Dentro la casa di Ed Gein: ciò che non dovremmo vedere


Entrare nella casa di Ed Gein non è come attraversare un luogo abbandonato.
È più simile a varcare una soglia che nessuno avrebbe mai dovuto riaprire.

Scrivo queste righe in prima persona, come se le stanze fossero ancora in piedi e io potessi toccarne le pareti, respirarne la polvere, ascoltare ciò che non parla ma resta intrappolato nell’aria.
Non lo faccio per gusto del macabro, ma perché per comprendere davvero una mente devi farti attraversare dai suoi silenzi.


La porta che non doveva aprirsi

La maniglia è fredda, più di quanto dovrebbe.
Appena la giro, la casa sembra trattenere il respiro, come se stesse decidendo se permettermi di entrare o respingermi.
Il corridoio è stretto, impregnato di odore di terra umida e qualcosa che ricorda il cuoio vecchio.

Il pavimento scricchiola.
Ogni passo sembra un errore.

La luce filtra a fatica dalle finestre sporche, e la polvere danza nell’aria come se avesse una memoria propria. Mi sorprendo a pensare che queste particelle abbiano visto tutto: il silenzio, la solitudine, la devozione ossessiva e il delirio.


La stanza chiusa da anni

La porta della stanza di Augusta — la madre — è l’unica apparentemente intatta.
Nessuno entra, nessuno osa sfiorare ciò che Ed conservava come un altare.
È la stanza che racconta tutto:
la sua fragilità,
la sua dipendenza emotiva,
il suo crollo mentale dopo la perdita di chi era l’unico punto fermo della sua realtà distorta.

Il letto è perfettamente ordinato.
Le tende sono chiuse, eppure so che oltre quei tessuti scoloriti il mondo scorreva, indifferente al disfacimento psicologico che stava maturando dentro queste mura.


Il laboratorio dell’orrore

È questo il punto in cui tremo.

La porta cigola solo quando la spingo con forza. Dentro, l’odore cambia.
Qui la polvere non basta a coprire ciò che è stato.

È un luogo che non si descrive facilmente, non perché è troppo macabro, ma perché ogni oggetto pare raccontare un gesto compiuto con ritualità, quasi con devozione.
Un tavolo di legno segnato da anni di tagli.
Una lampadina nuda che sembra ancora oscillare.
E quei silenzi che si attorcigliano come corde… o come lembi di qualcosa che non voglio nominare.

Ed era un uomo che cercava di costruire — letteralmente — ciò che non riusciva più ad avere: sua madre.
È questa la radice di tutto.
Non la violenza, non la follia spettacolarizzata nei film.
La perdita.
E il modo terribile, impossibile, insostenibile, in cui ha tentato di colmarla.


Perché scrivere di Ed Gein oggi

Perché ci serve ricordare che il male non nasce dal nulla.
Ha sempre un seme, un trauma, una frattura da cui filtra qualcosa che non dovrebbe passare.

Il mio saggio esplora proprio questo:
non l’orrore fine a sé stesso,
ma l’orrore dentro la mente umana, il punto in cui una persona smette di essere recuperabile e diventa qualcosa di diverso.

Se questo viaggio nella casa di Gein ti ha sfiorato anche solo per un istante, allora sai perché vale la pena leggerlo.


Il saggio completo su Ed Gein

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IL LINGUAGGIO DEL CRIMINE NEL XIX SECOLO


Come parlavano davvero gli investigatori dell’epoca vittoriana

La Londra della seconda metà dell’Ottocento non era soltanto una città: era un organismo vivo, brulicante, con un proprio sistema nervoso fatto di vicoli, fogne, taverne, stazioni di polizia, obitori e tribunali. Il crimine scorreva come un sangue scuro sotto le sue strade, e ogni mestiere – dal medico legale al sergente di pattuglia – aveva un linguaggio preciso, a volte tecnico, a volte pittoresco, nato per descrivere l’orrore con esattezza o per renderlo sopportabile.

Per chi scrive narrativa gotica ambientata in quell’epoca, conoscere quel lessico significa restituire autenticità al mondo e far respirare la pagina come se davvero provenisse da un registro d’archivio.

In questo articolo esploriamo proprio quel linguaggio: ruvido, diretto, spesso oscuro. Il modo in cui i vittoriani raccontavano il crimine dice molto più di quanto sembri.


LA STRADA AVEVA UNA SUA VOCE

Gli ispettori non parlavano mai di “quartieri difficili”. Usavano espressioni più taglienti:

  • Rookery, covo criminale, labirinto di case pericolose.
  • Doss-house, dormitorio miserabile dove si nascondevano ladri e reietti.
  • Gin alley, vicolo degenerato dove alcol e violenza si mescolavano.

Dire “il corpo fu trovato in un rookery” non suggeriva solo un luogo malfamato: evocava un ecosistema di miseria, dove la polizia entrava con riluttanza e spesso in gruppo.

La topografia del crimine era un idioma geografico: i vicoli di Whitechapel erano soprannominati la ragnatela, Limehouse la gola del fumo, mentre certi ponti del Tamigi erano chiamati le soglie del buio per la quantità di corpi recuperati al mattino.


UN LESSICO CLINICO PRIMA DELLA SCIENZA

Le scienze forensi erano ancora primitive, eppure già allora esisteva un vocabolario semi-tecnico che ritorna spesso nei documenti dell’epoca.

  • Lividity (o post-mortem staining), la macchia violacea della morte.
  • Incised wound, ferita da taglio netta.
  • Contused wound, ferita da urto o schiacciamento.
  • Rigor, irrigidimento, osservato con attenzione dagli ispettori più scrupolosi.

Per un detective vittoriano, saper descrivere un corpo era anche una questione di status professionale: il suo rapporto ufficiale sarebbe passato sulla scrivania di un magistrato, e il tono non poteva essere né emotivo né vago.

Anche i medici parlavano una lingua loro: chiamavano i cadaveri subjects, non persone, e definivano le ferite “clean, ragged, hesitating”, come se il coltello avesse una psicologia.


LE PAROLE NON DETTE

La società vittoriana era pudica, e il crimine spesso veniva descritto con un velo di indirettezza.

  • Una donna strangolata poteva diventare “found in distressing circumstances”.
  • Un suicidio non si chiamava quasi mai suicidio: era “self-deliverance” o “felo de se”.
  • Una mutilazione intima veniva ridotta a “injuries of private nature”.

Questo modo di parlare non serviva solo a proteggere il pubblico: aiutava gli stessi investigatori a mantenere distanza emotiva quando il caso diventava insostenibile.


LA POLIZIA E GLI SLANG DI SOTTOCULTURA

La polizia, soprattutto nei distretti più duri come Whitechapel, aveva sviluppato un gergo sporco e immediato. Alcuni termini usati all’epoca:

  • Bludgeoner, aggressore armato di mazza o oggetto contundente.
  • Cutter, sospetto che portava coltelli, spesso macellai o pellicciai.
  • Weeper, ladro di borsellini nei mercati.
  • Peeler, soprannome informale del poliziotto, in omaggio (o scherno) a Sir Robert Peel.

Esistevano poi espressioni codificate tra gli agenti:
“The nightwatch will talk” – ciò che non si vedeva, qualcuno lo aveva comunque sentito.
“The river keeps its secrets” – se il Tamigi prendeva un corpo, il caso spesso finiva lì.


IL VALORE DELLA PAROLA NEI RAPPORTI UFFICIALI

In un’epoca senza fotografie forensi e senza impronte digitali, il linguaggio aveva un peso decisivo nelle indagini. Ogni aggettivo, ogni dettaglio, poteva essere la chiave per collegare un caso a un altro.

I rapporti dell’epoca usavano formule ricorrenti:

  • “No apparent struggle”, l’assalitore era noto alla vittima.
  • “Body disposed with deliberation”, l’omicida aveva conoscenze anatomiche.
  • “Clothing arranged post-mortem”, segno di ritualità o messinscena.

Erano frasi che guidavano non solo l’inchiesta, ma anche l’immaginazione collettiva. Gli articoli dei giornali le riprendevano, amplificandole fino a trasformarle in leggende.


UN LESSICO CHE CONTINUA A VIVERE NELLA NARRATIVA GOTICA

Gran parte del fascino della narrativa vittoriana nasce proprio da questo linguaggio: preciso ma allusivo, tecnico ma impregnato di superstizione. È un modo di descrivere il male che non punta al sensazionalismo, ma alla lucidità.

Usarlo oggi significa rendere credibile un mondo lontano, ricostruire la Londra del 1888 non come un palcoscenico, ma come una città vera, con la sua voce e il suo orrore quotidiano.

E, soprattutto, significa dare ai lettori quel brivido sottile di autenticità che separa la narrativa gotica dalla semplice imitazione.


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Perché certe storie ci attirano? La neuroscienza della paura


Ci sono figure che rimangono impresse nella memoria collettiva più di altre.
Mostri reali come Ed Gein, o creature immaginarie nate nei romanzi gotici, sembrano esercitare un richiamo oscuro: inquietano, affascinano, respingono e attirano allo stesso tempo.
Non è semplice morbosa curiosità. La risposta viene direttamente dal funzionamento del nostro cervello.

La paura è una delle emozioni più antiche dell’uomo. Nasce nell’amigdala, un nucleo grande quanto una mandorla che lavora come un radar costante: scandaglia ciò che vediamo, leggiamo o ascoltiamo alla ricerca di segnali di pericolo. Quando li trova, scatena una tempesta elettrica che coinvolge tutto il corpo: aumenta il battito, si stringono i muscoli, cambia la respirazione.
È la nostra “firma biologica” dell’attenzione.

Eppure, quello che ci sorprende è che il cervello non distingue sempre tra una minaccia reale e una raccontata.
Un libro, un film o un’inchiesta su un caso criminale attivano le stesse aree che useremmo davanti a un vero pericolo, ma senza metterci davvero a rischio.
In altre parole, la narrativa della paura ci permette di vivere un brivido controllato.
È un laboratorio emotivo: proviamo, sperimentiamo, e poi torniamo al sicuro.

C’è poi un secondo livello, più profondo.
Le storie che parlano di ciò che non capiamo – mostri, serial killer, misteri irrisolti – funzionano come specchi distorti: ci obbligano a guardarci dentro, a misurare i nostri confini, a chiedere a noi stessi fino a che punto siamo davvero diversi dal “mostro”. La fascinazione non nasce dalla violenza in sé, ma dal tentativo di comprendere ciò che ci spaventa.
Ed è proprio questo a rendere la paura un meccanismo di crescita: ogni volta che la attraversiamo, ne usciamo diversi.

Per questo continuiamo a leggere storie cupe, casi irrisolti, vicende vere che hanno lasciato un’impronta nella storia.
È un gioco antico quanto l’umanità: osservare l’ombra per capirci meglio alla luce.

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Il mostro dentro l’uomo: quando l’orrore non è soprannaturale

L’immaginario collettivo è pieno di creature impossibili: demoni, entità, fantasmi, presenze che emergono dal buio di qualche luogo dimenticato. Ma la verità, quella che disturba davvero, è molto più semplice e molto più vicina: il peggiore dei mostri non arriva dall’esterno.
Nasce dentro l’uomo.

È un concetto che destabilizza perché toglie distanza. A differenza del soprannaturale, che possiamo confinare nella fantasia, l’orrore umano ha un volto, un passato, una logica deformata che sfugge ma non scompare. Il male creato dalla mente umana non è spettacolare, non è epico: è intimo.
Ed è proprio questo a renderlo inquietante.

L’uomo può deviare.
Può piegare l’affetto in ossessione, la solitudine in rituale, il dolore in culto.
Può trasformare ciò che dovrebbe essere quotidiano in qualcosa che non riconosciamo più.
Questo tipo di orrore non ha bisogno di magie o creature delle leggende. Vive nei dettagli: una stanza spoglia, un oggetto fuori posto, un silenzio troppo lungo, un gesto ripetuto fino a diventare rituale. Lì nasce la distorsione.

Le storie che si basano su fatti reali — o che esplorano il lato psicologico dell’oscurità — fanno paura perché ci costringono a guardarci allo specchio. Non mostrano l’innaturale: mostrano il possibile.
Ci ricordano che la linea che separa l’equilibrio dallo squilibrio è più fragile di quanto vorremmo ammettere.
E che una mente umana, sotto pressione, può costruire mondi propri, convinzioni proprie, realtà alternative che diventano tempeste interiori pronte a traboccare.

Ciò che spaventa non è l’ignoto.
È il riconoscibile.

È quell’ombra familiare che assume una forma diversa quando la osserviamo più da vicino.
È il pensiero che, in fondo, l’abisso non è così distante dalla superficie della normalità.

Questo è il cuore dell’orrore umano: non l’eccezione, ma la possibilità.
E ogni volta che leggiamo — o scriviamo — una storia che affonda in questa dimensione, ciò che ci colpisce davvero non è il mostro…
ma ciò che rivela di noi, delle nostre fragilità, delle nostre paure, dei labirinti invisibili che tutti portiamo dentro.

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Il confine tra verità storica e licenza narrativa


Quando si scrive partendo da fatti realmente accaduti – come nel caso dei miei saggi narrativi su Ed Gein, Lizzie Borden o i casi dimenticati dell’Inghilterra vittoriana – si cammina su una linea sottile: quella che separa la verità storica dalla necessità narrativa.
Una linea che può diventare lama, se non si maneggia con attenzione.

La verità: punto di partenza, non di arrivo

La Storia ci offre frammenti: atti processuali, testimonianze, articoli di giornale, verbali lacunosi, dettagli clinici. Ma non sempre ci racconta tutto. Non ci dice cosa provava un assassino nel silenzio della sua stanza, né quali parole non dette hanno cambiato il corso di una confessione.
È qui che interviene lo scrittore.

Quando affronto un personaggio storico come Ed Gein, parto da ciò che è verificabile: date, perizie, cronache. Ma dove la documentazione tace – ed è inevitabile che accada – scelgo di evocare, non di inventare. Creo verosimiglianza, non finzione pura.

Verosimile non significa falso

Un lettore attento percepisce la differenza tra chi inventa una scena per spettacolarizzare e chi invece costruisce un ponte narrativo dove le fonti non arrivano. Ad esempio, se riporto un dialogo tra Ed Gein e un investigatore, non lo sto “inventando”: sto traducendo in forma narrativa ciò che il contesto suggerisce, le emozioni ricostruite, la tensione psicologica reale.
La finzione, in questi casi, è uno strumento di comprensione, non una bugia.

Licenza narrativa: quando è legittima?

La licenza narrativa diventa legittima solo quando non altera i fatti storici fondamentali.
Non cambierei mai una data di omicidio, non inventerei mai un crimine non accaduto, né attribuirei a un personaggio reale parole che stravolgano il senso del suo vissuto.

Tuttavia, posso scegliere di ambientare una scena in una stanza vuota e silenziosa anche se il verbale non la descrive. Posso usare immagini, suoni, atmosfere, per far emergere una verità emotiva che i documenti non sanno raccontare. È questa la forza della narrazione storica fatta con rispetto.

Perché scrivo così?

Perché credo che la memoria vada tramandata, non archiviata.
Perché un lettore, leggendo Il Culto della Madre o i miei racconti gotici ambientati nel 1888, deve sentire l’odore del tempo, il peso delle decisioni, il sussurro delle parole non dette.

E anche perché il mio compito non è giudicare, ma riportare alla luce. Con rispetto, profondità, e – quando necessario – con la delicatezza dell’immaginazione.


Vuoi scoprire come ho trasformato i verbali autentici del caso Ed Gein in una narrazione che non dimentica le vittime ma interroga chi legge?
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L’orrore del silenzio: cosa ci dice la casa di Ed Gein su di lui


Nel cuore rurale del Wisconsin, tra i campi ghiacciati di Plainfield, sorgeva una delle case più sinistramente celebri della storia americana. Non era un castello gotico, né una villa vittoriana infestata. Era una fattoria ordinaria, isolata, silenziosa. Eppure, al suo interno, il tempo si era fermato. Come un mausoleo, come un altare.
Era la casa di Ed Gein.

Le stanze chiuse: una madre che non muore mai

Dopo la morte di Augusta Gein, sua madre, Ed chiuse a chiave intere sezioni della casa: le stanze dove lei dormiva, leggeva la Bibbia, cucinava. Nessuno doveva toccarle. Nessuno doveva profanare quel tempio privato. Polvere, muffa, e un silenzio teso come una messa non celebrata. Il resto dell’abitazione invece divenne un cimitero vivo: resti umani trasformati in oggetti, pareti macchiate, odore di decomposizione e ammoniaca.

Non fu solo un gesto ossessivo: fu un tentativo di sospendere il lutto, di fermare la morte. Mummificare lo spazio per mummificare la madre.

La pelle come coperta: manipolare l’identità

All’interno della casa furono trovati oggetti che sfiorano il simbolico e sprofondano nell’indicibile: maschere di pelle umana, sedie rivestite di derma, ciotole ricavate da crani, labbra cucite su tende. Ogni oggetto parlava un linguaggio segreto, ancestrale.
Ed Gein non voleva solo uccidere. Voleva diventare qualcosa. Voleva indossare l’identità perduta della madre.
Un desiderio arcaico e cannibalico: non un travestitismo sessuale, ma un travestimento psichico.

Il linguaggio dell’orrore domestico

Tutto in quella casa urlava, ma nel più assoluto silenzio. Non vi erano scritte, né manifesti, né simboli esoterici. Solo oggetti.
Ogni oggetto aveva un posto preciso, come nel rituale di una liturgia. Ogni frammento umano sembrava non gettato a caso, ma disposto con devozione.
La casa divenne così un corpo, e Ed Gein il suo sacerdote.

Una domanda finale

Non c’è bisogno di inventare mostri quando l’orrore abita la casa accanto.
La vera domanda è: quanto silenzio possiamo sopportare prima che qualcosa si spezzi?


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Il volto che non c’era: Ed Gein e l’ossessione per l’identità


Nel cuore dell’America rurale, Ed Gein non fu solo un assassino. Fu un artigiano del vuoto. Un uomo che non cercava di uccidere per dominare, ma per ricostruire. Ricostruire cosa? Un’identità. Un volto. Una madre. Un sé stesso.

La sua casa, oggi scomparsa, era un teatro dell’ossessione: maschere fatte di pelle umana, abiti cuciti con parti del corpo, oggetti rituali che non servivano a nascondere, ma a incarnare. Gein non voleva sparire. Voleva diventare altro.

Il travestimento come linguaggio

Nel folklore criminale, il travestimento è spesso associato alla fuga. In Gein, invece, è il contrario: è un ritorno. Indossare la pelle altrui non è solo un gesto macabro, è una dichiarazione. Lui non rubava identità: le costruiva, le stratificava, le abitava.

Ogni maschera era un tentativo di risposta alla domanda che lo tormentava: chi sono, se non posso essere mia madre?
Ogni cucitura, un confine tra il sé e l’altro.
Ogni silenzio, una voce che non poteva più parlare.

Il corpo come archivio

Gein trattava il corpo umano come un archivio da consultare. Non c’era sadismo nel suo gesto, ma una ritualità disturbante. Tagliava, conservava, esponeva. Come se ogni parte fosse un documento, un frammento di verità.
La pelle non era solo pelle: era memoria, era ruolo, era funzione.

In questo, Gein anticipa una riflessione moderna: quanto del nostro io è costruito su ciò che mostriamo? Quanto è pelle, quanto è maschera?

L’eredità visiva

Il cinema ha trasformato Gein in icona. Norman Bates, Leatherface, Buffalo Bill: tutti figli di quella casa nel Wisconsin. Ma ciò che resta davvero inquietante non è il sangue. È il vuoto.
Il vuoto che Gein cercava di riempire con frammenti di altri.
Il vuoto che oggi possiamo rappresentare solo con immagini che non mostrano tutto, ma lasciano intuire.

Ed Gein non aveva un volto. Ne aveva troppi. E in quel moltiplicarsi di identità, ci ha lasciato una domanda che ancora oggi ci perseguita:
Chi siamo, quando smettiamo di essere noi stessi?


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Come creo le immagini e le copertine per i miei libri

Chi pensa che basti “scrivere una frase” in un’app di intelligenza artificiale per ottenere una buona immagine, vive un’illusione. La realtà è molto diversa, soprattutto quando si ha un’estetica ben precisa da rispettare. Nel mio caso, ogni immagine che pubblico è il frutto di una precisa progettazione, di un codice visivo coerente con l’universo narrativo dell’Archivio Blackwood e delle regole grafiche che ho fissato nel tempo: gotico, realistico, atmosferico, senza toni verdi o filtri digitali innaturali. Ogni elemento conta.

La scelta dello stile: gotico Lovecraft, realistico, narrativo

Ogni immagine deve evocare un’atmosfera immersiva. Per i miei romanzi utilizzo uno stile gotico-lovecraftiano, con colori profondi, freddi, desaturati, spesso con elementi di nebbia, fumo, luce fioca, ambientazioni vittoriane (Londra, cripte, biblioteche, strade fangose) e una composizione cinematografica.

Le immagini non devono mai sembrare moderne o digitali. Odio le grafiche plasticose, cartoon, fantasy da videogioco: servono texture invecchiate, ombre naturali, superfici imperfette. Per questo, le app vanno guidate con attenzione chirurgica.

Prompt e linguaggio visuale

Creo ogni immagine a partire da prompt lunghi, dettagliati, scritti in inglese. Esempio:

“Victorian London at night, foggy street, gaslamps, dark shadows, carriages, gothic cathedral in the background, realistic style, old stone buildings, wet cobblestone, no modern elements, 19th century”

Aggiungo sempre specifiche su stile, epoca, atmosfera, palette cromatica, eliminando elementi indesiderati con frasi come: “no green filter, no blur, no cartoon, no text”.

Ogni prompt ha bisogno di almeno 4-5 tentativi per trovare il giusto equilibrio. Spesso correggo manualmente le versioni finali per uniformare luci, ombre, colori o ritoccare dettagli fuori tono.

Le app che uso: dalle AI alle rifiniture

Le piattaforme principali sono:

  • Leonardo AI: molto utile per le composizioni architettoniche e ambientazioni urbane complesse. Va calibrata bene per evitare distorsioni o estetica da fantasy moderno.
  • Midjourney: quando serve più atmosfera che dettaglio. Ottima per scene nebbiose, visioni oniriche, interni gotici.
  • Photoshop / Canva / Snapseed: le uso in fase di ritocco per inserire elementi manuali (come il mio LOGO ufficiale), regolare contrasto e saturazione, rimuovere errori evidenti.

Per le copertine dei libri, le immagini devono essere a 600 DPI se stampate, e in formato 7575×5400 px per Amazon. Controllo ogni dettaglio: allineamento, spaziature, centratura, posizione del logo, eventuali testi (solo se richiesti).

Il LOGO e la coerenza visiva

Ogni immagine ufficiale include il mio logo CB Claudio Bertolotti, in basso a destra. Deve essere coerente con l’immagine, ridimensionato ma ben visibile, senza mai essere invasivo. Serve a garantire l’autenticità delle immagini e costruire una firma visiva forte e riconoscibile.


La verità è che ogni immagine è progettata come una piccola scena narrativa. Deve raccontare qualcosa, evocare un dettaglio del libro, o amplificarne l’estetica. Non è un “contenuto da social”: è parte del mondo dell’Archivio Blackwood. E ogni mondo, per funzionare, ha bisogno di coerenza assoluta tra testo e immagine.

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Ed Gein al Cinema: tra ispirazione e distorsione


Quando si pensa al volto del male nei film horror più iconici, spesso non si sa che dietro quei mostri c’è un nome reale: Ed Gein.

La sua storia — fatta di solitudine, repressione sessuale, culto ossessivo della madre e macabri rituali — ha ispirato alcuni dei personaggi più disturbanti della storia del cinema, trasformandolo in un archetipo del male nascosto dietro volti ordinari.

Norman Bates (Psycho, 1960)

Il primo e più diretto esempio è Norman Bates, protagonista del capolavoro di Alfred Hitchcock. Come Gein, vive isolato con il cadavere imbalsamato della madre, con cui mantiene un dialogo interiore distorto. La “casa su tre livelli” di Psycho richiama la stratificazione mentale: inconscio, conscio e repressione, proprio come nella mente di Ed.

Leatherface (Non aprite quella porta, 1974)

Il personaggio di Leatherface è ispirato all’abitudine di Gein di utilizzare pelle umana per creare maschere e indumenti. Il film, pur spingendosi verso l’eccesso splatter, mantiene l’essenza disturbante di un uomo che ha trasformato il corpo umano in un materiale da lavoro. Il silenzio, la famiglia degenerata e l’ambiente rurale riportano alla Wisconsin di Gein.

Buffalo Bill (Il silenzio degli innocenti, 1991)

In questo caso l’ispirazione è più simbolica. Buffalo Bill scuoia le sue vittime per creare una “seconda pelle” e diventare ciò che desidera. Il tema dell’identità, della pelle come confine tra essere e apparire, ha un legame diretto con Gein e il suo desiderio inconscio di diventare la madre perduta.


L’influenza oltre l’horror

Ed Gein ha lasciato un’impronta anche nella cultura pop, nei fumetti, nei romanzi e persino nei videogiochi. La sua storia ha superato i confini del true crime, diventando un simbolo della paura che nasce dentro casa, in silenzio, senza clamore.

Non era un serial killer classico. Ha ucciso poco, ma ha disturbato profondamente.

E Hollywood ha saputo cogliere quell’abisso e trasformarlo in mito.


Nel mio saggio narrativo Il Culto della Madre – Ed Gein e l’orrore nella mente umana, esploro proprio questi legami tra realtà e rappresentazione, tra cronaca e immaginario. Un viaggio disturbante, ma necessario, per comprendere da dove nascono davvero i mostri.

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Ed Gein: cosa ci racconta davvero la sua mente?


Psicopatologia e simbolismo tra realtà e abisso

“Non era pazzo. O almeno non nel modo in cui lo intendiamo.”
Questa è una delle frasi più inquietanti pronunciate da uno psichiatra chiamato a valutare Ed Gein, l’uomo che, con la sua follia rurale e il culto morboso per la madre, ha ispirato decine di figure dell’orrore moderno: Norman Bates, Leatherface, Buffalo Bill.

Ma al di là del sensazionalismo, chi era davvero Ed Gein?

Dissociazione e rituale

Secondo i referti psichiatrici redatti dopo il suo arresto nel 1957, Gein soffriva di schizofrenia paranoide con forti componenti dissociative. Ma ciò che colpì gli analisti non fu solo la patologia, bensì la struttura rituale che permeava ogni sua azione:

  • la scelta delle vittime
  • l’uso dei corpi per creare “oggetti” (maschere, abiti, arredi)
  • la conservazione ossessiva dei resti

Tutto in lui obbediva a una logica simbolica disturbata, non a un impulso caotico. Ed Gein non uccideva per godimento. Uccideva per ricostruire un altare alla madre. Perché lei tornasse.

La madre come centro del cosmo

Augusta Gein era tutto per lui: figura religiosa fanatica, ossessiva, manipolatrice. Le sue parole — “tutte le donne sono peccatrici” — si scolpirono nella mente del figlio come un dogma ineluttabile. Quando morì, Ed Gein restò solo con Dio e con i cadaveri.

Nel tempo, cominciò a ricostruire un mondo materno fatto di pelle, ossa, abiti ricuciti. Voleva rivestirsi della madre, diventare la madre.
In questo senso, il delitto per Gein non era fine a sé stesso, ma un mezzo per colmare un’assenza cosmica, una ferita metafisica.

Il significato profondo dell’orrore

Gein non è un semplice assassino. È un simbolo.
Un archetipo dell’uomo che, di fronte alla perdita, cerca di manipolare la morte attraverso riti, oggetti e simboli. Un uomo che, privato di identità, usa il corpo dell’altro per tentare di ritrovare sé stesso.

Nella sua follia, non c’è disordine. C’è struttura, c’è culto.
Un culto privato, oscuro, in cui la madre diventa divinità, e l’omicidio un’offerta sacra.

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