Come nasce un personaggio dell’archivio Blackwood


Ogni volta che qualcuno mi chiede da dove nascano i personaggi della saga, la mia risposta è sempre la stessa: nascono nel buio.

Non il buio della notte, né quello metaforico dell’anima… ma quel buio che c’è prima che si accenda la candela. Quando ancora non sai chi parlerà. Chi entrerà in scena. Chi lascerà il segno.

I personaggi dell’Archivio non li “invento”. Li incontro. A volte si presentano di colpo, con un nome e una voce ben definita. Altre volte arrivano in silenzio, attraverso una sensazione, un’ombra, un dettaglio fisico che poi prende forma.

Quando nasce un personaggio?

Di solito prima della trama. Mi viene un volto, o una frase. Uno sguardo. E allora comincio a chiedermi: chi è questa persona? Cosa porta sulle spalle? Perché mi guarda così?

Blackwood, per esempio, non doveva essere il protagonista. Doveva essere una figura secondaria. Ma ha bussato troppo forte alla porta. Troppo deciso. Come se dicesse: “O mi dai il caso… o mi prendo l’Archivio.”

Elias Monroe, invece, è nato da un suono. Una frase. Una parola che lo descriveva: “incrinato”. È da lì che ho ricostruito tutta la sua psicologia.

Di cosa sono fatti?

I miei personaggi non hanno biografie dettagliate da manuale di scrittura. Hanno ferite, segreti, colpe non dette. Non serve sapere dove sono nati. Serve sapere cosa li tiene svegli la notte.

Uso il loro passato come un vetro rotto. Alcuni frammenti emergono, altri restano sepolti. Ma ogni cosa che fanno deve riflettere qualcosa di quel vetro.

Una pagina, un battito

Scrivere di loro è un atto di ascolto. Quando scrivo un dialogo, non decido io cosa dicono. Lo scopro. Se un personaggio non parla, non lo forzo. So che lo farà al momento giusto. O che, forse, è già morto.


Se vuoi conoscere i volti, i sussurri, i segreti dei personaggi dell’Archivio… ora è il momento giusto.

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L’Archivio non dorme mai


Dopo la nuova saga per ragazzi (In Lavorazione)… un nuovo libro gotico in arrivo

C’è un tempo per i giuramenti. Un tempo per i misteri.
E poi, c’è un tempo per tornare indietro.

Nelle ultime settimane ho lavorato (e sto lavorando ancora adesso) con passione a una nuova saga destinata a un pubblico diverso: un viaggio iniziatico, magico e oscuro, pensato per lettori più giovani… ma che non rinuncia alle atmosfere cupe che mi accompagnano da sempre.
Un nuovo mondo è pronto a mostrarsi.

Ma non abbiate timore: L’Archivio Blackwood non è chiuso.

Anzi.
Le sue stanze più antiche si stanno aprendo.
Quelle che nessuno ha mai osato esplorare.

Dopo l’uscita del nuovo romanzo dedicato ai più giovani, torneremo là dove tutto ha avuto inizio.
Ho già creato scaletta e storia di un nuovo volume della saga Archivio Blackwood:
un prequel che ci porterà molto indietro nel tempo,
quando Edgar Blackwood era diverso.
Più giovane. Più impulsivo. Meno disilluso.
E forse… più umano.

Ma c’è di più.
Nel buio che ci attende, una figura familiare tornerà a camminare accanto a lui.
Qualcuno che non avete dimenticato.
Qualcuno che, forse, non ha mai davvero lasciato l’Archivio.

Non posso dirvi altro.
Solo questo: preparatevi a scoprire le origini.
Il primo caso.
L’orrore che ha cambiato tutto.
E la promessa che ancora oggi,
nell’ombra, non è stata spezzata.

Rimanete connessi.
Il prossimo varco si aprirà prima di quanto immaginiate.


Il Carnefice del Silenzio

Il nuovo romanzo gotico della saga Archivio Blackwood Di Claudio Bertolotti

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Il Vangelo delle Ombre sta per cambiare casa

Carissimi lettori,
oggi non vi scrivo nei panni dell’Archivista, ma in quelli dell’autore.

Presto l’ebook de Il Vangelo delle Ombre verrà sospeso da Amazon, perché il libro sta per iniziare un nuovo cammino: una campagna di crowdfunding con la Casa Editrice Bookabook.

Perché una campagna?
Per portare il libro in libreria fisica, nei punti vendita reali, tra gli scaffali veri. Un passo importante, che richiede un piccolo sforzo collettivo, ma che può fare una grande differenza.

Come funziona?

A breve vi fornirò un link ufficiale, attraverso il quale sarà possibile prenotare una copia (cartacea o ebook) del romanzo direttamente sulla piattaforma della casa editrice.

Anche una sola prenotazione dell’ebook, da parte vostra, sarà un passo fondamentale per sostenere il progetto.

E se vi andrà di condividere quel link con amici, lettori appassionati, amanti del gotico o semplici curiosi, ve ne sarò profondamente riconoscente.

L’Archivio Blackwood continua…

Nel frattempo, le pagine dell’Archivio non si fermeranno. I racconti, gli articoli, le immagini, altri Libri… tutto continuerà ad arrivare, ogni settimana, come sempre. Ma questa campagna è una soglia concreta, un’occasione vera per portare Blackwood fuori dall’ombra, oltre il digitale.

Grazie per essere parte di tutto questo.

A presto con il link ufficiale!


Claudio Bertolotti
Autore de Il Vangelo delle Ombre

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IL DOSSIER SEGRETO


Scene tagliate e personaggi scomparsi dall’Archivio Blackwood

C’è una stanza, nell’Archivio, che nessuno può aprire.
O meglio: una stanza che nessuno dovrebbe aprire.
Dentro, raccolte in fascicoli impolverati, ci sono pagine che non avete mai letto.

Scene scritte e poi strappate.
Personaggi che hanno respirato solo per un istante.
Capitoli interi sussurrati nella mente e mai arrivati alla luce.
Oggi, con il lume di una candela tremolante, vi invito a entrare con me.


La scena che non avete mai letto: “Il Sussurro di Chalk Farm”

Forse ne avete colto l’eco.
Forse vi è sembrato, leggendo Il Carnefice del Silenzio, che tra una pagina e l’altra ci fosse un vuoto non spiegato.

Non era un errore.
Era una ferita deliberata.
Una scena che parlava troppo presto, che svelava troppo in fretta.
E che, per questo, è stata rimossa.
Ma non dimenticata.

“La testa era china sull’altare, immobile. Un carillon rotto suonava note dissonanti. Nessuna ferita. Nessun sangue. Solo due parole cucite sulla gola, con filo sacro: Per non dimenticare.”

Quel frammento apparteneva a un episodio notturno, ambientato nella canonica di Chalk Farm, nella notte tra il 2 e il 3 gennaio 1889.
Blackwood vi entrava seguendo una pista offerta da una lettera anonima.
Lì, avrebbe trovato un messaggio lasciato non per lui… ma per qualcosa che lo stava seguendo.
Un’ombra.
Una promessa.

La scena è stata tagliata per non spezzare il ritmo, ma ha ancora un posto nel mio personale archivio.
Un giorno, chissà, potrebbe riemergere…


Personaggi che non ce l’hanno fatta (almeno, non in questa vita)

Nei romanzi gotici, ogni personaggio è un’eco, un simbolo, un enigma.
Alcuni, però, non sono mai riusciti a raggiungere la carta stampata.
Ecco tre “spettri” narrativi che hanno bussato alla mia mente ma sono rimasti fuori dalla porta:

1. Elijah Cairns – Il bibliotecario di Craven Cross

Un uomo anziano, cieco, che avrebbe dovuto aiutare Blackwood a tradurre alcuni simboli.
Il suo linguaggio era fatto solo di silenzi e tatto.
Lo avevo immaginato con mani bruciate dall’inchiostro e occhi bianchi come vetro.
È stato sostituito da un’altra figura più enigmatica. Ma le sue parole mute potrebbero ancora risuonare.

2. Abigail Keene – L’infermiera dei sogni

Doveva apparire in una scena onirica nel secondo romanzo, accudendo Blackwood durante un delirio febbrile.
Sussurrava frasi in latino, ma il suo volto cambiava forma ogni volta che veniva guardato.
Non era viva.
Ma nemmeno morta.
Era un incubo che aspettava di essere ricordato.

3. Il Reverendo Fielding – Colui che pregava al contrario

Una figura disturbante, ispirata a leggende realmente esistenti.
Recitava le Sacre Scritture al contrario, come forma di invocazione.
Aveva una Bibbia con le pagine cucite in pelle umana.
Ho deciso di non inserirlo… per ora.


Il futuro del Dossier Segreto

Per ogni scena che resta, ce ne sono dieci che muoiono.
Ma nulla si perde davvero, nell’Archivio Blackwood.
Alcune idee ritornano sotto forma di nuovi personaggi.
Altre cambiano pelle.
Altre ancora… aspettano solo il momento giusto per risorgere.

Vi è piaciuto entrare in questa stanza proibita?
Fatemelo sapere.
Potrei aprire un’altra cartella.
Un altro giorno.


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Scena Inedita – “I Sussurri di Chalk Farm”


Londra, 2 gennaio 1889 – Notte fonda

La nebbia era tornata più densa, come un sudario steso tra le tegole di Chalk Farm. Blackwood camminava a passo deciso sul selciato, il cappotto chiuso fino al collo e la pistola nascosta nella fondina sotto l’ascella. Nessun mandato. Nessun ordine. Solo un nome inciso in una lettera anonima: Bethany Grace – maestra di coro presso la St. Michael’s Chapel.

La porta della canonica era socchiusa.

Entrò.

Il corridoio sapeva di cera e umido, come ogni casa che aveva smesso di pregare. Un suono sottile – forse un salmo spezzato – si levava dal piano superiore, ma Blackwood capì subito che non era cantato da alcuna voce viva.

Salì i gradini.

Una figura stava inginocchiata davanti all’altare di legno consumato. Indossava un abito da corista, ma era rigido, come imbalsamato. La testa era china. Ai piedi, un piccolo carillon rotto, le note uscite di tono.

Quando Blackwood si avvicinò, il corpo crollò all’indietro come un sacco vuoto. Nessun sangue. Nessuna ferita.

Solo due parole cucite sulla gola, con filo sacro:
“Per non dimenticare”.

Un brivido lo attraversò. Alle sue spalle, il salmo riprese. Ma nessuno era lì a cantarlo.


Una scena tagliata per non spezzare il ritmo, ma che rivela un altro tassello del Male che si aggira nell’ombra.


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Dentro il Silenzio –Appunti di un sopravvissuto


Non so nemmeno perché sto scrivendo queste righe.
Forse perché qualcosa di ciò che ho visto vuole uscire, forse per paura che, se resto zitto, finirò anch’io come quelli che non ci sono più.

Ho ancora addosso l’odore della cripta.
Polvere, ferro e cera bruciata.
Non era la prima volta che seguivo l’ispettore Blackwood, ma quella notte… quella notte, no. Non era una come le altre.

Ci sono domande che non dovrebbero mai essere formulate a voce alta, eppure lì sotto, ogni cosa sussurrava. I muri, le ombre, persino il sangue secco sulle pietre sembrava voler dire qualcosa.
E poi c’era quella maschera.
Dio mi perdoni se ancora adesso, quando chiudo gli occhi, ne sento la trama ruvida tra le dita. Non so a chi appartenesse, ma sembrava ancora calda.

Blackwood non parlava molto. Ma io lo guardavo.
Nel suo sguardo c’era qualcosa di più cupo del solito, come se stavolta anche lui sapesse che non tutti ne sarebbero usciti.

Un nome non detto

Non farò nomi.
Chi ha visto non può parlare.
Chi non ha visto non capirebbe.

Ma in fondo a quel dedalo di corridoi, in quella casa dimenticata dai vivi, c’era qualcosa che aspettava. Non so se fosse un uomo, un’idea o un rito interrotto. Ma respirava. E guardava.
Noi non siamo più tornati gli stessi.

❝ Il silenzio, in certi luoghi, non è pace. È condanna. ❞

E ora? Ora Londra è tornata a scorrere. I tram battono le strade, la gente ride nei pub, e i giornali parlano di altro.
Ma io so.
Sotto la città, qualcosa si è mosso.
E quando il silenzio si fa più profondo del dovuto, so che non è solo nella mia testa.

Se mai leggerete queste righe, sappiate solo questo:
non tutto ciò che è sepolto vuole restare tale.
E alcune maschere non coprono un volto. Coprono un vuoto.


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MOIRA – La ferita che cammina

Nel cuore gelido del terzo volume dell’Archivio Blackwood, tra possessioni, simboli perduti e presenze che strisciano sotto la superficie, c’è una figura che non urla, ma pesa: Moira.

Il suo nome, breve e tagliente, è un respiro spezzato nella neve, un’eco silenziosa che accompagna l’ispettore Blackwood in una delle fasi più buie della sua esistenza. Ma Moira non è un semplice personaggio di contorno, e nemmeno una pedina romantica o tragica. Moira è un’assenza che si è fatta carne.

Una donna nata dalla rovina

Difficile raccontarla senza sfiorare il dolore. Moira appare come una sopravvissuta: qualcosa in lei si è rotto molto tempo fa, e da allora vive con l’eco di quella frattura. Non cerca salvezza, non cerca redenzione. Forse non cerca più nulla.

Eppure, è presente. Ostinatamente presente. Nelle scene in cui compare, Moira non ha bisogno di alzare la voce o di imporsi: è la sua sola esistenza a parlare. Le sue mani tremano anche quando stringono un’arma. I suoi occhi vedono troppo. E quando tace, lo fa con più forza di chi grida.

Compagna o spettro?

Blackwood la guarda con un rispetto che rasenta il timore. E non è un caso. Perché Moira è una di quelle figure che la morte ha sfiorato, ma non preso. È stata nel buio, e ne è uscita. Ma non del tutto. Nel romanzo non si chiarisce mai fino in fondo cosa lei sappia, cosa senta davvero. Non è una confidente. Non è una testimone. È una sopravvissuta.

E in un mondo dove il Male prende mille forme, Moira è una forma che il Male non ha saputo corrompere. Ma nemmeno risparmiare.

✝ La fede spezzata

Non prega. Non spera. Ma porta addosso segni invisibili, come stimmate che nessuno vede. In lei convivono il trauma e la lucidità, la disperazione e la determinazione. In altri romanzi sarebbe una “eroina tragica”. Qui, è qualcosa di più umano e più inquietante: una donna che ha visto l’abisso, e ha deciso di restare viva. Nonostante tutto.

❝ Il silenzio di Moira non è vuoto. È una condanna. ❞

La sua presenza nel racconto è come un filo sottile che lega il reale all’indicibile. Non guida la trama, ma la contiene, la sfida, la rende più vera. Non è protagonista, ma nessuna scena dove compare resta indifferente.

Chi legge con attenzione capirà che Moira non è lì per fare luce. È lì per ricordare che non tutto può essere spiegato. E non tutto può essere dimenticato.

Un personaggio da rileggere

Moira è una figura da leggere tra le righe. È una ferita che cammina con dignità, un silenzio pieno di memoria, e forse anche una promessa: che il dolore non è l’ultima parola.

Nel mondo gotico e disperato dell’Archivio Blackwood, Moira è la crepa attraverso cui entra la verità. Quella che brucia. Quella che resta.

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L’uomo che cammina tra le reliquie – Mallory e il peso del silenzio

Chi è Cornelius Mallory?

Non un eroe, non un antagonista. Eppure la sua sola presenza basta a far cambiare temperatura alla scena. Quando compare, il silenzio si fa più denso, le parole si pesano una ad una, come se l’aria stessa aspettasse il suo giudizio. L’Arcidiacono Cornelius Mallory è una delle figure più affilate e ambigue del nuovo romanzo Il Carnefice del Silenzio. La sua autorità non ha bisogno di alzare la voce. La sua forza non viene dalla violenza, ma da qualcosa di più tagliente: la fede cieca nella disciplina ecclesiastica.

Appartiene a un’epoca che non vuole più mostrarsi, eppure ne incarna ogni fibra. Cammina nei luoghi del sacro con passo misurato, non per cercare la verità, ma per contenere le crepe che si aprono nei muri della Chiesa.

Mallory non è lì per aiutare

Non è un investigatore, né un occultista. Non ha simpatia per le ombre, ma ha imparato a conviverci. In certi momenti, sembra quasi che conosca il pericolo meglio di quanto voglia ammettere. Quando parla di certi testi, di certi simboli, non lo fa con stupore, ma con rassegnazione.

C’è qualcosa in lui che sa più di quanto dice, ma che non dirà mai. Perché alcune verità – secondo lui – devono restare sepolte.

Il suo silenzio è una scelta

Nel mondo gotico e spietato dell’Archivio Blackwood, Mallory rappresenta la soglia oltre la quale il sacro si contamina. Non crede nei demoni, ma sa che il Male può indossare abiti liturgici. E allora interviene. Non per fermarlo, ma per evitare che se ne parli.

È un guardiano, ma delle apparenze. Eppure, nel corso del romanzo, la sua presenza lascia intuire che, sotto la tonaca inamidata, c’è molto più che burocrazia e dogmi. C’è un conflitto antico, forse mai vinto.

❝ Un uomo fatto d’inchiostro e omertà ❞

Mallory è un personaggio che divide. Non è facile amarlo, ma è impossibile ignorarlo. Nei suoi sguardi, nella rigidità dei suoi gesti, c’è qualcosa di profondamente umano: la paura di ciò che non si può controllare. E forse anche un passato che preferirebbe dimenticare.

Nel suo modo di pronunciare certe parole – “misericordia“, “blasfemia“, “dovere” – si avverte una stanchezza millenaria, come se portasse sulle spalle il peso non della fede, ma della sua corruzione.

Perché Mallory è importante?

Perché rappresenta quella parte del mondo che preferisce tacere, anche davanti all’orrore. Che sceglie l’ordine, anche quando il prezzo è l’oblio. Nel microcosmo de Il Carnefice del Silenzio, ogni personaggio combatte con il proprio ruolo. Mallory combatte per mantenerlo intatto, anche quando il suono della verità comincia a farsi sentire.

E quando accade, lo scontro con Edgar Blackwood diventa inevitabile. Non un duello fisico. Ma una guerra tra modi opposti di intendere la giustizia.

Perché nel mondo dell’Archivio Blackwood, il silenzio non è mai solo assenza di voce. A volte è una scelta. A volte una prigione. E Mallory ne è il custode.

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Dietro la Maschera: Il linguaggio del silenzio

Analisi del significato simbolico della maschera cucita nel romanzo
Il Carnefice del Silenzio

Non gli fu chiesto di parlare. Gli fu chiesto di obbedire.»

La maschera cucita. Un’immagine che ritorna, disturbante, nel cuore del romanzo Il Carnefice del Silenzio. Più che un oggetto, è un marchio. Un messaggio. Una punizione. Ma anche, paradossalmente, un atto di fede.

La bocca sigillata: controllo o penitenza?

Nel culto deviato dell’Arcidiacono Mallory, il silenzio non è solo l’assenza di parole. È dogma. Un fedele che parla rischia di tradire. Di dubitare. Di contaminare. Per questo, la cucitura della maschera non è solo simbolica: è fisica, brutale, irreversibile.
Chi la indossa non è più un individuo. È un contenitore.
Un tramite.

Il Carnefice e la voce negata

Il personaggio del Carnefice incarna pienamente questa idea. Imprigionato, segnato, mascherato: la sua voce è stata cancellata dalla fede. La sua volontà, ridotta in catene. Non si tratta solo di sottomissione, ma di una trasformazione rituale. L’uomo viene svuotato per diventare mezzo del culto, corpo offerto, punizione vivente.

Il silenzio diventa così un linguaggio sacro.
Un linguaggio che urla senza suono.

Il culto e la mistica del silenzio

Nel cuore del culto di Mallory vi è un’idea rovesciata di purezza.
Chi tace è puro.
Chi ascolta è degno.
Chi parla è pericoloso.

Le frasi rituali incise sulle pareti delle cripte — “Verbum tacitum est verbum sanctum” — sono la prova che il silenzio è stato elevato a sacramento. La cucitura della bocca è quindi l’ultimo atto, il più sacro, il più oscuro.

Un simbolo che inquieta… perché ci riguarda

Nel mondo moderno, dove siamo sommersi da parole, immagini, opinioni, il gesto di cucire una bocca colpisce nel profondo.
Non è solo orrore. È specchio.
Cosa siamo disposti a tacere pur di essere accettati?
Quante volte abbiamo scelto il silenzio per paura, per fede, per sfinimento?

Nel Carnefice, quella maschera cucita parla.
E dice molto più di quanto sembri.

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Declan non dimentica – Il racconto mai scritto (parte 1)

Un frammento perduto dai diari di Blackwood

Mi voltai. Non era una visione. Declan O’Connor era lì.”
Londra, 2 dicembre 1888 – ore 04:12
Bloomsbury, stanza 7

C’è una storia che non è mai stata scritta.
Una notte che non compare in nessun dossier ufficiale.
Un ritorno impossibile, mai raccontato.
Eppure… quella notte, qualcosa è accaduto davvero.

Il frammento

Il fuoco nel camino stava morendo.
Blackwood era seduto in silenzio. Il bicchiere di assenzio ancora intatto.
Una goccia di cera colò lenta dalla candela sul tavolo.
Fu allora che la porta si aprì.

Nessun rumore. Nessun vento. Nessun passo.

Solo la figura di un uomo in controluce.
Cappotto irlandese. Cappello consumato.
E una cicatrice sulla guancia sinistra.

Declan.

Blackwood si alzò di scatto, ma la voce si bloccò in gola.
Il bicchiere si rovesciò. Il liquore verde corse sul legno come sangue antico.

Non ti lascerò da solo, Edgar.»

Declan si avvicinò. Le pupille erano vuote, ma lucide. Vive e morte insieme.
Sul petto, cucito nel tessuto lacerato del cappotto, un simbolo. Quello che nessuno era mai riuscito a decifrare.
Una lingua dimenticata, forse.
Un avvertimento.

Blackwood lo guardò senza parlare.
Declan sorrise.
Poi sussurrò:

Non tutti i morti riposano.»

E svanì.

Annotazione a margine del diario (trovata nel 1903)

Quella notte mi svegliai senza sapere se avessi sognato.
Ma trovai un’impronta sul tappeto bagnata di pioggia.
E Declan non aveva mai sbagliato porta.”

Cosa c’è dietro questo frammento?

La scena fa parte di una serie di episodi alternativi o scarti narrativi che ho scritto per testare la voce di Declan dopo la sua morte.
Non erano previsti. Ma si sono imposti da soli.
Come se lui non volesse essere dimenticato.

La parte 2 sarà rilasciata prossimamente, con un dettaglio inquietante:
una lettera scritta da Declan dopo la sua morte, inviata con timbro autentico da Edimburgo il 4 dicembre 1888.

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