Lo Spiritismo nella Londra dell’Ottocento: tra sedute oscure e la fede di Conan Doyle

Nel cuore della Londra vittoriana, tra nebbie industriali e lampioni a gas, una nuova febbre si diffuse tra aristocratici, borghesi e intellettuali: lo spiritismo. In un’epoca segnata da guerre, epidemie e altissima mortalità infantile, l’ossessione per l’Oltretomba divenne un fenomeno sociale e culturale.

Tavole Ouija, medium e illusioni

Nato negli Stati Uniti negli anni ’40 dell’Ottocento con le sorelle Fox, lo spiritismo approdò in Inghilterra entro il 1852, prendendo piede rapidamente nella capitale. Le “sedute” si tenevano in case borghesi e salotti privati, dove le tavole Ouija, i bicchieri che si muovevano, i colpi sui muri e le luci danzanti offrivano l’illusione di un contatto con i defunti.

Madame d’Esperance, Daniel Dunglas Home, Florence Cook e molti altri medium divennero vere celebrità. Alcuni erano abili illusionisti; altri, sinceramente convinti di essere canali tra i due mondi. Le riviste dell’epoca come The Spiritualist e Light pubblicavano resoconti dettagliati delle manifestazioni spiritiche, spesso con disegni inquietanti e testimonianze oculari.

Lo spiritismo non fu solo una moda. Fu anche un modo per affrontare il dolore e la perdita, in un’epoca in cui la morte era onnipresente ma il lutto ancora privo di risposte.

L’uomo razionale che parlava coi morti

Tra i più celebri sostenitori dello spiritismo si annovera Sir Arthur Conan Doyle, il creatore del razionalissimo Sherlock Holmes. Sembrerebbe un controsenso: l’uomo che incarnò la logica assoluta, nella vita reale parlava con i morti.

Doyle si avvicinò allo spiritismo attorno al 1887, ma fu dopo la tragica morte del figlio Kingsley nella Prima Guerra Mondiale che abbracciò con fervore questa dottrina. Partecipò a decine di sedute spiritiche, scrisse The New Revelation (1918) e The Vital Message (1919), opere in cui sosteneva apertamente la realtà del contatto con l’aldilà.

Nel 1920 intraprese un vero e proprio tour internazionale per promuovere il movimento. Difese la veridicità delle fotografie delle fate di Cottingley e si inimicò il celebre illusionista Harry Houdini, che cercava invece di smascherare ogni truffa spiritica.

Una Londra intrisa di fantasmi e speranza

Lo spiritismo nella Londra vittoriana non fu solo un rifugio per i sofferenti. Fu anche un crocevia di illusionismo, religione, scienza nascente e letteratura. Sulla sua scia si formarono società come la Society for Psychical Research (1882), che cercavano un approccio scientifico ai fenomeni paranormali.

L’immaginario gotico della capitale ne uscì potenziato: dai vicoli di Whitechapel alle cripte di Highgate, il confine tra vita e morte non era mai stato così sottile. E in mezzo a tutto questo, anche lo sguardo gelido e razionale di Holmes sembrava doversi piegare, per un momento, all’invisibile.

Molti di questi temi ispirano ancora oggi la narrativa gotica contemporanea e, non a caso, tornano ciclicamente nei romanzi dell’Archivio Blackwood. Il fascino per l’ignoto, la morte e la sopravvivenza dell’anima restano interrogativi vivi, capaci di unire epoche, lettori e scrittori.


Fonti storiche:

  • Owen, A. (2004). The Darkened Room: Women, Power, and Spiritualism in Late Victorian England. University of Chicago Press.
  • Doyle, A. C. (1918). The New Revelation.
  • Noakes, R. (1999). “Telegraphy is an Occult Art: Cromwell Fleetwood Varley and the Diffusion of Electricity to the Other World”. The British Journal for the History of Science, 32(4).
  • Barrow, L. (1986). Independent Spirits: Spiritualism and English Plebeians, 1850-1910.

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Sulle tombe di pietra, con la nebbia alle calcagna

Highgate Cemetery, Londra – inverno 1888

Mi trovavo a Highgate prima che sorgesse il sole.
Non so bene perché ci fossi andato. Un impulso.
Un nome trovato su un vecchio foglio macchiato d’inchiostro, forse. Una promessa sussurrata da qualcuno che non ricordo.

Le prime luci dell’alba non riuscivano a penetrare la cortina spessa della nebbia. Ogni passo produceva un suono ovattato contro il muschio bagnato. Il cancello cigolava alle mie spalle, come a chiudermi dentro qualcosa di più antico del tempo stesso.

Lì dentro, la morte non riposava.
Ti osservava.

Le statue erano consumate, alcune prive di volto. Altre sembravano averne uno nuovo, scolpito dal tempo. Le lapidi oblique, ricoperte di licheni, portavano nomi cancellati dall’umidità. Nessuno veniva a piangere quelle tombe. Nessuno… tranne forse me.

Percorsi il viale principale, lasciandomi guidare da un sentiero che sembrava volermi condurre da qualche parte.
C’erano impronte. Non le mie. Troppo piccole. Troppo leggere.
Seguirle fu istintivo. E sbagliato.

Arrivai a una cripta.
Le porte in ferro erano aperte.
All’interno, il freddo era diverso. Vivo.
C’erano fiori secchi, candele consumate, e… un nome inciso nel marmo, identico a quello che avevo visto sul foglio la sera prima.
Non era possibile.

Poi udii un sussurro.
Non proveniva dall’esterno. Nemmeno dall’interno.
Proveniva da sotto.

Fuggii.
O almeno credo. Il ricordo di quel momento è rotto, come vetro.
So solo che, quando mi voltai, la cripta non c’era più.
Solo una lapide annerita dal tempo.

Oggi, ogni volta che passo da Highgate, evito quel sentiero.
Ma a volte, giuro…
Vedo le stesse impronte nella ghiaia.

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Dietro Il Carnefice del Silenzio: Ricerche storiche, riti dimenticati e luoghi reali della Londra del 1800

Scrivere Il Carnefice del Silenzio ha significato, per me, intraprendere un viaggio oscuro tra le pieghe più remote della Londra ottocentesca. Non bastava immaginare una storia gotica e disturbante: era necessario darle radici profonde, collocarla in una realtà che esiste, o che è esistita. Questo articolo è un piccolo sguardo sul lavoro di ricerca che ha preceduto la stesura del nuovo capitolo dell’Archivio Blackwood.

Riti oscuri e culti reali dell’epoca vittoriana

Una parte fondamentale della trama de Il Carnefice del Silenzio ruota attorno a riti dimenticati, simboli occulti e culti che operavano tra le crepe della società londinese. Durante la mia ricerca ho consultato:

Documenti storici dell’epoca vittoriana riguardanti il culto dell’Angelo del Silenzio, una figura realmente citata in alcuni pamphlet religiosi apocrifi del 1840–50;

Tracce di riti funebri deviati, usati in alcune sette spiritualiste nate nel periodo post-romantico, in cui il silenzio assoluto durante la veglia funebre era considerato il passaggio per “non svegliare l’Altro”;

Il legame tra cuciture rituali (come quelle su labbra e occhi) e la simbologia dell’obbedienza nel folklore scozzese e gaelico, poi ripreso nel libro.

Limehouse, il quartiere delle ombre

Per ambientare scene chiave del romanzo, ho studiato Limehouse (ed altri quartieri), quartiere fluviale nel cuore dell’East End londinese. A cavallo tra realtà e leggenda, Limehouse è:

Un luogo di marginalità sociale e spirituale nel 1800, noto per i suoi oppiacei e le società clandestine;

Sede di case murate, magazzini abbandonati, cripte sconsacrate e cunicoli sommersi che alimentano l’immaginario del romanzo;

Un crocevia tra oriente e occidente: è qui che si creavano leggende su “riti importati” e sulla contaminazione del Male antico con quello urbano.

Le fonti segrete dell’Archivio Blackwood

Ogni elemento inserito nella trama – dai manoscritti cuciti con filo rosso, agli specchi rituali, fino al concetto di “voce vietata” – nasce da una commistione tra:

Rituali documentati in fonti rare (es. Il Libro del Silenzio, anonimo, 1857);

Racconti folkloristici di origine scozzese e irlandese, in particolare quelli su “chi parla nel sogno”;

Riflessioni psicologiche sul trauma e la repressione, per dare profondità umana ai personaggi.

Narrativa sì, ma con radici nel reale

Ogni parte de Il Carnefice del Silenzio è frutto di finzione. Ma le sue radici affondano in archivi veri, in libri dimenticati e in mappe annerite dal tempo. Questa è la mia missione: trasformare la realtà in incubo, e l’incubo in una pagina che non si dimentica.

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Titolo: Il boia e il culto del silenzio: quando giustizieri e sacerdoti coincidono

Nel cuore più oscuro dell’Europa ottocentesca, là dove le ombre della religione si intrecciano con le viscere della giustizia terrena, esistevano figure ambigue e disturbanti: uomini che erano al tempo stesso carnefici e custodi del sacro. Il boia, archetipo di morte e silenzio, veniva talvolta assimilato a un sacerdote di un culto perduto, nascosto tra le pieghe del dogma cristiano e le superstizioni rurali.

Questa sinistra sovrapposizione non è solo simbolica. Nei registri dimenticati delle prigioni e nei racconti sussurrati tra i vicoli londinesi, si parlava di confraternite silenziose, gruppi clandestini che officiavano le esecuzioni come riti iniziatici. Il condannato non era solo un colpevole, ma un’offerta. Il patibolo diventava altare. La corda, sacra reliquia. E il boia, vestito di scuro, taceva: perché ogni parola poteva rompere l’incanto.

Molti di questi uomini vivevano isolati, in case ai margini della città, circondati da simboli apotropaici, croci rovesciate, monili in osso umano. Alcuni avevano tatuaggi con scritte in latino arcaico. In certe notti d’inverno, si raccontava che pregassero ad alta voce, da soli, nel dialetto di chissà quale ordine monastico dimenticato.

Una delle testimonianze più inquietanti proviene da un documento riservato del 1842, rinvenuto nell’archivio della Workhouse di Bethnal Green. In esso, un certo “S.H.”, condannato a morte per omicidio rituale, racconta che il boia gli avrebbe detto, sottovoce: “oggi diventi silenzio puro“. Una frase che ritorna, identica, in almeno altri tre resoconti anonimi.

Alcuni storici marginali, spesso tacciati di follia, hanno ipotizzato che esistesse una linea segreta che collegava questi giustizieri, tramandata per secoli. Un lignaggio. Una confraternita del silenzio. Con rituali, simboli, giuramenti. Si dice che uno di loro, prima di essere trovato impiccato nella sua stessa botola, avesse inciso sul muro: “In caede silentium est“.

Nel mondo dell’Archivio Blackwood, questa teoria prende forma e carne. Il Carnefice del Silenzio non è solo un assassino. È il discendente di un culto antichissimo, uno dei pochi sopravvissuti. La sua missione non è uccidere: è zittire. Uccidere è solo un mezzo.

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Perché scrivere una raccolta di racconti brevi gotici alla Poe

In un’epoca in cui l’attenzione è frammentata e i ritmi frenetici lasciano poco spazio alla contemplazione, i racconti brevi tornano ad avere una potenza narrativa straordinaria. Ma non si tratta solo di forma. Quando si sceglie lo stile gotico, e soprattutto si guarda a un maestro come Edgar Allan Poe, l’obiettivo diventa qualcosa di più profondo: sondare gli abissi dell’animo umano, tra follia, mistero e verità inconfessabili.

Scrivere una raccolta di racconti brevi gotici oggi è un atto di resistenza e memoria. È un modo per rendere omaggio a una tradizione letteraria oscura ma raffinata, fatta di simbolismi, ambientazioni claustrofobiche, case decadenti, orrori psicologici e presenze impalpabili. Ma è anche un laboratorio creativo: ogni racconto è un microcosmo, una lente deformante attraverso cui esplorare le mille sfaccettature dell’ignoto.

Lo stile alla Poe non si limita a narrare l’orrore. Lo seziona, lo rende razionale, lo osserva con lucidità clinica. La mente del protagonista spesso coincide con quella del lettore, trascinandolo in un vortice di dubbi e percezioni distorte. In questa forma breve, la tensione non si diluisce: si comprime, si concentra, esplode.

Scegliere la forma del racconto breve gotico, oggi, significa offrire al lettore un’esperienza intensa, densa, disturbante. È un invito a leggere con lentezza, ad ascoltare il silenzio fra le righe, a temere ciò che non viene detto. In ogni pagina, un’eco del passato. In ogni storia, un interrogativo che resta sospeso.

Ecco perché scriverne ancora. Perché il gotico non muore mai: cambia forma, ma continua a sussurrare dietro le porte chiuse della nostra coscienza.

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Morte e silenzio nei conventi abbandonati: luoghi perduti dell’Archivio Blackwood

Nel cuore della Londra vittoriana, alcuni luoghi non appartenevano più al mondo dei vivi. Tra questi, i conventi abbandonati: silenziosi, decadenti, dimenticati. Ma non vuoti.

Tra i documenti segreti dell’Archivio Blackwood, conservati negli anni e tramandati con cautela, emergono descrizioni inquietanti di luoghi dove il silenzio diventava assordante. I conventi dismessi, chiusi da decenni, ricorrono spesso nei dossier su eventi inspiegabili e possessioni avvenute lontano dagli occhi della città.

Uno di questi casi è legato al convento di St. Etheldreda, situato nei sobborghi di Limehouse. Disabitato sin dal 1849 a seguito di un incendio mai chiarito, fu più volte segnalato per apparizioni notturne e grida sussurrate all’alba. Quando Edgar Blackwood vi fu inviato in incognito nel 1887, documentò la presenza di simboli religiosi rovesciati, manoscritti danneggiati da segni di artigli, e celle murate dall’interno.

Ma non fu l’unico. I conventi abbandonati di Highgate, Islington e Deptford sono menzionati nei rapporti di Quinn e O’Connor, spesso in relazione a riti di evocazione o a sparizioni di giovani novizie. Spazi di preghiera convertiti in altari sacrileghi, cripte violate, registri bruciati: luoghi in cui fede e orrore si confondevano.

Cosa cercavano davvero coloro che tornavano a pregare in quegli edifici caduti in rovina?

L’Archivio Blackwood suggerisce che quei luoghi vennero scelti per la loro “assenza di suono divino”: pare che il silenzio assoluto delle pareti, impregnate di preghiere dimenticate, rendesse più semplice il passaggio tra i mondi.

Oggi, solo frammenti di questi rapporti sono disponibili al pubblico. Ma chi vuole davvero approfondire, può accedere ai dossier completi, segreti e inediti, iscrivendosi alla mia newsletter su Substack:

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Il Sussurro del Pozzo

Dietro le quinte di un racconto inedito dell’Archivio Blackwood

Ci sono storie che si pianificano con precisione, e poi ci sono quelle che emergono, inaspettate, come voci nel silenzio. Il Sussurro del Pozzo nasce così: tra un pomeriggio d’estate e un taccuino aperto, mentre sono – almeno sulla carta – in ferie.

Un titolo evocato da un’immagine.
Un rumore che non dovrebbe esserci.
Una voce che nessuno dovrebbe ascoltare.

Una nuova ombra nella saga

Il Sussurro del Pozzo è un racconto breve, scritto con lo stile che ormai definisce l’Archivio Blackwood: cupo, simbolico, narrato con un passo che vuole inquietare più che spiegare.
Non è un capitolo centrale della saga, ma è qualcosa che vi si intreccia. Un frammento laterale. Una voce perduta in un fascicolo, forse volutamente nascosto.

Chi ha letto Le Ombre di Whitechapel e Il Vangelo delle Ombre ritroverà qui la stessa Londra sporca, spettrale, carica di presagi.
Ma questa volta, niente indagine.
Solo un uomo. Un pozzo. E qualcosa che non dovrebbe rispondere.

Una ricompensa per chi segue le Ombre

Il Sussurro del Pozzo sarà presto regalato in formato PDF durante un contest riservato ai lettori dell’Archivio.
Voglio che sia un contenuto speciale, una ricompensa per chi continua a camminare tra le mie ombre, pagina dopo pagina.

E più avanti nascerà una vera e propria raccolta di racconti in stile Poe, in cui storie brevi, inquietanti e disturbanti costruiranno un altro volto dell’Archivio Blackwood.
Meno luce. Più silenzio. Più simboli.

Per ora, ascolta solo se sei pronto

Il pozzo è lì.
La corda è frusta.
E qualcosa si muove in fondo.

Ma attenzione: non tutto ciò che chiami… risponde come ti aspetti.

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Dietro la nebbia: cosa ispirò Il Carnefice del Silenzio

C’è un momento, nella scrittura, in cui la finzione comincia a sussurrare con la voce della realtà. Il Carnefice del Silenzio, terzo capitolo dell’Archivio Blackwood, nasce così: non da un’idea astratta, ma da un’immagine. Un monastero in rovina. Una finestra murata. Un nome sussurrato tra le pagine polverose di un fascicolo dimenticato.

Le fonti che hanno nutrito il buio

Dietro ogni riga di questo romanzo ci sono luoghi reali: l’ex manicomio di Colney Hatch, il British Museum, le cripte dimenticate sotto Clerkenwell. Ho studiato vecchie mappe, atti di archivio, testimonianze mediche della Londra vittoriana per restituire non solo l’atmosfera, ma il respiro di un’epoca. Un’epoca dove la follia era sigillata in silenzio.

Blackwood, Monroe e il dolore del non detto

In questo romanzo, più che mai, i personaggi sono costretti a confrontarsi con il trauma: non solo ciò che accade nel presente, ma le cicatrici del passato. Edgar Blackwood porta il peso di tutto ciò che ha visto. Elias Monroe inizia a farsi domande. E la città stessa – Londra – diventa il terzo personaggio, vivo, oscuro, affamato.

Un romanzo gotico ma moderno

Nonostante l’ambientazione storica, Il Carnefice del Silenzio parla a noi, oggi. Parla del bisogno di essere ascoltati. Della crudeltà che si nasconde dietro l’indifferenza. Del prezzo che paghiamo quando scegliamo di non vedere.

Se ti sei perso nei vicoli di Whitechapel, se hai seguito il Vangelo delle Ombre, allora sei pronto per scendere ancora più in profondità. Perché stavolta, il silenzio ha un volto.

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Quando il sangue è preghiera

Il ritorno dei culti sacrificali tra Il Vangelo delle Ombre e Il Carnefice del Silenzio

C’è un filo rosso che attraversa l’intera saga dell’Archivio Blackwood. Non è solo narrativo. È fisico. È sangue.

Nel mondo che ho creato, il Male non si limita ad agire: richiede. Richiede voce, occhi… e carne. Dai rituali egizi descritti ne Le Ombre di Whitechapel alle possessioni infernali de Il Vangelo delle Ombre, fino agli echi silenziosi e inquietanti de Il Carnefice del Silenzio, il culto sacrificale non è mai scomparso. Ha solo cambiato forma. E significato.

Il sangue come chiave e linguaggio

In Il Vangelo delle Ombre, il sangue viene versato non per vendetta, ma per evocazione. La possessione non avviene per caso: è guidata, quasi cercata, tramite offerte precise. Gli “ospiti” vengono scelti, preparati, talvolta marchiati. L’offerta sacrificale non è solo violenta: è teologica.

In alcune scene chiave, si fa riferimento a vangeli apocrifi e testi eretici in cui il sangue dei puri viene descritto come “chiave dell’accesso e vincolo del patto”. Non è il dolore a nutrire il Male: è la rinuncia. Il corpo offerto volontariamente. La carne che si fa verbo… al contrario.

Il Carnefice e il culto della muta obbedienza

Nel terzo volume, Il Carnefice del Silenzio, il sacrificio cambia ancora forma. Non è più gridato. È taciuto.

L’orrore si fa rituale ordinato: simboli marchiati, tagli esatti, sangue disposto come in una liturgia. E chi partecipa al rito lo fa non urlando, ma accettando in silenzio il proprio destino.

È qui che il culto si rivela davvero moderno e antico insieme. È un’eresia che non brucia più nei roghi, ma si diffonde nei sussurri.

Un orrore che ha radici vere

Molti elementi del culto fittizio presente nei romanzi traggono ispirazione da documenti reali: cronache del ‘600 sui flagellanti italiani, il culto medievale dei Silenziosi, e testimonianze raccolte nel XIX secolo sulle sette del Nord Europa che praticavano forme di espiazione fisica collettiva.

Li rielaboro in chiave narrativa, trasformandoli in una trama gotica e rituale, ma senza mai perdere quel senso disturbante di verosimiglianza. Perché il vero orrore… è quello che potrebbe essere accaduto.

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Il monastero maledetto

Le vere abbazie abbandonate che hanno ispirato Il Carnefice del Silenzio

C’è un luogo, nel cuore del terzo volume dell’Archivio Blackwood, dove il tempo sembra essersi fermato. Non per nostalgia. Ma per paura.

Nel romanzo Il Carnefice del Silenzio, Edgar Blackwood si ritrova all’interno di un monastero dimenticato, tra pareti di pietra umida, simboli cancellati e reliquie dimenticate da Dio. Un luogo in rovina, ma ancora vivo. Vivo di echi, di silenzi troppo pieni, di qualcosa che è rimasto.

Questo luogo non nasce solo dalla fantasia. È ispirato a monasteri reali disseminati nell’Inghilterra rurale e nella Scozia più remota. Luoghi veri, esistiti, dimenticati, e – in certi casi – mai veramente abbandonati.

1. Whalley Abbey, Lancashire

Un’antica abbazia cistercense risalente al XIV secolo. Dopo la dissoluzione dei monasteri voluta da Enrico VIII, fu in parte distrutta. Alcuni dicono che nelle rovine si sentano ancora preghiere sussurrate in latino. È uno dei modelli principali per l’abbazia descritta nel Capitolo 11.

2. Byland Abbey, North Yorkshire

Conosciuta per la sua architettura inquietante e il suo passato pieno di leggende. Si dice che lì venisse praticata la cosiddetta preghiera del silenzio, un rituale penitenziale che imponeva giorni senza parola. Una suggestione diretta per la figura del Carnefice.

3. Sweetheart Abbey, Scozia

Un luogo dal nome dolce e dal passato cupo. Fondata nel 1273, fu teatro di storie di ossessione religiosa, isolamento volontario e culto delle reliquie. La simbologia di alcune sue cripte è stata studiata in documenti del British Museum – proprio come fa Blackwood nel romanzo.

4. Kirkstall Abbey, West Yorkshire

Una delle abbazie meglio conservate, ma anche una delle più inquietanti. Alcuni visitatori parlano di “zone fredde” improvvise, sensazioni di oppressione, e di una figura incappucciata che attraversa il chiostro. Un luogo perfetto da modellare per una scena investigativa senza tempo.

Un luogo reale… e irreale

Nel romanzo, l’abbazia non ha un nome. Non compare sulle mappe. Non viene cercata: si rivela. È costruita con elementi presi da ognuno di questi luoghi, mescolati e deformati fino a diventare qualcosa di nuovo. Eppure… chi ha visitato certe rovine capirà. Il silenzio descritto non è solo letterario. Esiste davvero.

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