Perché il mostro arriva sempre dopo

C’è un errore che molti fanno quando provano a scrivere paura:
mostrare subito il mostro.

È un errore comprensibile.
Il mostro è l’elemento forte, quello che “fa effetto”.
Eppure, quando arriva troppo presto, non funziona.
Non perché sia sbagliato in sé, ma perché arriva prima che il lettore sia pronto a perderci qualcosa.

Il mostro non spaventa per ciò che è.
Spaventa per ciò che interrompe.


Il prima: la normalità

Ogni storia che inquieta davvero comincia con qualcosa che non inquieta affatto.

Una casa abitata.
Una routine.
Un gesto quotidiano.
Un mondo che funziona abbastanza da non farsi notare.

Questa fase non serve a “rilassare” il lettore.
Serve a costruire un contratto silenzioso:

“Questo è il modo in cui le cose stanno.”

Più quel mondo è stabile, riconoscibile, persino noioso,
più diventa fragile.

Il gotico lo sa da sempre:
non parte dal buio, parte dalla luce che si dà per scontata.


L’attesa: quando qualcosa non torna

Poi accade il vero momento chiave.
Non il mostro.
Il sospetto.

Un dettaglio fuori posto.
Una reazione sbagliata.

Un silenzio che dura un secondo in più del necessario.

Qui il lettore fa qualcosa di fondamentale:
inizia a lavorare.

Non ha ancora paura, ma si attiva.
Rilegge mentalmente ciò che ha visto.
Comincia a formulare ipotesi.
E soprattutto, sente che qualcosa sta per essere tolto.

È in questa fase che la paura si prepara.
Non nel sangue.
Nella previsione.


Il ritardo intenzionale

Il mostro, a questo punto, potrebbe arrivare.
Ed è proprio per questo che non deve farlo.

Il ritardo non è un espediente narrativo.
È una scelta psicologica.

Ritardare significa:

  • costringere il lettore a restare in uno stato di tensione incompleta
  • impedirgli di “scaricare” l’ansia
  • lasciarlo solo con la propria immaginazione

L’immaginazione è sempre più crudele di qualsiasi creatura descritta.

Quando il mostro tarda, il lettore diventa complice del terrore.
È lui a completarlo.


Perché il mostro che arriva subito non fa paura

Un mostro immediato è un evento.
Un mostro atteso è una perdita.

Se arriva subito:

  • non c’è niente da rimpiangere
  • non c’è un prima da distruggere
  • non c’è un equilibrio violato

Fa rumore, non lascia traccia.

Il gotico, invece, lavora sull’eco.
Sul dopo.
Su ciò che continua a esistere sapendo che non dovrebbe più essere lo stesso.

Il mostro è l’ultima conseguenza.
Non l’inizio.


La vera funzione del mostro

Il mostro non serve a spaventare.
Serve a confermare ciò che il lettore aveva già capito, ma sperava non fosse vero.

Quando arriva tardi, non sorprende.
Sigilla.

E in quel momento la paura non nasce.
Era già lì.

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Scrivere per disturbare senza mostrare nulla

Tecniche narrative pulite, quasi chirurgiche

Perché la vera inquietudine non ha bisogno di sangue

C’è un equivoco diffuso, soprattutto nella narrativa contemporanea:
che disturbare significhi mostrare.
Che l’orrore debba essere visibile, esplicito, insistito.

È falso.

La vera inquietudine nasce quando il lettore capisce qualcosa che il testo non dichiara mai.
Quando intuisce, senza prove.
Quando si rende conto che nessuna spiegazione arriverà a salvarlo.

Scrivere per disturbare senza mostrare nulla non è una scelta estetica.
È una scelta etica e tecnica.

È scrivere come un chirurgo, non come un macellaio.


Il disturbo non è ciò che accade

È ciò che resta dopo

La violenza esplicita produce una reazione immediata: disgusto, shock, repulsione.
Ma è una reazione breve.
Si consuma in fretta.

Il disturbo autentico è quello che continua a lavorare quando la scena è finita.
Quando il lettore chiude la pagina e sente che qualcosa non è tornato al suo posto.

Questo tipo di inquietudine non nasce dall’evento, ma dalla consapevolezza.
Dal momento in cui il lettore comprende che:

  • una soglia è stata superata
  • una decisione è stata presa
  • un confine morale è stato spostato, senza dichiararlo

Il sangue è un effetto.
Il disturbo è una conseguenza.


La sottrazione come tecnica narrativa

Mostrare tutto è una forma di debolezza narrativa.
Sottrarre richiede controllo.

La scrittura che disturba davvero lavora per assenza:

  • ciò che non viene descritto
  • ciò che viene solo accennato
  • ciò che viene lasciato fuori campo

Il lettore è costretto a colmare il vuoto.
E nel farlo, usa la propria immaginazione, che è sempre più crudele di qualsiasi autore.

Il gotico lo sa da due secoli:
non serve dire cosa c’è nella stanza, basta dire che qualcuno ha chiuso la porta dall’esterno.


Il dettaglio sbagliato

Una delle tecniche più potenti è il dettaglio fuori posto.

Non un dettaglio violento.
Un dettaglio incoerente.

Qualcosa che non dovrebbe essere lì.
O che dovrebbe esserci, ma manca.

Una tazza pulita in una casa abbandonata.
Un gesto gentile nel momento sbagliato.
Una frase normale detta con il tono sbagliato.

Il lettore non sa spiegare perché si sente a disagio.
E proprio per questo il disagio funziona.


La calma è più inquietante del caos

Il caos è rumoroso.
La calma è sospetta.

Le scene più disturbanti sono spesso statiche, ordinate, quasi banali.
Nessuna urgenza.
Nessuna fuga.
Nessun grido.

Solo la sensazione che qualcosa dovrebbe succedere… e non succede.

Questa sospensione genera una tensione che non trova sfogo.
E il lettore resta intrappolato lì dentro.

Il sangue chiude una scena.
La calma la lascia aperta.


Non spiegare significa rispettare il lettore

Spiegare è una forma di controllo.
È dire al lettore cosa deve pensare, cosa deve provare, come deve interpretare.

Il gotico autentico fa l’opposto:
si fida dell’intelligenza emotiva di chi legge.

Non chiarisce.
Non assolve.
Non giustifica.

Lascia il lettore solo con ciò che ha capito.
E con ciò che teme di aver capito.


Perché la vera inquietudine non ha bisogno di sangue

Il sangue è visibile.
L’inquietudine no.

Il sangue può essere evitato.
L’inquietudine si insinua.

Mostrare tutto rassicura: significa che il pericolo è stato identificato.
Non mostrare nulla significa che il pericolo potrebbe essere ovunque.

Scrivere per disturbare senza mostrare nulla non è scrivere meno.
È scrivere meglio.

Con precisione.
Con misura.
Con la consapevolezza che il lettore non va colpito:
va lasciato inermi davanti a ciò che non può nominare.

Ed è lì, esattamente lì, che una storia diventa davvero pericolosa.


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Il momento esatto in cui una storia diventa pericolosa

Non è l’inizio.
Non è il finale.

È quel punto preciso — spesso breve, quasi invisibile — in cui il lettore capisce che non potrà più tornare indietro.

Non perché accada qualcosa di clamoroso.
Non perché il sangue scorra o il mostro si riveli.
Ma perché qualcosa, dentro la storia, ha cambiato stato.

Fino a quel momento, il lettore osserva.
Da lì in poi, è coinvolto.

Il punto di non ritorno narrativo

Ogni storia davvero riuscita possiede un istante in cui smette di essere un racconto e diventa un’esperienza.
È il momento in cui il patto implicito tra autore e lettore cambia forma.

All’inizio, il patto è semplice: ti mostro qualcosa, tu guardi.
In quel punto preciso, il patto diventa più oscuro: ora sei dentro anche tu.

Non è sempre un evento.
Spesso è una presa di coscienza.

Il lettore comprende che:

  • il personaggio non può più tornare alla normalità,
  • la spiegazione rassicurante non arriverà,
  • la storia non offrirà una via d’uscita comoda.

È un attimo. Ma è irreversibile.

Perché funziona a livello psicologico

Dal punto di vista psicologico, questo momento attiva un meccanismo potente: la perdita dell’illusione di controllo.

Il cervello del lettore, fino a lì, cerca schemi:

  • anticipa soluzioni,
  • formula ipotesi,
  • si aspetta un ordine.

Quando la storia diventa pericolosa, questi schemi collassano.
Non perché la trama sia confusa, ma perché le regole non garantiscono più salvezza.

È lo stesso disagio che proviamo quando:

  • una stanza familiare non sembra più sicura,
  • una persona amata dice una frase “sbagliata”,
  • qualcosa di ordinario si incrina senza spiegazione.

Il lettore non ha più appigli.
Ed è esattamente per questo che continua a leggere.

Perché questo momento non va mai spiegato

Spiegare quel punto significherebbe neutralizzarlo.

Nel momento in cui l’autore lo rende esplicito — “da qui in poi cambia tutto” — il lettore recupera distanza critica.
E la distanza è l’antidoto della paura.

Il punto di non ritorno deve essere sentito, non compreso razionalmente.
Deve agire sotto la superficie del testo, come una corrente sotterranea.

Quando funziona davvero, il lettore se ne accorge solo dopo.
Magari voltando pagina.
Magari chiudendo il libro.
Magari giorni più tardi, ripensandoci.

“È stato lì”, dirà.
Ma non saprà indicare esattamente dove.

Perché il gotico lo usa meglio di ogni altro genere

Il gotico non è il genere della paura immediata.
È il genere della consapevolezza tardiva.

Nel gotico:

  • il male non esplode, filtra;
  • l’orrore non irrompe, si deposita;
  • il pericolo non è visibile, è permanente.

Il punto in cui la storia diventa pericolosa, nel gotico, raramente coincide con un colpo di scena.
Coincide con una frattura silenziosa:

  • una porta che non dovrebbe essere chiusa,
  • una frase che non dovrebbe essere detta,
  • un dettaglio che non dovrebbe esistere.

Da quel momento in poi, anche se “non succede nulla”, tutto è già compromesso.

Il gotico lo sa.
E per questo non ha fretta.

Quando il lettore capisce di essere solo

Il vero segnale che una storia è diventata pericolosa è questo:
il lettore capisce che l’autore non lo proteggerà.

Non nel senso di crudeltà gratuita.
Ma nel rifiuto di offrire spiegazioni facili, redenzioni obbligatorie, consolazioni narrative.

È lì che nasce la fiducia più profonda.
Paradossalmente, proprio quando l’autore smette di rassicurare.

Perché una storia che diventa pericolosa non promette salvezza.
Promette verità.

E non tutti i lettori sono pronti ad attraversarla.


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La Befana: quando nasce il suo culto e perché esiste ancora

Ogni anno, nella notte tra il 5 e il 6 gennaio, una figura antica torna a bussare all’immaginario collettivo: la Befana. Vecchia, curva, con una scopa e un sacco pieno di doni, o di carbone. Una presenza che sembra innocua, quasi fiabesca. Ma come spesso accade, la sua origine è molto più antica, stratificata e oscura di quanto raccontino le filastrocche.

La Befana non nasce come personaggio per bambini. Nasce come simbolo.


Le radici pagane: la fine dell’anno agricolo

Il culto della Befana affonda le sue radici nell’Italia precristiana, in particolare nei riti agricoli legati alla fine dell’anno solare. Tra la fine di dicembre e l’inizio di gennaio, le civiltà contadine celebravano la morte simbolica dell’anno vecchio e l’attesa della rinascita.

La figura femminile anziana rappresentava:

  • l’anno che muore,
  • la terra sfruttata e ormai sterile,
  • il ciclo che si chiude.

Non era una strega, ma una dea decaduta, una personificazione del tempo che passa. La scopa non serviva per volare: serviva a spazzare via il vecchio, per permettere al nuovo di arrivare.


Il legame con l’Epifania cristiana

Con l’arrivo del Cristianesimo, questi culti non vengono cancellati, ma assorbiti. La Chiesa sovrappone alla festa pagana quella dell’Epifania, la manifestazione di Cristo ai Re Magi.

Ed è qui che nasce il racconto più noto:
la vecchia che rifiuta di accompagnare i Magi,
che poi si pente,
e che passa la notte cercando il Bambino, lasciando doni a ogni casa.

Un racconto di redenzione, certo. Ma anche un modo per rendere accettabile una figura che il popolo non voleva abbandonare.


Perché la Befana porta doni (e carbone)

Il doppio dono — dolce o amaro — riflette una logica antica:
la Befana giudica, ma non condanna.

Non è morale, è ciclica.
Il carbone non è una punizione: è ciò che resta dopo il fuoco, un simbolo di fine, ma anche di trasformazione.

Ancora una volta: morte e rinascita. Sempre.


Una figura che resiste al tempo

La Befana sopravvive perché è profondamente umana.
Non è perfetta.
È stanca.
È vecchia.
Eppure continua a camminare.

In un mondo che idolatra l’eterna giovinezza, la Befana è l’ultimo grande simbolo popolare che non ha paura della fine. La accetta. La attraversa. La trasforma.

Ed è forse per questo che, ogni anno, torna.


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La stanza chiusa

Perché un enigma nato nel giallo continua a inquietare ancora oggi

C’è un tipo di mistero che non ha bisogno di sangue, urla o mostri.
Basta una porta chiusa. Dall’interno.

La stanza chiusa è uno dei dispositivi narrativi più antichi e affascinanti della letteratura investigativa. Un luogo apparentemente inaccessibile, sigillato, controllato. Nessuna finestra aperta. Nessuna via di fuga. Eppure, all’interno, è successo qualcosa che non dovrebbe essere possibile.

Un omicidio. Una sparizione. Un evento inspiegabile.

Il paradosso è tutto qui: se nessuno poteva entrare o uscire, com’è potuto accadere?

Un enigma che nasce nel giallo, ma non gli appartiene più

Tradizionalmente, la stanza chiusa è legata al giallo classico: Edgar Allan Poe, Conan Doyle, Gaston Leroux, John Dickson Carr.
Storie in cui la razionalità promette una soluzione elegante, spesso basata su un dettaglio invisibile ai più.

Ma col tempo questo schema ha smesso di essere solo un gioco logico.

Perché una stanza chiusa non è solo un problema da risolvere.
È un’idea disturbante.

È la dimostrazione che la sicurezza è un’illusione. Che anche negli spazi più controllati può accadere qualcosa di irreversibile.

La stanza chiusa come luogo mentale

Nella narrativa moderna – e in quella gotica – la stanza chiusa diventa altro.

Non è più soltanto uno spazio fisico, ma un luogo mentale:

  • una famiglia che non parla più
  • un quartiere che finge di non vedere
  • una città che inghiotte segreti
  • una stanza d’infanzia che nessuno osa riaprire

La porta è chiusa, sì.
Ma spesso lo è perché qualcuno ha deciso di non guardare.

Ed è qui che il mistero smette di essere un enigma e diventa inquietudine.

Perché funziona ancora

La stanza chiusa ci colpisce perché ribalta una convinzione profonda:
che il mondo sia comprensibile, ordinato, spiegabile.

Dentro una stanza chiusa:

  • le regole non bastano
  • la logica vacilla
  • il lettore è costretto a dubitare di ciò che vede

E il dubbio, in narrativa, è più potente della paura.

Anche Blackwood potrebbe trovarla

Non serve dirlo apertamente, ma è facile immaginarlo:
una porta sigillata in una casa londinese, un edificio ufficiale, un archivio, una stanza dimenticata.

Blackwood non cercherebbe subito come qualcuno sia entrato.
Si chiederebbe perché tutti sono così sicuri che nessuno sia entrato.

Perché spesso la stanza non è chiusa dall’interno.
È chiusa dalla narrazione ufficiale.

Il vero segreto della stanza chiusa

Il fascino di questo enigma non sta nella soluzione tecnica.
Sta nella sensazione che lascia.

La sensazione che qualcosa, anche oggi, possa accadere:

  • senza testimoni
  • senza spiegazioni immediate
  • senza un colpevole evidente

E che la verità, come quella porta, non sia mai stata davvero aperta.


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Il mistero come primo passo verso la lettura

Perché i ragazzi amano le domande più delle risposte

C’è un errore che gli adulti fanno spesso quando pensano ai libri per ragazzi: credere che debbano spiegare tutto.
Che ogni evento vada chiarito, ogni paura addomesticata, ogni finale reso rassicurante.

La verità è un’altra.
I ragazzi non si innamorano delle risposte.
Si innamorano delle domande.


Il primo aggancio non è la storia. È l’enigma.

Quando un ragazzo apre un libro e qualcosa “non torna” — una stanza che non dovrebbe esserci, una porta che compare solo di notte, un dettaglio che nessun adulto nota — accade una cosa precisa:
la lettura smette di essere un compito e diventa un’indagine.

Il mistero crea uno spazio mentale in cui il lettore non è più passivo.
Non riceve informazioni: le cerca.

Ed è lì che nasce il legame con la storia.


I ragazzi non vogliono essere guidati. Vogliono essere coinvolti.

Un bambino o un preadolescente accetta volentieri di non capire subito tutto, a patto che senta che qualcosa lo riguarda.
Il mistero funziona perché non impone una verità, ma propone un dubbio.

E il dubbio è una forma di rispetto.

Significa dire al lettore:
“Puoi arrivarci anche tu. Non ti prenderò per mano.”


La paura sottile è più potente di quella urlata

Nei racconti che restano, la paura non arriva da ciò che si vede, ma da ciò che non viene spiegato fino in fondo.
Un silenzio.
Un oggetto fuori posto.
Un adulto che non capisce o non ascolta.

Per i ragazzi, questo tipo di inquietudine è familiare.
È la stessa che provano quando sentono che qualcosa non va, ma non hanno ancora le parole per dirlo.

Il mistero diventa allora uno specchio, non una minaccia.


Leggere per capire, non per essere rassicurati

Molti giovani lettori smettono di leggere perché i libri cercano solo di tranquillizzarli.
Ma crescere non è tranquillizzante.
È fatto di domande, di sensazioni incomplete, di zone d’ombra.

Un buon racconto non elimina queste zone.
Le rende abitabili.


Il mistero è un invito, non un trucco

Quando una storia lascia spazio all’interpretazione, il lettore torna.
Rilegge.
Parla del libro.
Si chiede “e se…?”

Ed è così che nasce un lettore vero.

Non perché ha trovato tutte le risposte.
Ma perché ha scoperto che leggere è il modo migliore per farsi domande migliori.


Se il primo passo verso la lettura è la curiosità,
allora il mistero non è un genere.
È una porta.

E i ragazzi, quando una porta è socchiusa,
sono sempre i primi a volerla aprire.

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Il freddo che fa parlare i morti

Gennaio, gelo e riesumazioni nell’Ottocento

Gennaio non era solo il mese più freddo dell’anno.
Nell’Ottocento era il mese in cui i morti tornavano a parlare.

Non per miracolo.
Per necessità.

Il gelo irrigidiva la terra, rallentava la decomposizione, conservava i corpi come in una teca naturale. E quando qualcosa non tornava — una denuncia tardiva, un sospetto mai sopito, una voce che non si spegneva — era proprio l’inverno a offrire una seconda possibilità alla verità.

Il freddo come alleato della giustizia

Nelle cronache giudiziarie di fine Ottocento, gennaio compare spesso accanto a una parola inquietante: riesumazione.

Un corpo sepolto in estate poteva dissolversi in poche settimane.
Uno sepolto d’inverno, no.

Il freddo rallentava i processi chimici, irrigidiva i tessuti, preservava ferite, fratture, segni che altrimenti sarebbero scomparsi. Per questo, quando un caso veniva riaperto, lo si faceva nei mesi più rigidi.

Non per rispetto.
Per utilità.

Corpi ritrovati, verità riemerse

Molti casi riaperti tra gennaio e febbraio partivano da elementi minimi:

– una vedova che parlava troppo tardi
– un vicino che ricordava un urlo
– una ferita “compatibile con una caduta” che ora sembrava tutt’altro

Il corpo veniva dissotterrato davanti a funzionari, medici e poliziotti. Non c’era spettacolo. Solo silenzio, vapore che usciva dalle bocche e un’attenzione quasi religiosa.

Il morto non era più una persona.
Era una prova.

La nascita della medicina legale moderna

È proprio in questo contesto che la medicina legale ottocentesca compie un salto decisivo.

Il medico non si limita più a constatare il decesso.
Osserva. Confronta. Annota.

– lividi che non corrispondono alla versione ufficiale
– fratture compatibili con violenza
– segni di soffocamento mascherati da “malore”

Il freddo rendeva leggibili queste tracce. Il corpo, irrigidito e conservato, diventava una sorta di archivio biologico.

Un testimone che non poteva più mentire.

Quando il gelo smentisce la versione ufficiale

Non tutti i casi riaperti portavano a una condanna.
Ma molti smontavano la narrazione iniziale.

Incidenti che non lo erano.
Cadute che nascondevano colpi.
Morti improvvise che diventavano omicidi silenziosi.

La stampa dell’epoca amava questi casi.
Non per empatia, ma perché offrivano una certezza inquietante: la verità può emergere anche dopo la sepoltura.

Il mese in cui il Male non dorme

Gennaio, nel folklore e nella cronaca, è un mese ambiguo.
L’anno è nuovo, ma il Male è lo stesso.

Anzi, è più metodico.
Più freddo.
Più paziente.

E se non ha parlato prima, aspetta il gelo.
Perché il freddo non cancella le tracce.
Le conserva.

E quando la terra si apre, non è per disturbare i morti.
È per ascoltarli.


Nota dall’Archivio
Molti fascicoli riaperti nell’Ottocento portano una data simile: gennaio.
Non per coincidenza.
Ma perché il freddo, a volte, è l’unico alleato della verità.


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Il primo morto dell’anno

Una superstizione vittoriana dimenticata

Nella Londra di fine Ottocento, il Capodanno non era solo un momento di passaggio. Era una soglia.
E come tutte le soglie, faceva paura.

Tra le molte credenze che circolavano nei quartieri popolari – ma che serpeggiavano anche nei salotti borghesi – ve n’era una particolarmente cupa: la prima morte dell’anno avrebbe determinato il destino dei mesi successivi. Non era una metafora. Era un presagio.

Se il primo morto fosse stato un bambino, l’anno sarebbe stato crudele.
Se un anziano, l’anno avrebbe portato malattie.
Se un uomo ucciso con violenza, allora il sangue avrebbe continuato a scorrere.

Non importava che la morte fosse naturale o meno. Importava chi moriva e come.

Quando la cronaca diventava oracolo

Alla fine dell’Ottocento, i giornali iniziarono a svolgere un ruolo nuovo: non solo informare, ma interpretare il mondo. La cronaca nera smise di essere un elenco di fatti e divenne racconto, allusione, presagio.

Il primo cadavere dell’anno non era più solo una notizia.
Era una profezia involontaria.

I titoli enfatizzavano l’orario, il luogo, le circostanze. Non per rigore giornalistico, ma perché il pubblico cercava segnali. La paura collettiva aveva bisogno di una narrazione per essere contenuta, e la stampa gliela offriva.

È qui che nasce il sensazionalismo moderno: non dal gusto per l’orrore, ma dal bisogno umano di trovare un senso al caos.

Il terrore che precede l’assassino

Nel 1888, Londra aveva già imparato a temere la notte prima ancora che un nome come Jack lo Squartatore entrasse nell’immaginario collettivo.

Le superstizioni non nascono nel vuoto: attecchiscono quando la realtà è instabile.
Povertà, sovraffollamento, malattie, alcolismo.

La morte era ovunque, ma il Capodanno la rendeva simbolica.
Un delitto nei primi giorni di gennaio non era solo un delitto: diventava un avvertimento.

E quando la violenza si ripeté, molti pensarono di aver “letto bene” il segno iniziale.
Non era irrazionalità pura. Era una forma primitiva di statistica emotiva.

Blackwood e la logica dell’ombra

In un mondo come quello dell’Archivio Blackwood, questa superstizione non verrebbe liquidata come folklore. Verrebbe analizzata.

Perché ciò che conta non è se il presagio sia vero, ma quanto influisca sul comportamento umano.
Un’intera comunità che crede di essere condannata agirà come se lo fosse.

È così che nascono i mostri.Non sempre dall’oscurità, ma dalla convinzione che l’oscurità sia inevitabile.

Dal XIX secolo a oggi

Oggi non parliamo più di “primo morto dell’anno”.

Ma osserviamo ancora con morbosa attenzione le prime tragedie, i primi omicidi, i primi disastri.
Cambiano le parole, non il meccanismo.
La superstizione vittoriana è scomparsa, ma la paura di iniziare l’anno sotto un cattivo segno è rimasta.
Solo che ora la chiamiamo statistica, tendenza, ciclo.

Il gotico, come sempre, aveva capito tutto prima.

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L’ultimo Capodanno dell’Ottocento: paure, superstizioni e il peso della fine

Alla fine dell’Ottocento, il Capodanno non era una festa.
Era una soglia.

Tra il 31 dicembre e il 1° gennaio, soprattutto negli ultimi decenni del XIX secolo, l’Europa e l’Inghilterra vivevano il passaggio dell’anno con un misto di attesa e inquietudine. Non si trattava solo di voltare pagina sul calendario, ma di attraversare un confine simbolico: il tempo che finiva e quello che iniziava erano percepiti come entità reali, quasi fisiche.

Nelle città industriali – Londra più di tutte – il Capodanno era associato al silenzio, non ai brindisi. Le strade si svuotavano presto. Le famiglie restavano in casa. Le campane suonavano, ma non sempre per celebrare: spesso sembravano avvertire.

La fine dell’anno come momento pericoloso

Secondo la mentalità ottocentesca, il tempo non era neutro.
La fine dell’anno era considerata un momento fragile, in cui l’ordine poteva incrinarsi.

Molte superstizioni ruotavano attorno all’idea che, allo scoccare della mezzanotte, “qualcosa potesse entrare” se non si era abbastanza attenti:

  • spiriti inquieti,
  • cattivi presagi,
  • memorie irrisolte,
  • colpe non confessate.

In alcune zone dell’Inghilterra si usava spegnere e riaccendere il fuoco del camino, come gesto di purificazione. In altre, si lasciava una finestra socchiusa “per far uscire l’anno vecchio”, ma mai una porta: aprire una porta significava invitare ciò che non doveva entrare.

Il peso dell’Ottocento che finisce

Verso il 1890–1900, il Capodanno assume un significato ancora più carico.
Non stava finendo solo un anno: stava finendo un secolo.

L’Ottocento era stato un secolo di progresso, ma anche di:

  • povertà estrema,
  • lavoro minorile,
  • epidemie,
  • violenza urbana,
  • ossessione per il controllo sociale.

La fine del secolo portava con sé una domanda non detta: cosa ci stiamo portando dietro?

Non a caso, tra fine Ottocento e inizio Novecento esplodono:

  • l’interesse per l’occulto,
  • la criminologia moderna,
  • le teorie sulla degenerazione morale,
  • la paura della città come luogo che corrompe.

Il Capodanno diventava così un momento di bilancio interiore, spesso cupo. Non si brindava al futuro: lo si guardava con sospetto.

Rituali silenziosi e gesti di difesa

Molti rituali non erano ufficiali, ma tramandati:

  • non iniziare l’anno con debiti,
  • non piangere il 1° gennaio,
  • non guardarsi allo specchio allo scoccare della mezzanotte,
  • non pronunciare nomi dei morti quella notte.

Si credeva che il primo gesto dell’anno potesse “impostare” i mesi successivi. Per questo, il silenzio era preferito al clamore. Meglio non attirare attenzione.

Un Capodanno senza redenzione

A differenza dell’immaginario moderno, il Capodanno ottocentesco non prometteva rinascita.
Prometteva continuità.

Se qualcosa non era stato risolto, sarebbe tornato.
Se una colpa non era stata affrontata, avrebbe trovato il modo di riaffiorare.

Era un tempo che osservava, non che perdonava.

Ed è forse per questo che, ancora oggi, l’ultimo Capodanno dell’Ottocento continua a esercitare un fascino oscuro: perché non parla di speranza facile, ma di ciò che resta quando il tempo cambia e noi no.


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Il male come mestiere: quando nasce l’idea moderna di serial killer

Per secoli, l’orrore non è stato un enigma psicologico. Era una colpa. Un peccato. Un segno del demonio.

Chi uccideva ripetutamente non era studiato: veniva spiegato.
Con la religione, con la superstizione, con la paura.

L’idea che un uomo potesse uccidere più volte non per follia momentanea, non per necessità, ma per struttura, per impulso costante, è sorprendentemente recente.
Nasce tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento.
Nasce quando il male smette di essere solo un evento e diventa un comportamento.

Prima: il mostro, non l’uomo

Nella Londra vittoriana, ma anche nell’Europa continentale, l’assassino seriale non esisteva come categoria.
Esistevano “mostri”, “demoni”, “bestie umane”.

Jack lo Squartatore non fu studiato: fu temuto. Nessuno si chiese davvero perché colpisse, come scegliesse, cosa lo rendesse riconoscibile.
Le indagini cercavano un nome, non un modello.

Il problema non era capire l’assassino.
Era farlo sparire.

La svolta: quando la scienza entra nell’orrore

Il cambio di paradigma avviene quando nasce una domanda nuova:

E se non fosse un’eccezione?

Con l’avvento della criminologia moderna, figure come Cesare Lombroso tentano — con tutti i limiti del caso — di classificare il male.
Misurano crani, osservano tratti, cercano segni fisici di una “devianza”.

Oggi sappiamo che molte di quelle teorie erano sbagliate.
Ma una cosa era irreversibile:
il male non era più solo metafisico. Era analizzabile.

Il serial killer come funzione sociale

Il serial killer moderno nasce quando la società cambia:

  • città più grandi
  • anonimato
  • mobilità
  • indifferenza
  • archivi
  • statistiche

Per la prima volta, un uomo può uccidere senza essere subito visto.
Può colpire, fermarsi, riprendere.
Può costruire una ripetizione.

Il male diventa una routine.

Non è più l’esplosione di un momento, ma una sequenza.
E ciò che si ripete, può essere studiato.

Il vero shock: non è sempre follia

La scoperta più disturbante arriva più tardi:
non tutti questi individui sono “pazzi” nel senso comune del termine.

Alcuni lavorano.
Alcuni hanno famiglie.
Alcuni sono educati, metodici, invisibili.

Il serial killer non è necessariamente caos.
Spesso è controllo.

Ed è qui che il male smette di essere spettacolare e diventa quotidiano.
È questo che lo rende insopportabile.

Perché ci riguarda ancora

Studiare la nascita del serial killer moderno non serve a mitizzare l’orrore.
Serve a ricordare una cosa semplice e scomoda:

Il male prospera quando la società smette di guardare.

Non nasce dal nulla.
Non arriva come un fulmine.
Si struttura lentamente, nelle crepe, nelle omissioni, nei silenzi.

Ed è per questo che, ancora oggi, continuiamo a raccontarlo.

Non per paura.
Ma per memoria.


Dove continua questo percorso

Questo tema attraversa tutta la narrativa e i saggi dell’Archivio Blackwood:
non il mostro come eccezione, ma il male come presenza costante, silenziosa, spesso ignorata.


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