Oggetti che uccidono (non per colpa loro)

Quando si parla di crimini estremi, l’attenzione si concentra quasi sempre sull’atto finale: l’omicidio.
Il coltello, la corda, l’arma.
Come se l’oggetto fosse il colpevole, o almeno il complice.

Ma nei casi più disturbanti – quelli che continuano a inquietarci anche a distanza di decenni – l’oggetto non è mai la causa.
È la conseguenza.

Gli oggetti non uccidono.
Gli oggetti servono.

L’errore di attribuire colpa alla materia

Nel racconto mediatico e spesso anche nel true crime divulgativo, gli oggetti vengono caricati di un valore quasi magico:
la maschera, il coltello rituale, la stanza segreta.

In realtà, per chi studia davvero questi casi, l’oggetto è sempre una risposta a un bisogno precedente.
Non nasce con l’atto violento.
Arriva dopo, o viene cercato per rendere possibile qualcos’altro.

L’errore è pensare che l’oggetto sia ciò che scatena il male.
Il male, quando esiste, è già strutturato molto prima.

Quando l’oggetto diventa funzione

Nei profili più complessi, l’oggetto assume una funzione precisa:

  • sostituire una relazione impossibile
  • conservare ciò che non può essere trattenuto
  • ricostruire un ordine interno che la realtà non offre
  • dare forma a un’identità frammentata

L’oggetto non è un feticcio “strano”.
È un supporto psichico.

In alcuni casi estremi, senza quell’oggetto, il gesto stesso perderebbe senso.
Non perché l’oggetto spinge a uccidere, ma perché senza di esso l’atto non basterebbe.

Il caso Ed Gein: l’oggetto come tentativo di riparazione

Nel caso di Ed Gein, gli oggetti non sono strumenti di morte.
Sono tentativi maldestri, disperati, disturbanti di ricostruzione.

Oggetti creati per:

  • mantenere una presenza
  • annullare una perdita
  • dare forma a un’identità che non riesce a esistere nel mondo reale

Chi guarda solo l’orrore materiale perde il punto centrale:
quegli oggetti non servivano a uccidere.
Servivano a continuare.

È questo che li rende così inquietanti.

Per approfondire seriamente questo aspetto:

Perché questo ci riguarda più di quanto crediamo

La distanza tra “noi” e questi casi viene spesso costruita con facilità:
mostri, folli, eccezioni.

Ma il meccanismo che trasforma un oggetto in funzione psicologica non è alieno.
È una versione estrema di qualcosa che conosciamo bene:
aggrapparsi a ciò che resta quando una relazione, un’identità o un ruolo crollano.

La differenza non sta nell’oggetto.
Sta nel limite che viene superato.

Raccontare gli oggetti senza mitizzarli

Nel racconto – narrativo o saggistico – il vero errore è trasformare l’oggetto in simbolo assoluto.
Così facendo, si semplifica ciò che è complesso e si rende il male quasi “affascinante”.

Un oggetto non è mai il centro della storia.
È un indizio.

E come ogni indizio, va letto con cautela, senza spettacolarizzazione e senza assoluzioni.


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