Dietro il Velo: Come Nasce un Libro di Racconti Gotici

di Claudio Bertolotti

Scrivere una raccolta di racconti gotici è come entrare in una casa abbandonata sapendo che ogni stanza ha una voce. Nessuna guida, nessuna piantina. Solo un odore familiare – muffa, carta umida, cera spenta – e la sensazione costante che qualcosa ti stia guardando dalle fessure.

Non nasce tutto insieme. Non c’è un progetto prestabilito, né una mappa lineare. Ogni racconto ha origine da un’immagine disturbante, da una frase appuntata nel cuore della notte, da un sogno, da un articolo letto per caso, o – spesso – da un silenzio che inquieta più di qualunque urlo.

Prendiamo Il Figlio delle Campane o Il Sussurro del Pozzo : non sono racconti nati per riempire un volume. Sono creature con un ritmo proprio. Uno respira con i rintocchi che vibrano dentro le ossa. L’altro si insinua nel concetto di ascolto, trasformando l’udito nel veicolo del male. Eppure, col tempo, ho capito che avevano qualcosa in comune: il bisogno di essere raccontati attraverso sensazioni profonde, disturbanti, spesso scomode.

Dalla Scena alla Struttura

Scrivere una raccolta significa accettare la frammentazione. Ogni racconto è un microcosmo, ma deve risuonare in armonia con gli altri. Non può esserci un tono troppo dissonante, né uno stile che stona. Il filo conduttore non è solo il protagonista – Edgar Blackwood – ma anche l’atmosfera: la Londra del tardo Ottocento, gotica, umida, densa di segreti e superstizione. Un mondo dove l’aria ha odore di ottone, vino da messa andato a male e ricordi sepolti.

Ogni scena richiede studio: come si muove la luce in quella stanza? Che odore ha il respiro del personaggio? Che suono fa il silenzio tra due frasi?

Dietro una riga, spesso ci sono dieci tentativi. Dietro un dettaglio, una pagina di appunti. E quando scrivo scene come Il silenzio che resta o Il nodo della Voce, non sto solo raccontando una trama. Sto costruendo un’esperienza sensoriale. Perché il gotico, se non lo si sente sulla pelle, non è autentico.

La Solitudine Creativa

C’è una fase in cui scrivere significa isolarsi. Letteralmente. Spegnere il telefono, chiudere le finestre, e lasciarsi guidare dai personaggi. Blackwood non è solo un nome: è un tono di voce, un passo, una cicatrice emotiva. E Declan, con le sue fragilità sempre più evidenti, è lo specchio di un’umanità che lotta ogni giorno per restare lucida davanti all’indicibile.

Nei momenti più intensi, arrivano i dubbi. È troppo cupo? È troppo disturbante? E se nessuno capisce? Ma poi arriva la scena giusta, la frase che vibra al centro del petto. E sai che valeva la pena scavare.

Dalla Pagina alla Copertina

Quando la scrittura si chiude, inizia l’altra metà del lavoro: impaginazione, copertina, revisione. Ogni racconto deve diventare anche oggetto. Un libro da tenere in mano, da annusare (sì, anche quello), da leggere accanto a una candela o in una sera di pioggia. E qui torna l’importanza dei dettagli visivi: ogni copertina ha un’anima. Non deve solo “funzionare”. Deve sussurrare qualcosa, come le storie che contiene.

Il Privilegio del Brivido

Scrivere gotico è un privilegio. Non è solo paura. È malinconia, è lutto, è mistero, è bellezza distorta. È un modo per raccontare quello che non si può dire a voce alta. E ogni volta che un lettore mi scrive “ho avuto i brividi”, so che non è solo una formula: è il segnale che il rito ha funzionato.

Grazie a chi entra in queste stanze buie con me.
Chi non ha paura del silenzio.
Perché è lì che la voce comincia.

Scopri i libri dell’Archivio Blackwood:

Le Ombre di Whitechapel
– Cartaceo: https://amzn.eu/d/5PwbG4F
– Ebook: https://amzn.eu/d/2LfEgE0

Il Vangelo delle Ombre
– Ebook: https://amzn.eu/d/5ivhwiU

L’archivio Blackwood Volume II I racconti

– Ebook: https://amzn.eu/d/38BE7RV

– Cartaceo: https://amzn.eu/d/aNE36hd

Sito ufficiale: http://www.claudiobertolotti83.net

Instagram: @autoreclaudiobertolotti – @archivio_blackwood


Titolo: Il boia e il culto del silenzio: quando giustizieri e sacerdoti coincidono

Nel cuore più oscuro dell’Europa ottocentesca, là dove le ombre della religione si intrecciano con le viscere della giustizia terrena, esistevano figure ambigue e disturbanti: uomini che erano al tempo stesso carnefici e custodi del sacro. Il boia, archetipo di morte e silenzio, veniva talvolta assimilato a un sacerdote di un culto perduto, nascosto tra le pieghe del dogma cristiano e le superstizioni rurali.

Questa sinistra sovrapposizione non è solo simbolica. Nei registri dimenticati delle prigioni e nei racconti sussurrati tra i vicoli londinesi, si parlava di confraternite silenziose, gruppi clandestini che officiavano le esecuzioni come riti iniziatici. Il condannato non era solo un colpevole, ma un’offerta. Il patibolo diventava altare. La corda, sacra reliquia. E il boia, vestito di scuro, taceva: perché ogni parola poteva rompere l’incanto.

Molti di questi uomini vivevano isolati, in case ai margini della città, circondati da simboli apotropaici, croci rovesciate, monili in osso umano. Alcuni avevano tatuaggi con scritte in latino arcaico. In certe notti d’inverno, si raccontava che pregassero ad alta voce, da soli, nel dialetto di chissà quale ordine monastico dimenticato.

Una delle testimonianze più inquietanti proviene da un documento riservato del 1842, rinvenuto nell’archivio della Workhouse di Bethnal Green. In esso, un certo “S.H.”, condannato a morte per omicidio rituale, racconta che il boia gli avrebbe detto, sottovoce: “oggi diventi silenzio puro“. Una frase che ritorna, identica, in almeno altri tre resoconti anonimi.

Alcuni storici marginali, spesso tacciati di follia, hanno ipotizzato che esistesse una linea segreta che collegava questi giustizieri, tramandata per secoli. Un lignaggio. Una confraternita del silenzio. Con rituali, simboli, giuramenti. Si dice che uno di loro, prima di essere trovato impiccato nella sua stessa botola, avesse inciso sul muro: “In caede silentium est“.

Nel mondo dell’Archivio Blackwood, questa teoria prende forma e carne. Il Carnefice del Silenzio non è solo un assassino. È il discendente di un culto antichissimo, uno dei pochi sopravvissuti. La sua missione non è uccidere: è zittire. Uccidere è solo un mezzo.

**

“Le Ombre di Whitechapel – Il segreto del sangue immortale”
Cartaceo: https://amzn.eu/d/5PwbG4F
Ebook: https://amzn.eu/d/2LfEgE0

“Il Vangelo delle Ombre”
Ebook: https://amzn.eu/d/5ivhwiU

Scopri di più su: http://www.claudiobertolotti83.net


La Londra sotterranea: tra fognature, cripte e culti perduti

Dall’Archivio Blackwood – Documenti riservati

C’è una Londra che non figura sulle mappe. Una città parallela, oscura e umida, nascosta sotto i passi ignari dei suoi abitanti. Un intrico di corridoi, cripte dimenticate, passaggi murati e pozzi di silenzio: la Londra sotterranea.

Negli anni di servizio dell’ispettore Edgar Blackwood, numerose indagini lo hanno condotto sotto la città, in luoghi che non avrebbero dovuto esistere. Luoghi dove l’aria si fa spessa e il tempo sembra essersi fermato.

Fognature vittoriane: il ventre della città

Costruite in seguito alla grande epidemia di colera, le fognature di Londra sono un capolavoro d’ingegneria e orrore. Per molti, sono solo canali per il deflusso delle acque nere. Per Blackwood, sono state spesso teatri di fughe, inseguimenti… e rituali oscuri. I cultisti li chiamano “i canali del risveglio”. Alcuni tunnel presentano incisioni mai documentate nei registri civili. Altri conducono a stanze murate dove il puzzo di zolfo è più forte del tanfo del fango.

Cripte sotto le chiese, cimiteri sprofondati

Le cripte di Whitechapel, St. Giles e St. Dunstan sono i luoghi in cui Blackwood ha trovato alcuni dei manoscritti dell’Ordine delle Radici d’Ombra. Altri accessi conducono a ex-cimiteri profanati, sommersi da nuove costruzioni. In uno di questi, l’Ispettore rinvenne ossa umane disposte a spirale, intorno a una pietra recante iscrizioni non latine.

Passaggi segreti e luoghi che “non esistono”

Secondo il fascicolo 92A dell’Archivio, almeno dodici strutture pubbliche della Londra di fine Ottocento contenevano accessi segreti al sottosuolo: tra questi, un vecchio magazzino a Limehouse, una biblioteca dismessa a Kensington, e una stazione postale vicino a Fleet Street. Nessuno di questi accessi compare nei registri municipali. Blackwood li ha segnati, a mano, su una mappa clandestina: è quella che oggi campeggia nel suo archivio, accanto a un taccuino insanguinato e al simbolo inciso del Viaggiatore.

Là sotto non vale la logica. Là sotto, qualcosa aspetta da secoli.”
— Appunto anonimo ritrovato sul retro di un biglietto ferroviario datato 1887

Le ombre si nascondono dove la luce non osa scendere. E a Londra, nel 1888, la luce era merce rara.

**

Approfondimenti:

Le Ombre di Whitechapel
Cartaceo: https://amzn.eu/d/5PwbG4F
Ebook: https://amzn.eu/d/2LfEgE0

Il Vangelo delle Ombre
Ebook: https://amzn.eu/d/5ivhwiU

Sito ufficiale: http://www.claudiobertolotti83.net

Instagram: @autoreclaudiobertolotti – @archivio_blackwood


I libri proibiti dell’Archivio Blackwood

Tra grimori maledetti e vangeli dimenticati

Cosa accadrebbe se mettessimo insieme Il Necronomicon, il Codex Gigas e il Manoscritto Voynich in una sola stanza buia, silenziosa, protetta solo da candele tremolanti e un crocifisso capovolto? Accadrebbe l’Archivio Blackwood.

Nel cuore della saga firmata da Claudio Bertolotti, l’Archivio è molto più di un semplice magazzino di prove e documenti: è una biblioteca dell’occulto, un reliquiario del Male, un luogo che respira nel buio e attende lettori abbastanza folli da sfogliarne le pagine.

Ecco alcuni dei libri proibiti che custodisce:

Il Vangelo delle Ombre

Un manoscritto leggendario, redatto da una mano sconosciuta, contenente rituali che sfidano la morte e rivelano il volto dell’Inferno. Chi lo legge, non sarà mai più lo stesso.
Leggilo ora in ebook

De Profundis

Testo rinascimentale bandito dalla Chiesa. Scritto da un monaco morto in odore di eresia, insegna come evocare “colui che cammina tra le ombre”. Si dice che Blackwood lo abbia consultato una sola volta… e poi chiuso per sempre in una teca di vetro sigillato.

Le Confessioni di Whitmore

Il diario maledetto del reverendo Aldous Whitmore. Un susseguirsi di appunti deliranti, preghiere rovesciate e visioni infernali. Conservato nella sezione “oggetti contaminati”.

Il Testamento del Sangue

Manoscritto gotico appartenuto al Conte di Wallachia. Alcuni studiosi sospettano si tratti della prima opera scritta da Dracula. Pagine rosse come l’inchiostro versato.

E molti altri:

Compendium Daemoniaca

Litanie dell’Antico Dio

Il Libro di Ceneri

Annuario delle Sette Inglesi, 1666

Dottrina Nera del Padre del Dolore

Nota dell’autore

Questi titoli sono frutto di finzione, ma la paura che ispirano è reale. Perché ogni leggenda, in fondo, nasce da un’ombra vera.

Link utili:
Le Ombre di Whitechapel
Cartaceo: https://amzn.eu/d/5PwbG4F
Ebook: https://amzn.eu/d/2LfEgE0

Il Vangelo delle Ombre
Ebook: https://amzn.eu/d/5ivhwiU

Sito ufficiale: http://www.claudiobertolotti83.net

Instagram: @autoreclaudiobertolotti | @archivio_blackwood


Le Ombre di Whitechapel – Seconda Edizione Ora Disponibile

La nebbia di Whitechapel si addensa di nuovo.
È ufficiale: la seconda edizione del romanzo Le Ombre di Whitechapel – Il Segreto del Sangue Immortale è finalmente online, disponibile sia in formato ebook che cartaceo brossura in bianco e nero.

Questa nuova edizione è stata interamente rivista e ampliata:

Nuova introduzione inedita.

Nuove appendici narrative.

Alcune immagini finali esclusive.

Impaginazione e grafica completamente ottimizzate.

Tutto questo senza tradire l’anima gotica e oscura che ha fatto conoscere la prima edizione.
Una versione definitiva, pensata per offrire ai lettori l’esperienza più completa e immersiva possibile.

Dove acquistare

Ebook Amazon: https://amzn.eu/d/2LfEgE0

Cartaceo Amazon (brossura BN):

https://amzn.eu/d/5PwbG4F

Hai già letto la prima versione? Questa nuova edizione svelerà dettagli, simboli e riflessioni inedite.
Non è solo una ristampa: è un ritorno alle origini, con occhi nuovi e più profondi.

Prossimamente, nuove rivelazioni in arrivo anche su Il Vangelo delle Ombre e Il Carnefice del Silenzio.

#Londra1888 #EdgarBlackwood #GialloGotico #LeOmbreDiWhitechapel
#claudiobertolotti #claudiobertolotti83
http://www.claudiobertolotti83.net

Gotico vittoriano 2.0: come rinnovare l’incubo senza tradirlo

“Non occorre mostrare il mostro. Basta far sentire il suo respiro nella stanza accanto.”
— C. Bertolotti

Nel cuore delle tenebre vittoriane si nasconde una sfida creativa sempre attuale: come raccontare l’orrore gotico senza ripetere l’antico? Come evocare brividi senza cedere agli stereotipi? La saga de L’Archivio Blackwood affronta questa sfida con una soluzione tanto ambiziosa quanto riuscita: un gotico rinnovato, ma fedele alle sue radici.

Il gotico tradizionale: ombre, rovine e segreti

Il gotico classico si fonda su ambientazioni decadenti, segreti sepolti, personaggi tormentati. Dai castelli di Radcliffe alle lande di Poe, fino alla Londra di Stoker e Stevenson, il lettore cammina tra muri che trasudano passato, e anime spezzate dalla colpa o dal desiderio.

Ma nel tempo, questi ingredienti si sono logorati: troppi cliché, troppi “mostri” già visti. Il rischio oggi è scivolare nella caricatura.

L’Archivio Blackwood: tradizione e innovazione

Come posso evitare questo rischio? Con tre scelte stilistiche chiave:

1. Ambientazioni storiche accurate ma dense di simbolismo
La Londra di Blackwood non è solo un palcoscenico: è un organismo vivente. I quartieri respirano, i manicomi parlano, i sotterranei stringono.

2. Orrore psicologico più che visivo
I mostri ci sono, sì. Ma spesso sono interiori, o spirituali
. Il vero orrore nasce dal dubbio, dalla memoria, dal passato che ritorna. Così il lettore teme ciò che non può vedere, ma che sente muoversi nell’ombra.

3. Personaggi che portano le cicatrici dell’epoca
Edgar Blackwood è il prototipo del detective gotico moderno: logico, ma aperto all’inspiegabile. Portatore di trauma, ma non vittima. Ogni suo alleato — da Declan a Monroe, da padre Quinn a Pritchard — è una frammentazione del Male e del Bene, mai del tutto risolta.

Un gotico per tempi incerti

Il gotico funziona, oggi come ieri, perché non offre risposte. E in tempi come i nostri — dominati da crisi, paure invisibili, identità in frantumi — il lettore trova nel buio del passato uno specchio per il presente.

Il Vangelo delle Ombre e Le Ombre di Whitechapel non sono solo omaggi al gotico classico. Sono tentativi riusciti di riaccendere la fiamma di un genere antico, adattandolo al battito incerto del nostro tempo.

Scopri i romanzi

Le Ombre di Whitechapel

Cartaceo:

Ebook:

Il Vangelo delle Ombre

Ebook:

Cartaceo:

Sito ufficiale autore:
https://www.claudiobertolotti83.net

Newsletter – I Dossier di Blackwood:

La mappa perduta del Viaggiatore: misteri irrisolti nel Vangelo delle Ombre

Ogni storia gotica ha i suoi non detti. Il Vangelo delle Ombre non fa eccezione.

Tra simboli che ritornano, preti che non sono ciò che sembrano, si estende una mappa invisibile tracciata non su carta, ma nelle crepe della psiche e negli spazi vuoti tra le scene. Non parlo di mappe geografiche, ma di percorsi oscuri che Blackwood attraversa senza rendersene conto fino all’ultimo capitolo. Percorsi che, una volta riletti, lasciano presagire che nulla era casuale.

Ecco alcune coordinate simboliche che, se connesse tra loro, disegnano il possibile disegno del Viaggiatore.

1. Kensington: la falsa quiete

Il cuore dell’alta borghesia vittoriana, la facciata perfetta che nasconde l’Innominabile. Qui, le prime crepe nella realtà. La casa dei Fairweather è più di una semplice dimora: è un varco. Chi varca quella soglia entra in contatto con una realtà già contaminata.

2. St. Bartholomew: sangue e candele

La chiesa che avrebbe dovuto proteggere è diventata testimone di un rituale abortito. Il sangue sacro versato non è stato un errore. Era necessario. Forse la liturgia incompiuta attende ancora un completamento.

3. La Canonica e il Diario

Le riflessioni di Padre Quinn (conservate in appendice al Diario di Blackwood) fanno luce su connessioni mai del tutto chiarite. La fede, la colpa e il dubbio si intrecciano come sentieri su una mappa tracciata con lacrime e cenere.

4. Il simbolo del Viaggiatore

Quante volte compare, in forme diverse? Sulle pareti, negli occhi dei posseduti, persino nei sogni. Un cartiglio inciso nel subconscio del lettore stesso. È davvero solo un simbolo?

Una mappa fatta d’ombre

Questa mappa non ha nord, né bussola. È un sistema circolare. Chi la segue non arriva mai a destinazione, ma si perde in se stesso. E forse è questo che voleva il Viaggiatore: farci dubitare della realtà, del tempo lineare, della coerenza degli eventi.

Nel Vangelo delle Ombre, non tutto si chiude. Ma ogni vuoto ha una voce, e ogni ombra proietta un disegno.

Forse non abbiamo ancora visto tutto. Forse certi segreti attendono solo di essere osservati da un angolo diverso, da una luce più tremolante. O forse, come ogni vera mappa occulta, anche questa brucia se la si guarda troppo a lungo.

Una lanterna appesa illumina debolmente una mappa logora su un tavolo in pietra, all'interno di una cripta gotica; l’atmosfera è oscura e misteriosa, con ombre che si allungano tra pareti di pietra scolpite da simboli antichi.

Come scrivo un capitolo dell’Archivio Blackwood

Un viaggio tra scalette, nebbia e presenze invisibili

Spesso mi viene chiesto:
Come nasce un capitolo dell’Archivio?”
La risposta più sincera è: inizia con un’immagine.
Ma prima dell’immagine, c’è un vuoto.
E il vuoto è ciò che deve essere colmato con tensione, dettagli e silenzi.

Scrivere un capitolo della saga di Blackwood non è solo raccontare una scena: è evocare una presenza.
Ecco quindi, passo per passo, come nasce (e prende forma) ogni frammento dell’Archivio.

1. La struttura invisibile: la scaletta ragionata

Ogni capitolo nasce dentro una mappa narrativa precisa.
So cosa deve accadere, cosa deve evolversi nei personaggi, quali elementi devono insinuarsi.
Ma lascio spazio all’imprevisto: spesso, un oggetto non previsto o un odore descritto per caso cambia l’equilibrio dell’intero episodio.

2. L’atmosfera prima della trama

Prima ancora della scena, immagino l’aria.
È umida?
Sa di muffa? Di cera consumata? Di legno antico?
L’atmosfera viene prima dell’azione, perché nei miei romanzi l’ambiente è vivo, e può opporsi alla volontà dei personaggi.

3. L’oggetto centrale della scena

In quasi ogni capitolo c’è un oggetto chiave:
una lettera, un simbolo, una finestra, una bottiglia, un crocifisso spezzato.
Quel singolo elemento guida l’intera narrazione.
Lo osservo attraverso gli occhi di Blackwood, ne scruto la posizione, l’impatto emotivo, l’effetto che genera.

4. La voce di Blackwood

Blackwood non parla molto, ma pensa molto.
Quando scrivo i suoi pensieri, scelgo frasi secche, precise, a volte taglienti.
Non è un eroe. È un uomo ferito che analizza il male per tenerlo a distanza.
Scrivere dal suo punto di vista significa filtrare ogni dettaglio con dubbio e memoria.

5. Il “non detto” come tecnica narrativa

Nel gotico, ciò che non viene detto conta più di ciò che viene mostrato.
In ogni capitolo, lascio qualcosa sospeso:
un rumore mai spiegato, un oggetto fuori posto, una frase interrotta.
Questo lascia al lettore una sensazione di incompletezza inquieta, e alimenta la tensione.

6. Il finale del capitolo: mai una chiusura vera

I capitoli raramente si chiudono in modo netto.
Preferisco terminare con una domanda, un dubbio, una scoperta parziale.
Il lettore deve sentire che qualcosa è stato toccato… ma non ancora compreso.
L’Archivio, dopotutto, non consegna verità.
Consegna frammenti.

Scrivere Archivio Blackwood è come camminare al buio con una candela tremolante.
Non sai mai se quello che hai visto era reale…
…ma sai che è stato sufficiente per non dormire quella notte.

Il diario liturgico maledetto

Frasi che non sono state scritte per essere lette

Tra i documenti più disturbanti mai raccolti nell’Archivio Blackwood, ve n’è uno che non compare in nessun registro ufficiale.
È noto solo come “il diario liturgico maledetto”, un testo frammentario, corroso, ritrovato nel fondo di una cappella sconsacrata nei pressi di Clerkenwell.
Non reca autore, data, né titolo. Solo pagine sparse, molte delle quali scritte a mano, a volte da mani diverse.
Alcune righe sembrano preghiere, altre ordini, altre ancora deliri.

Ma tutte hanno una cosa in comune:
non sono fatte per essere lette.
Chi ha provato a trascriverle, racconta sogni spezzati, perdita di memoria, o improvvisi attacchi di panico.
Eppure, una selezione è stata decifrata. Ecco alcuni frammenti.


Frammento I – Folio XVII

Non omnia verba sunt nata.
Quaedam descendunt.”
(Non tutte le parole nascono. Alcune… discendono.)

Nota d’archivio:
Questa frase compare anche incisa su una parete nel monastero abbandonato di St. Wulfstan.
Il concetto di “eco sacra” ricorre nei rituali di inversione. Non si prega per fede, ma per evocare memoria liturgica.


Frammento III – Folio XXXVIII

Non omnis silentium est absentia.
Sunt scripta quae non scribuntur,
et verba quae nascuntur in ossibus, non in voce.”
(Non ogni silenzio è assenza.
Ci sono scritti che non vengono scritti,
e parole che nascono nelle ossa, non nella voce.)

Nota d’archivio:
Considerato uno dei passaggi più inquietanti. Rilevato anche da Padre Quinn, che rifiutò di continuare la lettura.
Il testo suggerisce l’idea che esistano messaggi biologici, trasmessi attraverso il corpo, non la lingua.


Frammento IV – Folio XLII (parzialmente bruciato)

…e quando si aprirà la terza bocca,
non udrai parole.
Ma ti mancherà il fiato.”

Nota d’archivio:
Rituale legato alla liturgia del “terzo sigillo”? L’espressione “terza bocca” potrebbe riferirsi a un’entità evocata o a un passaggio interiore.
Alcuni leggono il verso come una metafora del trauma.


Frammento V – Non classificato (scritto in rosso)

Quello che chiami ‘perdono’
è solo una forma del silenzio rituale.”

Nota d’archivio:
Ultima frase presente nel diario. Scritta con inchiostro rosso molto denso, forse sangue.
Il concetto di “perdono deformato” ricorre in Il Vangelo delle Ombre e anticipa i rituali corrotti descritti nei documenti esorcistici di padre Marcus Quinn.

Il diario liturgico maledetto non è mai stato tradotto per intero.
Alcune pagine sono considerate pericolose. Altre… non leggibili. Non perché mancanti, ma perché resistono alla lettura.
Ogni parola è un invito.
O un avvertimento.

Chi lo legge, sa che non può più tornare indietro.

Le lettere mai spedite dell’Archivio Blackwood

Voci dall’ombra, frammenti di verità mai consegnati

Nelle indagini più cupe dell’Archivio Blackwood, non tutto viene verbalizzato.
Ci sono verità che non finiscono nei fascicoli ufficiali.
Ci sono emozioni che non trovano posto nei rapporti.
Ci sono lettere che non vengono mai spedite.

Oggi riportiamo tre frammenti di corrispondenza rimasti sepolti tra le pagine dei taccuini di Edgar Blackwood. Non sappiamo se siano stati scritti per davvero, o se siano solo pensieri annotati nel silenzio. Ma ciascuna di queste lettere racconta una crepa nell’anima di chi lotta contro l’oscurità.

1. Lettera di Edgar Blackwood (mai spedita) a Declan O’Connor


Londra, notte fonda

“Avrei voluto scriverti prima. Avrei voluto dirtelo a voce.

Non ti ho seguito solo perché eri un bravo poliziotto.
Ti ho seguito perché avevi fede anche quando io non ne avevo più.

Il giorno in cui sei entrato in quella cripta, sapevi che non ne saresti uscito.
E io, che non credo nei santi, quella sera ho pregato per te.

Spero che le ombre ti abbiano restituito qualcosa che a me è stato tolto.”

– Edgar

2. Appunto manoscritto di Elias Monroe (non consegnato)

Sir,

Se non tornerete prima dell’alba, lo farò io.

Non perché sia pronto. Ma perché non posso più fingere che questo male ci stia solo osservando.
È già tra noi. Ha voce, ha nomi, ha luoghi. E ci ha scelti.

Con rispetto e terrore,
– Monroe

3. Frammento dal diario di padre Quinn (bruciato in parte)

[…] eppure anche tra le mura della chiesa ho sentito freddo.
Non un freddo fisico, ma una voce che diceva: “Sei stato via troppo tempo.”

[…] loro non cercano preghiere. Cercano testimoni.

E io, sebbene debole, sarò presente alla fine.

La voce di chi resta in silenzio

Queste lettere non compaiono nei romanzi ufficiali.
Non servono all’indagine.
Ma servono a ricordare che dietro ogni ombra, c’è un uomo che cerca ancora di restare umano.

Nei prossimi articoli, continueremo a esplorare l’Archivio Blackwood da prospettive nascoste: appunti, mappe, oggetti e memorie che raccontano ciò che i verbali non possono scrivere.