Il vero antagonista non è sempre una persona

Quando il male diventa una funzione narrativa

Nella maggior parte dei romanzi il conflitto ha un volto.

Un antagonista preciso.
Un individuo con un nome, una storia, una volontà.
Qualcuno che si oppone al protagonista e che rappresenta il problema da risolvere.

È una struttura narrativa efficace e molto diffusa.

Ma esiste un altro tipo di racconto.

Un tipo di racconto in cui il vero antagonista non è una persona.

È qualcosa che passa attraverso le persone.


Il male come funzione

Nei romanzi più inquietanti il male non appare come un individuo isolato.

Non è soltanto qualcuno che compie un gesto violento.

È piuttosto una funzione all’interno di una struttura.

Qualcuno agisce, sì.

Ma ciò che conta davvero non è l’individuo.

È il ruolo che quell’individuo occupa.

È il meccanismo più grande di cui fa parte.

In queste storie il personaggio non è l’origine del male.

È il punto attraverso cui il male si manifesta.


L’idea del portatore

Quando il male viene raccontato in questo modo, cambia anche il modo di guardare agli eventi.

Non ci si chiede soltanto chi ha agito.

Ci si chiede cosa viene trasportato attraverso quell’azione.

Il gesto diventa un veicolo.

Un passaggio.

Una trasmissione.

Il personaggio che agisce non è necessariamente il centro della storia.

È il mezzo attraverso cui qualcosa più grande prende forma.


Il gesto come veicolo

In questo tipo di narrazione il gesto non è mai solo un atto individuale.

È un segnale.

Un frammento di un linguaggio più grande.

Un evento che suggerisce la presenza di una struttura nascosta.

Quando un gesto viene osservato in isolamento può sembrare casuale o incomprensibile.

Ma quando si inserisce in un sistema di segni, simboli e rituali, assume un significato diverso.

Diventa parte di un disegno più ampio.


Il simbolo come linguaggio

Molte storie gotiche e investigative utilizzano i simboli proprio per questo motivo.

Un simbolo non spiega.

Un simbolo indica.

È un segno che suggerisce l’esistenza di un codice condiviso.

Un codice che non appartiene a una singola persona, ma a una struttura più grande.

Quando i simboli iniziano a comparire all’interno di un’indagine, il problema cambia natura.

Non si tratta più solo di trovare un responsabile.

Si tratta di decifrare un linguaggio.


L’indagine come decodifica

In questi racconti l’investigazione non è soltanto una ricerca di prove.

È un processo di interpretazione.

Il protagonista non deve solo ricostruire i fatti.

Deve capire cosa significano.

Un gesto.
Un oggetto.
Un simbolo.

Tutti questi elementi diventano parti di un sistema.

E il lavoro dell’investigatore consiste nel decodificare quella struttura.


Quando il male non ha un volto preciso

Questo tipo di narrazione produce un effetto molto particolare.

Il male diventa più inquietante.

Perché non ha un volto definitivo.

Può attraversare persone diverse.
Luoghi diversi.
Tempi diversi.

Non è confinato in un individuo.

È un meccanismo.

Una possibilità.

Una struttura che può continuare a esistere anche quando un singolo personaggio scompare.

Ed è proprio questa idea a rendere alcune storie profondamente disturbanti.


La frase chiave

In alcune storie il problema non è chi compie il gesto.

Il problema è ciò che quel gesto trasporta.


Il Portatore dell’Ombra

Questa idea è al centro del romanzo Il Portatore dell’Ombra, in uscita il 26 marzo.

Una storia in cui l’indagine non riguarda soltanto le azioni visibili, ma anche i simboli, i segni e le strutture che si nascondono dietro di esse.

Il libro è già preordinabile su Bookabook:

https://bookabook.it/libro/il-vangelo-delle-ombre/

Perché a volte il vero antagonista non è una persona.

È qualcosa che attraversa le persone.


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