monroe e il dolore del non detto
In questo romanzo, più che mai, i personaggi sono costretti a confrontarsi con il trauma: non solo ciò che accade nel presente, ma le cicatrici del passato. Edgar Blackwood porta il peso di tutto ciò che ha visto. Elias Monroe inizia a farsi domande. E la città stessa – Londra – diventa il terzo personaggio, vivo, oscuro, affamato.
Un romanzo gotico ma moderno
Nonostante l’ambientazione storica, Il Carnefice del Silenzio parla a noi, oggi. Parla del bisogno di essere ascoltati. Della crudeltà che si nasconde dietro l’indifferenza. Del prezzo che paghiamo quando scegliamo di non vedere.
Se ti sei perso nei vicoli di Whitechapel, se hai seguito il Vangelo delle Ombre, allora sei pronto per scendere ancora più in profondità. Perché stavolta, il silenzio ha un volto.
Viaggio sensoriale nel cuore oscuro dell’epoca vittoriana
Immagina di aprire gli occhi una mattina del novembre 1888. Non c’è luce elettrica. Non c’è silenzio. E l’aria sa di fumo, fango… e carne.
Benvenuti a Londra.
L’alba: nebbia, carbone e carrozze
È ancora buio quando le strade iniziano a risvegliarsi. I primi rumori che senti sono quelli delle ruote in legno sulle pietre sconnesse, il nitrire dei cavalli e lo sbattere delle porte degli “omnibus”.
Il fumo dei camini si mescola alla nebbia mattutina, creando un velo spesso e sporco: la famigerata pea-soup fog. Ogni respiro brucia un po’ i polmoni. Ogni ombra… sembra muoversi.
Il mercato e la città viva
Poco dopo l’alba, i quartieri come Whitechapel, Covent Garden e Borough Market si affollano di venditori ambulanti, strilloni, mendicanti e ladri.
L’odore? Un miscuglio di pane appena sfornato, interiora di animali, birra acida, sigari scadenti e muffa.
I bambini vendono fiammiferi. Le prostitute contrattano ai margini delle strade. Gli ufficiali della polizia passano con l’impermeabile alzato… e spesso voltano lo sguardo.
Il pomeriggio: cliniche, fumo e teatri
Tra le 15 e le 18, la luce si spegne in fretta. I pazienti si accalcano davanti agli ospedali pubblici come il London Hospital, in cerca di un medico, una benda, o solo un posto dove morire al chiuso.
Nel frattempo i caffè si riempiono di giornalisti, anarchici, avventurieri e predicatori deliranti. I teatri si preparano per le rappresentazioni. Le maschere si stringono ai mantelli. E nelle stanze private dei club dell’élite… si cominciano a firmare accordi che nessuno conoscerà.
La notte: paura, candele e silenzi
Di notte, Londra diventa un’altra città. Le lanterne a gas illuminano male, e a tratti. I vicoli sprofondano nel buio, dove il rumore dei tuoi passi è l’unico suono che ti tiene compagnia… finché ne senti altri, dietro di te.
Le grida non durano mai troppo. I topi si muovono liberi tra i cortili. E chi conosce la città davvero, sa che il male più pericoloso non è quello che ti assale. Ma quello che ti chiama per nome.
Questo è il mondo dell’Archivio Blackwood
Ogni passo, ogni dettaglio narrativo nei miei romanzi parte da qui. Dal fango, dal sangue, dalla nebbia. La Londra che racconto non è un’ambientazione. È un personaggio. Vivo. Corrotto. Inarrestabile.
Il ritorno dei culti sacrificali tra Il Vangelo delle Ombre e Il Carnefice del Silenzio
C’è un filo rosso che attraversa l’intera saga dell’Archivio Blackwood. Non è solo narrativo. È fisico. È sangue.
Nel mondo che ho creato, il Male non si limita ad agire: richiede. Richiede voce, occhi… e carne. Dai rituali egizi descritti ne Le Ombre di Whitechapel alle possessioni infernali de Il Vangelo delle Ombre, fino agli echi silenziosi e inquietanti de Il Carnefice del Silenzio, il culto sacrificale non è mai scomparso. Ha solo cambiato forma. E significato.
Il sangue come chiave e linguaggio
In Il Vangelo delle Ombre, il sangue viene versato non per vendetta, ma per evocazione. La possessione non avviene per caso: è guidata, quasi cercata, tramite offerte precise. Gli “ospiti” vengono scelti, preparati, talvolta marchiati. L’offerta sacrificale non è solo violenta: è teologica.
In alcune scene chiave, si fa riferimento a vangeli apocrifi e testi eretici in cui il sangue dei puri viene descritto come “chiave dell’accesso e vincolo del patto”. Non è il dolore a nutrire il Male: è la rinuncia. Il corpo offerto volontariamente. La carne che si fa verbo… al contrario.
Il Carnefice e il culto della muta obbedienza
Nel terzo volume, Il Carnefice del Silenzio, il sacrificio cambia ancora forma. Non è più gridato. È taciuto.
L’orrore si fa rituale ordinato: simboli marchiati, tagli esatti, sangue disposto come in una liturgia. E chi partecipa al rito lo fa non urlando, ma accettando in silenzio il proprio destino.
È qui che il culto si rivela davvero moderno e antico insieme. È un’eresia che non brucia più nei roghi, ma si diffonde nei sussurri.
Un orrore che ha radici vere
Molti elementi del culto fittizio presente nei romanzi traggono ispirazione da documenti reali: cronache del ‘600 sui flagellanti italiani, il culto medievale dei Silenziosi, e testimonianze raccolte nel XIX secolo sulle sette del Nord Europa che praticavano forme di espiazione fisica collettiva.
Li rielaboro in chiave narrativa, trasformandoli in una trama gotica e rituale, ma senza mai perdere quel senso disturbante di verosimiglianza. Perché il vero orrore… è quello che potrebbe essere accaduto.
Le vere abbazie abbandonate che hanno ispirato Il Carnefice del Silenzio
C’è un luogo, nel cuore del terzo volume dell’Archivio Blackwood, dove il tempo sembra essersi fermato. Non per nostalgia. Ma per paura.
Nel romanzo Il Carnefice del Silenzio, Edgar Blackwood si ritrova all’interno di un monastero dimenticato, tra pareti di pietra umida, simboli cancellati e reliquie dimenticate da Dio. Un luogo in rovina, ma ancora vivo. Vivo di echi, di silenzi troppo pieni, di qualcosa che è rimasto.
Questo luogo non nasce solo dalla fantasia. È ispirato a monasteri reali disseminati nell’Inghilterra rurale e nella Scozia più remota. Luoghi veri, esistiti, dimenticati, e – in certi casi – mai veramente abbandonati.
1. Whalley Abbey, Lancashire
Un’antica abbazia cistercense risalente al XIV secolo. Dopo la dissoluzione dei monasteri voluta da Enrico VIII, fu in parte distrutta. Alcuni dicono che nelle rovine si sentano ancora preghiere sussurrate in latino. È uno dei modelli principali per l’abbazia descritta nel Capitolo 11.
2. Byland Abbey, North Yorkshire
Conosciuta per la sua architettura inquietante e il suo passato pieno di leggende. Si dice che lì venisse praticata la cosiddetta preghiera del silenzio, un rituale penitenziale che imponeva giorni senza parola. Una suggestione diretta per la figura del Carnefice.
3. Sweetheart Abbey, Scozia
Un luogo dal nome dolce e dal passato cupo. Fondata nel 1273, fu teatro di storie di ossessione religiosa, isolamento volontario e culto delle reliquie. La simbologia di alcune sue cripte è stata studiata in documenti del British Museum – proprio come fa Blackwood nel romanzo.
4. Kirkstall Abbey, West Yorkshire
Una delle abbazie meglio conservate, ma anche una delle più inquietanti. Alcuni visitatori parlano di “zone fredde” improvvise, sensazioni di oppressione, e di una figura incappucciata che attraversa il chiostro. Un luogo perfetto da modellare per una scena investigativa senza tempo.
Un luogo reale… e irreale
Nel romanzo, l’abbazia non ha un nome. Non compare sulle mappe. Non viene cercata: si rivela. È costruita con elementi presi da ognuno di questi luoghi, mescolati e deformati fino a diventare qualcosa di nuovo. Eppure… chi ha visitato certe rovine capirà. Il silenzio descritto non è solo letterario. Esiste davvero.
Cosa collega davvero i tre volumi dell’Archivio Blackwood?
Nel cuore oscuro della Londra vittoriana, le storie si intrecciano. Alcune iniziano con un urlo nella notte, altre con il fruscio di una pagina antica sfogliata da mani tremanti. Ma se si guarda oltre la nebbia, tra le righe dei tre romanzi che compongono finora L’Archivio Blackwood, emerge un disegno più grande, oscuro e coerente. Non è solo la storia dell’ispettore Edgar Blackwood: è la storia del Male che cambia volto ma non intenzione.
I. Le Ombre di Whitechapel – Il sangue degli immortali
Nel primo volume, Blackwood affronta l’incubo del vampiro, nascosto dietro una società segreta che manipola antichi papiri e rituali egizi. È un’indagine cupa, gotica, ma profondamente razionale: Holmes e Watson sono ancora in scena, il mondo ha una logica. Ma qualcosa, nel finale, si spezza. Un’ombra più grande aleggia sul destino dell’umanità: un culto non ancora estinto.
II. Il Vangelo delle Ombre – Il Verbo dei Dannati
Nel secondo volume, la logica cede il passo alla Fede corrotta. Declan è morto. Holmes è lontano.Blackwood combatte con la propria mente. Il Male si manifesta con volti nuovi: possessioni, preti traditori, profezie. È il momento in cui la setta smette di nascondersi e inizia a parlare con la lingua del demonio. Il simbolo compare ovunque. Il rituale continua.
III. Il Carnefice del Silenzio – La religione del terrore
Nel terzo capitolo (in corso), il Male assume una nuova maschera: l’eresia silenziosa. L’orrore si insinua nei conventi abbandonati, tra i resti delle antiche congregazioni. Non si sa più dove finisce il Male umano e dove inizia quello sovrannaturale. Le vittime sono simboli. I carnefici, specchi deformanti della fede. E Blackwood si avvicina a un segreto più antico di Dracula, più oscuro del Viaggiatore.
Un filo rosso, un culto eterno
Ciò che collega i tre volumi non è solo il protagonista o la Londra annerita dalla fuliggine. È l’idea che il Male si evolve, muta forma, si adatta alla fede e alla ragione, alla scienza e alla paura. Un Male antico, che si nutre del bisogno umano di credere.
E l’Archivio Blackwood è il tentativo disperato di contenerlo.
Cosa accadrebbe se mettessimo insieme Il Necronomicon, il Codex Gigas e il Manoscritto Voynich in una sola stanza buia, silenziosa, protetta solo da candele tremolanti e un crocifisso capovolto? Accadrebbe l’Archivio Blackwood.
Nel cuore della saga firmata da Claudio Bertolotti, l’Archivio è molto più di un semplice magazzino di prove e documenti: è una biblioteca dell’occulto, un reliquiario del Male, un luogo che respira nel buio e attende lettori abbastanza folli da sfogliarne le pagine.
Ecco alcuni dei libri proibiti che custodisce:
Il Vangelo delle Ombre
Un manoscritto leggendario, redatto da una mano sconosciuta, contenente rituali che sfidano la morte e rivelano il volto dell’Inferno. Chi lo legge, non sarà mai più lo stesso. Leggilo ora in ebook
De Profundis
Testo rinascimentale bandito dalla Chiesa. Scritto da un monaco morto in odore di eresia, insegna come evocare “colui che cammina tra le ombre”. Si dice che Blackwood lo abbia consultato una sola volta… e poi chiuso per sempre in una teca di vetro sigillato.
Le Confessioni di Whitmore
Il diario maledetto del reverendo Aldous Whitmore. Un susseguirsi di appunti deliranti, preghiere rovesciate e visioni infernali. Conservato nella sezione “oggetti contaminati”.
Il Testamento del Sangue
Manoscritto gotico appartenuto al Conte di Wallachia. Alcuni studiosi sospettano si tratti della prima opera scritta da Dracula. Pagine rosse come l’inchiostro versato.
E molti altri:
Compendium Daemoniaca
Litanie dell’Antico Dio
Il Libro di Ceneri
Annuario delle Sette Inglesi, 1666
Dottrina Nera del Padre del Dolore
Nota dell’autore
Questi titoli sono frutto di finzione, ma la paura che ispirano è reale. Perché ogni leggenda, in fondo, nasce da un’ombra vera.
Nel cuore oscuro della Londra vittoriana, non erano soltanto i criminali a seminare il terrore tra le nebbie dei sobborghi. Accanto a ladri, assassini e folli rinchiusi a Bethlem, si muovevano in silenzio anche altri gruppi, più ambigui, più organizzati e decisamente più inquietanti: le società segrete, le sette religiose e i culti esoterici. Alcuni realmente esistiti, altri soltanto sussurrati nelle cronache del tempo. Tutti, però, hanno lasciato un’impronta. Anche nei miei romanzi.
Ne Il Vangelo delle Ombre e Le Ombre di Whitechapel, ho preso spunto da fonti storiche per costruire le società segrete che popolano il mondo dell’Archivio Blackwood. In questo articolo, vi porto dentro le stanze chiuse dove si riunivano davvero coloro che credevano di poter parlare con gli spiriti, evocare entità o custodire reliquie maledette.
1. La Golden Dawn: l’occulto fatto organizzazione
La Hermetic Order of the Golden Dawn nacque ufficialmente nel 1887, proprio nel periodo in cui sono ambientati i miei racconti. Fondata da tre massoni inglesi, questa società iniziatica univa elementi di alchimia, cabala, spiritismo e magia cerimoniale. Tra i suoi membri si contavano poeti, artisti, studiosi… e folli. La sua struttura gerarchica, i rituali d’iniziazione e l’ossessione per le scritture proibite hanno ispirato la setta del Vangelo delle Ombre, che nasconde i propri testi in lingue perdute e si muove in riti rigidamente codificati.
2. I Rosacroce inglesi: tra mito e realtà
Sebbene le origini della Fraternitas Rosae Crucis siano più antiche, in epoca vittoriana conobbe una nuova fioritura. A Londra si moltiplicarono i piccoli circoli “rosacrociani” che praticavano studi mistici e magia naturale. Molti dichiaravano di cercare la verità attraverso simboli e discipline occulte. In Le Ombre di Whitechapel, l’ossessione per la reliquia e il sangue immortale nasce proprio da questa mescolanza di sacro, alchimia e superstizione.
3. Le società spiritiche di Bloomsbury
Non bisogna pensare a sette armate di coltelli e mantelli neri. A volte, il Male si nasconde dietro i salotti borghesi. A Bloomsbury, a due passi dal BritishMuseum, si tenevano celebri sedute spiritiche, spesso guidate da medium donne. Alcuni gruppi affermavano di parlare con gli angeli o con entità disincarnate. Altri, più oscuri, erano convinti di poter evocare spiriti “guida” che chiedevano sacrifici. Queste pratiche mi hanno ispirato nella costruzione di Whitmore e del suo ambiguo rapporto con il “Viaggiatore”.
4. Sette millenariste e fine del mondo
Il XIX secolo vide un’esplosione di movimenti religiosi convinti che l’Apocalisse fosse imminente. Alcune sette credevano che i bambini fossero l’unico tramite per ricevere messaggi divini (o demoniaci). Nella Londra del mio Archivio, questa idea si incarna nella minaccia costante del sacrificio dell’innocenza, e nel misterioso disegno della Muta dei Santi – protagonista del quarto volume della saga…
5. La realtà è (quasi) più inquietante della finzione
Le mie storie sono invenzioni, certo. Ma poggiano su un terreno fertile di documenti, articoli, memorie e testimonianze vere. Il confine tra il possibile e l’impossibile, nell’Inghilterra vittoriana, era più labile di quanto immaginiamo. Le lanterne a gas, le cripte delle chiese, i testi bruciati e le voci nei vicoli non sono solo scenografia gotica: sono echi di un’epoca che credeva davvero che tra i vivi e i morti ci fosse solo un velo. E che si potesse strapparlo.
Vuoi scoprire cosa nasconde davvero l’Archivio Blackwood?
Contenuto parziale de “Il Vangelo delle Ombre” – sezione riservata / lettura guidata
Il silenzio non è una fine. È una consegna.” – Nota manoscritta all’interno del fascicolo, pagina 1
Premessa (a cura dell’Archivio)
Il fascicolo consegnato al sergente Elias Monroe nel dicembre 1888, poche ore dopo la chiusura del secondo caso Blackwood, resta tuttora l’elemento più enigmatico tra i documenti esaminati.
Non fu recapitato da un agente ufficiale. Non era firmato. E soprattutto, riportava come mittente un prete morto da settimane.
Monroe non parlò mai con nessuno del contenuto integrale. Ma nel diario secondario ritrovato successivamente tra i suoi effetti personali (etichettato “Memorie marginali”), comparivano note criptiche, ripetute a distanza di giorni.
Eccone alcune, riportate nella loro forma originale:
Estratti dal diario di Monroe:
Tre cerchi. Due nomi. Un testimone che non sa di esserlo.”
Blackwood deve leggere questo. Ma non ora.”
C’è un simbolo che ritorna. È inciso anche nel palmo del Viaggiatore.”
Quinn aveva ragione. Alcuni rituali non chiudono. Si trasferiscono.”
Contenuto noto del fascicolo (analisi archivistica)
Il fascicolo risultava composto da 5 elementi:
1. Una pagina centrale con un simbolo inciso a secco, raffigurante una croce spezzata in quattro bracci e un occhio rovesciato al centro
2. Una lettera firmata con le iniziali “M.Q.”, su carta ecclesiastica logorata
3. Due trascrizioni rituali in latino e greco liturgico, apparentemente tratte da un manoscritto scomparso del 1600
4. Una pagina strappata da un registro battesimale (parrocchia di Hampstead – nome non identificabile)
5. Una frase finale scritta in grafite, senza firma:
Questo fascicolo è un debito. Pagalo con la tua voce, o con la tua assenza.”
Interpretazioni e ipotesi
Alcuni archivisti (non ufficiali) suggeriscono che il fascicolo sia una prova d’accusa indiretta contro Whitmore, lasciata da Padre Quinn poco prima della sua morte.
Altri ipotizzano invece che Monroe fosse destinato a diventare il prossimo custode, colui che avrebbe dovuto trasmettere l’Archivio in caso di morte di Blackwood.
Qualunque sia la verità, dopo quel giorno Monroe cambiò. E iniziò a firmare i propri appunti con tre lettere: EBM. (Elias Blackwood Monroe?) Oppure: Eredità – Buio – Memoria?
Alcune verità non vanno scritte. Ma lui le scrisse lo stesso.” — Nota marginale ritrovata in un fascicolo della Chiesa Riformata Scozzese, 1874
Premessa (a cura dell’Archivio)
Tra i documenti recuperati durante la discesa finale nella casa Fairweather, spiccava una cartella deteriorata dall’umidità e dal tempo. All’interno, legate con uno spago invecchiato, si trovavano sette lettere vergate a mano e firmate da A. Whitmore. L’intestazione riporta date comprese tra 1869 e 1874. Nessuna di esse risulta registrata nei registri ufficiali della Chiesa presbiteriana di Edimburgo.
Due lettere sono irrimediabilmente danneggiate. Tre sono interamente scritte in latino ecclesiastico, ma con passaggi che sembrano tratti da testi apocrifi. Le restanti due contengono rivelazioni disturbanti, e sono state censurate in almeno due punti da una mano successiva con inchiostro nero.
Qui di seguito si riporta la trascrizione parziale della Lettera IV, datata 3 ottobre 1871, probabilmente mai inviata.
Lettera IV (incompleta)
Canonica di Strathmory, Highlands scozzesi 3 ottobre 1871
Fratello in Cristo,
La notte scorsa, l’eco del canto si è levata di nuovo dalle fondamenta della cappella. I bambini non parlano più. Non urlano. Ma mi guardano — occhi che non hanno età, e che non dovrebbero esistere in corpi così fragili.
Uno di loro — chiama sé stesso “Elias” ma non credo sia il suo nome — mi ha preso la mano e ha sussurrato parole che non ho trovato in alcun Vangelo:
Quando il silenzio sarà completo, il Viaggiatore tornerà.”
Ho controllato i testi lasciati da Don Inverness, ho cercato nel Libro Oscuro (quello che tu mi avevi detto di non aprire mai). Eppure… è tutto scritto lì. Le stesse frasi. Gli stessi simboli. Gli stessi tremori che provavo da bambino, davanti al confessionale di mio padre.
Ti supplico, non ignorare questo messaggio. C’è un Dio dietro il Dio che ci insegnano. E ha fame.
Mi chiedo se ciò che faccio qui sia ancora cristiano. O se sia troppo tardi per salvarmi.
Reverendo Aldous Whitmore Canonico in esilio, servitore disobbediente.
Nota d’archivio
La firma del Reverendo corrisponde a quella registrata nei documenti parrocchiali fino al 1872, anno in cui fu dichiarato scomparso durante una missione in Scozia. Tuttavia, il suo ritorno a Londra nel 1888 — come assistente ecclesiastico — è storicamente documentato, ma mai ufficialmente giustificato.
Le lettere non saranno rese pubbliche integralmente. I passaggi oscurati appaiono volontariamente danneggiati con acido nitrico. Alcuni studiosi sostengono siano frasi tratte da un antico rito di invocazione del Viaggiatore.
Londra, dicembre 1888. La nebbia scende come una coperta ruvida sulle strade. Il freddo penetra nei polmoni, ma ciò che gela davvero è ciò che si muove nell’ombra. Tra i fascicoli dell’Archivio Blackwood – molti dei quali mai pubblicati – vi sono annotazioni inquietanti, che non parlano di assassini o sette. Parlano di qualcosa di più sottile. Più oscuro. Fenomeni che nessun ispettore oserebbe verbalizzare ufficialmente, ma che Edgar Blackwood ha raccolto nel silenzio della sua biblioteca personale.
Il caso delle candele spente
Nel 1886, in una casa fatiscente a Holloway, una madre segnalò la scomparsa del figlio. Durante le ricerche, i vicini parlarono di luci che si spegnevano da sole. Blackwood stesso scrisse:
La cera non era sciolta. Lo stoppino integro. Eppure, una dopo l’altra, le fiamme cadevano come abbattute da un soffio invisibile.”
Nessuna corrente d’aria. Nessuna finestra aperta. Solo il silenzio e il sussurro lontano di una cantilena.
Le scritte comparse sul vetro
Nel gennaio 1887, durante un’indagine a Clerkenwell, Blackwood entrò in un appartamento dove una bambina parlava da sola a una parete. Il vetro appannato della finestra recava la scritta:
Non lasciarli entrare.”
Nessuno aveva toccato la finestra. Nessun dito aveva inciso quelle parole. La condensa si formava, ma quella scritta riappariva ogni notte, come incisa nella memoria del vetro.
I libri che cambiano posto
Nell’Archivio è presente una nota su un’abitazioneabbandonata a Spitalfields. Un piccolo altare, costruito con libri impilati, appariva e scompariva in punti diversi della casa. Ogni volta, un volume diverso in cima. Ogni volume aperto alla stessa pagina: Salmo 88.
Hai scacciato da me i miei amici, mi hai reso un orrore per loro. Sono prigioniero, senza via d’uscita.”
Le gocce sul pavimento
In un vecchio teatro di Soho, chiuso da anni, un custode giurò di aver trovato gocce di sangue sul palco ogni lunedì,sempre nella stessa posizione. Sempre fresche. Sempre senza impronta, senza traccia.
Blackwood vi entrò da solo una notte. Ne uscì pallido, stringendo una pagina strappata di spartito. Sul retro, una nota scritta a matita:
“La musica li attira. Il silenzio li fa impazzire.”
Il peso dell’inspiegabile
Tutti questi eventi furono considerati “non rilevanti” ai fini giudiziari. Ma Blackwood li annotò, con cura ossessiva, in una sezione separata dell’Archivio. Quella con il bordo annerito.
Non perché servissero a incriminare qualcuno. Ma perché, nel buio, sono proprio quei dettagli a farti capire che non sei solo.
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