Facebook sta davvero morendo?

O sta semplicemente cambiando chi può parlare?

Ogni settimana qualcuno scrive che Facebook è finito.
Che l’algoritmo penalizza tutto.
Che i post non si vedono più.
Che “una volta era diverso”.

La domanda interessante non è se Facebook stia morendo.
La domanda è: per chi sta morendo?


L’illusione della visibilità gratuita

Per anni Facebook ha dato l’illusione di una cosa semplice:
scrivi quindi vieni visto.

Quella fase è finita.

Non perché la piattaforma sia in crisi,
ma perché il modello è cambiato.

Oggi la visibilità organica è una risorsa controllata.
Non è più un diritto implicito.
È una leva economica.

Il problema non è l’algoritmo in sé.
Il problema è che molti hanno costruito la propria presenza
su un terreno che non controllavano.


L’algoritmo non penalizza “tutto”

Penalizza ciò che non trattiene.

Le piattaforme non sono editori culturali.
Sono ambienti di permanenza.

Premiano:

  • ciò che genera reazione immediata
  • ciò che crea polarizzazione
  • ciò che mantiene attiva la conversazione

Penalizzano:

  • la riflessione lenta
  • il testo lungo
  • l’analisi non divisiva

Non è un giudizio di valore.
È un modello di business.


Il vero cambiamento: dal pubblico alla frammentazione

Facebook non è vuoto.
È frammentato.

Le persone non sono sparite.
Si sono distribuite.

  • Gruppi chiusi
  • Canali WhatsApp
  • Newsletter
  • Substack
  • Telegram
  • Instagram
  • YouTube
  • Community verticali

Il pubblico non è più centralizzato.
È diffuso.

E questo cambia radicalmente il modo in cui un autore costruisce autorevolezza.


Perché molti parlano di “morte”

Perché è finita una fase.

La fase in cui:

  • un post raggiungeva migliaia di persone senza spinta
  • la pagina era sufficiente
  • il like era una metrica credibile

Oggi il like conta meno.
Conta la ricorrenza.

Chi ti segue davvero ti cerca altrove.
Chi ti legge in profondità non dipende dall’algoritmo.


Migrazione o maturazione?

Non stiamo assistendo a una fuga.
Stiamo assistendo a una selezione.

Chi scrive solo per visibilità soffre il cambiamento.
Chi scrive per costruire posizione si adatta.

Le piattaforme cambiano.
Il pensiero resta.

Chi ha un asse chiaro può spostarsi.
Chi vive di distribuzione casuale no.


Il vero rischio per un autore

Il rischio non è perdere reach.
È inseguirla.

Quando si adatta il contenuto all’algoritmo
invece di adattare la strategia alla propria identità,
si perde coerenza.

E la coerenza, nel lungo periodo, vale più della visibilità immediata.


Cosa significa oggi costruire presenza

Significa:

  • avere un sito proprio
  • avere una newsletter
  • avere una community diretta
  • usare i social come ponte, non come casa

Facebook non è morto.
Non è più centrale.

E forse è una cosa sana.

Perché costringe a tornare a una domanda più scomoda:
stiamo cercando attenzione o stiamo costruendo autorevolezza?


Se una piattaforma cambia, il contenuto serio non muore.
Si sposta.
Si consolida.
Diventa meno rumoroso e più solido.

E questo, paradossalmente, può essere un bene.


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Il bisogno di ordine dopo il crimine

Ogni volta che avviene un crimine grave, accade qualcosa di prevedibile:
cerchiamo ordine.

Non solo giustizia.
Non solo responsabilità.
Cerchiamo una struttura che rimetta il mondo al suo posto.

Perché il crimine, soprattutto quello inspiegabile, fa saltare l’equilibrio simbolico su cui poggia la nostra idea di normalità.


Il crimine come frattura

Un crimine violento non è solo un fatto.
È una rottura.

Rottura della fiducia.
Rottura delle regole implicite.
Rottura dell’idea che il mondo sia, in fondo, prevedibile.

Il bisogno di ordine nasce da qui.
Dalla necessità di riparare quella frattura il più rapidamente possibile.


La spiegazione come consolazione

La prima forma di ordine è la spiegazione.

Vogliamo sapere:
perché è successo
chi è stato
cosa lo ha causato

Non perché la curiosità sia morbosa,
ma perché una causa chiara ristabilisce una sensazione di controllo.

Se il crimine ha una causa,
allora può essere contenuto.

Se può essere contenuto,
non è ovunque.


Il mito del caso isolato

Una delle strategie più comuni per ristabilire ordine è trasformare il crimine in eccezione.

Un individuo deviato.
Un evento raro.
Un’anomalia imprevedibile.

Il caso isolato è rassicurante.
Non mette in discussione il sistema.
Non chiede revisioni profonde.

Ma spesso l’ordine così ricostruito è solo apparente.


Il rischio dell’ordine troppo rapido

Quando il bisogno di ordine diventa urgente,
si accettano spiegazioni semplici.

Si cerca una narrazione chiusa.
Un colpevole che assorba tutto.
Un movente che non lasci zone grigie.

Ma la complessità non scompare perché viene ignorata.

Un ordine costruito in fretta rischia di essere fragile.
E la fragilità, prima o poi, riemerge.


Il ruolo del racconto

Anche il modo in cui raccontiamo un crimine partecipa a questa ricostruzione dell’ordine.

Il racconto può:

consolare
semplificare
ridurre

oppure può lasciare aperte le domande scomode.

Il true crime analitico non serve a rassicurare.
Serve a mostrare che l’ordine precedente al crimine

forse non era così solido come pensavamo.


Il caso che mette in crisi l’ordine

Il caso di Ed Gein è emblematico in questo senso.

Ridotto spesso a figura grottesca o iconica,
diventa facilmente confinabile in una categoria rassicurante: “mostro”.

Ma un’analisi più attenta mostra qualcosa di più inquietante.

Non un’esplosione improvvisa,
ma una costruzione lenta.
Non un’anomalia isolata,
ma una devianza sedimentata nel silenzio e nell’isolamento.

L’ordine che pensavamo stabile non era stato messo davvero alla prova.


Ordine o comprensione?

Dopo il crimine possiamo scegliere.

Possiamo cercare un ordine immediato,
che chiuda la frattura e permetta di voltare pagina.

Oppure possiamo accettare una comprensione più lenta,
che non ripara subito,
ma illumina le dinamiche profonde.

Il primo rassicura.
Il secondo inquieta.

Ma solo il secondo è utile.


Una responsabilità collettiva

Il bisogno di ordine non è un difetto.
È una reazione umana.

Diventa problematico quando si trasforma in fretta di dimenticare.

Capire il crimine significa accettare che l’ordine precedente
forse conteneva già le condizioni della frattura.

E questo è molto più difficile da sostenere.


Approfondimento

Questo approccio guida il mio lavoro sul true crime:
analizzare non solo l’atto, ma le strutture che lo precedono.

Nel saggio dedicato al caso Ed Gein, il focus non è sull’icona dell’orrore,
ma sulla costruzione lenta di una devianza nel tempo e nel silenzio.

Ed Gein – L’orrore della mente umana


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Perché non vogliamo davvero capire il male

Diciamo spesso di voler capire il male.
In realtà vogliamo tenerlo a distanza.

Capire davvero il male significa accettare una possibilità scomoda:
che non sia un’eccezione mostruosa,
ma una deriva umana che nasce dentro contesti ordinari.

Ed è proprio questo che tendiamo a evitare.


Capire è più disturbante che giudicare

Il giudizio è rapido.
Conforta.
Traccia una linea netta: noi da una parte, loro dall’altra.

La comprensione fa l’opposto.
Sfuma i confini.
Introduce ambiguità.

Capire il male significa ammettere che alcune dinamiche
isolamento, silenzio, rigidità affettiva, ritualità chiusa
non sono così lontane dalla normalità quotidiana.

E questo inquieta molto più di qualsiasi mostro.


Il bisogno di un colpevole semplice

La narrazione dominante cerca sempre un punto di scarico:

una persona
un volto
un nome

Il “mostro” assolve tutto il resto.

Famiglie, comunità, istituzioni, contesti
possono continuare a esistere senza interrogarsi,
perché il problema è stato confinato in un individuo.

Capire davvero il male, invece, costringe a guardare le strutture.
E le strutture ci riguardano.


Il male come spettacolo è rassicurante

Quando il male diventa spettacolo, perde complessità.
Diventa osservabile, consumabile, archiviabile.

Lo guardiamo da fuori.
Ci indigniamo.
Poi passiamo oltre.

Lo spettacolo del male non chiede responsabilità.
Chiede attenzione momentanea.

L’analisi, invece, chiede tempo.
E il tempo costringe a restare.


Capire significa rinunciare all’illusione del controllo

Se il male è un’anomalia, possiamo illuderci di evitarlo.
Se è una possibilità umana, dobbiamo conviverci.

Capire il male significa accettare che non esistono barriere assolute.
Che alcune condizioni, se lasciate sedimentare, producono esiti devastanti
senza bisogno di rotture improvvise.

Questa consapevolezza è difficile da sostenere.
Per questo viene spesso rifiutata.


Perché preferiamo non guardare il prima

Il momento dell’atto è netto.
Il prima è sfocato.

Nel “prima” non c’è un colpevole chiaro.
C’è una catena di omissioni, silenzi, normalizzazioni.

Capire il male richiede di osservare quel tempo lungo,
in cui nulla sembra accadere
eppure tutto si sta già formando.

È un lavoro ingrato.
E raramente produce rassicurazione.


Il caso che non vogliamo usare per capire

Un esempio emblematico è quello di Ed Gein.

Ridotto spesso a icona dell’orrore,
è in realtà un caso che mette in crisi la nostra voglia di distanza.

Se lo si guarda davvero,
non emerge un “mostro cinematografico”,
ma una devianza costruita nel tempo,
nel silenzio,
nell’isolamento,
in un contesto che non ha mai interferito davvero.

Ed è proprio questo che rende il caso difficile da sostenere.
Perché non consente scorciatoie morali.


Capire non è assolvere

C’è un equivoco costante:
che comprendere significhi giustificare.

Non è così.

Capire è l’unico modo per non ripetere.
Per non trasformare il male in una leggenda sterile.
Per evitare che diventi solo un altro oggetto di consumo narrativo.

Il rifiuto della comprensione non è etico.
È difensivo.


Una scelta necessaria

Non vogliamo davvero capire il male
perché capire implica una perdita:
quella dell’illusione che “non ci riguarda”.

Eppure, se il true crime, la criminologia e la narrativa
hanno ancora un senso,
è proprio quello di rompere questa distanza artificiale.

Non per spaventare.
Ma per rendere visibile ciò che preferiamo non vedere.


Approfondimento

Questo approccio guida il mio lavoro sul true crime:
analizzare il male come processo umano e strutturale,
non come icona da esibire.

Un esempio centrale è il saggio dedicato al caso Ed Gein,
letto non come figura dell’orrore,
ma come costruzione della devianza nel silenzio.

Ed Gein – L’orrore della mente umana


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Il gotico come metodo di indagine

Il gotico non è un genere dell’orrore.
È un metodo di osservazione.

Non nasce per raccontare il soprannaturale,
ma per indagare ciò che una società non riesce o non vuole nominare.

Dove altri generi cercano risposte,
il gotico costruisce domande persistenti.


Indagare senza rassicurare

Nel gotico, l’indagine non procede per prove evidenti.
Procede per anomalie.

Nulla è apertamente sbagliato.
Eppure qualcosa non torna.

Una stanza che non viene mai usata.
Un archivio che nessuno consulta.
Una regola che tutti rispettano senza ricordarne l’origine.

Il gotico non risolve subito.
Allena lo sguardo.


Il dettaglio come indizio, non come spettacolo

Nel gotico, il dettaglio non serve a scioccare.
Serve a deviare l’attenzione.

Un oggetto fuori posto.
Un gesto ripetuto troppo spesso.
Un silenzio che dura più del necessario.

Non sono eventi.
Sono tracce.

Il lettore viene trasformato in investigatore,
ma non di un crimine: di un contesto.


Indagine del sistema, non del colpevole

Il gotico diffida del colpevole singolo.

Non cerca chi ha fatto qualcosa,
ma quale struttura ha reso possibile quel gesto.

Famiglie.
Istituzioni.
Comunità che funzionano anche quando non dovrebbero più.

Il male non è un’irruzione.
È una continuità.


Il tempo come strumento investigativo

Nel gotico, il tempo è fondamentale.

Il passato non è mai davvero passato.
Ritorna attraverso:

oggetti
archivi
abitudini
linguaggi

L’indagine gotica non scava nel momento dell’atto,
ma nella sedimentazione che lo precede.


Perché il gotico è vicino al true crime analitico

Il true crime che funziona davvero non è quello che racconta il gesto,
ma quello che indaga il prima.

Il gotico e la criminologia analitica condividono lo stesso problema:
come raccontare ciò che non è spettacolare,
ma determinante.

Entrambi rifiutano l’illusione del caso isolato.
Entrambi lavorano sul sistema.


Scrivere per capire, non per chiudere

Il gotico non offre soluzioni definitive.
Non assegna colpe nette.
Non promette consolazione.

Lascia il lettore in uno stato di attenzione prolungata.

Perché capire non significa chiudere un fascicolo.
Significa accettare la complessità.


Un metodo ancora necessario

Il gotico continua a esistere perché è uno dei pochi strumenti narrativi
capaci di indagare il potere, la colpa e il silenzio
senza semplificarli.

Non spiega tutto.
Non mostra tutto.
Non rassicura.

E proprio per questo, funziona.


Approfondimento narrativo

Questo metodo di indagine è alla base della saga L’Archivio Blackwood,
dove l’atmosfera, i dettagli e il non detto contano più della rivelazione finale.

L’ARCHIVIO BLACKWOOD – VOLUME III


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Un incipit non è una storia

Il nuovo progetto narrativo tra scrittura, trasformazione e responsabilità

Un incipit è una soglia.
Non è una storia, non è un racconto, non è nemmeno una promessa: è una direzione possibile.

Da questa idea nasce il mio nuovo progetto narrativo, che unisce scrittura, partecipazione e trasformazione consapevole del materiale creativo.

Il progetto prevede la realizzazione di un libro di racconti, composto da due anime distinte ma dialoganti:

  1. Racconti inediti scritti interamente da me, autonomi, completi, pensati come opere narrative a sé.
  2. Mini racconti nati dagli incipit proposti dai lettori, sviluppati e conclusi da me in forma narrativa compiuta.

Come funziona il progetto

Periodicamente pubblicherò un incipit: una frase, un’idea, un’apertura narrativa.
Chi vorrà potrà rispondere proponendo il proprio incipit, breve e concentrato.

Tra quelli ricevuti ne selezionerò tre, sulla base di criteri narrativi precisi:

  • forza evocativa
  • potenziale di sviluppo
  • coerenza tematica
  • originalità dell’immagine iniziale

Da ciascun incipit selezionato nascerà un mini racconto completo, scritto da me, che entrerà a far parte del libro.

Alla fine di ogni racconto verrà esplicitamente ringraziata la persona che ha fornito l’incipit, con nome e cognome, come riconoscimento dell’idea iniziale.

Non è un concorso. Non è un gioco.

Questo punto è fondamentale.

Il progetto:

  • non è un concorso letterario
  • non è una gara
  • non è un esercizio di scrittura collettiva improvvisata

È un lavoro narrativo strutturato, che confluirà in una pubblicazione reale.
Per questo motivo, chi verrà selezionato verrà contattato via mail per una autorizzazione scritta, semplice e trasparente, che permetta di lavorare in modo corretto, tutelando tutte le parti coinvolte.

Scrivere significa anche assumersi una responsabilità editoriale.
Questo progetto nasce proprio da questa idea: trasformare una scintilla in una forma compiuta, senza confondere i ruoli.

Perché questo progetto

Viviamo in un’epoca in cui le idee circolano velocissime, ma raramente vengono portate fino in fondo.
L’incipit è spesso la parte più facile. Il finale, la tenuta narrativa, la coerenza interna sono il vero lavoro.

Questo progetto vuole mostrare:

  • come nasce davvero una storia
  • come si lavora su un’idea grezza
  • cosa significa trasformare un’intuizione in racconto

Non per insegnare, ma per rendere visibile il processo.


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La criminologia del silenzio

Tutto ciò che precede il reato e non viene mai raccontato

Quando si parla di criminologia, l’attenzione si concentra quasi sempre sul momento dell’atto.
Il gesto.
La violenza.
Il punto di rottura.

Ma il reato non nasce nel momento in cui accade.
Nasce molto prima, in una zona che raramente viene raccontata: il silenzio.


Il tempo che non fa notizia

Prima di ogni reato esiste un tempo lungo, opaco, apparentemente irrilevante.

Anni senza eventi eclatanti.
Giorni identici.
Routine che non allarmano nessuno.

È un tempo che non produce titoli.
Non genera urgenza.
Non si presta alla narrazione veloce.

Eppure è che si forma la struttura del comportamento deviante.


Il silenzio non è assenza

In criminologia, il silenzio non è un vuoto.
È un ambiente.

Un ambiente fatto di:

mancanza di confronto
assenza di sguardi correttivi
relazioni non elaborate
rituali che si ripetono senza essere messi in discussione

Il silenzio permette alla deviazione di stabilizzarsi, non di esplodere.

Quando il reato avviene, spesso è già tardi per capire.
Il processo era iniziato molto prima.


Tutto ciò che non viene detto

Nella fase che precede il reato, ciò che conta non è ciò che accade,
ma ciò che non accade.

Nessuna domanda.
Nessuna interferenza.
Nessuna frizione reale con l’altro.

La criminologia del silenzio studia proprio questo:
non l’evento traumatico, ma la normalità che lo rende possibile.


Perché raccontiamo solo il dopo

Raccontare il prima è scomodo.

Significa ammettere che il problema non è isolato.
Che non riguarda solo un individuo.
Che coinvolge contesti, relazioni, istituzioni, comunità.

Il racconto dell’atto concentra tutta la colpa in un punto preciso.
Il racconto del silenzio la distribuisce.

Ed è per questo che viene evitato.


Il silenzio come fattore criminogeno

Il silenzio non causa il reato in modo diretto.
Ma crea le condizioni perché certi comportamenti diventino pensabili.

Quando nessuno guarda,
quando nulla viene nominato,
quando le anomalie diventano abitudine,

il confine tra ciò che è accettabile e ciò che non lo è si sposta lentamente.

La criminologia del silenzio non cerca il colpevole.
Cerca il processo.


Capire prima, non spiegare dopo

Analizzare ciò che precede il reato non significa giustificarlo.
Significa sottrarre il male alla mitologia dell’improvviso.

Il gesto finale non è una rivelazione.
È una conseguenza.

E finché continueremo a raccontare solo l’atto,
continueremo a non capire nulla di ciò che lo rende possibile.


Approfondimento

Questo approccio è alla base del mio lavoro sul true crime:
non raccontare l’orrore come evento, ma analizzare il contesto silenzioso che lo precede.

Un esempio emblematico è il caso Ed Gein, studiato non come icona dell’orrore,
ma come struttura di devianza costruita nel tempo, nel silenzio e nell’isolamento.

Ed Gein – L’orrore della mente umana


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Il gotico è un genere politico

(anche quando non sembra)

Il gotico viene spesso letto come un genere dell’eccesso:
ombre, misteri, presenze inquietanti, atmosfere cupe.

Ma sotto la superficie estetica, il gotico è sempre stato profondamente politico.
Non perché parli di partiti o ideologie,
ma perché mette in scena il potere quando smette di mostrarsi apertamente.

Il gotico non accusa le persone.
Accusa le strutture.


Autorità invisibili

Nel gotico, il potere raramente ha un volto chiaro.

Non è quasi mai il tiranno dichiarato.
È qualcosa di più disturbante:

un’istituzione che “ha sempre funzionato così”
una tradizione che nessuno ricorda più di aver scelto
una regola che non viene mai messa in discussione

L’autorità gotica non ordina.
Presuppone.

Ed è proprio questa invisibilità a renderla pervasiva.


Il potere che non si nomina

Una delle caratteristiche più inquietanti del gotico è che il potere non ha bisogno di essere dichiarato.

Non c’è un manifesto.
Non c’è una legge esplicita.
Non c’è quasi mai un colpevole unico.

C’è un sistema che agisce per inerzia.

Quando nessuno riesce a dire chi comanda,
significa che il comando è ovunque.

Il gotico non mostra il potere mentre colpisce.
Lo mostra dopo, quando è già stato interiorizzato.


Colpa collettiva, non individuale

Il gotico diffida del colpevole singolo.

Le storie gotiche più efficaci non ruotano attorno a un “cattivo” isolato,
ma a una responsabilità diffusa.

Tutti hanno visto qualcosa.
Tutti hanno taciuto.
Tutti hanno accettato una piccola stortura, un compromesso, una regola non detta.

La colpa non è spettacolare.
È condivisa.

Ed è proprio questa dimensione collettiva a rendere il gotico così scomodo.


Perché il gotico non è morale

Il gotico non giudica.
Non assolve.
Non offre soluzioni rassicuranti.

Mostra.

Mostra cosa succede quando una struttura continua a esistere anche dopo aver perso il suo senso.
Quando l’obbedienza sopravvive alla ragione.
Quando il silenzio diventa una forma di consenso.

Il gotico non dice: questa persona è malvagia.
Dice: questo sistema rende il male possibile.


Strutture che producono mostri

Nel gotico, il mostro non è quasi mai un’anomalia.

È un prodotto.

Prodotto di una famiglia.
Di un’istituzione.
Di una comunità che ha scelto la stabilità al posto della verità.

Per questo il gotico è una critica radicale:
non cerca l’eccezione, ma la regola che genera l’eccezione.


Un genere ancora necessario

Il gotico continua a funzionare perché parla esattamente del nostro tempo.

Di poteri opachi.
Di responsabilità diluite.
Di sistemi che nessuno controlla davvero, ma che tutti alimentano.

Non offre conforto.
Offre consapevolezza.

E questa, politicamente, è sempre una posizione scomoda.


Approfondimento narrativo

Questa lettura del gotico come critica delle strutture è al centro della saga L’Archivio Blackwood, dove il male non nasce da individui isolati, ma da sistemi che funzionano troppo a lungo senza essere messi in discussione.

L’ARCHIVIO BLACKWOOD – VOLUME III


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Il gotico come letteratura del sospetto

Nulla è apertamente sbagliato, ma tutto è leggermente fuori posto.

Il gotico non funziona perché mostra l’orrore.
Funziona perché instilla il dubbio.

In una storia gotica ben costruita, raramente qualcosa è esplicitamente sbagliato.
Le porte sono chiuse, ma non sprangate.
Le persone parlano in modo corretto, ma con un tempo leggermente sfalsato.
Gli ambienti sono ordinari, e proprio per questo inquietanti.

Il gotico non grida mai “attenzione”.
Sussurra: guarda meglio.


Il sospetto come motore narrativo

Il sospetto è una forma di intelligenza narrativa.
Non nasce da una prova, ma da una discrepanza.

Qualcosa non torna, ma non si riesce a dire cosa.
Ed è in quel vuoto che il lettore inizia a lavorare.

Il gotico non chiede fiducia.
Chiede attenzione.

Ogni dettaglio diventa potenzialmente significativo.
Ogni gesto neutro potrebbe non esserlo.
Ogni silenzio pesa più di una rivelazione.


Nulla è sbagliato. Ed è questo il problema.

Nel gotico autentico non c’è quasi mai una frattura immediata.
C’è una normalità che resiste troppo bene.

Le regole funzionano.
Le istituzioni esistono.
Le famiglie sembrano stabili.

Ma qualcosa è leggermente disallineato.
E nessuno lo nomina.

Il sospetto nasce quando il lettore capisce che quella normalità non è sana,
ma abitata.


Il lettore come investigatore emotivo

Il gotico non trasforma il lettore in un detective logico.
Lo trasforma in un investigatore emotivo.

Non deve scoprire chi ha fatto qualcosa.
Deve capire perché quel mondo permette che accada.

Il lettore osserva, confronta, sente.
Si accorge di ciò che manca prima ancora di sapere cosa succederà.

E questa partecipazione attiva è il cuore del genere.

Il gotico non intrattiene.
Coinvolge.


Perché il sospetto è più potente della paura

La paura è una reazione.
Il sospetto è una condizione.

La paura passa.
Il sospetto resta.

Un buon racconto gotico non si chiude con l’ultima pagina.
Continua a lavorare nella mente del lettore,
che ripensa a una frase, a un gesto, a un ambiente.

Il male non è esploso.
Ma è stato riconosciuto.


Gotico, indagine e verità parziali

Per questo il gotico è così vicino all’indagine, al mystery, al true crime analitico.
Non cerca la verità totale.
Accetta la verità incompleta.

Il sospetto non vuole certezze.
Vuole coerenza interna.

E quando quella coerenza inizia a scricchiolare,
il lettore sa che sta guardando nel punto giusto.


Una letteratura che non rassicura

Il gotico non offre soluzioni chiare.
Non assegna colpe in modo netto.
Non promette salvezza.

Lascia il lettore con una consapevolezza scomoda:
che il male non è sempre evidente,
e che spesso cresce proprio dove nessuno sospetta nulla.

Ed è per questo che il gotico continua a essere necessario.


Approfondimento narrativo

Questa idea di gotico come indagine del sospetto è alla base della saga L’Archivio Blackwood, dove nulla è apertamente sbagliato, ma ogni dettaglio chiede di essere osservato con attenzione.

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Il true crime non è intrattenimento

Il true crime nasce per capire.
Non per distrarre, non per scioccare, non per riempire un vuoto di attenzione.

Nasce come tentativo di dare un senso a ciò che senso non ha: la violenza, il crimine, la frattura improvvisa tra ciò che consideriamo umano e ciò che ci spaventa. Ma qualcosa, nel tempo, si è incrinato.

Oggi il true crime è spesso trattato come un genere di consumo.
Un flusso continuo di storie sempre più estreme, sempre più rapide, sempre più semplificate. Non importa comprendere: importa tenere alta la soglia dello shock.

E quando raccontare diventa intrattenere, il rischio è uno solo: sfruttare.

Dalla comprensione allo spettacolo

Il passaggio è sottile, ma decisivo.

Quando una storia di cronaca viene raccontata per:

  • generare suspense artificiale
  • creare empatia selettiva verso il “mostro”
  • costruire cliffhanger emotivi
  • alimentare indignazione facile

non siamo più nell’analisi.
Siamo nella messa in scena.

Il problema non è raccontare il crimine.
Il problema è come lo si racconta e perché.

Se lo scopo è trattenere l’attenzione a ogni costo, allora le vittime diventano comparse, il contesto scompare, la complessità viene sacrificata in nome di una narrazione rapida e digeribile.

Il crimine come contenuto

Nel true crime spettacolarizzato accade qualcosa di preciso:
il crimine smette di essere un fatto da comprendere e diventa contenuto da consumare.

Il linguaggio cambia:

  • “episodio” invece di evento reale
  • “personaggio” invece di persona
  • “plot twist” invece di svolta processuale

È qui che si supera una linea etica.

Perché la sofferenza reale non è materia narrativa neutra.
Porta con sé conseguenze, traumi, famiglie, comunità. Trattarla come un format significa spostare il baricentro: non più sulla verità, ma sull’effetto.

Ed Gein e il rischio della semplificazione

Il caso Ed Gein è spesso usato come esempio estremo.
Ma proprio per questo è anche uno dei più abusati.

Ridurre Gein a un’icona horror, a un simbolo grottesco, a una figura da citare per scioccare, significa fare esattamente ciò che il true crime dovrebbe evitare: svuotare il contesto.

Gein non è solo ciò che ha fatto.
È anche ciò che nessuno ha visto, ciò che è stato ignorato, ciò che è cresciuto nel silenzio.

Raccontare il caso senza questo livello di profondità significa trasformarlo in folklore macabro. E il folklore non spiega: anestetizza.

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Quando raccontare diventa sfruttare

Si sfrutta una storia quando:

  • si selezionano solo gli elementi più estremi
  • si omette ciò che complica il giudizio
  • si costruisce una narrazione che “funziona” ma non è onesta

Lo sfruttamento non è sempre urlato. Spesso è elegante, ben montato, tecnicamente impeccabile. Ma resta sfruttamento quando usa il dolore altrui come carburante narrativo.

Il true crime serio fa l’opposto:
rallenta, approfondisce, disturba. Non consola il lettore, non lo rassicura, non gli offre mostri pronti da odiare o idolatrare.

Responsabilità di chi racconta

Raccontare il crimine è una responsabilità culturale.
Chi scrive, chi produce, chi divulga non è neutrale.

Ogni scelta narrativa:

  • cosa includere
  • cosa omettere
  • che tono usare
  • dove fermarsi

contribuisce a costruire una visione del mondo.

Il true crime non dovrebbe mai far dimenticare che dietro ogni caso ci sono persone reali, non archetipi. E che capire non significa giustificare, ma assumersi il peso della complessità.

Conclusione

Il true crime non è intrattenimento.
È uno strumento. E come tutti gli strumenti può essere usato bene o male.

Usato bene, aiuta a capire, a prevenire, a interrogarsi.
Usato male, consuma, spettacolarizza, sfrutta.

La differenza non la fa il caso raccontato, ma lo sguardo di chi racconta.

E oggi, più che mai, quello sguardo conta.


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Il bisogno di mostri: perché la società li crea

Ogni epoca ha i suoi mostri.
E non perché siano davvero aumentati, ma perché ne abbiamo bisogno.

Il true crime contemporaneo sembra ossessionato dalla figura del serial killer come creatura eccezionale, aberrante, separata dal resto dell’umanità. Il mostro serve a rassicurare: se il male è “altro”, allora noi siamo salvi. Se è isolabile, etichettabile, riconoscibile, possiamo dormire sonni tranquilli.

Ma questa è una semplificazione comoda. E pericolosa.

Il mostro come alibi collettivo

Trasformare un individuo in mostro assoluto permette alla società di evitare domande scomode.
Non ci chiediamo più come sia nato quel male, quali condizioni lo abbiano nutrito, quali silenzi lo abbiano reso possibile.

Il mostro diventa un alibi narrativo:
non è la solitudine,
non è l’abbandono,
non è la marginalità,
non è il fallimento delle istituzioni,
non è la violenza normalizzata.

È “lui”. Solo lui.

Nel true crime più superficiale questo meccanismo è evidente: si costruisce una figura estrema, si amplifica l’orrore, si insiste sull’eccezionalità. Il risultato è un racconto che intrattiene, ma non spiega.

Ed Gein e la semplificazione dell’orrore

Il caso Ed Gein è emblematico.
Per decenni è stato ridotto a una caricatura: il “macellaio”, il “folle”, l’uomo delle maschere di pelle. Un’immagine potente, certo, ma profondamente incompleta.

Gein è stato anche il prodotto di:

  • isolamento sociale estremo
  • una relazione patologica con la figura materna
  • povertà emotiva e culturale
  • assenza di interventi, controlli, responsabilità esterne

Ridurre tutto a “era un mostro” significa chiudere il discorso proprio dove dovrebbe iniziare.

Ed è qui che il true crime serio smette di essere intrattenimento e diventa strumento di comprensione.

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Dal true crime alla narrativa: il mostro come specchio

La grande narrativa gotica e horror ha sempre saputo una cosa che oggi spesso dimentichiamo:
il mostro non è mai solo il mostro.

Frankenstein non parla solo di una creatura, ma di responsabilità negate.
Dracula non è solo un vampiro, ma una metafora di contagio, desiderio e paura dell’altro.
I grandi personaggi dell’orrore funzionano perché riflettono qualcosa di umano, non perché ne sono privi.

Quando la narrativa crea mostri, lo fa per porre domande.
Quando il true crime li crea, spesso lo fa per evitarle.

Eppure i due mondi dovrebbero dialogare.
Il true crime può imparare dalla narrativa la profondità simbolica.
La narrativa può imparare dal true crime il rigore, il rispetto dei fatti, il peso delle conseguenze.

Il pericolo della mitologia del male

C’è un rischio ulteriore, oggi più che mai: la mitizzazione.
Quando il mostro diventa icona, meme, personaggio seriale, si perde il confine tra analisi e consumo.

Il male diventa prodotto.
La sofferenza diventa contenuto.
Le vittime diventano sfondo.

In questo contesto, il bisogno di mostri non è innocente: serve a nutrire un sistema narrativo che vive di semplificazione, polarizzazione, shock continuo.

Ma il prezzo lo paghiamo tutti.

Raccontare senza creare mostri

Raccontare il male non significa assolverlo.
Significa comprenderlo senza giustificarlo, spiegarlo senza trasformarlo in spettacolo, analizzarlo senza disumanizzare.

Il vero racconto del crimine non ci dice: “guarda che mostro”.
Ci dice: “guarda cosa succede quando smettiamo di vedere”.

E forse è per questo che abbiamo così bisogno di mostri:
per non dover guardare troppo a lungo dentro di noi.


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