Cosa ho imparato studiando la mente di Ed Gein

Studiare Ed Gein non significa studiare un “mostro”.
Questa è la prima, fondamentale lezione.

La narrazione comune lo ha trasformato in una caricatura dell’orrore: il folle isolato, l’uomo dei feticci, il nome da evocare per disturbare. Ma quando si entra davvero nella sua storia, nei documenti, nei verbali, nei resoconti psichiatrici e nelle testimonianze, ci si accorge che la realtà è molto più inquietante proprio perché è meno spettacolare.

Ed Gein non uccide per odio.
Non agisce per impulso.
Non è dominato dalla rabbia.

Ed Gein costruisce.


La devianza come rifugio, non come esplosione

Uno degli errori più comuni è leggere i suoi crimini come atti di violenza pura. In realtà, ciò che emerge è un bisogno patologico di ricostruzione affettiva.

Gein non distrugge: tenta di ricomporre.
Non elimina l’altro: lo conserva.
Non cerca il caos: crea un ordine tutto suo.

Il suo mondo interiore è fragile, impoverito, immobile nel tempo. La morte non è il fine, ma uno strumento per fermare ciò che teme di perdere: la presenza, la madre, l’identità. È una devianza che nasce dal vuoto, non dall’eccesso.

Ed è questo che la rende difficile da comprendere… e da accettare.


Il vero orrore non è il gesto, ma la logica

Analizzando Gein, ho imparato che il vero orrore non sta nei dettagli macabri – quelli attirano l’attenzione, ma spiegano poco – bensì nella coerenza interna del suo pensiero.

Tutto ciò che fa segue una logica distorta ma stabile.
Nulla è casuale.
Nulla è improvvisato.

Questo è un punto che spesso il true crime moderno evita, perché mette a disagio: se c’è una logica, non possiamo liquidare tutto come follia incomprensibile. E se possiamo comprenderla, allora dobbiamo fare i conti con il fatto che il male non è sempre urlato, caotico, riconoscibile.

A volte è silenzioso.
Domestico.
Persistente.


La semplificazione è una forma di difesa

Trasformare Ed Gein in un’icona horror serve a proteggerci.
Serve a dire: “Lui è altro da noi”.

Ma studiandolo a fondo, emerge una verità scomoda: la sua mente è il risultato di isolamento, dipendenza affettiva, repressione e mancata elaborazione del lutto. Elementi estremi, certo. Ma non alieni.

Questo non giustifica.
Spiega.

Ed è proprio la spiegazione che spesso viene evitata, perché costringe a guardare oltre il racconto facile.


Cosa mi ha lasciato davvero questo studio

Studiare Ed Gein mi ha insegnato che:

  • non tutti i serial killer cercano potere o vendetta
  • la devianza può nascere dal bisogno di appartenenza
  • il confine tra normalità e patologia è più sottile di quanto ci piaccia credere
  • raccontare il male senza comprenderlo è solo intrattenimento

Per questo ho scelto di raccontare la sua storia senza indulgenza, ma anche senza compiacimento. Perché capire non significa assolvere, ma evitare che l’orrore venga ridotto a spettacolo.


ED GEIN – L’ORRORE DELLA MENTE UMANA
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L’errore più comune quando si racconta un serial killer

E perché quasi tutti i libri, articoli e documentari lo commettono

C’è un errore che ritorna con una regolarità quasi inquietante quando si parla di serial killer.
Un errore che non riguarda lo stile, né la documentazione, né la correttezza dei fatti.
Riguarda il punto di vista.

La maggior parte dei racconti — libri, articoli, podcast, documentari — parte da una domanda sbagliata:
“Perché ha ucciso?”

Sembra legittima, ma è una trappola narrativa.

Il problema del “perché”

Chiedersi perché significa cercare un movente lineare, una causa riconoscibile, una spiegazione razionale che renda il male comprensibile, ordinabile, in qualche modo assimilabile.
È un bisogno umano, ma è anche il primo passo verso la semplificazione.

Il serial killer, nella stragrande maggioranza dei casi, non agisce per un motivo unico, chiaro, raccontabile.
Agisce per una costellazione di fattori: devianza, ritualità, bisogno di controllo, costruzione identitaria, compensazione simbolica, fratture affettive. Ridurre tutto a un “perché” significa tradire la complessità del fenomeno.

L’illusione della spiegazione

Quando un racconto insiste sul movente, spesso finisce per:

  • costruire una falsa logica retrospettiva;
  • attribuire al soggetto una lucidità che non aveva;
  • trasformare il killer in un personaggio “coerente”, quasi narrativamente elegante.

È qui che nasce la distorsione più grave: il male viene reso narrativamente soddisfacente.
E quando il male diventa soddisfacente, diventa anche spettacolo.

Il vero errore: raccontare il killer invece del sistema

L’errore più comune non è parlare troppo del serial killer.
È isolarlo.

Quasi sempre il racconto dimentica ciò che lo circonda:

  • il contesto sociale;
  • le istituzioni che hanno fallito;
  • i segnali ignorati;
  • la normalità che ha permesso al mostro di esistere indisturbato.

Il risultato è una figura mitizzata, estratta dal suo ambiente, privata di attriti reali.
Un “mostro” che sembra nascere dal nulla, invece che da una lunga catena di omissioni.

Un approccio diverso

Raccontare un serial killer in modo onesto significa spostare la domanda:
non perché ha ucciso, ma
come ha costruito il suo mondo
e chi glielo ha permesso.

Significa lavorare su:

  • documenti;
  • testimonianze;
  • incoerenze;
  • silenzi;
  • contraddizioni.

Significa accettare che alcune cose non si chiudono, non si spiegano, non si risolvono.

Ed è proprio questo che rende il racconto disturbante, credibile, necessario.

Perché quasi tutti sbagliano

Perché il mercato premia:

  • la chiarezza;
  • la linearità;
  • la spiegazione rassicurante.

Ma il vero racconto del male non rassicura.
Lascia attrito. Lascia vuoti. Lascia disagio.

Ed è lì che smette di essere intrattenimento e diventa consapevolezza.


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Il tempo come elemento horror

Attese, ripetizioni, ritualità

Nell’horror più efficace il tempo non è un semplice contenitore degli eventi.
È una presenza.
Respira, osserva, consuma.

Molti racconti falliscono perché cercano la paura nell’evento improvviso: il colpo di scena, l’apparizione, la rivelazione finale. Ma l’orrore che resta non nasce quasi mai da ciò che accade. Nasce da quanto tempo ci mette ad accadere.

L’attesa come minaccia

L’attesa è uno degli strumenti più potenti dell’horror.
Non perché “allunga il brodo”, ma perché costringe il lettore a convivere con l’idea che qualcosa arriverà.

Un corridoio percorso ogni sera.
Un rumore che non cambia mai.
Un personaggio che guarda l’orologio sapendo che a una certa ora succede sempre la stessa cosa.

L’attesa non rassicura: consuma.
Trasforma il tempo in una lama lenta, invisibile, che logora chi aspetta più di qualsiasi violenza esplicita.

La ripetizione come deformazione

Ripetere non significa annoiare.
Ripetere significa alterare la percezione della normalità.

Una frase detta più volte.
Un gesto identico compiuto ogni giorno.
Una scena che sembra uguale alla precedente, ma non lo è mai del tutto.

La ripetizione innesca una domanda inquietante:
se tutto si ripete, dove finisce la volontà?

È qui che l’horror smette di essere spettacolo e diventa disagio. Il tempo non avanza: gira su se stesso, come una stanza senza uscita.

Il rituale: quando il tempo diventa sacro (o malato)

Il rituale è la forma più pericolosa del tempo narrativo.
Non è un’azione: è una regola.

Un rito non serve a ottenere un risultato immediato, ma a dare senso alla ripetizione. Chi lo compie crede che, se salta un passaggio, qualcosa andrà storto. Non oggi. Non domani. Ma prima o poi.

Nel rituale, il tempo smette di essere neutro.
Diventa carico.
Ogni attesa ha un significato, ogni gesto un peso simbolico.

Ed è proprio qui che nasce l’orrore più profondo: quando il male non arriva all’improvviso, ma viene preparato con pazienza, giorno dopo giorno.

Perché il tempo fa più paura del mostro

Un mostro puoi combatterlo.
Il tempo no.

Il tempo non ha volto, non ha voce, non ha intenzioni chiare. Eppure agisce. Sempre. Anche quando sembra fermo. Anche quando nulla accade.

L’horror che funziona non chiede al lettore di temere ciò che vede, ma ciò che sa che accadrà. Prima o poi. Inevitabilmente.

E spesso, quando accade, è quasi un sollievo.
Perché l’attesa era già diventata insopportabile.


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RECENSIONE IL TRAGHETTATORE di William Peter Blatty

Negli Stati Uniti degli anni Novanta, Joan Freeboard è un’agente immobiliare determinata, abituata a trattare affari importanti e a non lasciarsi sfuggire occasioni rare. Quando le viene affidata la vendita di Elsewhere, una grande villa edificata negli anni Trenta su un’isola boscosa del fiume Hudson e abbandonata da tempo, capisce subito di trovarsi davanti a un potenziale colpo grosso.
C’è però un problema: la proprietà è circondata da una reputazione inquietante. Nel corso degli anni è stata teatro di omicidi e si dice che nessuno riesca a soggiornarvi senza incontrare una fine violenta.


Decisa a liberare la casa da questa fama e a dimostrarne l’innocuità, Joan organizza una permanenza forzata nella villa, coinvolgendo uno scrittore suo conoscente, una sensitiva e uno studioso di fenomeni paranormali. L’idea è semplice: restare sull’isola per alcuni giorni e dimostrare che le voci non hanno fondamento.
Ma una violenta tempesta li isola dal resto del mondo e, una volta intrappolati a Elsewhere, il gruppo si trova costretto a confrontarsi con una presenza che sembra tutt’altro che immaginaria. La tensione cresce progressivamente, fino a condurli verso una rivelazione finale oscura e disturbante.


Il romanzo parte in modo convincente, anche se alcune frasi iniziali risultano poco chiare: non è sempre facile capire se si tratti di una scelta stilistica dell’autore o di un limite della traduzione. Nel complesso, però, l’uso dello show, don’t tell è ben calibrato e contribuisce a costruire atmosfera e suspense.


Il cuore della storia si intuisce piuttosto presto e questo riduce in parte l’effetto sorpresa; l’impianto narrativo richiama infatti un noto film con Nicole Kidman, rendendo prevedibile il significato ultimo di ciò che accade. L’ambientazione della casa è uno degli elementi più riusciti: Elsewhere è descritta con grande efficacia e diventa quasi un personaggio a sé. Anche i protagonisti risultano credibili, sebbene l’arco narrativo di Joan e Dare si risolva in modo un po’ affrettato nel finale.


L’epilogo propone due colpi di scena: il primo funziona, il secondo appare invece meno convincente e lascia qualche perplessità. Nonostante questo, la scrittura resta solida, il ritmo ben gestito e la scelta di limitare i punti di vista aiuta il lettore a non perdere mai l’orientamento.


Un romanzo che funziona molto bene sul piano atmosferico e stilistico, penalizzato solo da una prevedibilità che emerge troppo presto e da un finale non del tutto equilibrato.

Non tutti uccidono per odio

Devianza affettiva, bisogno di possesso, costruzione di un mondo alternativo

Quando si parla di serial killer, l’immaginario collettivo tende a ridurre tutto a un’unica spiegazione: l’odio. Rabbia, violenza repressa, desiderio di distruggere. È una semplificazione comprensibile, ma spesso falsa.

Molti assassini seriali non agiscono mossi da odio diretto verso la vittima. In diversi casi, l’emozione dominante non è la rabbia, bensì qualcosa di più disturbante e difficile da accettare: un bisogno affettivo deviato, un desiderio di possesso assoluto, la costruzione di un mondo alternativo in cui la vittima smette di essere una persona e diventa una funzione.

Devianza affettiva: quando il legame è distorto

La devianza affettiva non nasce dal rifiuto dell’altro, ma dall’incapacità di relazionarsi in modo sano.
Non c’è empatia autentica, ma appropriazione. L’altro non viene riconosciuto come individuo autonomo, bensì come oggetto necessario a colmare un vuoto interno.

In questi casi, l’atto violento non è uno sfogo emotivo, ma un tentativo malato di stabilizzare una relazione che, nella mente del soggetto, non può esistere nella realtà.

Il bisogno di possesso totale

Alcuni killer non vogliono ferire per punire, ma possedere per sempre.
Il controllo assoluto elimina il rischio dell’abbandono, del rifiuto, del cambiamento. La vittima non può più andarsene, non può contraddire, non può deludere.

Il crimine diventa così una forma estrema di “relazione congelata”, in cui l’altro è immobilizzato nel ruolo che il soggetto ha deciso per lui.

Costruire un mondo alternativo

Quando la realtà non è tollerabile, alcuni individui devianti non la affrontano: la riscrivono.
Creano un universo parallelo fatto di regole proprie, simboli, rituali, oggetti. In questo spazio mentale, la violenza non è percepita come tale, ma come atto necessario, coerente, persino “logico”.

È qui che il confine tra fantasia e realtà si spezza definitivamente. L’omicidio non è più visto come distruzione, ma come parte di una narrazione interna che solo il soggetto comprende.

Oltre la rabbia: capire senza giustificare

Dire che non tutti uccidono per odio non significa assolvere.
Significa rifiutare spiegazioni comode e superficiali, e riconoscere che alcune forme di male nascono non dall’esplosione emotiva, ma da una assenza profonda di relazioni sane, da un’identità fragile che cerca di reggersi sul controllo totale dell’altro.

Comprendere queste dinamiche non serve a rendere il crimine meno grave, ma a leggere il male per ciò che è davvero, senza maschere.


Approfondimento consigliato – Ed Gein

Un caso emblematico di devianza affettiva e costruzione di un mondo alternativo:


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Descrivere il male senza nominarlo

Tecniche di allusione e silenzio narrativo

C’è un errore comune nella scrittura horror, gotica e psicologica: credere che il male debba essere mostrato per funzionare.
Nomi, spiegazioni, definizioni, categorie. Demone, mostro, assassino, entità. Tutto chiarito, tutto ordinato.
E proprio lì, spesso, la tensione muore.

Il male, in narrativa, non è potente quando viene spiegato.
È potente quando si avverte prima di essere compreso.

Il male come assenza, non come presenza

Uno dei principi più efficaci è questo:
il male funziona meglio quando manca qualcosa, non quando c’è qualcosa in più.

Una stanza troppo silenziosa.
Una frase interrotta.
Un personaggio che evita un dettaglio, senza spiegare perché.

Il lettore è un organismo interpretativo. Se gli togli il compito di interpretare, lo rendi passivo. Se lo costringi a colmare un vuoto, lo rendi complice.

Il male, allora, non entra in scena.
Si annuncia attraverso ciò che non viene detto.

Allusione: dire meno per far sentire di più

Alludere non significa essere vaghi.
Significa scegliere cosa non dire con precisione chirurgica.

Un esempio semplice:

“C’era qualcosa sotto il letto.”

È una frase debole, generica. Nomina il mistero senza costruirlo.

Molto più efficace è:

“Non guardò sotto il letto. Non quella notte.”

Qui non c’è alcuna creatura.
Eppure il lettore la immagina.

L’allusione funziona perché attiva l’immaginazione personale, che è sempre più disturbante di qualunque descrizione standardizzata.

Il silenzio narrativo come strumento attivo

Il silenzio, in narrativa, non è uno spazio vuoto.
È uno spazio carico di senso.

Può essere:

  • un dialogo che si interrompe prima della risposta,
  • un documento mancante,
  • un ricordo che il personaggio evita,
  • una scena che salta il momento “chiave”.

Molti autori hanno paura del silenzio perché temono di perdere il lettore.
Accade l’opposto: il silenzio lo trattiene.

Il lettore resta, perché vuole capire cosa non gli è stato concesso.

Non nominare significa non addomesticare

Dare un nome al male è rassicurante.
Trasforma l’ignoto in qualcosa di gestibile.

Quando nomini:

  • definisci,
  • classifichi,
  • chiudi.

Quando non nomini:

  • lasci aperto,
  • instabile,
  • irrisolto.

Ed è proprio lì che nasce l’inquietudine duratura.
Quella che resta dopo la lettura, non solo durante.

La fiducia nel lettore

Scrivere per allusione e sottrazione richiede una cosa fondamentale: fiducia.

Fiducia nel fatto che il lettore:

  • capisca senza spiegazioni,
  • senta senza etichette,
  • ricostruisca senza essere guidato per mano.

È una scrittura meno appariscente, ma più profonda.
Meno rumorosa, ma più persistente.

Non cerca lo shock immediato.
Cerca la traccia che rimane.


Se vuoi approfondire queste tecniche — dalla sottrazione narrativa alla costruzione della tensione, dal punto di vista al controllo dell’informazione — sul sito trovi, oltre al manuale completo, sezioni tematiche scaricabili singolarmente, pensate per lavorare su aspetti specifici della scrittura senza affrontare subito l’intero percorso.

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La documentazione come strumento narrativo

Archivio, appunti, referti: scrivere con ciò che esiste

C’è una forma di scrittura che non nasce dall’invenzione, ma dalla raccolta.
Non dalla fantasia libera, ma dall’attrito tra ciò che è stato scritto, registrato, archiviato… e ciò che ancora non è stato raccontato.

La documentazione non è un limite alla narrazione.
È uno dei suoi strumenti più potenti.

Viviamo in un’epoca in cui si pensa che scrivere significhi “creare dal nulla”. In realtà, molte delle storie più disturbanti, più credibili e più durature nascono dal contrario: scrivere con ciò che esiste già.

Un archivio.
Un referto.
Un appunto a margine.

Una frase burocratica che non voleva essere letteraria.

E proprio per questo lo diventa.


L’archivio non è freddo. È muto.

Un archivio non racconta.
Attende.

Dentro un fascicolo non c’è una storia, ma una traccia. Date, firme, timbri, diagnosi, protocolli. Linguaggio impersonale, neutro, spesso disumano. Ma è lì che avviene la magia narrativa.

Perché l’archivio non mente per emozione, ma mente per omissione.
E lo scrittore lavora proprio in quello spazio vuoto.

Ogni documento dice: questo è successo.
Ma non dice mai come è stato vissuto.

Ed è lì che entra la scrittura.


Appunti: il pensiero prima che diventi ordine

Gli appunti sono il punto di contatto tra realtà e interpretazione.
Non sono ancora racconto, ma non sono più solo dato.

Un taccuino, una nota presa di fretta, una frase isolata possono avere più forza di un intero capitolo costruito a tavolino. Perché l’appunto conserva l’istante mentale in cui qualcosa è stato notato.

Scrivere partendo da appunti significa accettare una narrazione frammentaria, imperfetta, umana.
Significa rinunciare al controllo totale e lasciare che il testo si costruisca per accumulo e risonanza, non per linearità.

È una scrittura che non spiega subito.
E spesso non spiega affatto.


Referti: il linguaggio che non voleva raccontare

Il referto è uno degli strumenti narrativi più sottovalutati.
Perché è il punto in cui la vita viene tradotta in termini clinici.

Una diagnosi non racconta il dolore.
Lo classifica.

E proprio per questo genera uno scarto narrativo potentissimo: tra ciò che è scritto e ciò che è stato provato.

Scrivere con i referti significa lavorare sul contrasto:

  • tra il linguaggio tecnico e l’esperienza emotiva,
  • tra la freddezza del dato e la violenza della realtà,
  • tra ciò che è misurabile e ciò che non lo è.

Non serve aggiungere pathos.
Il referto, lasciato quasi intatto, è già disturbante.


Scrivere con ciò che esiste non è imitare. È interpretare.

Usare documentazione reale non significa fare copia-incolla.
Significa ascoltare.

Ogni documento porta con sé una visione del mondo: burocratica, medica, giuridica, amministrativa. Lo scrittore non deve correggerla, ma metterla in relazione con il non detto.

La narrazione nasce:

  • negli spazi bianchi,
  • nelle incongruenze,
  • nelle ripetizioni,
  • nelle formule standard che sembrano innocue.

Scrivere con ciò che esiste è un atto di responsabilità.
Perché obbliga a non inventare il dolore, ma a riconoscerlo.


Il risultato: un gotico credibile, un orrore silenzioso

Questa modalità di scrittura produce un effetto preciso: credibilità.

Il lettore non ha l’impressione di essere guidato, ma di aver trovato qualcosa.
Non di essere intrattenuto, ma di essere messo davanti a un fatto.

È il tipo di narrazione che non urla.
Non spiega.
Non cerca il colpo di scena.

E proprio per questo resta.

Perché quando una storia sembra già esistita prima di essere scritta, il lettore la percepisce come vera.
Anche quando è insopportabile.


Scrivere con archivi, appunti e referti significa rinunciare a una parte dell’ego autoriale.
Ma in cambio si ottiene qualcosa di più raro: autorità narrativa.

Non perché lo scrittore sia onnisciente.
Ma perché ha saputo ascoltare ciò che era già lì.


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Scrivere horror senza essere horror

Tensione, attesa, sottrazione

C’è un equivoco ricorrente quando si parla di horror: l’idea che l’orrore nasca da ciò che si mostra. Sangue, urla, mostri, violenza esplicita. In realtà, l’horror più efficace funziona spesso al contrario. Non aggiunge: toglie.

Molti dei testi più disturbanti della letteratura e della narrativa contemporanea non sono “horror” in senso stretto. Non insistono sulla paura, non cercano lo shock. Lasciano invece che il lettore arrivi da solo al punto di rottura. È lì che nasce l’inquietudine vera.

La tensione non è l’evento, ma la sua possibilità

La tensione non coincide con ciò che accade, ma con ciò che potrebbe accadere. È uno stato di sospensione. Un’attesa prolungata in cui il lettore percepisce che qualcosa non torna, ma non sa ancora cosa.

In questo tipo di scrittura, l’evento è spesso secondario. A volte non arriva nemmeno. Ciò che conta è la pressione progressiva: piccoli segnali fuori posto, dettagli che non combaciano, ripetizioni lievemente anomale. Il cervello del lettore inizia a lavorare, a cercare una spiegazione, a colmare i vuoti. E proprio lì si genera il disagio.

La tensione nasce quando il testo non rassicura.

L’attesa come spazio narrativo

L’horror più sottile non corre. Rallenta. Si prende il tempo di mostrare il quotidiano, di renderlo riconoscibile, persino banale. È una scelta precisa: più il contesto è normale, più ogni minima deviazione risulta significativa.

L’attesa non è un vuoto narrativo, ma uno spazio pieno di possibilità. Il lettore sente che qualcosa sta per incrinarsi, ma non sa quando né come. Questa incertezza è più potente di qualsiasi rivelazione immediata.

In molte storie disturbanti, il momento più efficace non è la scena finale, ma ciò che la precede: il corridoio percorso più volte, la stanza osservata senza motivo apparente, una frase detta e poi dimenticata. L’attesa diventa una forma di minaccia silenziosa.

La sottrazione come tecnica etica

Sottrarre significa scegliere cosa non dire. Significa fidarsi dell’intelligenza del lettore. Non spiegare tutto, non chiudere ogni interpretazione, non fornire una causa unica e definitiva.

La sottrazione funziona perché lascia aperte le domande. E le domande irrisolte sono ciò che resta dopo la lettura. Un testo che spiega troppo si consuma in fretta. Un testo che trattiene continua a lavorare nella mente di chi legge.

Scrivere horror senza essere horror vuol dire spesso rinunciare all’effetto immediato per ottenere una risonanza più lunga. Non è una scelta di stile, ma di responsabilità narrativa: decidere che l’orrore non va imposto, ma suggerito.

Quando il male non ha bisogno di mostrarsi

Il male più disturbante è quello che non ha una forma chiara. Non è identificabile, non è facilmente isolabile. Vive negli interstizi: nelle abitudini, nelle istituzioni, nei silenzi, nei gesti ripetuti.

In questa prospettiva, l’horror non è un genere, ma un effetto collaterale. Nasce quando il lettore si accorge che ciò che sta leggendo potrebbe esistere. O peggio: che in parte esiste già.

Ed è proprio allora che il testo smette di essere “horror” e diventa qualcosa di più difficile da scrollarsi di dosso.


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M. R. James e il fantasma accademico: quando l’orrore nasce dai documenti

Nel gotico classico il terrore arriva spesso da lontano: castelli in rovina, terre esotiche, maledizioni antiche.
Con M. R. James succede l’opposto.
L’orrore nasce in casa, o meglio: in biblioteca.

Montague Rhodes James, studioso medievalista e accademico rigoroso, ha fatto una scelta che all’epoca era quasi rivoluzionaria: togliere il gotico dall’eccezionale e inserirlo nel quotidiano colto. I suoi protagonisti non sono eroi romantici né anime tormentate, ma professori, bibliotecari, antiquari, studiosi distratti. Persone abituate a maneggiare manoscritti, non incubi.

Ed è proprio qui che nasce il suo gotico “credibile”.

L’orrore come incidente di percorso

Nei racconti di M. R. James il soprannaturale non viene cercato.
Accade.

Un documento letto senza attenzione.
Un oggetto catalogato male.
Una curiosità erudita spinta un passo oltre il necessario.

Il meccanismo è sempre lo stesso: la mente razionale apre una porta che non riconosce come tale. Non c’è invocazione, non c’è rito. C’è solo una violazione involontaria delle regole non scritte.

Questo rende l’orrore di James profondamente inquietante, perché non punisce il peccato morale, ma l’eccesso di sicurezza intellettuale.

Biblioteche, archivi, note a piè di pagina

Il cuore del gotico jamesiano non è il fantasma in sé, ma il contesto che lo rende plausibile.
Biblioteche silenziose.
Archivi polverosi.
Lettere, mappe, glosse marginali, registri incompleti.

Sono luoghi familiari a chiunque abbia studiato, e proprio per questo rassicuranti. M. R. James li usa come trappole narrative: il lettore abbassa la guardia, riconosce l’ambiente, si sente al sicuro. Quando l’elemento perturbante emerge, non può essere liquidato come fantasia gotica tradizionale.

Non è un castello maledetto.
È una scheda d’archivio.

Il fantasma non si mostra mai del tutto

Un’altra scelta fondamentale: M. R. James non descrive mai completamente il mostro.
Ci sono accenni, frammenti, dettagli disturbanti: una forma sbagliata, un movimento innaturale, una presenza che non dovrebbe essere lì.

Il risultato è un orrore che lavora per sottrazione.
Il lettore ricostruisce da solo ciò che manca, e lo fa usando la propria immaginazione, sempre più spietata di qualunque descrizione esplicita.

È un gotico che non urla.
Sussurra nei corridoi.

Perché M. R. James funziona ancora oggi

In un’epoca di horror iper-visivo e spiegato fino all’osso, M. R. James continua a funzionare perché parla di una paura moderna: l’idea che il sapere non protegga.

Anzi.
Che il sapere, se maneggiato con leggerezza, esponga.

Nei suoi racconti non muore chi è cattivo, ma chi è curioso senza rispetto. Chi pensa che tutto possa essere studiato, archiviato, compreso. È un orrore che nasce dalla fiducia eccessiva nella razionalità, non dalla sua assenza.

Ed è per questo che il suo gotico resta credibile:
non ha bisogno di credere ai fantasmi.
Basta credere troppo nei documenti.


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Il killer che non voleva uccidere (ma non smetteva)

Nel true crime esiste una categoria di assassini che mette in crisi ogni semplificazione morale.
Non sono quelli che pianificano con freddezza assoluta.
Non sono nemmeno quelli che uccidono per rabbia o per profitto.

Sono quelli che, interrogati, studiati, analizzati, ripetono sempre la stessa frase, in forme diverse:

“Non volevo uccidere.”

Eppure hanno ucciso.
E non una volta sola.

La frattura tra volontà e azione

La nostra cultura giuridica e narrativa si fonda su un presupposto chiaro:
se hai scelto, sei responsabile.
Se hai voluto, sei colpevole.

Ma cosa succede quando la scelta è presente solo in apparenza?

Molti killer seriali non descrivono l’atto omicida come un desiderio, ma come una necessità crescente, una pressione interna che aumenta fino a diventare insostenibile. Non parlano di piacere iniziale, ma di sollievo temporaneo. Non di soddisfazione, ma di tregua.

Qui entra in gioco il concetto di compulsione.

Cos’è davvero la compulsione

In ambito psicologico, la compulsione non è un impulso improvviso.
È un comportamento ripetuto, messo in atto per ridurre un’angoscia interna, anche quando l’individuo sa che quell’atto è sbagliato, dannoso o autodistruttivo.

La chiave è questa:
la compulsione non elimina la consapevolezza, ma ne svuota il potere.

Il soggetto sa cosa sta facendo.
Sa che non dovrebbe farlo.
Ma la tensione interna cresce fino a rendere l’atto l’unica via di scarico possibile.

Nel caso dei serial killer compulsivi, l’omicidio non è il fine.
È il mezzo.

Volontà criminale o patologia?

Qui il confine si fa scivoloso.

Un assassino “volontario” uccide per ottenere qualcosa: denaro, potere, controllo, vendetta.
Un assassino compulsivo uccide per far cessare uno stato interno intollerabile.

Questo non significa assenza di responsabilità.
Significa un diverso funzionamento della motivazione.

Molti di questi soggetti tentano, almeno inizialmente, di evitare l’atto finale:

  • sostituiscono la violenza con fantasie,
  • cercano oggetti,
  • ritualizzano,
  • rimandano.

Ma la soglia si abbassa.
E ciò che prima bastava, non basta più.

Il caso Ed Gein come esempio limite

Nel caso di Ed Gein, questa dinamica è evidente e disturbante.
Gein non si percepiva come un assassino nel senso classico.
Non cercava la distruzione dell’altro per odio o piacere.

Il suo comportamento nasceva da:

  • isolamento estremo,
  • dipendenza affettiva patologica,
  • identità fragile,
  • fusione irrisolta con la figura materna.

L’atto criminale non era vissuto come “uccidere”, ma come ricomporre, ricostruire, riparare una perdita intollerabile.

Ed è qui che il true crime smette di essere rassicurante.

Dove finisce la responsabilità?

La risposta più onesta è anche la più scomoda:
la responsabilità non scompare mai, ma la colpa non spiega tutto.

Un killer compulsivo:

  • è responsabile dei suoi atti,
  • ma non è mosso da una libertà piena e lineare,
  • agisce dentro un sistema psichico compromesso, spesso costruito molto prima del primo delitto.

Capire questo non significa assolvere.
Significa capire come prevenire, riconoscere i segnali, smettere di raccontare il male come un’anomalia improvvisa.

Perché questo tipo di killer ci disturba di più

Perché rompe la narrazione comoda del “mostro”.

Se il killer non voleva davvero uccidere,
allora il problema non è solo lui.
È il sistema che lo ha lasciato crescere così.
È l’assenza di argini prima del punto di non ritorno.

Il true crime serve anche a questo:
non a giustificare,
ma a guardare dove non vogliamo guardare.


ED GEIN – L’ORRORE DELLA MENTE UMANA

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