Dopo Le Ombre di Whitechapel e Il Vangelo delle Ombre, è quasi tempo di chiudere il cerchio… o meglio, di aprirne uno nuovo.
Il 31 maggio verrà pubblicata l’edizione speciale illustrata: L’Archivio Blackwood – Volume I: Le Origini, un volume unico in copertina rigida a colori, che raccoglie i primi due casi dell’ispettore Edgar Blackwood in una veste completamente nuova.
Non si tratta di una semplice raccolta. Questa edizione conterrà:
entrambi i racconti in versione integrale,
due nuove appendici inedite, ambientate dopo i finali ufficiali,
mappe d’epoca, lettere ritrovate, annotazioni investigative, simboli e documenti segreti. Un archivio narrativo completo, per chi ha amato i misteri dell’East End e vuole approfondirli… e per chi vuole iniziare l’indagine dall’inizio, con qualcosa in più.
Manca poco. Il 31 maggio l’Archivio si aprirà. Di nuovo. E non sarà più solo un racconto… sarà un oggetto da collezione.
C’è una Londra che si legge sui giornali. E ce n’è un’altra, molto più pericolosa, che si trova solo nei taccuini di Edgar Blackwood.
Appunti tracciati a matita, macchie di cera, bordi strappati, simboli copiati da pareti scomparse. I suoi taccuini non sono diari, e non sono rapporti. Sono luoghi in cui logica e superstizione si incontrano senza giudicarsi.
Scrivere è un atto rituale
Blackwood non prende appunti per ricordare. Scrive per capire. Ogni parola che segna sulle sue pagine serve a dare forma a qualcosa che non riesce ancora a nominare.
Ha taccuini per tutto:
uno per gli eventi inspiegabili
uno per i testimoni disturbati
uno interamente dedicato a simboli e segni incontrati nei casi
Ogni volume è numerato. Ma spesso anche rimaneggiato, bruciato, ricucito. Come se il contenuto stesso volesse cambiare forma nel tempo.
La scienza non basta
Nelle sue prime indagini, Edgar annotava solo i fatti. Ma con l’avanzare dei casi, qualcosa è cambiato. Ha cominciato ad affiancare agli orari e alle testimonianze:
presagi
sogni
intuizioni improvvise
Nel taccuino del caso Fairweather, ad esempio, accanto a un verbale medico, troviamo un appunto strano:
L’odore di incenso non è descritto da nessuno, ma persiste nel mio cappotto. Nessuno l’ha sentito tranne me.”
Annotazioni non autorizzate
Alcuni taccuini non sarebbero mai dovuti esistere. Contengono nomi di sacerdoti, dettagli di cerimonie interdette, appunti presi durante rituali che nessuna autorità avrebbe riconosciuto come “indagine”.
In uno, Edgar scrive:
Le forze che agiscono qui non cercano giustizia. Cercano ascolto. E lo trovano nei silenzi degli innocenti.”
Taccuino finale: La Mano Nascosta
L’ultimo volume (mai ufficialmente protocollato) è un taccuino nero senza etichetta. Nella prima pagina, solo tre parole: “La Mano Nascosta.”
Contiene simboli, disegni, citazioni da testi proibiti e brevi messaggi in latino. Si dice che Blackwood lo portasse con sé anche quando dormiva.
Nessuno sa cosa contenga davvero. Ma da quel momento in poi, l’ispettore non fu mai più lo stesso.
Conclusione
I taccuini dell’Archivio Blackwood non sono solo strumenti investigativi. Sono reliquie di una mente che ha camminato sull’orlo del reale, raccogliendo tracce di un male che sfugge alle regole.
Nel cuore del secondo volume dell’Archivio Blackwood, Il Vangelo delle Ombre, una figura si rialza dalle sue ceneri: Padre Marcus Quinn, il missionario divenuto esorcista, l’uomo che aveva provato a fuggire dall’oscurità… solo per scoprire che l’oscurità non aveva mai smesso di cercarlo.
Un ritorno carico di simbolismo
Il suo rientro in scena non è solo narrativo, ma profondamente rituale. L’alba del 12 dicembre 1888 non segna soltanto la fine della sua convalescenza, ma l’inizio di una nuova discesa spirituale. Lasciando l’ospedale, Quinn attraversa Londra come un uomo che ha deciso di tornare a combattere, anche a costo della propria anima. Nella canonica di St. Bartholomew, ogni gesto è carico di significato:
Brucia una pagina blasfema, quasi a espiare un peccato.
Indossa di nuovo l’abito nero da esorcista, non con orgoglio, ma con gravità.
Prepara il rituale, consapevole che questa volta non si tratta solo di salvare una vittima… ma di affrontare una minaccia che ha il sapore della fine.
L’esorcista e il peso della fede
Padre Quinn non è un uomo di certezze. È un credente tormentato, segnato da missioni fallite, visioni, e la consapevolezza che il male che affronta non si piega alla dottrina, ma si insinua nei simboli, nei corpi e nella storia stessa. Nel suo confronto con il Viaggiatore, Quinn non brandisce croci per fede, ma per necessità. E sa che ogni gesto sacro può diventare un’arma, ma anche una condanna.
Redenzione… o condanna?
Il suo ritorno nell’Archivio Blackwood non è glorioso, ma tragico. È un ritorno che odora di cenere, incenso e fango. Redenzione o condanna? Forse entrambe. Forse, come lui stesso suggerisce,
ogni uomo di fede, per combattere l’Inferno, deve imparare a camminare scalzo sulle sue braci”.
Padre Quinn è tornato. E questa volta, non cerca la salvezza. Cerca l’ultima verità.
Il viaggio dell’Archivio Blackwood prosegue oltre i confini nazionali. Siamo lieti di annunciare che Il Vangelo delle Ombre è ora promosso su scala internazionale grazie alla preziosa collaborazione con @thewriters_heaven, una delle realtà più attive nel panorama editoriale digitale dedicato ad autori emergenti e narrativa d’autore.
L’immagine ufficiale della promozione — ambientata nella nebbia notturna di una Londra gotica e sinistra — è già stata pubblicata sui principali canali social, riscuotendo interesse e attenzione da parte di lettori di tutto il mondo.
Un passo importante che rafforza la diffusione del romanzo anche oltre oceano, permettendo a Il Vangelo delle Ombre di essere scoperto e letto da un pubblico sempre più vasto.
Le ombre si muovono. Anche oltre oceano.”
Un sentito ringraziamento a tutto il team di The Writers Heaven per il supporto, la visibilità e la fiducia riposta nel progetto. La collaborazione continuerà anche nei prossimi mesi, con nuovi contenuti, iniziative e approfondimenti sul mondo dell’Archivio Blackwood.
Voci dall’ombra, frammenti di verità mai consegnati
Nelle indagini più cupe dell’Archivio Blackwood, non tutto viene verbalizzato. Ci sono verità che non finiscono nei fascicoli ufficiali. Ci sono emozioni che non trovano posto nei rapporti. Ci sono lettere che non vengono mai spedite.
Oggi riportiamo tre frammenti di corrispondenza rimasti sepolti tra le pagine dei taccuini di Edgar Blackwood. Non sappiamo se siano stati scritti per davvero, o se siano solo pensieri annotati nel silenzio. Ma ciascuna di queste lettere racconta una crepa nell’anima di chi lotta contro l’oscurità.
1. Lettera di Edgar Blackwood (mai spedita) a Declan O’Connor
Londra, notte fonda
“Avrei voluto scriverti prima. Avrei voluto dirtelo a voce.
Non ti ho seguito solo perché eri un bravo poliziotto. Ti ho seguito perché avevi fede anche quando io non ne avevo più.
Il giorno in cui sei entrato in quella cripta, sapevi che non ne saresti uscito. E io, che non credo nei santi, quella sera ho pregato per te.
Spero che le ombre ti abbiano restituito qualcosa che a me è stato tolto.”
– Edgar
2. Appunto manoscritto di Elias Monroe (non consegnato)
Sir,
Se non tornerete prima dell’alba, lo farò io.
Non perché sia pronto. Ma perché non posso più fingere che questo male ci stia solo osservando. È già tra noi. Ha voce, ha nomi, ha luoghi. E ci ha scelti.
Con rispetto e terrore, – Monroe
3. Frammento dal diario di padre Quinn (bruciato in parte)
[…] eppure anche tra le mura della chiesa ho sentito freddo. Non un freddo fisico, ma una voce che diceva: “Sei stato via troppo tempo.”
[…] loro non cercano preghiere. Cercano testimoni.
E io, sebbene debole, sarò presente alla fine.
La voce di chi resta in silenzio
Queste lettere non compaiono nei romanzi ufficiali. Non servono all’indagine. Ma servono a ricordare che dietro ogni ombra, c’è un uomo che cerca ancora di restare umano.
Nei prossimi articoli, continueremo a esplorare l’Archivio Blackwood da prospettive nascoste: appunti, mappe, oggetti e memorie che raccontano ciò che i verbali non possono scrivere.
Il vero orrore, nella letteratura gotica, non è quello che vediamo. È quello che intuiamo. È ciò che aleggia tra le righe, si nasconde nei silenzi, si insinua nei gesti spezzati. Il male più potente non entra dalla porta principale. Si insinua nella mente. E lì resta.
Il non detto: architettura dell’angoscia
Nella narrativa gotica, l’elemento invisibile è spesso piùdisturbante di un mostrodescritto con dovizia di particolari. Perché lascia spazio all’immaginazione. E l’immaginazione è il luogo più pericoloso in cui l’orrore può agire.
Non sapere cosa stia accadendo, ma sentire che qualcosa non va, è la chiave del terrore gotico. Il corridoio vuoto. Il rumore che non si ripete. Il sussurro che non ha bocca. Il lettore riempie quel vuoto con le proprie paure.
Dracula: l’invisibile che seduce
Nel romanzo di Bram Stoker, Dracula agisce per buona parte della storia senza essere visto. Non è l’immagine del vampiro a inquietare. È la sua assenza. La porta lasciata socchiusa. La luce che si spegne da sola. La trasformazione silenziosa di Lucy. Il vero terrore non nasce dalla creatura, ma dalla sua influenza invisibile.
Il Vangelo delle Ombre: la setta silenziosa
Nel secondo volume dell’Archivio Blackwood, Il Vangelo delle Ombre, il male assume la forma di un culto. Ma il culto non urla. Non marcia. Preghiere sussurrate. Simboli nascosti nei libri. Sguardi che non si incrociano mai. La minaccia è in ciò che non viene detto, ma che ogni personaggio intuisce. Il lettore sa che qualcosa sta per accadere… ma non sa cosa, né quando.
Il Carnefice del Silenzio:
Nel terzo volume, senza spoilerare, IlCarnefice del Silenzio, la minaccia si fa ancora più astratta. Non c’è una creatura. C’è un’assenza. Il male qui non uccide gridando.
Perché funziona?
Perché il lettore gotico non vuole risposte subito. Vuole il dubbio. Vuole sapere che potrebbe esserci qualcosa oltre la parete. Che potrebbe esserci un altro piano di realtà. O che il vero mostro è già seduto accanto a lui.
Conclusione
Dalla Transilvania ai sotterranei londinesi, dal conte Dracula al Carnefice del Silenzio, il vero nemico è invisibile. Eppure, è ovunque. Non si mostra. Ma si fa sentire.
E noi, come Blackwood, non possiamo farealtro che ascoltare. In silenzio.
Ogni caso nell’universo dell’Archivio Blackwood nasce da un’ombra. Non da una prova evidente. Non da una confessione. Ma da una discrepanza, un silenzio, un dettaglio fuori posto.
Edgar Blackwood non è un poliziotto convenzionale. Non si fida dei protocolli. Non chiude un fascicolo finché non ha sentito l’odore del luogo, finché non ha parlato con chi ha taciuto troppo a lungo. Ogni sua indagine segue una logica personale, fatta di taccuini, osservazioni a margine e connessioni invisibili agli occhi degli altri.
1. Il primo segnale: ciò che non torna
Tutto comincia con qualcosa che non combacia. Un corpo senza sangue in un vicolo senza impronte. Una lettera trovata in un cassetto mai aperto. Un simbolo inciso dove nessuno dovrebbe aver messo piede.
Blackwood non salta a conclusioni. Annota. Registra. Rilegge. Più che investigatore, è un ascoltatore dell’incongruenza. E quando l’incongruenza persiste, comincia l’indagine.
2. I luoghi come testimoni
Per lui, i luoghi parlano. Ogni stanza ha una memoria. Ogni mattone conserva una traccia. Nei romanzi lo vediamo tornare spesso nei luoghi del delitto, anche di notte, da solo, per ascoltare il modo in cui cambia il silenzio.
Spesso prende appunti proprio lì, sul posto. Scrive a margine dei verbali. Disegna a matita gli spazi, come se volesse imprimere l’architettura del male sulla carta.
3. La struttura dell’archivio
L’Archivio Blackwood non è un archivio ufficiale. È una raccolta privata di dossier che nessuno ha mai letto tranne lui, Elias Monroe, e pochissimi altri. Ogni fascicolo è suddiviso in:
Simboli rilevati
Fatti inspiegabili
Testimonianze da rileggere
Omissioni della versione ufficiale
Il vero caso si annida sempre nelle omissioni.
4. Il metodo induttivo – e la voce dell’istinto
A differenza di Sherlock Holmes, Blackwood non si affida solo alla deduzione logica. La Londra che indaga è fatta anche di sogni, superstizioni, e visioni notturne che si rivelano premonizioni.
Il suo metodo è induttivo, ma anche profondamente umano. Ascolta chi non ha voce. E sente ciò che gli altri si rifiutano di credere.
5. L’indagine come rituale
In ogni caso, c’è un momento preciso in cui Blackwood capisce che l’indagine è diventata personale. Quando smette di “cercare un colpevole” e inizia a chiedersi: Cosa mi sta insegnando questo male?
Da lì in avanti, non si ferma più. Fino a che ogni parola non sia stata pronunciata. Fino a che ogni ombra non sia stata riconosciuta.
Cos’è il male? Un volto nell’ombra? Una mano armata? O forse qualcosa di molto più sottile: un’idea, un culto, un desiderio che corrompe lentamente? Nell’universo narrativo dell’Archivio Blackwood, il male non è mai lo stesso. E ciò che cambia, da un libro all’altro, non è solo la minaccia… ma anche lo sguardo di chi la affronta.
Le Ombre di Whitechapel – Il male come enigma
Nel primo volume, Le Ombre di Whitechapel, il male è ancora oscuro, sfuggente, quasi leggendario. Blackwood si muove in una Londra livida, tra cadaveri e superstizioni, cercando di distinguere la verità dai sussurri. L’orrore è fisico, tangibile, ma carico di simbolismo: un nemico che uccide nell’ombra, che lascia indizi nei rituali, che si confonde con il sangue e la nebbia.
Il protagonista è un uomo razionale che si ritrova a combattere qualcosa che sfugge alla logica. Il male, qui, è una domanda senza risposta.
Il Vangelo delle Ombre – Il male come sistema
Nel secondo volume, Il Vangelo delle Ombre, tutto cambia. Il male non è più un assassino. È una struttura. Un’ideologia antica. Un culto organizzato. Un disegno che va oltre la semplice vendetta o follia.
Il linguaggio si fa più teologico, più rituale, più intimo. L’orrore non si limita a colpire. Seduce. Chiama. Promette immortalità, senso, redenzione attraverso il sangue. E Blackwood? Lui cambia. Non si limita più a inseguire. Inizia a comprendere. A temere ciò che comprende. Il male ora è una verità scomoda che affonda le radici nel cuore dell’uomo.
Un percorso oscuro, ma necessario
In entrambi i romanzi, il male non è mai gratuito. Ha una struttura. Ha un simbolo. Ha una voce.
Ma è solo nel confronto tra i due volumi che emerge la vera trasformazione: Non solo dei nemici. Ma di Edgar Blackwood. Da investigatore razionale a custode di verità che nessuno vuole ascoltare.
E se il primo libro chiedeva: chi è l’assassino? Il secondo sembra chiedere: e se l’assassino fosse parte di un disegno molto più grande di noi?
Verso il silenzio
Il terzo volume, Il Carnefice del Silenzio, approfondirà questa evoluzione. Perché il male, quando non riesce più a convincere, inizia a farsi silenzioso. E chi sa ascoltare… rischia di non tornare indietro.
Lo abbiamo visto indagare tra le nebbie di Whitechapel, affrontare sette occulte, sfidare l’oscurità nei luoghi più remoti della Londra vittoriana. Ma chi è davvero Edgar Blackwood?
In questa intervista immaginaria, lo incontriamo nel suo studio, tra libri polverosi, fascicoli aperti e una tazza di tè lasciata a metà. La luce filtra appena dalle tende. Il silenzio è quasi religioso.
Ispettore Blackwood, perché continua a indagare su casi che altri definirebbero… follia?
Perché non ho scelta. La follia è solo una parola per ciò che non vogliamo vedere. Se una madre dice che suo figlio parla lingue mai apprese, viene ridicolizzata. Se un cadavere si dissangua senza ferite evidenti, si archivia come “anomalia”. Io non archivio. Io ascolto.
Ha paura, qualche volta?
Non di ciò che trovo. Ho paura del momento in cui smetterò di cercare. Perché significherà che ho accettato l’orrore come normalità. E allora non sarò più diverso da ciò che combatto.
C’è qualcosa che rimpiange?
(Pausa lunga) Sì. Ma non lo direi nemmeno sotto tortura.
Le manca qualcuno?
Ogni giorno.
Cosa rappresenta per lei l’Archivio Blackwood?
Una mappa. Incompleta, fragile, imperfetta. Ma una mappa. E finché avrò fiato, continuerò ad aggiungervi nomi, date, luoghi. Anche se dovessi essere l’unico a leggerla
Un’ultima domanda. Se potesse smettere, lo farebbe?
(Si accende un sigaro, guarda fuori dalla finestra) No. Ma ogni tanto, sogno di farlo.
Postfazione
Edgar Blackwood è un uomo costruito di silenzi, ferite e ossessioni. Ma è anche il custode di domande che pochi osano porsi. Attraverso di lui, la saga dell’Archivio Blackwood non racconta solo storie oscure. Racconta il prezzo della conoscenza. E della solitudine che spesso la accompagna.
Nei romanzi dell’Archivio Blackwood, Londra non è solo un’ambientazione. Respira, scricchiola, si nasconde tra la nebbia. Ma quanto di quella Londra esiste davvero? E quanto è nato dall’immaginazione?
In questo articolo esploriamo alcuni dei luoghi reali che hanno ispirato le scene più cupe e suggestive dei romanzi. Un viaggio tra storia e finzione, tra pietra e ombra.
Limehouse: tra oppio e segreti
Limehouse è uno dei quartieri più evocativi di Il Vangelo delle Ombre. Le sue stradine costeggiano il Tamigi, segnate da magazzini dismessi e archi in ferro battuto. A fine Ottocento, era un labirinto di bettole, fumerie d’oppio e porti dimenticati. È qui che Blackwood spesso torna, cercando risposte tra nebbia e silenzi.
Oggi, molte delle sue vie sono cambiate, ma l’atmosfera notturna che aleggia tra i mattoni bagnati è ancora palpabile. Basta chiudere gli occhi.
Southwark: sotto i ponti della memoria
Dove il ponte di London Bridge getta la sua ombra, si trova Southwark, antico quartiere di bordelli medievali, tavernemalfamate e teatri dimenticati. È qui che Blackwood scopre, in Le Ombre di Whitechapel, una delle tracce più inquietanti della setta.
Southwark è ancora oggi un luogo ricco di contrasti: tra le rovine di epoca romana e le linee moderne della città contemporanea, il passato sembra voler riemergere a ogni passo.
Clerkenwell: cripte e congreghe
Antico quartiere monastico, sede di priore e ordini cavallereschi, Clerkenwell è perfetto per ambientazioni legate a sette e rituali. Le sue vere catacombe, le cripte sotto la Chiesa di San Giovanni, e i vicoli poco illuminati lo rendono un luogo che sembra fatto apposta per ospitare ciò che non dovrebbe esistere.
Blackwood lo sa: qui, le ombre non si limitano a seguire chi cammina. A volte precedono.
La Londra che invento è reale. Solo un po’ più silenziosa.
Nei miei romanzi non invento mai completamente. Modifico. Esagero. Inquino. La Londra dell’Archivio Blackwood è fatta di luoghi che esistono davvero, ma osservati con occhi segnati da ciò che è accaduto. È la città del sospetto, della paura e della ricerca. Una Londra dove ogni strada può diventare una reliquia e ogni vicolo, un passaggio verso l’invisibile.