DOSSIER N.21 – Le Lettere Nere dei Bambini


Archivio Blackwood – Dicembre 1888
Documento interno, livello di accesso: V – Ristretto ai casi correlati al Viaggiatore


Durante il recupero dei fascicoli bruciati nella canonica di St. Bartholomew, è emerso un fascicolo secondario, contenente dodici fogli piegati con cura, scritti a mano con inchiostro scolorito. Nessun mittente. Nessuna data. Solo firme infantili, alcune incomprensibili, altre cancellate con tratto violento.

Ma il contenuto è inequivocabile.

Erano lettere mai spedite, vergate da mani tremanti.
Bambini scomparsi.
Bambini di cui non si era mai trovato il corpo.
Bambini dimenticati.


Estratto 1

“Signor Edgar, ho paura. Lei mi ha detto di scrivere se avessi sentito ancora le voci. Ma ora le voci sono dentro la mia testa. Non mi parlano più da fuori.”
(– E.)


Estratto 2

“Se mi fai uscire, giuro che non parlo. Ma non mandare di nuovo il prete. Lui non sa cos’è il buio. Lui non l’ha visto.”
(– “Il bambino nel muro”) – firma illeggibile


Estratto 3

“Quello che guida porta le maschere. Ma non le toglie mai. Anche quando piange, piange da dietro.”
(– R.)


Le lettere non sono firmate con cognomi. Molte parole sono sbagliate, infantili, ma il contenuto è terrificantemente coerente.
I riferimenti al “Viaggiatore”, alle “maschere cucite”, al “prezzo per passare” compaiono in almeno sette dei dodici fogli.

Una delle lettere più brevi riporta solo una frase, tracciata con grafite rossa:

“Ci hanno chiesto i nomi. E poi ce li hanno tolti.”


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IL CARNEFICE DEL SILENZIO
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Il Vero Volto di Edgar Blackwood


Chi è davvero Edgar Blackwood?

Molti lettori mi hanno chiesto da dove nasca questo personaggio cupo, tormentato, solitario. C’è chi lo ha paragonato a Sherlock Holmes, chi a Van Helsing, chi a un detective decadente uscito da un romanzo di Poe. La verità è che Edgar Blackwood non nasce da un solo volto, ma da molte ombre. Alcune reali, altre letterarie. Tutte profondamente umane.

Un detective figlio del proprio tempo

Blackwood vive nella Londra del 1888, tra nebbie e lampioni a gas, poco dopo i delitti di Jack lo Squartatore. È un uomo che crede nei fatti, ma che ha imparato – a sue spese – che non tutto può essere spiegato con la ragione. A differenza di altri ispettori del suo tempo, ha visto ciò che si cela oltre la superficie delle cose: possessioni, sette, oggetti maledetti. Ed è sopravvissuto.

In lui si fondono la disciplina dello scienziato e l’intuizione dell’occultista. È un razionalista che si è sporcato le mani con il sovrannaturale. È l’uomo moderno che guarda in faccia l’abisso, e continua a camminare.

Le ispirazioni letterarie

Blackwood è, senza dubbio, figlio di una lunga tradizione narrativa. Nella sua mente acuta e nei suoi metodi d’indagine riecheggiano le orme di Holmes. Ma a differenza del grande detective, Edgar non è immune al dubbio, all’angoscia, alla fragilità. Ha amato, ha perso. E porta con sé il peso dei fantasmi che ha incontrato.

Al tempo stesso, in lui si riflette l’archetipo dell’investigatore esoterico: un personaggio caro alla letteratura gotica, che non indaga solo su delitti, ma su verità proibite. In questo senso, Blackwood può essere visto come un erede spirituale di Carnacki, di John Silence, e persino di Abraham Van Helsing.

L’umanità dietro l’oscurità

Nonostante l’aura misteriosa, Blackwood resta un uomo. Ha abitudini precise, manie, un’insonnia cronica, un gusto per i sigari economici e per i libri antichi. Ha amici fedeli (come Declan O’Connor o il sergente Monroe), e nemici che lo conoscono nel profondo.

Il suo dolore non è spettacolare, ma profondo e silenzioso, come i pozzi che esplora nei suoi casi. Non cerca vendetta. Cerca risposte. E forse, nel cuore di ogni indagine, cerca anche una redenzione personale.


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I Casi Reali che Hanno Ispirato L’Archivio Blackwood


La Londra vittoriana è un labirinto di nebbia, ombre e superstizioni. Ma, dietro ogni storia di fantasia che ho scritto, si cela un frammento di verità. Molti dei casi affrontati da Edgar Blackwood – possessioni, omicidi rituali, sette segrete – sono ispirati a documenti, articoli o eventi storici realmente accaduti.
Ecco tre episodi che hanno alimentato le mie notti di scrittura.


1. L’Assassinio di Thomas Briggs (1864) – Il primo omicidio in treno

Nel luglio del 1864, Thomas Briggs fu trovato gravemente ferito su una carrozza di prima classe sulla North London Railway. Era stato rapinato e gettato fuori dal treno in corsa. Morì poche ore dopo. Il caso suscitò scalpore e diede il via al panico morale sulla sicurezza dei trasporti pubblici.
Questo delitto, e il clima di paura che ne seguì, ispirarono alcune atmosfere presenti ne “Il Vangelo delle Ombre”, dove i luoghi chiusi (carrozze, camere, cripte) diventano trappole per l’anima.


2. Il Culto di Tichborne (1871) – Quando un impostore diventa messia

Il caso Tichborne fu un processo lunghissimo e mediatico che coinvolse un uomo che sosteneva di essere Roger Tichborne, erede disperso di una nobile famiglia. La sua causa divenne una sorta di religione popolare: folle di poveri lo sostennero, vedendolo come una figura redentrice.
Questo caso ha ispirato il concetto di culto e cieca adorazione che serpeggia in “Il Carnefice del Silenzio”, dove la figura del “Redentore” viene venerata nonostante i suoi segni mostruosi.


3. Il Caso di Edward Pritchard (1865) – Il medico dell’agonia

A Glasgow, il dottor Edward William Pritchard fu accusato di aver lentamente avvelenato sua moglie e sua suocera con dosi crescenti di antimonio. La stampa lo definì “lo scienziato della sofferenza”, e il suo studio conteneva strumenti medici modificati, libri sull’alchimia e persino animali impagliati.


Il confine tra vero e immaginario

Ogni caso che studio e ogni documento che leggo si sedimenta nell’Archivio Blackwood. Il mio obiettivo non è mai solo spaventare, ma raccontare l’orrore nascosto nelle pieghe della realtà, nei dettagli dimenticati dalla storia ufficiale.
Lì, in quelle ombre, nasce la mia scrittura.


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Le censure editoriali dell’epoca vittoriana


Ovvero: cosa sarebbe successo se Blackwood avesse pubblicato davvero i suoi dossier?

La Londra vittoriana che fa da sfondo ai romanzi dell’Archivio Blackwood era una città di contraddizioni. In superficie, un impero elegante, ingessato dalla morale, dal progresso, dalla scienza. Ma sotto quel velo… c’era altro. C’erano i vicoli che non comparivano sulle mappe. Le case dove la luce non entrava mai. E soprattutto c’erano parole che non potevano essere scritte.

Nel XIX secolo, la censura inglese non era solo religiosa o morale: era istituzionale, e talvolta persino automatica. Bastava parlare di certi argomenti — stregoneria, eresia, culti devianti, possessioni, simboli — per essere considerati “scrittori pericolosi”.

Cosa sarebbe successo se Edgar Blackwood avesse pubblicato davvero i suoi dossier?

Questa è la domanda che attraversa ogni pagina dei miei libri. Blackwood, investigatore tormentato, non scriveva per intrattenere. Scriveva per mettere in guardia. Eppure i suoi rapporti, se davvero fossero esistiti, sarebbero stati immediatamente sequestrati, censurati, forse bruciati.

Come documenti “inadatti al pubblico”, sarebbero finiti negli archivi più nascosti di Scotland Yard o nei corridoi dimenticati del British Museum. In alcuni casi, non sarebbe bastato nasconderli: chi li leggeva, spariva. Come è accaduto a certi personaggi minori dei miei romanzi — bibliotecari, medici, giornalisti — che compaiono per pochi capitoli… e poi svaniscono nel nulla.

La scrittura come resistenza

Scrivere di occulto, di possessioni, di incubi che si muovono tra le strade ghiacciate di Londra, è sempre stato un atto di resistenza. Anche oggi. Perché ogni volta che affronto una nuova indagine di Blackwood, non penso solo alla trama. Penso a ciò che non si può dire, a ciò che verrebbe tagliato, e scelgo consapevolmente di lasciarlo sulla pagina.

Nessuna delle mie storie è davvero “autorizzata”. Sono dossier fittizi, certo, ma custodiscono paure vere. Paure che — anche oggi — qualcuno preferirebbe restassero sepolte.


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Come nasce un personaggio dell’archivio Blackwood


Ogni volta che qualcuno mi chiede da dove nascano i personaggi della saga, la mia risposta è sempre la stessa: nascono nel buio.

Non il buio della notte, né quello metaforico dell’anima… ma quel buio che c’è prima che si accenda la candela. Quando ancora non sai chi parlerà. Chi entrerà in scena. Chi lascerà il segno.

I personaggi dell’Archivio non li “invento”. Li incontro. A volte si presentano di colpo, con un nome e una voce ben definita. Altre volte arrivano in silenzio, attraverso una sensazione, un’ombra, un dettaglio fisico che poi prende forma.

Quando nasce un personaggio?

Di solito prima della trama. Mi viene un volto, o una frase. Uno sguardo. E allora comincio a chiedermi: chi è questa persona? Cosa porta sulle spalle? Perché mi guarda così?

Blackwood, per esempio, non doveva essere il protagonista. Doveva essere una figura secondaria. Ma ha bussato troppo forte alla porta. Troppo deciso. Come se dicesse: “O mi dai il caso… o mi prendo l’Archivio.”

Elias Monroe, invece, è nato da un suono. Una frase. Una parola che lo descriveva: “incrinato”. È da lì che ho ricostruito tutta la sua psicologia.

Di cosa sono fatti?

I miei personaggi non hanno biografie dettagliate da manuale di scrittura. Hanno ferite, segreti, colpe non dette. Non serve sapere dove sono nati. Serve sapere cosa li tiene svegli la notte.

Uso il loro passato come un vetro rotto. Alcuni frammenti emergono, altri restano sepolti. Ma ogni cosa che fanno deve riflettere qualcosa di quel vetro.

Una pagina, un battito

Scrivere di loro è un atto di ascolto. Quando scrivo un dialogo, non decido io cosa dicono. Lo scopro. Se un personaggio non parla, non lo forzo. So che lo farà al momento giusto. O che, forse, è già morto.


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Le vere ispirazioni dietro Il Carnefice del Silenzio


Tra documenti reali, casi dimenticati e atmosfere perdute: cosa si cela dietro le pagine?

Ogni romanzo gotico affonda le radici in un terreno più profondo di quanto si possa immaginare. Il Carnefice del Silenzio, terzo volume dell’Archivio Blackwood, non fa eccezione. Alcuni lettori hanno colto i richiami letterari. Altri, forse, hanno intuito qualcosa di più sinistro: le tracce di vicende realmente accadute. O perlomeno, documentate.

Ma da dove nasce Il Carnefice del Silenzio?


La traccia dimenticata di Millburn

Tutto è iniziato con una nota a margine in un vecchio fascicolo d’archivio:

“Nel febbraio 1886, il reverendo Elias V. riporta il caso di un uomo che da tre giorni parla al contrario, come in preda a una messa blasfema.”

Non c’era altro. Nessun nome completo. Nessun referto ufficiale. Solo questo appunto, custodito in una cartella medica del manicomio di Highgate.

Da qui è nata l’idea di un “carnefice del silenzio”: una figura che si nutre delle parole negate, delle voci interrotte, dei nomi spezzati.


Influenze letterarie e iconografiche

Nel romanzo si avvertono echi di:

  • Thomas De Quincey, soprattutto nelle descrizioni allucinate della Londra notturna;
  • M.R. James, con le sue ombre rituali mai spiegate del tutto;
  • La Bibbia apocrifa e le versioni manipolate delle Sacre Scritture usate come oggetti di potere.

Anche alcune fotografie storiche autentiche – pazienti del Bethlem Hospital, immagini di reliquie esorcistiche, disegni di sigilli medievali – sono servite da ispirazione per le scene più disturbanti.


Un nemico che non ha volto

La domanda che si fa strada tra le righe del romanzo è:
e se il Male non fosse un volto… ma un messaggio interrotto?

Ogni figura corrotta che compare ne Il Carnefice del Silenzio è solo un’eco. La vera origine resta nascosta, ed è proprio quella assenza a far paura.

Un silenzio che urla più forte di qualsiasi confessione.


In Conclusione

Scrivere Il Carnefice del Silenzio è stato come scavare in un archivio polveroso che esiste davvero: dentro le biblioteche, ma anche nella memoria. Ogni frase tagliata, ogni nome dimenticato, ogni preghiera pronunciata sottovoce potrebbe diventare la radice di un nuovo orrore.

Forse, non è tutto finito.
Forse, c’è ancora qualcosa che vuole essere raccontato…


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L’Archivio non dorme mai


Dopo la nuova saga per ragazzi (In Lavorazione)… un nuovo libro gotico in arrivo

C’è un tempo per i giuramenti. Un tempo per i misteri.
E poi, c’è un tempo per tornare indietro.

Nelle ultime settimane ho lavorato (e sto lavorando ancora adesso) con passione a una nuova saga destinata a un pubblico diverso: un viaggio iniziatico, magico e oscuro, pensato per lettori più giovani… ma che non rinuncia alle atmosfere cupe che mi accompagnano da sempre.
Un nuovo mondo è pronto a mostrarsi.

Ma non abbiate timore: L’Archivio Blackwood non è chiuso.

Anzi.
Le sue stanze più antiche si stanno aprendo.
Quelle che nessuno ha mai osato esplorare.

Dopo l’uscita del nuovo romanzo dedicato ai più giovani, torneremo là dove tutto ha avuto inizio.
Ho già creato scaletta e storia di un nuovo volume della saga Archivio Blackwood:
un prequel che ci porterà molto indietro nel tempo,
quando Edgar Blackwood era diverso.
Più giovane. Più impulsivo. Meno disilluso.
E forse… più umano.

Ma c’è di più.
Nel buio che ci attende, una figura familiare tornerà a camminare accanto a lui.
Qualcuno che non avete dimenticato.
Qualcuno che, forse, non ha mai davvero lasciato l’Archivio.

Non posso dirvi altro.
Solo questo: preparatevi a scoprire le origini.
Il primo caso.
L’orrore che ha cambiato tutto.
E la promessa che ancora oggi,
nell’ombra, non è stata spezzata.

Rimanete connessi.
Il prossimo varco si aprirà prima di quanto immaginiate.


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IL DOSSIER SEGRETO


Scene tagliate e personaggi scomparsi dall’Archivio Blackwood

C’è una stanza, nell’Archivio, che nessuno può aprire.
O meglio: una stanza che nessuno dovrebbe aprire.
Dentro, raccolte in fascicoli impolverati, ci sono pagine che non avete mai letto.

Scene scritte e poi strappate.
Personaggi che hanno respirato solo per un istante.
Capitoli interi sussurrati nella mente e mai arrivati alla luce.
Oggi, con il lume di una candela tremolante, vi invito a entrare con me.


La scena che non avete mai letto: “Il Sussurro di Chalk Farm”

Forse ne avete colto l’eco.
Forse vi è sembrato, leggendo Il Carnefice del Silenzio, che tra una pagina e l’altra ci fosse un vuoto non spiegato.

Non era un errore.
Era una ferita deliberata.
Una scena che parlava troppo presto, che svelava troppo in fretta.
E che, per questo, è stata rimossa.
Ma non dimenticata.

“La testa era china sull’altare, immobile. Un carillon rotto suonava note dissonanti. Nessuna ferita. Nessun sangue. Solo due parole cucite sulla gola, con filo sacro: Per non dimenticare.”

Quel frammento apparteneva a un episodio notturno, ambientato nella canonica di Chalk Farm, nella notte tra il 2 e il 3 gennaio 1889.
Blackwood vi entrava seguendo una pista offerta da una lettera anonima.
Lì, avrebbe trovato un messaggio lasciato non per lui… ma per qualcosa che lo stava seguendo.
Un’ombra.
Una promessa.

La scena è stata tagliata per non spezzare il ritmo, ma ha ancora un posto nel mio personale archivio.
Un giorno, chissà, potrebbe riemergere…


Personaggi che non ce l’hanno fatta (almeno, non in questa vita)

Nei romanzi gotici, ogni personaggio è un’eco, un simbolo, un enigma.
Alcuni, però, non sono mai riusciti a raggiungere la carta stampata.
Ecco tre “spettri” narrativi che hanno bussato alla mia mente ma sono rimasti fuori dalla porta:

1. Elijah Cairns – Il bibliotecario di Craven Cross

Un uomo anziano, cieco, che avrebbe dovuto aiutare Blackwood a tradurre alcuni simboli.
Il suo linguaggio era fatto solo di silenzi e tatto.
Lo avevo immaginato con mani bruciate dall’inchiostro e occhi bianchi come vetro.
È stato sostituito da un’altra figura più enigmatica. Ma le sue parole mute potrebbero ancora risuonare.

2. Abigail Keene – L’infermiera dei sogni

Doveva apparire in una scena onirica nel secondo romanzo, accudendo Blackwood durante un delirio febbrile.
Sussurrava frasi in latino, ma il suo volto cambiava forma ogni volta che veniva guardato.
Non era viva.
Ma nemmeno morta.
Era un incubo che aspettava di essere ricordato.

3. Il Reverendo Fielding – Colui che pregava al contrario

Una figura disturbante, ispirata a leggende realmente esistenti.
Recitava le Sacre Scritture al contrario, come forma di invocazione.
Aveva una Bibbia con le pagine cucite in pelle umana.
Ho deciso di non inserirlo… per ora.


Il futuro del Dossier Segreto

Per ogni scena che resta, ce ne sono dieci che muoiono.
Ma nulla si perde davvero, nell’Archivio Blackwood.
Alcune idee ritornano sotto forma di nuovi personaggi.
Altre cambiano pelle.
Altre ancora… aspettano solo il momento giusto per risorgere.

Vi è piaciuto entrare in questa stanza proibita?
Fatemelo sapere.
Potrei aprire un’altra cartella.
Un altro giorno.


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Scena Inedita – “I Sussurri di Chalk Farm”


Londra, 2 gennaio 1889 – Notte fonda

La nebbia era tornata più densa, come un sudario steso tra le tegole di Chalk Farm. Blackwood camminava a passo deciso sul selciato, il cappotto chiuso fino al collo e la pistola nascosta nella fondina sotto l’ascella. Nessun mandato. Nessun ordine. Solo un nome inciso in una lettera anonima: Bethany Grace – maestra di coro presso la St. Michael’s Chapel.

La porta della canonica era socchiusa.

Entrò.

Il corridoio sapeva di cera e umido, come ogni casa che aveva smesso di pregare. Un suono sottile – forse un salmo spezzato – si levava dal piano superiore, ma Blackwood capì subito che non era cantato da alcuna voce viva.

Salì i gradini.

Una figura stava inginocchiata davanti all’altare di legno consumato. Indossava un abito da corista, ma era rigido, come imbalsamato. La testa era china. Ai piedi, un piccolo carillon rotto, le note uscite di tono.

Quando Blackwood si avvicinò, il corpo crollò all’indietro come un sacco vuoto. Nessun sangue. Nessuna ferita.

Solo due parole cucite sulla gola, con filo sacro:
“Per non dimenticare”.

Un brivido lo attraversò. Alle sue spalle, il salmo riprese. Ma nessuno era lì a cantarlo.


Una scena tagliata per non spezzare il ritmo, ma che rivela un altro tassello del Male che si aggira nell’ombra.


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Dentro il Silenzio –Appunti di un sopravvissuto


Non so nemmeno perché sto scrivendo queste righe.
Forse perché qualcosa di ciò che ho visto vuole uscire, forse per paura che, se resto zitto, finirò anch’io come quelli che non ci sono più.

Ho ancora addosso l’odore della cripta.
Polvere, ferro e cera bruciata.
Non era la prima volta che seguivo l’ispettore Blackwood, ma quella notte… quella notte, no. Non era una come le altre.

Ci sono domande che non dovrebbero mai essere formulate a voce alta, eppure lì sotto, ogni cosa sussurrava. I muri, le ombre, persino il sangue secco sulle pietre sembrava voler dire qualcosa.
E poi c’era quella maschera.
Dio mi perdoni se ancora adesso, quando chiudo gli occhi, ne sento la trama ruvida tra le dita. Non so a chi appartenesse, ma sembrava ancora calda.

Blackwood non parlava molto. Ma io lo guardavo.
Nel suo sguardo c’era qualcosa di più cupo del solito, come se stavolta anche lui sapesse che non tutti ne sarebbero usciti.

Un nome non detto

Non farò nomi.
Chi ha visto non può parlare.
Chi non ha visto non capirebbe.

Ma in fondo a quel dedalo di corridoi, in quella casa dimenticata dai vivi, c’era qualcosa che aspettava. Non so se fosse un uomo, un’idea o un rito interrotto. Ma respirava. E guardava.
Noi non siamo più tornati gli stessi.

❝ Il silenzio, in certi luoghi, non è pace. È condanna. ❞

E ora? Ora Londra è tornata a scorrere. I tram battono le strade, la gente ride nei pub, e i giornali parlano di altro.
Ma io so.
Sotto la città, qualcosa si è mosso.
E quando il silenzio si fa più profondo del dovuto, so che non è solo nella mia testa.

Se mai leggerete queste righe, sappiate solo questo:
non tutto ciò che è sepolto vuole restare tale.
E alcune maschere non coprono un volto. Coprono un vuoto.


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